giovedì 28 gennaio 2010

Michele Pini: indovino coppiere

Che sia stato indovino oppure no, è certo che Michele Pini era il Coppiere di Lorenzo de' Medici detto "Il Magnifico".
Una volta che le sue menti lo trasportarono verso la clemenza e la penitenza, dopo aver vissuto nel fasto della nobiltà fiorentina, raggiunse il convento dei frati Benedettini a Camaldoli e incontrando Giulio de' Medici predisse che sarebbe divenuto Papa; e così fu Papa Clemente VII.
Incontrando Alessandro Farnese predisse che sarebbe divenuto Papa dopo Clemente VII, e così fu Papa Paolo III.
Indovino o no, in quel periodo dopo la sua morte fu proposta la sua Santificazione e egli divenne Beato.

lunedì 25 gennaio 2010

IL ‘RACH 3’

(Concerto n° 3 in Re minore per pf & Orch. Op. 30, di Sergej Rachmaninov)
Ne ha scritti 4, Sergej Rachmaninov, di Concerti per pianoforte e Orchestra fra il 1891 ed il 1927 : il n° 1, in Fa diesis minore, Op. 1; il n° 2 in Do minore, Op. 18; il n° 3, di cui ci occupiamo in questa sede, ed il n° 4 in Sol minore, Op. 40. Di questi lavori esistono incisioni straordinarie, prime fra tutte quelle con il loro autore alla tastiera. C’è una incisione dei Concerti nn. 1 e 2, con Leopold Stokowsky sul podio della Philadelphia Orchestra e l’ Autore al piano. Un’altra con Andrej Gavrilov al piano e Riccardo Muti che dirige la stessa orchestra, della quale è stato per diversi anni Direttore principale e artistico, che eseguono i Concerti nn.2 e 3. La stessa Orchestra è diretta da Eugene Ormandy nei Concerti nn. 3 e 4 con l’Autore al piano. Queste sono solo alcune fra le più importanti incisioni dei 4 Concerti. Sergej Rachmaninov era considerato un grande pianista, un funambolico virtuoso della tastiera, al di la dell’esecuzione dei suoi lavori. Ed il Concerto n° 3 non scherza affatto : occorre un pianista che abbia grandi doti di virtuosismo per la sua esecuzione.
Non intendo esaminare questi capolavori dal punto di vista musicale. Il compito deve essere lasciato al critico. Mi interessa invece soffermarmi sull’impatto emozionale che provoca il n° 3: il ‘Rach 3’!, ed invogliare al suo ascolto. Mi interessa evidenziare in particolare il 3° movimento : Finale:alla breve. Mi preme suggerire la visione del film “Shine”, una produzione australiana del 1966.
Il film racconta la storia di un pianista che, influenzato dal padre fin da ragazzo, resta completamente coinvolto dal 3° Concerto e come stregato dalla e per la sua esecuzione fino a diventarne ossessionato, tanto da allontanarsene rimanendo però come vuoto dentro, senz’anima.
Successivamente la difficoltà del pianista viene superata ed ottiene un grande successo artistico.
Anche il Concerto n° 2 è stato usato dal cinema per alcune colonne sonore, fra le quali : nel 1946 da D. Lean per il film ‘Breve incontro’ e nel 1954 da B. Wilder, per “Quando la moglie è in vacanza’.
Fatevi prendere allora dalla voglia di ascoltarlo/i o più semplicemente dalla curiosità, che spero questo scritto abbia indotto.
Francoeffe

venerdì 22 gennaio 2010

Emma Perodi

Maria Emma Caterina Matilde Perodi nasce a Cerreto Guidi (FI)  il 31 gennaio 1850, l’ipotesi che potesse essere nata a Fiesole oppure a Firenze è tramontata quando fu ritrovato, a Cerreto Guidi, un attivissimo centro nella provincia di Firenze, l’atto di nascita.
Ricevuta una adeguata istruzione, il padre Federigo era un Ingegnere e la madre Adelaide Morelli Adimari proveniva da una famiglia assai benestante, cercò molto presto una certa indipendenza culturale e viaggiò molto negli anni della propria gioventù e della sua formazione.
Dagli studi e dalla sua susseguente maturazione culturale, che avvenne principalmente a Firenze, intraprese la carriera giornalistica che la pose ben presto ad un ruolo preminente nella società della comunicazione del tempo.
Aveva imparato correttamente le lingue straniere che le risulteranno molto utili nel corso della propria carriera di scrittrice e traduttrice dall’inglese, dal francese e dal tedesco.
Era giornalista e scrittrice, lavorava per riviste importanti come il Fanfulla della Domenica ed Il Giornale dei Bambini, del quale è stata direttore per molti anni a partire dal 1887. Il Giornale dei Bambini, fondato da Ferdinando Martini, veniva pubblicato a Roma e la stessa scrittrice fece pubblicare Pinocchio, del suo amico Collodi, con il titolo di Storia di un burattino.
Emma Perodi era ed è famosa per la sua opera principale Le novelle della nonna, pubblicata nel corso del biennio 1892/1983. E’ una raccolta di storie fantasiose ambientate nella selvaggia e magnifica vallata del Casentino, la valle dove nasce l’Arno e teatro di numerose ed importanti pagine storiche del medioevo.
Sono storie per bambini che in parallelo evocano temi da adulti. Precursore dell’attuale stile Fantasy, gli argomenti delle novelle provocano reazioni anche inquietanti e paurose, tanto da rasentale l’horror, questo tipo di approccio fa avvicinare alla lettura anche un pubblico più maturo.
Lavorò moltissimo a Palermo dove per l’editore Salvatore Biondo pubblicò numerose opere in venti anni di incessante lavoro.
Morì a Palermo il 5 marzo 1918.

Il Comune di Cerreto Guidi (FI) luogo natale della Perodi ha dedicato una biblioteca alla sua memoria. La biblioteca comunale Cerreto Guidi “Emma Perodi” è attiva sin dal 1996 ed è inserita in una rete di biblioteche dei comuni e delle comunità limitrofe alla vallata del fiume Elsa e dell’Arno, cooperando con Certaldo, Empoli, Fucecchio, Vinci e tante altre realtà locali di rilievo.
E’ stata anche oggetto di una pubblicazione monotematica che ha portato, su iniziativa di varie istituzioni di livello regionale, come l’associazione Bibliografia e Informazione di Pontedera, editore della rivista Notiziario Bibliografico Toscano con la collaborazione della Biblioteca dell’Identità Toscana, all’edizione del “Quaderno dedicato alla scrittrice Emma Perodi”.
E’ praticamente la bibliografia completa della scrittrice e di nove saggi critici dei maggiori studiosi del personaggio.

Alcune sue opere:
L'omino di pasta;
Giornalai e lustrascarpe;
Sorellina;

Cuoricino ben fatto;
Nel canto del fuoco;
I bambini delle diverse nazioni a casa loro;
Le novelle della nonna;
Nel regno delle fate;
La calza della befana;
Il figlio di un imperatore;
Fiabe elettroniche;
Al tempo dei tempi. Fiabe e leggende delle città di Sicilia;
I briganti di Cerreto Guidi.


Nell’immaginario collettivo, per chi da piccolo ha avuto qualcuno che si prodigava gentilmente a letture di favole fantastiche e di storie interessanti, Emma Perodi è un nome al quale non si può non essere legati. Fortunato sono io che provenendo dalla bellissima valle del Casentino, ho ambientato facilmente “Le novelle della nonna”, opera tra le più famose, proprio perché i luoghi e gli ambienti scenografici sono propri di quei territori, con i suoi splendidi paesaggi e le più macabre locazioni.
L’ho sempre immaginata una donna speciale, con una fantasia al limite dell’estremo, che riusciva ad ambientare favole e personaggi in luoghi comuni; che riusciva a rendere interessante e curiosa una comunità povera socialmente ma molto ricca di spirito e fantasia.

lunedì 18 gennaio 2010

Il Palio - Notizie generali

Tutto ha inizio il…giorno dopo. Finisce la Carriera e si comincia a lavorare al prossimo Palio. Ogni Contrada potrebbe essere in Campo anche solo dopo 44 giorni : tanti dividono il Palio di Provenzano, 2 Luglio, da quello dell’Assunta, 16 Agosto. Praticamente il tempo di rinfrescare i costumi della Comparsa, e via! Breve inciso per la Comparsa : questa concorre per l’assegnazione del ‘Masgalano’. Per chi ancora non lo sa è il premio che si assegna alla Comparsa più elegante, più compatta, più coordinata, che ha fatto insomma la migliore figura in Piazza. Masgalano pare significhi proprio più elegante, più distinto e derivi dallo spagnolo : Mas = più + galano = galante, distinto, elegante. Anche un Canto della tradizione parla di un uomo definendolo “…gentil galan…”. Il premio consiste in un piatto, con al centro una protuberanza dall’incerto significato : potrebbe, ad esempio, ricordare una mammella alla quale ci si nutre : il Palio in fondo è vita per la gente di Siena e per vivere ci si deve nutrire. Il Masgalano è un premio molto ambìto, è una importante espressione del Palio : vincerlo conferisce un grande onore alla Contrada.
Sono due i Palii che si corrono a Siena, hanno cicli diversi e non si incrociano. Ogni Contrada li può correre anche tutt’e due nello stesso anno. Hanno le stesse regole e meccanismi, si capisce, lo stesso svolgimento, provocano la stessa identica passione. Il Palio viene corso da 10 Contrade sul totale di 17 : 7 vi partecipano ‘di diritto’ ed hanno un anno di tempo per preparasi; 3 sono tirate a sorte fra le altre 10 appena 5 settimane prima della Carriera. Quindi le 7 che non corrono saranno quelle che ‘di diritto’ saranno in Piazza il prossimo anno, mentre le altre 3 saranno sorteggiate fra le restanti 10 e così via. E così per ognuno dei 2 cicli. Tre giorni prima della Carriera si entra nella fase caldissima del Palio : i cavalli vengono dati in ‘sorte’ alle Contrade con la cerimonia della ’tratta’: i nomi dei cavalli e delle Contrade vengono ‘tratti’ da differenti bussoli e abbinati fra loro. Il ‘barbaresco’, con un folto gruppo di contradaioli, prende in consegna il cavallo ‘avuto in sorte’ che non perderà mai di vista, accudendolo come un figlio. Dalle esclamazioni dei contradaioli si comprende la qualità del cavallo e se risponde alle aspettative della Contrada. Con cori, canti e il nugolo di contradaioli viene condotto alla stalla, nel cuore della Contrada il cui accesso , difendibile da ogni (im)possibile attacco, resta sotto stretta sorveglianza a(r)mata. I Capitani, che in questo periodo hanno carta bianca ed in mano le sorti della Contrada, con la collaborazione dei ‘mangini’, hanno fatto tutte le mosse, gli accordi più o meno segreti, le trattative (i partiti : così si definiscono a Siena), previsto e valutato le varie combinazioni possibili. Dopo l’assegnazione del cavallo ci potrebbe essere la necessità di qualche ritocco : chissa? Forse per valorizzare con un buon fantino il buon cavallo avuto in sorte?
Francoeffe

mercoledì 13 gennaio 2010

Il cemento armato del Brunelleschi


Svelati gli ultimi segreti della Cupola di Santa Maria del Fiore. Un precursore dell’utilizzo del cemento armato.

Filippo Brunelleschi nella realizzazione della Cupola di Santa Maria del Fiore utilizzò anche il ferro mescolato ad altri materiali. È uno dei risultati della ricerca sul capolavoro di Brunelleschi, pubblicata nei prossimi mesi dall’editore Pontecorboli, anticipato oggi dagli autori, Roberto Corazzi professore ordinario di Fondamenti ed applicazioni della geometria descrittiva e Giuseppe Conti professore associato di istituzioni matematiche presso la Facoltà di Architettura dell’Università di Firenze, in Palazzo Vecchio. Alla presentazione erano presenti l’assessore all’Università e Ricerca Elisabetta Cianfanelli, il preside della Facoltà di Architettura dell’Ateneo fiorentino Saverio Mecca, il geologo Guglielmo Braccesi che ha effettuato le indagini specialistiche, il professore di Scienza delle Costruzioni Giacomo Tempesta e Ulderigo Frusi dei Lions di Firenze che contribuiscono alla pubblicazione della ricerca.
La Cupola del Duomo di Santa Maria del Fiore di Firenze, costruita dal Brunelleschi fra il 1420 ed il 1436, ha sempre colpito nel corso dei secoli la fantasia dei visitatori e l'interesse degli studiosi; questo è dovuto sia alla sua bellezza, sia alla sua particolare ed innovativa tecnica costruttiva (su cui Brunelleschi non ha lasciato niente di scritto), sia alle sue dimensioni (il suo diametro esterno è 54 metri, la sua base si trova a 55 metri dal suolo, arriva a 91 metri e, con la Lanterna, essa raggiunge circa 116 metri; il suo peso è di circa 29.000 tonnellate).
La Cupola, in realtà, è formata da due cupole: una interna, che è la struttura principale e ha uno spessore di circa 2,2 metri, ed una esterna, più sottile (circa 0,9 metri), la quale, come disse il Brunelleschi, serve a proteggere la cupola interna dalle intemperie ed a renderla "più magnifica e gonfiante". Ed è proprio l’analisi della cupola interna, composta da tre strati (due spessi 70 centimetri e uno centrale 80 centimetri), che ha riservato una sorpresa. Utilizzando le nuove tecnologie come il georadar, la tomografia, l’endoscopia e il metaldetector, Braccesi ha analizzato il materiale con cui la cupola interna è stata costruita evidenziando la presenza di materiale ferroso nello strato intermedio (o di riempimento) che quindi non è realizzato soltanto in mattoni, come gli altri due. Per confermare questa ipotesi è stato realizzato un modello sperimentale di una porzione di vela della Cupola, che ha permesso di verificare i risultati ottenuti con le indagini eseguiti sulla Cupola medesima. Una verifica conclusasi positivamente e che consente di affermare la presenza di materiali ferrosi nella muratura dello strato intermedio.
Nel corso dei secoli, molti infatti pensarono che le tonnellate di pietre e mattoni, posati in forme così leggiadre, fossero tenute insieme da una forza misteriosa, il cui "segreto" aveva seguito Filippo di Ser Brunellesco nell'oltretomba. Altri ritennero, più tardi, di aver trovato la soluzione e balzarono agli onori della cronaca con ambiziose teorie e deduzioni.

Un'altro esimio studioso fiorentino, l'Architetto Massimo Ricci, anch'esso impegnato da più di 30anni sullo studio della cupola, ha in passato ricostruito in scala l'opera maestosa, non ha mai parlato però di cemento armato ne di ferro nelle strutture..
Chi vivrà vedrà..

lunedì 11 gennaio 2010

I "Veterani"

All’inizio avevo capito “Veterani scozzesi”. Certo, erano veterani della IIa Guerra Mondiale, ma britannici : scozzesi, inglesi, gallesi ecc…
L’idea che fossero scozzesi però mi affascinava un po’ di più. La Scozia e le sue leggende. La Scozia e i suoi castelli. Non ne sapevo molto di più : una terra di curiosi signori che, nella maggior parte, indossano una gonna, il Kilt, ed il resto del mondo non sa se sotto indossano altro. Curiosità, si capisce. Ma che infine sia soddisfatta! Eccole le cognizioni sulla Scozia. Ah, c’è dell’altro e mi interessa : Edimburgo ed il suo Festival del Jazz, fra i più importanti del mondo. Una delle ultime esibizioni del Modern Jazz Quartett (MJQ), ha avuto luogo nell’edizione 1991.
Si potrebbe anche parlare del Gemellaggio fra Firenze e Edimburgo : grigio scambio di delegazioni ufficiali e, di tanto in tanto, le vetrine del centro di Firenze zeppo di Bandiere e prodotti di quelle terre.
Poi un giorno, una telefonata. Mi chiama un vecchio amico che, brevità e riservatezza, chiamerò Ezio. “Pronto Franco? Mi servirebbe il tuo aiuto per portare avanti una operazione relativa ad una Delegazione che verrà l’anno prossimo”. Era il 1994 ed a breve sarebbe dunque arrivata una piccola Delegazione per verificare tempi e luoghi, incontrare Sindaci e personalità per le manifestazioni del 50° della fine della Guerra e della Liberazione. L’amico mi informa che una Associazione di Veterani, la “Montecassino Veteran Association” aveva rifiutato l’invito a partecipare a Cassino alle manifestazioni indette per celebrare la fine della guerra, culminanti con una grande rimpatriata di ex combattenti, in un ‘volemose bene’ generico e non condiviso. Era stato contattato da John Clark, un ex sergente, Segretario di tale Associazione, che cercava un luogo alternativo. Non avrebbero sfilato con gli antichi nemici. Mai!
Parve ai Veterani che la Toscana e Firenze in particolare rispondessero al loro interesse, anche per i loro trascorsi rapporti con questi luoghi.
Ecco l’equivoco in cui ero incappato all’inizio: fra questi Veterani la maggior parte erano del Reggimento scozzese “Black Watch”, fra cui il Segretario di cui sopra. Il Reggimento si era immolato per la conquista della quota di Montescalari, fra il Valdarno, il Chianti e Firenze, nei pressi di Figline Valdarno. Cadde il 70% del Reggimento e di questi il 90% dei combattenti, incitati e sospinti dalle loro cornamuse. I sopravvissuti furono poi assegnati ad altre unità oltre l’Appennino. Da allora sulla bandiera di Guerra del Reggimento c’è una parola ricamata :”Montescalari”. Questo vittorioso episodio non è stata l’unica vicenda vissuta dal Reggimento.
Alcuni giorni prima erano arrivati a S. Pancrazio di Bucine, poco dopo l’eccidio in questo borgo e di quello di Civitella della Chiana. Quando entrarono in San Pancrazio, il Sergente Clark in testa, ai soldati si presentò una scena terrificante. Erano avvezzi alle miserie e distruzioni della Guerra : venivano da Salerno ed avevano anche conquistato, decimati, Montecassino con tutto quel che significa. Ma una scena come quella non se l’aspettavano : le donne di San Pancrazio con pochi vecchi - ma vecchi- ed alcuni bambini scampati all’eccidio, stavano scavando ‘La fattoria’ per estrarvi i resti di una 80ina di uomini uccisi uno ad uno, da nazisti e fascisti in ritirata incalzati dagli Alleati.
L’eccidio era stato scatenato per rappresaglia ad un episodio di guerriglia dei Partigiani : 1 a 10!
Al termine dell’eccidio gli assassini hanno sfondato le botti da cui era fuoruscito vino e il deposito di carburante da riscaldamento. I liquidi si erano mischiati ai cadaveri ed il tutto fu minato e fatto esplodere. L’arrivo delle avanguardie col Sergente in testa trovò la gente a scavare fra le macerie ancora fumanti. I soldati aiutarono per due giorni nello scavo. La pietà per i morti ha da sempre legato fraternamente le popolazioni e quell’episodio non ha certo fatto eccezione. Nel breve soggiorno a S. Pancrazio i soldati e questa gente (oramai solo donne e bambini con qualche vecchio- ma vecchio) che neppure si intendevano a parlare, hanno fraternizzato e tenuto corrispondenza ancora per molto tempo dopo. Quando la piccola Delegazione nel 1994 è arrivata a S. Pancrazio a prendere accordi per l’anno venturo, il Sergente Clark si è riconosciuto con Adriana, allora bambina. Il sergente durante i suoi momenti liberi usava sedere su una pietra accanto alla soglia della casa della bimba, appena fuori il paese, alla quale offriva cioccolato ed altro.
La popolazione di S. Pancrazio, al corrente della visita, si era riversata in Piazza davanti alla Fattoria adesso restaurata dove ha sede il Museo che ricorda, fra l’altro, il brutale eccidio del ’44. Quando si sono sentiti la storia e i nomi di Adriana, adesso quasi 60enne e di John quasi 80enne, nessuno e rimasto con gli occhi asciutti.
Francoeffe
(foto : La Copertina del fascicolo)

venerdì 8 gennaio 2010

La Cassaforte

E’ usuale a Firenze scoprire dettagli storici importanti che, con una semplice ricerca, portano alla luce curiosità interessanti, sconosciute perlopiù al grande pubblico ed alla storia popolare.
Intrappolato nello shopping post-natalizio, mi ritrovo a scegliere e provare alcuni vestiti all’interno di un famoso negozio fiorentino.
Noto una poltrona di pelle ben sistemata accanto ad una cassaforte medievale di fine ‘400.
Una cassaforte nella cassaforte. Murata all’interno di uno spesso divisorio di palazzo, una grande vasca in pietra scalpellata fa da sottofondo ad una grande nicchia. All’interno della nicchia un primo sportello in legno massiccio, rivestito in lamina di ferro, “borchiato”, nel quale è incastonato un marchingegno di chiusura, anch’esso in metallo, con una chiave.

Lo sportello principale, anch’esso in legno massello, probabilmente di quercia, poi verniciato, è tempestato di borchie e bulonature. Al suo interno, manovrato da una grande chiave, una serratura d’altri tempi, con rimandi alle soglie della cassaforte, anch’esse in pietra serena, in basso, in alto, a destra e a sinistra.
Il buco della cassaforte, ad un’attenta verifica, si scopre rivestito di lastroni, anch’essi di pietra scalpellata. La cassaforte non è il muro, ma è incastonata nel muro e assemblata in loco con lastre di pietra serena ben lavorata.

Uno sguardo attento mi porta poi a verificare i capitelli delle colonne che reggono le volte delle stanze, ed a notare che ad ogni base, è stata scolpita l’”Aquila dorata che germisce un torsello”.
Non è stato difficile collegare il fatto a che quella stanza facesse parte dell’adiacente (ma probabilmente tutto il palazzo in cui mi trovavo ne faceva parte) Palazzo dell'antica sede dell'Arte di Calmala, con il simbolo della corporazione che ritroviamo dappertutto, sia all’interno che all’esterno dell’edificio.
Riguardo al torsello, si tratta di un pacco di tessuti e stoffe legato da una corda.
L'Arte dei Mercatanti o di Calimala era una delle Arti Maggiori tra le corporazioni di arti e mestieri di Firenze. Il nome deriva da via Calimala, nel centro di Firenze, dove esistevano numerose botteghe dell'Arte.
L’Arte di Calimala fu fondata intorno al 1182, dai mercanti fiorentini che al tempo commerciavano prevalentemente stoffe e drappeggi.
La parola “Calimala” ha ispirato ricerche importanti e sono state formulate alcune ipotesi plausibili sulla propria origine.

Dino Compagni fa risalire il nome al greco “kalos mallos” interpretandolo in “bella lana”, vista la prospicenza e la vicinanza dei magazzini dell’Arte della Lana.
Un’interpretazione più recente è quella dello storico Franco Cardini che fa risalire l’origine a “calle maia”, in pratica la strada principale, quella del Cardo Maximo romano.
Oppure anche dal latino “callis malus”, tradotto volgarmente come strada brutta.

L'Arte di Calimala venne soppressa nel 1770 dal Granduca Pietro Leopoldo di Lorena, quando fu istituita la Camera di Commercio.
I soci di questa Arte importavano le materie prime, come la lana grezza proveniente dall’Inghilterra o dalla penisola iberica (in quanto ritenute le migliori sul mercato), ma anche stoffe e tessuti dalle fiere della Champagne in Francia e per questo detti panni franceschi. I mercanti si riunirono in potenti compagnie commerciali che aprirono diverse filiali e magazzini in molte città europee e del nord Africa; gli agenti dell’Arte di Calimala che vivevano all’estero trattavano perciò anche l’acquisto di merci locali come perle, corallo, oro, argento e seta.
Mi sono quindi immaginato che una cassaforte di questo tipo, potesse essere stata utilizzata per depositi di denaro e pietre preziose, per contenere documenti riferiti agli scambi commerciali del medioevo e del rinascimento fiorentino.
Un mezzo, uno strumento, che ancora oggi avrebbe una sua funzione, fosse altro che per il proprio eccezionale stato di conservazione.
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