venerdì 21 dicembre 2012

Ugo di Toscana, Marchese simbolo di Firenze

Il putto sorregge l'insegna di Ugo di Toscana
Ugo di Tuscia è stato forse, il più grande personaggio pubblico della Firenze dell’Alto Medioevo.
Ugo, detto anche di Toscana, chiamato universalmente “Il Grande”, divenne Marchese di Toscana piuttosto giovane; a circa 20 anni prese il potere e rimase tale per tutta la vita.
Fu Ugo di Toscana che per primo portò la città di Firenze a essere capoluogo della Tuscia. Nominò Firenze capitale di questo grande territorio così vasto e orograficamente diverso e per meglio occuparsi di ciò, trasferì la propria residenza da Lucca, città che fino a quel momento ricopriva detto ruolo, sulle sponde dell’Arno. Fu un grande personaggio. Regnò per circa 30 anni e fu considerato uomo di alta considerazione e levatura.
Il Marchese aveva una particolare predilezione per Firenze, tanto è vero che il Malespini ne parla così: "e a costui piacque la stanza di Toscana, e massimamente nella città di Fiorenza, fececi venire la moglie, e in essa fece suo dimoro”.
Un legame che nel corso degli anni di permanenza in città divenne molto forte, i colori dello stemma del Marchese di Toscana, bianco e rosso, ereditati da un ramo della sua famiglia, quella dei von Brandenburg, sono divenuti da quel momento i colori di Firenze.
I dintorni dell’anno 1000 non erano periodi di grande splendore, la città contava poco più di 3000 abitanti e tutti erano richiusi all’interno delle mura romane.
Saggio governatore, qualità rara nel tempo, fu un regnante laico e potente, lasciò segnali importanti ai fiorentini, che lo ricordarono circa due secoli dopo la sua morte con Dante che nella Divina Commedia lo pose in Paradiso con il nome di “Gran Barone” - XVI, 127-129 e terzina seguente, citandone anche la bellezza dell'insegna della quale accennavamo precedentemente, quel bianco e rosso a strisce verticali che troviamo raffigurate anche negli scudi sulla sua tomba;

Ciascun che de la bella insegna porta
del gran barone il cui nome e 'l cui pregio
la festa di Tommaso riconforta,

da esso ebbe milizia e privilegio;
avvegna che con popol si rauni
oggi colui che la fascia col fregio.

La città di Firenze conserva numerose rappresentazioni o monumenti dedicati al Marchese; nel 1481, nella Badia fiorentina ove Ugo è sepolto, Mino da Fiesole scolpì il monumento funebre; nel 1590, l’immagine di Ugo di Toscana venne dipinta ad olio da un giovanissimo Cristofano Allori; Raffaele Petrucci nel 1618 scolpì la statua con le sembianze del Marchese che venne collocata nel chiostro grande in modo che ognuno potesse ricordarne il fondatore, insieme alla madre, della Badia fiorentina; recentemente è stata a lui intitolata una Piazza a Firenze. 
Il 21 dicembre 1001, giorno in cui anche oggi si commemora la scomparsa, Ugo di Toscana morì. Nacque e mori a Pistoia, ma subito dopo la morte, la sua salma fu trasportata e sepolta a Firenze presso la Badia Fiorentina, che tutt’oggi rimane emblema del Marchese e della famiglia della Tuscia.
E’ proprio la Badia fiorentina che ogni anno torna a essere protagonista e simbolo di Ugo di Toscana, fondatore della Toscana moderna e di Firenze capoluogo, con una commemorazione sia laica che religiosa, elevata come festa ufficiale fiorentina da tutta la comunità.

Foto di Giuseppe Sabella - www.giuseppesabella.it

lunedì 17 dicembre 2012

L'Arcolaio

Un Arcolaio artigianale, tipico della campagna
Ognuno s'immagina il proprio Arcolaio. C'è chi l'ha visto funzionare da piccolo, quando ancora devote e pazienti signore della campagna toscana si dedicavano alla filatura della lana, o anche semplicemente a dipanare matasse di filo, o ancora a ridurre in gomitoli le forniture della filatura per poi usarli come materia prima dell'uncinetto o della maglia fatta con i "ferri".
Una premessa dovuta agli ultracinquantenni, che dalla campagna, ma anche dai salotti della città provengono, dovuta a coloro che hanno vissuto con i propri nonni nella stessa casa, quando ancora si accendeva il focolare e si stava a guardare la fiamma scintillare.
L'Arcolaio è un arnese, spesso di legno, formato da una ruota che gira su un perno. Sulla ruota si metteva la matassa di filato che si dipanava, facendo automaticamente girare l'Arcolaio quando veniva tirato il filo per avvolgerlo in un gomitolo.
Normalmente veniva costruito artigianalmente e quello che vedete in questa foto è il tipico e caratteristico Arcolaio che io riconosco come uscito dalla mia infanzia. Esistono in commercio altre tipologie, anche tornite e più  da oggettistica da regalo che da reale utilizzo.
La locuzione "arcolaio" è divenuta a Firenze, ma anche nelle zone circostanti (sicuramente in Casentino), parte del vernacolo. Non fosse altro che per sostituire un attrezzo altrettanto importante come la trottola.
"Frullare come un'arcolaio"
"Girare come un'arcolaio oppure quanto un arcolaio"

Riporto la definizione dell'Accademia della Crusca per definirne l'utilizzo nel vernacolo fiorentino, assai esplicativa:

"muoversi in continuazione, non star mai fermo; darsi da fare continuamente per procacciarsi il necessario"
e la susseguente risposta di un fiorentino:
"vecchio, vecchio attrezzo - no? - de, che gira, gira dalla mattina alla sera... gira". [...] Quando uno si sposta: "Ho girao com’una trottola!…Quant’un arcolaio"
"Si usa… ancora qui in Sa’ Frediano si usa, sì. Guarda che quello frulla com’un arcolaio, che gira quanto un arcolaio, capito. L’arcolaio l’è quello della lana, mi sembra.. per filare la lana, e giran di continuo, no, per filare la lana, e giran di continuo. E’ gira tanto, quindi, quando si dice a una persona: Guarda quello gira com’un arcolaio e, e, e gira per vedere se fa giornata (R.:cioè?) per vedere se riccatta sordi pe mangiare la, i’giorno (R.: è uno che passa da uno stesso posto?). Sì, e’ gira com’un arcolaio, … si usa ancora questo detto. Andare da tutte le parti".

Altro:
Girare 'n tondo! / Mòvessi di continuo. / Frulla com’ un arcolaio. / Mamma mia, un sta mai fermo, gira com’ un arcolaio. // Girare come un arcolaio, è un termine usato.

La mia nonna mi faceva fare l'Arcolaio quando dipanava le matasse. Lo facevo con le braccia dritte alle quali era infilata la matassa, mentre lei arrotolava il filo in un gomitolo. Lo stesso gomitolo con il quale poi il gatto (Rossino) giocava e con lo stesso filo ricavava un maglione, bello, quello preferito da mia madre.

mercoledì 12 dicembre 2012

Il "Canto di Croce Rossa"

Il Canto di Croce Rossa, già "de' Ricci"
Non si tratta dell'Ente umanitario, si tratta invece di un Canto, particolare parola utilizzata nella toponomastica fiorentina. E' un po' il "cantone", è l'angolo inteso come "spigolo", che si forma sull'incrocio di due vie, il muro di confine quasi sempre ad angolo retto, la "cantonata".
Tra Via del Corso e Via dei Cerchi ai lati di un tabernacolo raffigurante il "Redentore", sono presenti due croci di colore rosso scolpite su lastre di marmo.
Sotto queste strutture una scritta: "Amo chi mi Ama".
In questo luogo, il "Canto di Croce Rossa" appunto, così come cita la lapide toponomastica di marmo bianco di Carrara, aveva luogo un negozio adibito a spezieria. L'Arte degli Speziali infatti, spesso indicava con particolari "Armi della Repubblica" i propri negozi; altra conferma è la Farmacia del Giglio, simbolo per eccellenza della città di Firenze.
Una Croce Rossa quindi, sia da un lato che dall'altro dell'incrocio, pardon; Canto!
La "Spezieria di Croce Rossa" si trovava a pian terreno di una proprietà della famiglia Ricci, ed una delibera datata 1499 cita l'autorizzazione, oltre ad altri permessi, di poter vendere il pane anche al "Canto de' Ricci".
Canto de' Ricci era quindi il nome di questo angolo della Firenze medievale.
A completamento di questo scritto, segnalo che la Crose Rossa in Campo Bianco indicava l'insegna del Popolo. Quando il Capitano del Popolo issava quest'insegna, tutti i 20 ed oltre Gonfaloni della città si mobilitavano all'adunata per essere prondi a difendere la parte Guelfa dagli attacchi Ghibellini.
Un angolo speciale quindi, un luogo che ognuno di noi ha più volte visto, forse guardato e forse per caso scorto da via del Corso. Storie di uomini e di fiorentini si celano dietro piccoli segnali, a volte di grande importanza, che ci indicano ancora una volta il grande passato di Firenze.

venerdì 7 dicembre 2012

Il Burchiello

Domenico di Giovanni detto Il Burchiello
Abbiamo già parlato di Calimala, della provenienza etimologica e delle varie interpretazioni, una di queste pare provenga da “cali mala”, quasi “caìlis ma1us”. Nel Villani si trova riferimento specifico che questa via fu chiamata col nome di via Francesca, perché qui vivevano numerose botteghe di mercanti. Vendevano principalmente panni e stoffe francesi ed in generale esteri al confine alpino.
Qui, in questa via, ebbe la sua bottega il celebre Domenico di Giovanni. Uno dei più nominati e famosi barbieri fiorentini, che come a Firenze da sempre è stata usanza, aveva un soprannome che si è trascinato sino ad oggi: Il Burchiello.
L'ubicazione precisa di questa bottega all'interno di via Calimala non è conosciuta, qualcuno confessa che fosse stata nella Piazza di S. Andrea, come specificato nella Firenze antica e moderna illustrata.
Il Burchiello nella sua bottega aveva due stanze, in una si faceva la barba e nell'altra suonava la chitarra, declamando poesie.
Domenico di Giovanni dunque, meglio noto come il Burchiello, nasce a Firenze nel 1404. Una vecchia ipotesi insinuava l'origine casentinese di Domenico, nato a Bibbiena, e chiamato Michele Leonzi, o Lontri, e spiegando il soprannome con la piccola barca che lo avrebbe portato giovanetto da Bibbiena a Firenze (cosa alquanto effimera e poco credibile), i documenti illustrati da V. Rossi certificano le origini fiorentine del poeta che, nel 1427, risultava avere quattro fratelli maschi, dei quali il maggiore, Domenico era il quinto oltre le tre femmine. Il Gargani invece ci dice che era nato a Pisa e trasferito giovanissimo a Firenze.

La sua poesia, spesso definita assurda, divenne celebre per il suo stile e per il linguaggio paradossale.
La professione di barbiere e come tale risulta iscritto alla Corporazione dei Medici e degli Speziali, la stessa cui era appartenuto anche Dante Alighieri era a nostro parere il modo per sbarcare il lunario, la celebre barberia fu raffigurata nella volta della Galleria degli Uffizi, secondo un progetto di Paolo Giovio, realizzato, secondo il Manni, tra il 1658 e il 1665.
Ma la sua vera passione era la poesia. Si dice fosse un vero e proprio burlone, ma tra uno scherzo e l'altro, la sua bottega era frequentata da un circolo di letterati e artisti come, ad esempio, Leon Battista Alberti. Non amando la politica Medicea, anzi contrastandola, venne esiliato nel 1434 da Cosimo il Vecchio, che all'apparenza governava una Repubblica, ma che in realtà era il vero e proprio signore di Firenze.
Tanto per entrare brevemente all'interno della poesia di Burchiello, detti “Sonetti alla Burchia”, riporto una prima parte di un poema dal quale si evince l'evidente senso distruttivo del linguaggio.

Nominativi fritti, e Mappamondi,
E l'Arca di Noè fra due colonne
Cantavan tutti Chirieleisonne
Per l'influenza de' taglier mal tondi.

Mori di malaria a Roma, dove anche in quel luogo aprì una bottega di Barbiere. Prima però ebbe una vita travagliata e passò qualche anno di galera a Siena condannato per furto.
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