lunedì 30 luglio 2012

Stefano Bemer, "vero" artigiano fiorentino

Stefano Bemer è uno dei più emblematici esempi di come si cresce nel contesto cittadino e di come fiorentini non solo si nasce, ma anche si diventa.
Uno dei più autentici artigiani fiorentini, così ben radicato nel tessuto sociale di San Frediano, il quartiere più autentico di Firenze, che ha lasciato una grande eredità; un'azienda che è il frutto di un grandissimo lavoro di grande qualità artigianale e artistica. 
Stefano Bemer apre il primo negozio di riparazioni da autodidatta nel 1983 a Greve in Chianti. Ben presto si trasferisce poi a Firenze e nel 1987 sviluppa, con l’ausilio di un maestro, l’esperienza nella costruzione di scarpe su Misura, completando tale formazione con un corso di disegno e modelleria. La bottega di Bemer è ora un laboratorio artigianale che fa della qualità il proprio obiettivo.
E' la "Bottega fiorentina" che tutti amano. La bottega che, come nel rinascimento, era il fulcro delle attività artistiche e commerciali.
Dopo una lunga malattia Firenze da l'addio a Stefano Bemer, il maestro calzolaio che era grande partecipe della vita di San Frediano. Aveva 48 anni e lascia la moglie e i due figli. Il quartiere di Santo Spirito è in lutto, Bemer aveva anche un ruolo nell'attività sociale e sportiva di questa parte della città. 
Il suo grande amico Alfredo Cozzi dichiara al Corriere fiorentino: «Non si era mai voluto arrendere e aveva una grandissima forza d'animo. Aveva coronato il suo sogno, arrivando a Firenze da Greve. Il nostro cuore è a pezzi». 
Il sindaco di Firenze Matteo Renzi lo ricorda come un grande artigiano parte della vita cittadina:
«Ci lascia prematuramente un uomo che aveva saputo imparare ed incarnare la vera essenza dell’artigiano fiorentino: da Greve alla sua bottega in Oltrarno, con passione, fantasia e spirito imprenditoriale, aveva creato un marchio conosciuto ed apprezzato nel mondo, che faceva onore alla città. Alla sua famiglia il cordoglio dell’amministrazione e dei fiorentini. Mi auguro che la bottega Bemer continui il suo appassionato lavoro e che il suo esempio possa essere seguito dalle generazioni più giovani».

Io lo ricordo come un uomo attento e scrupoloso. Ricordo la via di Camaldoli, così popolare, tipicamente popolare, "illuminata" da questa bottega artigianale. Come nel passato succedeva sempre a Firenze, le botteghe artistiche e artigianali avevano degli allievi. Anche Bemer faceva questo, aveva con se allievi, che poi erano i suoi collaboratori, in particolare dal Giappone. Imparavano il mestiere da uno dei più noti calzolai d’Europa. La sua qualità e professionalità è da sempre dimostrata nella lavorazione del “vero” su misura. Via di Camaldoli è sempre stata la sua vera sede di lavoro, un bellissimo laboratorio, ordinato e profumato da quel mestiere antico come l'uomo che è il fabbricatore di scarpe. Amato da tutto il jet set internazionale, è riuscito a rendere giustizia ad un mestiere da troppi abbandonato.
Ricordo inoltre che nel 2009, insieme a Margherita Hack, Cristina Acidini Luchinat, Athina Cenci, Alessandro Benvenuti, Sebastian Frey, Giampiero Maracchi, Piero Pelù e la Fondazione FILE, Stefano Bemer fu premiato alla tradizionale Cena di San Frediano, del “Torrino d’Oro” il riconoscimento che viene conferito ad illustri personaggi fiorentini che, con il loro impegno professionale, hanno contribuito a diffondere la “fiorentinità” in Italia e nel mondo.
La speranza è quella che l'azienda di Stefano Bemer continui nella sua attività artigianale. Che rimanga così come Lui l'ha costruita e pensata. Che non venga inglobata da qualche multinazionale che ne snaturerebbe la fiorentinità. 
Un grazie a Stefano Bemer e a quanto ha realizzato nel corso della sua breve vita, portando il nome di Firenze, ancora una volta, nelle più alte vette del circuito mondiale dell'arte.






venerdì 27 luglio 2012

Giuliano Vangi - Ancora un'emozione a Firenze

Ho parlato spesso di Giuliano Vangi nel mio blog, sono contento perchè è uno dei miei scultori preferiti e il post sulla scultura di San Giovanni lo dimostra: San Giovanni Battista di Giuliano Vangi.

La Galleria Frediano Farsetti di Firenze espone una serie di opere di Giuliano Vangi che rappresentano la sua produzione più recente, Sono una toccante testimonianza del maturo fulgore della sua creatività, significativa sintesi della sua lunga e felice carriera.
Sono presenti il protagonista di Per non sentire, del 2005, è un uomo nudo, fragile, indifeso, che si porta le mani alle orecchie in un tentativo (forse vano) di autodifesa nei confronti dei mali del mondo.

Lucia - Scultura in legno - Esempio di bellezza
Lucia, del 2008, è una scultura in legno di ebano e bosso, estremamente originale e toccante, in cui il rigore della linea e il forte senso dei volumi, amplificano gli effetti emotivi della spontanea semplicità del gesto della fanciulla, anch’essa nuda e indifesa, timida e impacciata, quasi schiacciata da un mondo invadente e aggressivo.
Stazzema, del 2008, rievoca l’eccidio perpetrato dai soldati nazisti il 12 agosto del 1944: un uomo, straziato dal dolore, tiene tra le braccia un bambino morto, forse il figlio, chiedendosi (chiedendoci) il perché di tanta violenza inutile e gratuita.
Martino, del 2010, unisce il bianco dell’avorio con il bruno del bronzo: Vangi ha spesso creato delle sculture policrome, accostando materiali eterogenei, come bronzo, ceramica, marmo, legno, vetroresina e avorio, non solo come citazione dotta della scultura classica colorata, ma anche come risposta alle sollecitazioni del nostro tempo, così ricco di immagini variopinte. “Utilizzare i colori”, ha detto l’artista, “è per me un gesto istintivo che ho fin da bambino, quando mi cimentavo con qualsiasi materia mi capitasse fra le mani per formare piccole sculture, che poi coloravo. Nel corso della mia maturazione professionale, poi, ho imparato a sfruttare la policromia per ottenere luci e riflessi particolari, per dare profondità dell’immagine e per separare volumi nella continuità di una singola forma.”
Ma l'opera più curiosa e intellettualmente estroversa è il"Veio".

"Veio" - Bronzo su Triumph Tiger 500
La scultura rappresenta un motociclista in bronzo, con un elmo greco (sembra addirittura Spartiato) al posto del casco, in sella ad una vera moto Triumph Tiger 500, che si dirige, lungo una strada lunga poco meno di dodici metri, verso un paesino tranquillo. Il centauro stringe con la mano sinistra il manubrio e tende il braccio destro verso la piccola città sullo sfondo. L’artista ha raddoppiato la mano destra del motociclista per enfatizzare il suo gesto di aggressiva prepotenza e far chiaramente capire agli spettatori la sua volontà di ghermire e possedere la sua preda.
L’evidente (e stridente) contrasto tra il moderno giubbotto in pelle e l’antico elmo sta a significare che la violenza e l’istinto di sopraffazione fanno parte della storia millenaria dell’uomo, dall’antichità a i nostri giorni.
“Ho voluto rappresentare l’uomo aggressore” spiega l’artista “perché il tema è sempre questo, l’uomo con le sue violenze, le dolcezze, ma anche le ricerche piene d’ansia”.Oltre alla monumentale installazione (complessivamente misura cm 182x142x1130), sarà possibile ammirare, nelle sale della Galleria Farsettiarte, una decina di disegni preparatori, alcuni dei quali di grandi dimensioni, che in primo luogo danno l’opportunità di apprezzare le ottime doti di disegnatore di Vangi e poi ci permettono di capire come nascono le sue sculture, dalla prima idea al suo svolgimento, dagli studi dei dettagli all’evoluzione dell’insieme, fino al progetto definitivo.
Considerando la presentazione di vari grandi artisti sull'opera di Vangi, credo che la visita sia davvero da non perdere.

Galleria Frediano Farsetti - Lungarno Guicciardini 21/23 rosso - 50125 Firenze
Tel. +39 055 210107
Dal 22 settembre al 18 novembre 2012
Orario: 10-13.00 14.30-19.30
Ingresso libero
Internet: www.galleriafredianofarsetti.it - Mail: info@galleriafredianofarsetti.it


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mercoledì 25 luglio 2012

Una sera con Benigni e la "sua" Commedia...

Piazza Santa Croce prima dello spettacolo
Una bella sera, quella di ieri in Piazza Santa Croce a Firenze. Una bella serata tutti incantati ad ascoltare un personaggio che ha avuto il grande merito di non limitare se stesso alla comicità spicciola e popolare.
Ha voluto fare di più, ha voluto dare al personaggio "Roberto Benigni", quello spessore che lo ha reso unico anche come regista. Un giorno si è svegliato ed ha pensato: "ma io posso diventare il più grande divulgatore di poesia che c'è in Italia". E quale miglior poema per esserlo che la Commedia scritta da un fiorentino.
Beh, dobbiamo ammetterlo, la macchina organizzativa è ben accordata, casa di produzione, organizzatori e scenografia, particolarmente esaltata dalle luci sulla bellissima facciata della Basilica di Santa Croce, funzionano perfettamente. Un pubblico attento, indirizzato verso la prosa con un preliminare scherzoso e popolare, che lo mette a proprio agio e lo fa sprofondare sulla sedia in una "trans" preparatoria all'atto finale, al vero "clou" dello spettacolo, a quello che è registrato da telecamere volanti e da tradizionali scene televisive.
Siamo all'interno dell'Inferno dantesco, quello che ognuno di noi ha guardato da lontano durante le lezioni scolastiche, quello che tutti amiamo per definizione per amor di patria, ma non per amor di lettere. Chi più chi meno, la Divina Commedia è stato il poema per il quale era necessaria una traduzione dal punto di vista linguistico e interpretativo, quella traduzione che i nostri insegnanti amavano rendere pesante e noiosa. Non generalizzerò più di un po', proprio perché così come Benigni, "cittadino onorario di Firenze" rende la sua conoscenza con ardore e passione viscerale, anche alcuni insegnanti del liceo lavorano con passione e sentimento.
Certo che Benigni, quel "Robertaccio" di passate memorie comuniste, ha un suo modo di interpretare il poema. Lo fa in maniera comprensibile, coinvolgendo il pubblico cercando di inserirlo nella scenografia descritta da Dante e Virgilio, proprio in quei "Canti" che sono poesia descrittiva, che sono una scenografia già scritta, ma che, come dice Benigni, "di un film impossibile da fare".
Su questo nutro dei dubbi. Proprio ieri sera, nella descrizione scenografica del Canto XIV, dove sono puniti coloro che hanno offeso Dio nei vari modi, bestemmiandolo, due sono stati i punti che mi hanno fatto riflettere: il primo nella descrizione della landa desolata e circondata da alberi con pioggia di falde di fuoco, la seconda, questa molto più esplicita, quando immagina un volo di elicottero che stringe l'immagine sulla montagna nell'Isola di Creta di nome Ida, la montagna che servì a Rea, madre di Giove, per nasconderlo dal padre Saturno. Fa gesti da regista, vola con la mente cercando di immaginarsi quel film che a mio parere ha già immaginato di poter girare.
Il momento della declamazione finale
L'impresa sarebbe assolutamente ardua, anche se la conoscenza della Divina Commedia da parte di Benigni nessuno ormai più la mette in dubbio. Pensate che oltre alla passerella di personaggi VIP nelle prime file della platea, numerosi personaggi della cultura e della ricerca scientifica e letteraria si avvicendano su quelle seggiole. Certo, verranno anche a vedere il Benigni comico e divertente delle battute sulla politica, ma in particolar modo credo siano attratti dal metodo divulgativo del poema. Possiamo immaginare la critica silenziosa su una od un'altra interpretazione di una terzina o di un personaggio, possiamo anche immaginare un professore che per anni ha cercato di raccontare ai propri allievi la Divina Commedia, che la conosce perfettamente, che la interpreta necessariamente a suo modo, ritrovarsi ad essere coinvolto dal "ciclone" comico, e spesso anche irriverente del "Genio fiorentino" di Benigni.
Signori, qui siamo di fronte, se qualcuno non se ne fosse accorto nel 2006, quando per la prima volta iniziò l'avventura di Benigni con Dante, a un’eccezionale opera di divulgazione di poesia. Mai in nessun altra occasione la poesia e la prosa ha attratto tanta gente; la formula di "Tutto Dante" funziona davvero e aver sfiorato nel 2007 il Nobel per la letteratura non è stato davvero un caso per il Roberto Benigni che adesso conosciamo.
Questo mio scritto non vuole quindi dare risalto alla satira politica che rende sempre così evidente il personaggio, vorrei che passasse l'idea che Roberto Benigni è un nostro maestro.
Sapete qual è il commento più gettonato alla fine dello spettacolo? "Certo che se a scuola me l'avessero spiegata così, forse mi sarebbe anche piaciuta". Ecco il vero merito di Roberto. Lui rende a tutti un pezzo fondamentale della nostra storia e della nostra letteratura. Un metodo divulgativo che è moderno nella tecnologia ma classico nel rapporto con il pubblico. Un metodo nuovo, per parlare di cultura alle masse. Un sistema per rendere partecipi della bellezza della nostra arte, del nostro passato, della più alta poesia tutti e ognuno; altrimenti lasciata ai ricordi di una formazione basilare e spesso dimenticata.
Grazie a Roberto Benigni per il suo impegno, per la sua passione che ci trasmette con tanto orgoglio e con tanto amore.

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