venerdì 29 ottobre 2010

Fiorentini ciechi e Pisani traditori

L’antica rivalità tra le due città toscane risale alla notte dei tempi. Situazioni politiche di comodo si sono susseguite da sempre a favore prima degli uni e poi degli altri. Beffe, sberleffi, guerre, compromessi, hanno da sempre contrapposto pisani e fiorentini sino a giorni nostri.
Le colonne “affocate” sul lato principale del Battistero di San Giovanni a Firenze raccontano storie di fregature colossali.


La beffa delle colonne di porfido rosso del Battistero di San Giovanni di Firenze, ha fondamento in una storia risalente al 1117 quando i Pisani si imbarcarono alla conquista di Maiorca.
A quel tempo l'isola era in possesso dei saraceni e al momento della partenza Pisa non poteva essere lasciata incustodita per non lasciare spazio alle offese dei lucchesi, sempre pronti a dare battaglia.
Di questo ci racconta il Cavalier Lucantonio Cacciaporci che nel “Compendio della Storia Fiorentina” ci dice: “fecero una grande armata di galee e navi per andare sopra l’Isola di Maiorca...i lucchesi vennero sopra Pisa per prenderla...i pisani presero consiglio di mandare ambasciatori ai fiorentini acciò essi guardassero Pisa..." I Pisani affidarono dunque la custodia della città marinara ai fiorentini.
Tornati vittoriosi da Maiorca, in segno di gratitudine, offrirono all’alleato fiorentino una parte del bottino di guerra. La scelta fu tra due porte di metallo o due colonne di porfido. Le colonne pareva avessero un potere particolare, quello di riflettere il viso di coloro che pur essendo colpevoli, erano ancora impuniti dalla legge. Da questo, con molta probabilità, la scelta delle colonne, che una volta imballate, furono trasportate a Firenze a carico dei pisani. Al momento della rimozione del rivestimento costituito da un panno di colore scarlatto, si constatò che le colonne erano state "affocate", opache dal fuoco. Che i pisani avessero in mente un raggiro o una fregatura?
Queste colonne sono tutt'ora installate nelle pareti esterne del Battistero di Firenze, sono protette da un’intelaiatura e posizionate vicino alla porta principale del Ghiberti. Nel 1424, in occasione di un allagamento della città, si frantumarono a terra e furono poi rimontate, cerchiandole in ferro.
Si racconta anche la storia di un soldato fiorentino che aveva osato disobbedire al bando del comandante delle truppe, che imponeva alle armate di non entrare in Pisa avendo organizzato la protezione all’esterno dei confini della città, “pena la testa”. Il soldato osò disobbedire e non si peritò ad andare in città, ma fu catturato e condannato alla forca.
I pisani impietositi dalla ingenuità del soldato, inviarono influenti cittadini a perorare la sua causa, imponendo inoltre che l’esecuzione capitale non potesse essere effettuata in territorio di Pisa. La Repubblica fiorentina, pur di eseguire la condanna, comprò un pezzo di terreno e qui issò una forca ed eseguì la sentenza.
Un pò per le colonne “rosse foco”, un pò per le rivalità che ancora oggi vengono reiterate tra i due popoli, fu coniato per l’occasione un detto: “fiorentini ciechi e pisani traditori” ed in definitiva, anche se derivanti da una beffa, le colonne sono ancora posizionate nella originale posizione, a prova dell’orgoglio fiorentino per non aver rifiutato il dono dall’antica rivale di terre e di battaglie.

lunedì 25 ottobre 2010

Belvedere della Bella Rosina

Lo storico e spettacolare salotto di Villa della Petraia si apre al pubblico, ma solo per 3 sabati. Un tuffo nell'Ottocento sulle orme di Vittorio Emanuele II .
Questo giardino non l'avete mai visto perché è generalmente chiuso al pubblico. Ecco dunque l'occasione per visitare il romantico Belvedere di Villa della Petraia, dove Vittorio Emanuele II si rilassava con la Bella Rosina dalle fatiche della caccia e da quelle del regno negli anni di Firenze capitale.
Per i prossimi tre sabati (23 e 30 ottobre e 6 novembre) la mostra Preziosi tesori in villa, in corso alla Petraia, si arricchisce dello storico "salotto a guisa di belvedere" con i suoi arredi originali, le grandi vetrate e il panorama mozzafiato sul parco sottostante e su Firenze. L'iniziativa è della Soprintendenza, che gestisce la villa, in collaborazione con l'Ente Cassa di Risparmio di Firenze, che organizza le 5 mostre del circuito Per ville e per giardini (fino al 14 novembre, www.villegiardinifirenze.it) per la serie Piccoli Grandi Musei.
Tra i capolavori in mostra, Preziosi tesori in Villa espone anche una magnifica Incoronazione della Vergine botticelliana insieme a varie opere eccellenti dell'ex Conservatorio delle Montalve.
Le visite al Belvedere sono guidate e gratuite, a gruppi di massimo 15 persone, un'ora per ciascun gruppo, con inizio alle 11 e l'ultima alle 15. Info e prenotazione obbligatoria: Sigma CSC 055.2340742. Meteo permettendo, si potrà visitare anche il giardino.
Per la storia, la Bella Rosina (al secolo Rosa Vercellana) fu moglie morganatica di Vittorio Emanuele II, una formula matrimoniale che non le dava poteri e diritti di una regina, non essendo nata nobile. Fu comunque la prima vera regina d'Italia.
Villa della Petraia fu una delle preferite dal re, che ne personalizzò l'arredo degli interni. Il Belvedere è nell'angolo sud est del cosiddetto piano della figurina, il livello più alto del giardino, ed è un esempio compiuto di architettura ottocentesca, misurata e sobria. I documenti dell'epoca ne mettono in risalto la doppia natura di luogo di riposo e di contemplazione dello spettacolo della natura, elemento caratteristico della sensibilità romantica.

giovedì 21 ottobre 2010

Gregoriano

E’ bastato leggere il luogo per attirare la mia attenzione al manifesto: Basilica di San Miniato al Monte.
Con tutto il rispetto, avessi letto Chiesa dell’Isolotto oppure di San Jacopino, forse non sarei ritornato indietro a leggere il messaggio contenuto: “Concerti di Canto Gregoriano”.
Dunque a uno di questi Concerti, anzi a quello di questa sera, non avendo altri impegni, avrei potuto partecipare. Rientrare a casa e dare il via ai preparativi è stato un tutt’uno.
E’ capitato anche che il parcheggio l’abbia trovato a due passi dalla Basilica, proprio in quella strada che una volta, con gli amici catalani chiamammo ‘ canuttificio’.
I miei amici, brindando dicono: ’salut y forza al canut’, indicando la zona del corpo cui si riferiscono. Siccome in quella stradina al buio, quella sera che ci andammo per ammirare il panorama dalla scalinata della Basilica, (chi non l’ ha mai visto ci vada : potrebbe essere a pagamento più avanti!) c’ era un gran daffare nelle auto ai bordi di questa stradina, tanto da far immaginare un certo lavoro dei tanti ‘canut’ . Da cui ‘canuttificio’.
Dunque il Concerto. Il programma di sala precisava che si sarebbe trattato dell’esecuzione di una Messa da
Requiem in memoria di un benedettino, grande studioso della materia, vissuto a San Miniato.
Intanto il Coro: ’Viri galilei’, un famoso Coro fiorentino che opera da molti anni, con delle voci, maschili e femminili, straordinarie per caratura, intonazione, disciplina, integrazione fra loro. Il modo di cantare il Gregoriano è calmo, pare anche riflessivo, con frasi lunghe che par non finiscano mai, per cui ai coristi non può mancare il fiato. Al termine mi sono molto complimentato con uno dei solisti, un baritono. Ma và?!?
Man mano che il Concerto andava avanti mi tornavano alla memoria episodi di quando ero ragazzo, quando andavo ai Vespri per cantare insieme a don Renzo. Si cantava gregoriano.
Mi sovveniva che durante le funzioni intorno al feretro, c’era Piero Somigli che sorreggendo il Piviale del sacerdote, cantavano insieme – Piero con la sua bella voce da basso sonora e chiara - : ‘…quando-o cie-e-li…., oppure ’in Paradiso’.
Quanti ricordi ed emozioni in un Concerto, specie se eseguito in tale ‘location’ , dove i molti turisti avevano si orecchi per la musica, ma gli occhi girovagavano dalle pareti alla cripta; dal pavimento al pulpito.
Fuori, all’uscita, dalla gradinata lo spettacolo della città già nella penombra con all’orizzonte il rosso-violaceo del dopo tramonto. Un trionfo di luci e colori illuminavano quello della Civiltà!
Francoeffe

martedì 19 ottobre 2010

Nasce oggi a Firenze Marsilio Ficino

Il 19 ottobre 1433 nasce nei pressi di Firenze Marsilio Ficino, grande filosofo italiano, massimo esponente assieme a Nicola Cusano del platonismo rinascimentale. Ficino è tra i dotti voluti da Cosimo de Medici ad arricchire la vita culturale di Firenze. Fondatore ed anima di un cenacolo di artisti dello Accademia Platonica, Ficino traduce in latino la maggior parte dei dialoghi platonici, ma anche Esiodo, Plotino, Proclo, Protagora. Nelle sue opere Ficino argomenta della sostanziale concordanza del platonismo con il cristianesimo. Concepisce l'universo come organismo unitario soggetto agli influssi celesti. L'anima, collegando le cose del cielo e della t erra, compone i movimenti contrastanti dell'universo. Muore nel 1499.

domenica 17 ottobre 2010

Dialogo (vero) tra un fiorentino e un senese su Facebook

Non posso mettere i nomi ne i nickname di questi 2 eccezionali protagonisti del quotidiano discutere e della rivalità toscana. Ma quello che segue è un dialogo avvenuto realmente su Facebook (ma potrebbe essere avvenuto ovunque) sulle differenze di visione, di carattere e di cultura tramandata dai posteri sino ai giorni nostri tra un fiorentino ed un senese.
Ci sono alcune imprecisioni e semplificazioni artistiche e culturali, ma quello che conta è la rivalità e ciò che tra fiorntini e senesi non potremmo mai veder risolto.
Chi conosce luoghi e monumenti che vengono citati e tirati in ballo, comprende come certi stereotipi non scompariranno mai e saranno sempre alla ribalta della cronaca.


Si parla di Palazzo Vecchio:

Guarda che forza massiccia, che dimostrazione di potenza, che esempio di suprema grandezza... peccato sia pura bellezza di un passato che non si è mai più riprodotto.

Stupendo e maestoso. Anche se per eleganza e raffinatezza, preferisco il Palazzo Pubblico di Siena con la stupenda Torre del Mangia.

Mi permetto di contraddirti. A mio gusto Palazzo Vecchio non ha rivali tra i palazzi pubblici mondiali. La Torre del Mangia è più alta e Siena è indubbiamente città splendidamente mantenutasi, ma la compattezza, la linea, la forza, il colore di Palazzo Vecchio ne fanno qualcosa di superiore, di compatto, di non lezioso come un po' il palazzo pubblico di Piazza del Campo è. Diciamo che Palazzo Vecchio sia il maschio e quello di Siena la femmina, peraltro una bella stangona.

Beh, la tua idea di Palazzo Vecchio (maschio) e Palazzo Pubblico (femmina) non mi dispiace del tutto. Rimango però, chiaramente, della mia idea, aggiungendo una cosa: Piazza del Campo di Siena, che per me è la Piazza più bella del Mondo per... effetto scenico (non temere, non voglio togliere niente a Firenze, che è indubbiamente città STRA-stupenda!) ha indubbiamente bisogno di un palazzo civico "lezioso" come dici te. E' il tocco di classe di una piazza geniale, unica, altamente scenica che quando vedi dal vivo, per la prima volta (come successo a me) ti toglie letteralmente il fiato...non mi dimenticherò mai la mia prima volta in cui entrai in quella piazza...fa-vo-lo-so!
Peraltro, Piazza della Signoria e Piazza del Duomo di Firenze sono due tra le mie prime preferite in assoluto....ci mancherebbe!! E questo Palazzo (Palazzo Vecchio) non si discute.

Condivido in pieno l'ammirazione e lo stupore che merita e suscita Piazza del Campo, ma è molto effetto scenico e poca sostanza. La Torre è sproporzionata, bicolore, bellissima ma un po' avulsa dal resto. Poi nella piazza non trovi le opere... d'arte di Piazza della Signoria: la Loggia dei Lanzi contiene capolavori immortali quali il Perseo e il Ratto delle Sabine, in tutta la piazza trovi statue in marmo e in bronzo di grande valore, e il cortiletto d'ingresso di Palazzo Vecchio, sia pur ornatissimo, non ha niente di lezioso. Il Palazzo, poi, stupisce ancor di più perché la piazza non è enorme. Subito accanto gli Uffizi. In Piazza del Campo solo case, una fontana e un missile sulla rampa di lancio...

Ma la dominatrice in Toscana (e non solo) è da sempre Firenze. Mica la piccola e marginale Siena. Ora, io, se fossi fiorentino come te, farei come te. Ossia, vivrei di superbia per la mia storia e la mia superiorità millenaria. Va però... detto che Firenze, nella sua storia di libero comune, fu "piegata", se pur per breve periodo, soltanto dalla piccola Siena. Questo è un dato di fatto storico sul quale non è ammesso revisionismo.
Poi, paragonare firenze (notare la lettera minuscola, ndr) (350.000 abitanti) al gioiellino che è Siena (55.000 abitanti) di cosa sa? E' come Davide contro Golia...Siena, essendo la piccola città che è, ha un patrimonio storico-artistico-culturale e mi permetto di dire CIVILE che non ha pari in Italia e probabilmente nel mondo intero. Il Palazzo Pubblico non va sminuito, non ne vedo il motivo...sai benissimo che le pitture al suo interno sono DIDATTICA per tutti gli alunni di tutti i livelli di scuola e che il patrimonio storico-artistico della città è di Capitale d'Italia in fatto di arte. Il Duomo di Siena non vedo quale inferiorità dovrebbe patire rispetto a quello di Firenze (stupendi entrambi...ma....)...la Torre del Mangia non patisce certo rispetto alla torne di Arnolfo (mettila a sondaggio in Italia e vedi la gente cosa preferisce!) Il pluri-rifatto campanile di Giotto non mi pare molto più bello della torre del Duomo di Siena....
E sai benissimo il culo che vi avrebbero fatto i senesi in fatto di grande cattedrale se non fossero stati colpiti dalla peste...il Duomo attuale, meraviglioso, il più bello d'Italia insieme a quello di Orvieto, sarebbe altro che un transetto del Duomo che pensarono dopo la vittoria di Montaperti...!

Io sono da sempre un grande estimatore di Siena, ho più volte affermato che nella sua conservazione medievale è stata molto più accorta di Firenze, girare per quelle strade è un incanto, un miracolo. Il Duomo di di Siena l'ho sempre stralod...ato, l'ho visto col pavimento scoperto, ed è sicuramente di maggior impatto rispetto a S. Maria del Fiore. Ma quest'ultima è stata depredata: tutti i suoi capolavori sono nel museo accanto, che l'ha spogliata. C'è anche una pietà di Michelangelo. A Siena no... e Donatello, e Verrocchio, e Arnolfo, e... Questi nomi Siena se li sogna. Le lasciamo Duccio e Simone Martini, ma ne abbiamo anche noi. Però se confrontiamo l'architettura delle due cattedrali, ancora Firenze vince: sempre più lezioso lo skyline del Duomo di Siena, e il suo campanile non può reggere in riconoscibilità il confronto con quello di Giotto, unico al mondo. Troppo frastagliate le guglie senesi... La morfologia senese, tutta su colline, piena di saliscendi, ha contribuito a farla restare piccola e quindi meglio conservabile. Firenze, in una conca lasciata in mano a turpi speculatori e a gente senza alcun gusto né storia, ha subìto danni a volte irreparabili, e ciononostante resta superiore ad ogni città al mondo, così come lo è anche la superbia dei fiorentini.

Fine? non si sa, seguirò ancora la loro discussione, se ci saranno novità le pubblicherò!!!

Metrocubo d’Infinito in un Cubo Specchiante di Michelangelo Pistoletto

Un'installazione nel Cortile di Palazzo Strozzi a Firenze porta nuovamente alla ribalta Michelangelo Pistoletto.
Non è un artista nuovo per la città, la statua di Porta Romana è sua ed ha eposto anche al Forte Belvedere nel 1984.
Dal 1 ottobre 2010 al 23 gennaio 2011, il Centro di Cultura Contemporanea Strozzina ha invitato il celebre artista a presentare nel cortile di Palazzo Strozzi la grande installazione "Metrocubo d’Infinito in un Cubo Specchiante".
L’installazione è una struttura cubica ricoperta esternamente di opache lastre in acciaio e all’interno rivestita completamente di specchi. L’opera darà vita a un percorso nel quale il pubblico potrà vivere l’esperienza di un luogo senza limiti, che si estende all’infinito. Al centro dello spazio è collocato il Metrocubo di Infinito (1966), storica opera dell’artista costituita da superfici esternamente opache ma specchianti verso l’interno, facendo giungere al culmine le possibilità di rifrazione. L’opera diviene un luogo laico di raccoglimento spirituale, in cui ciò che ha davvero valore è l’uomo con la sua capacità d’immaginare.
Progetto della Fondazione Palazzo Strozzi, con la partnership di Castello di Ama per l’Arte Contemporanea e in collaborazione con Cittadellarte-Fondazione Pistoletto e Galleria Continua, San Gimignano / Beijing / Le Moulin.

mercoledì 13 ottobre 2010

Luigi Ridolfi Vay da Verrazzano (1896-1958)

Elencare i successi del Marchese Ridolfi potrà sembrare riduttivo rispetto alla “grande attività” che questo grande fiorentino ha fatto per Firenze, per la Toscana e per la nazione.
E’ assolutamente necessario inoltre, proprio per far conoscere l’importanza che ha avuto questo illustre e “nobile” Ridolfi, dettagliare le iniziative, spesso pionieristiche, in particolar modo legate allo sport, che hanno permesso un concreto sviluppo di Firenze e dei fiorentini.
E’ stato uno stimato politico, per tre volte eletto deputato alla Camera (1929, 1934, 1939), fu per più di due anni il riferimento “federalista” di Firenze (1926-1929)., un bravo imprenditore, anche nel settore del commercio e trasformazione del petrolio.
La parte consistente della sua attività di grande dirigente la si riscontra comunque nel settore sportivo. Negli anni Venti si occupò pionieristicamente di sport a tutti i livelli, da quello toscano, nazionale ed internazionale. Fondò l'Associazione Calcio Fiorentina nell’agosto del 1926, contribuì alla fondazione dell'Automobile Club d'Italia di Firenze, fu presidente della FIdAL (Federazione Italiana di Atletica Leggera) per due periodi: dal 1926 al 1942 e dal 1956 al 1958.
Presidente della FIGC (Federazione Italiana Giuoco Calcio) dal 1942 all'8 settembre 1943 e anche della Società Atletica Giglio Rosso con la quale vinse 6 scudetti nei primi anni di attività.
Consigliere nel direttivo della IAAF (International Association of Athletics Federations) e della EAA (European Athletic Association).
Revisore dei conti e membro della giunta del C.O.N.I., fondò con Vittorio Pozzo e presiedette, il settore tecnico della Federcalcio.
Fu il capo della delegazione olimpica italiana alle Olimpiadi di Berlino del 1936.
Fece ristrutturare l'impianto sportivo sul viale Michelangelo, gestito alla data odierna dalla Società ASSI Giglio Rosso. A lui si deve la costruzione dello Stadio Berta, oggi Stadio Artemio Franchi, il Centro Tecnico Federale di Coverciano è opera sua, dove nel qual caso sovvenzionò i lavori quando le casse comunali non avevano capienza.
E’ a lui dedicato a Campo di Marte lo Stadio di atletica, sorto dalla ristrutturazione dell’ex campo militare utilizzato per l’allenamento e l’organizzazione di gare e discipline di atletica leggera.
Fu inoltre un eroe pluridecorato della Grande Guerra vi partecitò ottenendo per meriti bellici ben due medaglie d'argento al valor militare.
Futurista.
Fondatore con Vittorio Gui, ponendo le condizioni della ristrutturazione del Teatro Comunale, del Maggio Musicale Fiorentino, dove ancora oggi ha sede l’istituzione culturale.
La famiglia dei marchesi Ridolfi era una delle più antiche famiglie nobili di Firenze.
Lui, Luigi Ridolfi Vay da Verrazzano nasce al Galluzzo il 7 novembre 1896, erede di una grande famiglia fiorentina, che ha avuto un ruolo fondamentale nella storia di Firenze sin dai suoi albori databili intorno al XIII secolo.
Casata di Toscana, la famiglia dei Ridolfi nella seconda metà del secolo XIII, prese origine da quel Ridolfo che venne da Poppiano a Firenze stabilendosi in oltrarno, proprio in San Frediano dove ancora oggi possiamo riconoscere le sepolture nella chiesa del Carmine.
Due erano i rami della famiglia Ridolfi, quello di Piazza che ebbero possedimenti intorno alla chiesa di San Felice in Piazza, e quello di Ponte che allora non era ancora Vecchio, di coloro che vivevano in Borgo, attuale San Jacopo.
Il ramo della famiglia Ridolfi che ebbe maggior successo fu quello di Piazza.
Gonfalonieri di Giustizia, Priori di Libertà, Senatori del Granducato di Toscana, Deputati del Regno d'Italia.
Titoli di Conti, Marchesi ; Cardinali sono stati i discendenti di Ridolfo fino ad arrivare ai nostri tempi, dove il più recente dei mecenati di Firenze, Luigi, non ha tradito le aspettative.
Famoso fu un Roberto di Paguzzo Ridolfi, che nel 1570 ordì una congiura di seguaci di religione cattolica (la congiura Complotto Ridolfi), per detronizzare la Regina Elisabetta I dal trono d'Inghilterra volendo agevolare l’ascesa al trono di Maria Stuarda di Scozia: complotto fallito.
Un Cosimo Ridolfi fu il fondatore a Pisa della prima Università di agraria del mondo e della Cassa di Risparmio di Firenze.
Luigi Ridolfi muore a Padova il 31 maggio 1958, a lui, alla sua caparbietà, al suo potere ed alla propria influenza si devono numerose infrastrutture ed istituzioni che ancora oggi rendono un servizio alla città ed alla nazione intera. Un fiorentino che amava la propria città, ne è stato protagonista nel suo tempo come tutta la sua famiglia lo è stata nel corso di sette secoli.

sabato 9 ottobre 2010

La Libreria Antiquaria Gonnelli

Fondata ufficialmente nel 1875 la Libreria Antiquaria Gonnelli, è una delle più antiche d'Italia tutt’ora esistenti. Già all'inizio del Novecento, in "bottega" si potevano trovare preziose edizioni e incunaboli e i locali erano frequentati da personaggi quali Gabriele D'Annunzio, Giovanni Papini, Ferdinando Martini, Benedetto Croce e Giuseppe Prezzolino, allora direttore de "La Voce": nomi insigni che si uniscono a quelli di bibliofili illustri come Luigi Passerini o Tammaro de Marinis.
Dipinti di Giovanni Fattori e di altri macchiaioli sono stati in vendita presso la Saletta Gonnelli, attigua alla libreria, particolarmente negli anni in cui Aldo Gonnelli era amico del mercante collezionista Mario Galli e del pittore e scrittore d’arte livornese Mario Borgiotti. Nella Saletta sono state presentate mostre di pittura di varie generazioni di artisti, tra cui Giorgio De Chirico, Primo Conti e Ottone Rosai.
Accanto alle attività di vendita di libri antichi e rari, manoscritti, stampe e disegni, la libreria Gonnelli già dalla fine dell’Ottocento iniziò una propria attività editoriale con pubblicazioni occasionali riguardanti il mondo dell’arte, della cultura e della bibliofilia e che vantò tra le sue prime edizioni il "Dizionario dei pittori" compilato da Angiolo De Gubernatis nel 1892.
Grazie all’iniziativa di Alfiero Manetti, genero di Aldo Gonnelli, la libreria ha intrapreso da circa trent’anni la pubblicazione di due collane editoriali: "Documenti inediti di cultura toscana" e "Papyrologica Florentina" nelle quali vengono divulgate ricerche, frutto del lavoro scientifico di esperti studiosi di varie nazionalità. A queste collane si affiancano ulteriori pubblicazioni di opere interessanti dal punto di vista storico, documentale e artistico, tra le quali i "Quaderni Gonnelli": cataloghi pubblicati in occasione delle mostre di arte e grafica tenute presso la Saletta Gonnelli e i “Carteggi di Filologi”: una collana fondata nel 2002 in collaborazione con l'Università degli Studi di Messina.
Oltre a privati e collezionisti, importanti Istituti Bibliografici rappresentano la clientela di questa libreria di pregio che pubblica circa tre cataloghi l’anno ("Bollettino informativo"), con distribuzione in tutto il mondo e da oggi accessibili in Internet. La Saletta Gonnelli continua la propria attività con raffinate selezioni di opere grafiche e pittoriche, allestite nella cornice di un antico cortile coperto, con portali, colonne e finestre in pietra serena cinquecentesca.

Asta, 9 ottobre ore 11.00 Prima Sessione – ore 15.00 Seconda sessione
10 ottobre ore 11.00 Prima Sessione – ore 15.00 Seconda sessione
Esposizione lotti: dalle 9.00 alle 13 e dalle 15.30 alle 19.00, fino a venerdì 8 ottobre
Catalogo gratuito in Libreria

Per informazioni
GONNELLI CASA D'ASTE
Libreria Antiquaria Gonnelli
Via Ricasoli 6-14r-16r, 50122, Firenze
Tel 055 268279 – Fax 055 2396812

giovedì 7 ottobre 2010

8 ottobre - La "Festa di Santa Reparata" a Firenze

La prima patrona di Firenze, la prima Santa alla quale era dedicata la Cattedrale Fiorentina, le cui vestigia si possono visitare in occasione della Festa di Santa Reparata sotto il Duomo.
Maggiori informazioni qui:

Anticamente a Firenze le feste si celebravano con coscienza e rispetto tanto che, in generale, pur non scegliendole dall'oggi al domani, quando queste si affermavano, rimanevano durevoli nel tempo. Sembra proprio che il popolo fiorentino, dopo aver deciso di festeggiare un dato evento, lo rispettasse con passione in modo duraturo. La nostra città, pertanto, è stata caratterizzata da un notevole patrimonio di tradizioni e feste che l'hanno resa, anche per questo aspetto, un punto di riferimento non solo per i suoi abitanti, ma pure per i turisti che da sempre la visitarono e la visitano.
Fra queste feste, di primaria importanza, è quella celebrata 1'8 ottobre, dedicata a "Santa Reparata vergine e martire, protettrice del popolo fiorentino". Infatti la ricorrenza ha conservato tutto il suo profondo significato laico e religioso, legato a quella santa a cui i fiorentini dedicarono la loro primitiva cattedrale, significato che oggi si vuole ancor più sottolineare con una serie di manifestazioni.
Tutto ebbe origine da un cruento avvenimento storico dopo il quale si ebbe l'affermazione definitiva in Firenze del cristianesimo, religione introdotta principalmente da mercanti dell'Asia Minore che portarono con la fede anche i santi a loro più cari fra cui Reparata, vergine di Cesarea martirizzata nel III secolo.
Nell'anno 406 la città venne sconvolta dovendo subire il suo primo assedio dopo quasi cinquecento anni di storia. Già diversi mesi prima, torme di barbari, provenienti dalle foreste del settentrione, dopo aver oltrepassato le Alpi si erano riversate sulle campagne e sulle città italiane portando ovunque desolazione e morte. L'orda di barbari Ostrogoti, comandati dal Re Radagaiso era, naturalmente, preceduta dalla paura, accompagnata dalla distruzione e, dopo il suo passaggio, dalla fame e dal dolore.
Le popolazioni barbare nomadi scendevano lentamente verso Roma con carri carichi fino all'inverosimile del bottino dei saccheggi e delle razzie che avevano compiuto, sulle ali del terrore, durante il loro tragitto. Impiegarono, perciò, circa nove mesi prima che le loro avanguardie giungessero sotto le mura di Firenze dove, con la solita ferocia, devastarono subito tutta la campagna d'intorno. Quando poi sopraggiunse l'intera torma dei barbari, con l'ingombrante bottino che si trascinava dietro, la città era chiusa e ben preparata alla difesa. Radagaiso la pose sotto assedio nella speranza di arrivare quanto prima a poterla saccheggiare ed oltrepassare, perché ostruiva, di fatto, il passaggio dell'Arno.
Non conoscendo strategie militari e non possedendo neppure macchine per abbattere e scalare le mura, gli Ostrogoti più che assalire la città la circondarono pensando di farla capitolare per fame. Ma l'approvvigionamento, che doveva far crollare subito la difesa fiorentina, mancò assai prima alle orde dei barbari, composte da oltre duecentomila unità fra uomini, donne, vecchi e bambini, accampati in una terra già devastata e priva di raccolti.
Correva un'estate torrida e la sete, oltre alla fame, attanagliò più gli assedianti che gli assediati, sostenuti dalle parole del loro vescovo Zanobi, dalle "preghiere di san Zenobio e dei suoi santi cappellani" (Matteo Villani). Radagaiso decise, quindi, di dividere in tre schiere il suo numeroso esercito, lasciandone una al piano per continuare l'assedio, e le altre due spostandole sulle più fresche colline nei dintorni di Fiesole. La situazione, critica da ambo le parti, era vissuta in città con terrore e sempre più tenui erano le speranze di sopravvivere, nonostante che i fiorentini fossero riusciti a respingere tutti gli attacchi dei nemici.
Un bel giorno d'agosto, dalla cima della collina di San Gaggio, alcuni ragazzi videro arrivare l'esercito romano comandato dal generale Stilicone: era la salvezza ! Corsero come saette a dare la notizia in città, perché la liberazione era prossima. E fu così. Infatti Stilicone impegnò subito gli Ostrogoti che assediavano la città con una minima parte del suo esercito, e fece dislocare il grosso della cavalleria e della fanteria nascondendolo sulle colline di Montorsoli e della Torre a Buiano. Quando Radagaiso seppe dell'attacco dell'esercito romano sferrato contro i suoi nella piana fiorentina, decise di scendere in loro aiuto per la valle del Mugnone, dove venne attaccato e annientato dalle truppe romane. Il nome della località in cui il re barbaro trovò la morte pare sopravvivere nel toponimo Montereggi da "mons regis". Fu una strage: centomila barbari furono uccisi ed i sopravvissuti vennero venduti come schiavi all'irrisorio prezzo delle pecore.
I fiorentini, secondo la storiografia non solo locale, subito attribuirono ad un intervento celeste la serrata di Radagaiso e del suo numeroso esercito "in faesulauos montes" e la facile vittoria romana che avvenne il 23 agosto del 406. Il volere divino aveva le belle sembianze della vergine Reparata che, in base a una leggenda presto sorta, il giorno della battaglia era stata veduta librarsi protettrice sopra Firenze.
La città decise, pertanto, di ricordare la sua liberazione festeggiandola non nel giorno in cui in realtà accadde bensì 1'8 ottobre, giorno dedicato a Santa Reparata, amata dai molti cristiani di origine orientale che si stabilirono a Firenze diffondendone il culto.
Per lungo tempo la storiografia cittadina arriverà perforo a ricordare 1'8 ottobre come il giorno della battaglia legando indissolubilmente l'avvenimento al nome della santa, a cui i fiorentini del V secolo avevano deciso di intitolare la cattedrale che avrebbero eretto, le cui vestigia si leggono al di sotto dell'odierna cattedrale che, a partire dalla sua edificazione nel 1296, andò a inglobare il precedente edificio di culto. L'antica Basilica di Santa Reparata tuttavia, com'è noto, fino al 1354 venne utilizzata per il servizio religioso fintanto che il cantiere dell'erigenda Santa Maria del Fiore lo rese possibile.
Nel corso dei secoli non solo il primo edificio cultuale cittadino mantenne viva la memoria della gloriosa vittoria sui Goti per la miracolosa intercessione di Santa Reparata ma anche, come già accennato, il suo ricordo venne perpetuato dalle cerimonie religiose e popolari che avevano teatro attorno alla cattedrale stessa, dove nel giorno della santa incedevano in processione i fiorentini.
Le cerimonie ad concursum populi erano spettacolari. Un testo del XIII secolo ricorda a noi moderni come nulla venisse lasciato al caso. La Cattedrale di Santa Reparata si presentava agli occhi dei fiorentini non solo splendente per i ceri copiosamente accesi sugli altari e per le luminarie che abbellivano la volta centrale e il coro ma fulgida, rigogliosa per il fasto delle ghirlande di mirto e di alloro che la adornavano in ogni dove, antesignane delle "robbiane" con cui gli uomini della Rinascita avrebbero ornato la cattedrale arnolfiana. Per la facciata del suo edificio, fra l'altro, lo stesso Arnolfo di Cambio scolpì, a chiusura del XIV secolo, la bella e possente effige della santa (attualmente al Museo dell'Opera del Duomo di Firenze).
La novella basilica, di cui Santa Reparata divenne contitolare insieme alla Vergine, ereditò, per così dire, la festa che nel corso dei secoli, per l'aspetto strettamente religioso, era caratterizzata, tenendo fede alle testimonianze degli storici del XVIII e del XIX secolo, dall'intervento di "tutti i Priori, e Rettori delle Chiese della Città", i quali assistevano in coro, dove venivano esposte le reliquie della santa, calla Messa, e Vespro solenne".
Una solenne cerimonia di culto medievale che, attualmente, ritorna a noi per volere dell'Amministrazione Comunale, in concerto con l'Arcivescovado fiorentino, e che ha teatro nelle suggestive rovine della prima cattedrale.
testi tratti da: Festività fiorentine di Luciano Artusi e Anita Valentini
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