venerdì 30 ottobre 2009

Caravaggio lascia traccia di se..

La sagoma de suo autoritratto si vede nella caraffa del Bacco conservato agli Uffizi.
Caravaggio avrebbe dipinto se stesso all’interno della brocca, alla destra del Bacco, nel dipinto custodito agli Uffizi. La scoperta è stata fatta da restauratori e ricercatori, grazie ad una analisi molto sofisticata del quadro realizzata con una strumentazione all’avanguardia, e sarà presentata domani dal Comitato Nazionale per le Celebrazioni del IV centenario della morte di Caravaggio, in occasione della presentazione del libro "Nuove scoperte sul Caravaggio", edita dalla Fondazione di studi di storia dell’arte Roberto Longhi.
Caravaggio dipinse, all’interno della caraffa, la sagoma di un personaggio in posizione eretta con un braccio sporgente in avanti del quale sono chiaramente distinguibili i lineamenti del volto, in particolare il naso e gli occhi, e il colletto. Oggi, si può dire che il grande pittore fece il proprio autoritratto riflesso nella brocca che aveva davanti e che stava dipingendo. Che il volto di Michelangiolo Merisi da Caravaggio fosse nascosto da qualche parte nel dipinto di Bacco si diceva da tempo. Ma nessuno l’aveva mai documentato. Durante la pulitura di questa tela, nel 1922, Matteo Marangoni disse di aver scorso, riflessa nella brocca di vetro, una testina simile al "Fruttaiolo" o al "Bacco" Borghese, che volle ricollegare alla fisionomia dello stesso Caravaggio, «grandi orbite oculari, naso a base larga e un po' camusa, labbra carnose e semi aperte» ma oggi con un controllo diretto risulta impossibile ritrovarlo: si riesce solo ad intravedere un casco di capelli neri, un accenno di volto, un tocco di bianco per il colletto.
La zona della brocca, come risulta dall’analisi della fluorescenza UV, è interessata da estesi restauri, ma questi non si sovrappongono completamente alla figura. Quello che ha nascosto la sagoma dell’autoritratto, finora, è probabilmente una vernice data su tutte le aree scure del dipinto, durante un vecchio intervento.

martedì 27 ottobre 2009

La Pira: un incontro fortuito

Negli anni ’60 chi si è trovato a passare in Piazza della Signoria, ha trovato talvolta giovani seduti in circolo sulle pietre, in genere studenti o boy-scout, a cantilenare un nome nella speranza che si aprisse qualche finestra di Palazzo Vecchio ed essere ripagati, magari solo con un saluto o un cenno di mano, dal desiderato ed invocato con fare sommesso e discreto. Non ho mai visto Giorgio La Pira, allora Sindaco di Firenze, affacciato a nessuna finestra per ricambiare l’attenzione di cui era destinatario. Tuttavia : “…Giorgio, Giorgio….”.
Negli anni ’70, in un Comune della cintura parigina che sta a Parigi come Scandicci a Firenze, è capitato di conoscere il Vice-Sindaco di questo Comune. Ci siamo incontrati in tre occasioni : la prima sportiva, un Campionato Mondiale di Maratona per Amatori Veterani (atleti di oltre 40 anni), da corrersi nei dintorni sud di Parigi. Ci ricevette nel Palazzo Comunale (una magnifica residenza della famiglia D’Artagnan) e ci mise a disposizione le strutture sportive per gli allenamenti : aveva anche la delega per lo Sport.
La seconda, in occasione della visita della Delegazione Ufficiale del suo Comune. Un giorno telefona :”Hallò, je sui George…., sono a Firenze con mia moglie per la visita di gemellaggio. Ma prima degli incontri ufficiali vorrei, oggi e domani, che mi portassi in giro a conoscere il tuo territorio e Firenze”. George conosceva e parlava benissimo l’italiano. Giovedì e Venerdì di ferie e via!! Girare nei dintorni di Quarrate, Candeli, Capannuccia; per i ‘Colli’ e per Monte Pilli; mostrare loro i panorami dall’Incontro, da Poggio a Luco e dal Bigallo; avvicinarsi al Chianti costeggiando l’Ugolino; visitare le 3 Pievi romaniche e i capolavori della Chiesa di S. Giorgio a Ruballa fu un piacere e ciò contribuì a consolidare l’amicizia, e conoscere, sotto la sua scorza forse protettiva, un uomo sensibile, di vaste esperienze e colto, innamorato dell’Arte e del bello. L’entusiasmo salì alle stelle quando si rese conto degli estesi uliveti che gli rammentavano la sua Tunisia, donde era nato e cresciuto. Sua moglie aspettava l’indomani, la visita a Firenze, per scatenare i suoi entusiasmi. La sera cenammo a casa e dopo, in incognito, ad una festa popolare dove, facendo finta di niente, incontrammo le personalità che due giorni dopo lo avrebbero ricevuto in forma ufficiale. Canti e balli fino a tardi! Prima di rientrare in Hotel, ci riunimmo con altri amici in una casa a mangiare una torta fatta per l’occasione. Ed ancora canti e cori! L’indomani a Firenze visitammo i monumenti soffermandoci alla Torre della Castagna, all’Oratorio di S. Martino, ad Orsanmichele. Palazzo Vecchio, il Duomo e le Basiliche furono per i due ospiti, una magnifica scoperta. A pranzo vollero essere accompagnati in una trattoria popolare, dove speravano di incontrare lavoratori e Artigiani. La scelta fu alquanto facile : nei pressi, anzi a fianco della basilica di Santo Spirito, dopo averla visitata nel suo magnifico e chiaro splendore.
Incontrammo chi si auspicava, i motti e le battute “…fatti un po’ da parte, fa’ posto a questi tre!” mentre si pulisce con uno straccio, i richiami all’oste, la tavola apparecchiata con il pressapochismo sperato, fecero felici gli ospiti che scelsero piatti popolari e gustosi.
Il Sabato mattina riposo : appuntamento all’Hotel per il pranzo. La mamma frisse di tutto : pollo, coniglio, fiori di zucca, patate, melanzane e pomodori verdi. I cugini portarono il vino di’ Brondi, la zia l’insalata fresca : nove a tavola. Dopo pranzo, stipati nella 600 Multipla dei cugini, a prendere un po’ d’aria a Vallombrosa e scolarci qualche bottiglietta dell’Elisir dei Frati. Che c’è di meglio per digerire? Al tempo era di la da pensare “l’etilometro”. La 600 sbuffò assai e ci dovemmo fermare 2 o 3 volte. Sul cancelletto di ingresso all’Abbazia George esclamò : “Professore! Professor La Pira!” Si riconobbero subito. George era stato ‘la’ guardia del Corpo di La Pira durante i colloqui di pace di Parigi, che misero fine alla guerra in Vietnam. Quella con i francesi. Si abbracciarono in una maniera che riesce solo a chi ha condiviso pene e pericoli. Accennarono solo che a Parigi ne avevano passati molti ed in molte situazioni.
Con George ci siamo incontrati ancora nel corso della visita ricambiata in Francia nell’ambito del gemellaggio fra Comuni.
Francoeffe

sabato 24 ottobre 2009

Da Petra a Shawbak. Archeologia di una frontiera



Il frutto dei 20 anni di ricerche della Missione Archeologica dell'Università di Firenze a Shawbak.
me la sono persa...

mercoledì 21 ottobre 2009

La Colonna di San Zanobi

San Zanobi è vissuto nel IV secolo d.C. ed è stato un vescovo di Firenze.
E' il patrono principale dell'arcidiocesi fiorentina, assieme ad Antonino Pierozzi entrambi Santi della Chiesa Cattolica.
Veri e propri miracoli sono attribuiti a "Zenobio" (altro nome che si ritrova nei testi storici) durante il suo vescovado, la risurrezione del figlio di una pellegrina francese, testimoniato anche da una targa presente sulla facciata di Palazzo Valori e Altoviti, è uno dei più emblematici.
A Zanobi è dedicata la Colonna posta lateralmente al Battistero di San Giovanni, davanti alla porta nord. Ha un fusto in granito con sopra un albero in ferro e una croce. La leggenda ci tramanda che al passaggio delle reliquie del santo, che venivano trasferite dalla cattedrale di San Lorenzo a quella di Santa Reparata il 26 gennaio 429, un olmo secco sarebbe miracolosamente rinverdito quando le reliquie ne sfiorarono i rami. Da quel preciso istante cominciarono a spuntare nuove foglie verdi.
Il tronco di quell'albero fu in seguito utilizzato per scolpire un crocifisso che attualmente si trova nella chiesa di San Giovannino dei Cavalieri in via San Gallo. Altre fonti ci tramandano che lo stesso legno fu utilizzato per un dipinto del "Maestro del Bigallo", che raffigura le gesta del San Zanobi nella propria vita vescovile.
La colonna fu eretta in data imprecisata. Abbiamo notizie certe dal 1333 quando fu abbattuta dall'alluvione e successivamente ed immediatamente ricostruita. Sulla stessa colonna di granito vi è un'iscrizione che ricorda la leggenda di San Zanobi.
Negli ultimi anni la colonna è stata "oscurata" da un lunghissimo cantiere edile, molti fiorentini non conoscono il vero significato della colonna e vista la posizione nella quale è collocata, ha più una funzione di delimitazione della zona di traffico con quella pedonale; sono infatti addossate alla stessa colonna le catene di recinzione.
Dal 25 ottobre 2009 Piazza del Duomo e Piazza San Giovanni verranno pedonalizzate interamente, per questo la "Colonna di San Zanobi" tornerà ad essere un punto di attrazione e di aggregazione storico-rievocativa, nonché punto di sosta turistica dei numerosi visitatori del Battistero di San Giovanni Battista.
Un'operazione storico-culturale importante.

martedì 20 ottobre 2009

Concluso il restauro del Laocoonte di Baccio Bandinelli

Concluso il restauro del Laocoonte di Baccio Bandinelli.

Lunedì 19 ottobre 2009 è stato presentato il restauro del Laocoonte di Baccio Bandinelli e dei marmi antichi Ercole Farnese e Cinghiale conservati nella Galleria degli Uffizi di Firenze. Ad un anno circa dall’inizio del cantiere di restauro, lo splendido gruppo marmoreo del Laocoonte, opera di Baccio Bandinelli tra le più suggestive della collezione della Galleria degli Uffizi, si ripresenta oggi in tutta la sua potente vitalità scultorea, quella stessa che l’ha reso nei secoli famoso e ammirato quasi quanto l’originale conservato nei Musei Vaticani.
I lavori di restauro hanno interessato anche i due marmi antichi che gli stanno ai lati nella testata del terzo corridoio, raffiguranti il Cinghiale e l’Ercole Farnese, provenienti dalle collezioni medicee, e sono stati resi possibili grazie al generoso sostegno economico dell’associazione Amici degli Uffizi e dei Friends of Uffizi Gallery Inc., che hanno contribuito all’intera operazione con un finanziamento di 160.000 euro circa.
Durante tutto questo periodo, il cantiere di restauro del Laocoonte è rimasto eccezionalmente ‘aperto’, schermato da pannellature trasparenti, per consentire ai visitatori di seguire lo stato di avanzamento dei lavori.

La storia e il restauro
Le indagini diagnostiche e le puliture successivamente eseguite sull’opera di Bandinelli, hanno permesso di chiarire ulteriormente sia la sua vicenda creativa che quella conservativa, fornendo risultati molto interessanti.
Come sappiamo, Baccio Bandinelli ricevette l’incarico nel 1520, dalla corte pontificia, di realizzare per Francesco I di Francia, una copia dell’originale ellenistico scoperto a Roma sul Colle Oppio, presso le Terme di Tito, il 14 gennaio del1506. L’opera raffigurava il sacerdote troiano che, secondo il racconto di Virgilio, si era opposto all’ingresso a Troia del cavallo di legno lasciato dai Greci di fronte alla città suscitando le ire di Atena e Poseidone. Due serpenti marini lo avvolsero fra le loro spire, uccidendolo insieme ai due figli, e segnando così la distruzione di Troia.
Lo stupore e l’interesse che il ritrovamento del Loacoonte suscitò presso i contemporanei è noto («…Tutta Roma die noctuque concorre a quella casa che li pare el jubileo»). Giuliano da Sangallo e Michelangelo, tra i primi a vederlo, lo identificarono immediatamente con quello di proprietà dell’Imperatore Tito (79-81 d.C.), che Plinio il Vecchio attribuiva agli scultori Agesandro, Atanadoro e Polidoro di Rodi. L’opera contribuì notevolmente a rivoluzionare la percezione dell'arte moderna e non ci fu artista in Roma, anche di passaggio, che mancasse di studiarla.
A Bandinelli fu anche chiesto, come testimoniano le Vite del Vasari, di realizzare in cera il braccio destro mancante del sacerdote della scultura originale. L’artista ebbe la possibilità di lavorare nel Belvedere vaticano, dove il Loacoonte era stato collocato. A meno di un mese dall’incarico, il cartone per l’opera era già pronto. Baccio si ispirò solo formalmente all’originale e, nonostante la disapprovazione di Michelangelo, scelse di utilizzare tre blocchi di marmo. Terminata nel 1525, sotto il papato di Clemente VII, Giulio de’ Medici, la scultura riporta sul piedistallo un rilievo raffigurante l’impresa del papa: una sfera trasparente attraversata da un raggio di sole che va a incendiare un albero retrostante, accompagnata dal motto “Candor illaesus”.
Il Laocoonte di Bandinelli non arrivò mai in Francia; Clemente VII ne fu così entusiasta che lo volle a Firenze, nel giardino di Palazzo Medici, in via Larga. Spostato successivamente nel Casino di San Marco, entrò nella Galleria degli Uffizi nel 1671.
L’incendio che scoppiò il 12 agosto 1762 nel terzo corridoio della Galleria e che ne causò il crollo del tetto, danneggiò pesantemente i marmi esposti tra cui il Laocoonte, frantumandolo in numerosi parti. Già all’epoca fu oggetto di un restauro eseguito dal Traballesi, restauro integrativo che terminò nel 1766.
La superficie del Laocoonte appariva, prima del restauro appena terminato, offuscata da strati di polvere e cera che, se da una parte celavano le vecchie stuccature e le macchie rosse causate dall’incendio, dall’altra ne impedivano una corretta lettura.
Le analisi condotte – documentazione fotografica a fluorescenza UV, calorimetria effettuata su aree selezionate prima durante e dopo la pulitura, spettroscopia in riflettanza mediante fibre ottiche nelle regioni UV-visibile-vicino infrarosso per caratterizzare i materiali, microspia ottica, spettroscopia FT-IR per la caratterizzazione di patine, stuccature ecc. – hanno consentito di effettuare una minuziosa pulitura dell’opera, con l’ausilio del laser, che ha restituito nitidezza e piena leggibilità a questo straordinario gruppo scultoreo.
Insieme al Laocoonte, l’intervento di restauro ha permesso di recuperare la corretta visione e la vibrante plasticità di altre due opere, provenienti dalle collezioni medicee.
La prima è il Cinghiale, probabile copia del I sec. d.C. di un bronzo di epoca ellenistica, che fu a sua volta modello per la celebre opera di Pietro Tacca, eseguita per la fontana del Mercato Nuovo, universalmente nota come il Porcellino. Proprio al fine di stabilire i rapporti di dipendenza fra l’opera seicentesca e il prototipo classico, è stata eseguita una minuziosa comparazione del modellato delle due opere, mettendo così in evidenza, grazie all’elaborazione di una sistematica mappatura digitale, l’apporto creativo del Tacca nella rielaborazione del modello. Anche questa scultura fu gravemente danneggiata dall’incendio del 1762. La pulitura e le stuccature eseguite per ripristinare la continuità della superficie, hanno evidenziato l’eccezionale resa naturalistica di questa “fiera selvaggia” donata a Cosimo I da Pio IV.
La seconda è la copia dell’Ercole Farnese, sempre del I sec. d.C., rappresentato al termine delle proprie fatiche, in atteggiamento di spossatezza e riflessione. Questa copia degli Uffizi è quella che replica con maggior fedeltà il modellato asciutto del perduto archetipo bronzeo, della fine del IV secolo a.C., senza tralasciare l’espressività del volto e della posa. Queste caratteristiche appaiono oggi evidenziate dalla preziosa operazione di pulitura condotta in maniera graduale e differenziata.


Gruppo marmoreo del Laocoonte di Baccio Bandinelli
Galleria degli Uffizi, Terzo Corridoio
Orario: dalle ore 8.15 alle 18.50, lunedì chiuso.
Informazioni: Welcome desk 055/213560 - 055/284034


lunedì 19 ottobre 2009

Nasce oggi Marsilio Ficino

Il 19 ottobre 1433 nasce a Figline Valdarno in provincia di Firenze Marsilio Ficino.
Grande filosofo italiano, massimo esponente assieme a Nicola Cusano del platonismo rinascimentale.
Marsilio Ficino è tra i dotti voluti da Cosimo de Medici ad arricchire la vita culturale di Firenze. Fondatore ed anima di un cenacolo di artisti dell'Accademia Platonica, Ficino traduce in latino la maggior parte dei dialoghi platonici, ma anche Esiodo, Plotino, Proclo, Protagora.
Nelle sue opere Ficino argomenta della sostanziale concordanza del platonismo con il cristianesimo. Concepisce l'universo come organismo unitario soggetto agli influssi celesti. L'anima, collegando le cose del cielo e della terra, compone i movimenti contrastanti dell'universo.
Muore a Careggi, nella villa che Cosimo de' Medici gli aveva donato, il 1 ottobre 1499.
Le sue opere maggiori:
  • El libro dell'amore,
  • De vita, Pordenone,
  • Teologia platonica.
Ecco come potersi avvicinare alla filosofia, escludendo la lettura diretta dei grandi filosofi, un approccio interessante potrebbe essere quello di iniziare dall'opera più importante, i diciotto libri della "Theologia platonica de immortalitate animarum", dedicata a Lorenzo de' Medici.
Una vera impresa. (sempre che conosciate il latino)

venerdì 16 ottobre 2009

Il lungimirante Abate Marucelli

L'Abate Marucelli Francesco era il depositario di un'enorme collezione di testi e manoscritti ed aveva un'idea universale della diffusione della cultura. Mori a Roma nel 1703 con un progetto, quello di trasferire tutti i suoi volumi a Firenze dalla sua libreria privata di via Condotti.
Sognava un'idea avveniristica, quella di dare la possibilità a tutti di poter attingere alla cultura dei testi.
Un suo discendente, Alessandro iniziò questo progetto, dando il via alla costruzione della biblioteca affidando all'architetto Dori la realizzazione.
Scaffali alti e pieni di volumi fino al soffitto, luci soffuse. Costruito nel 1747 la Biblioteca Marucelliana è uno dei più propri esempi di edificio costruito per ospitare una biblioteca, che fu presto ampliata dalla progettazione originaria, per la notevole consistenza in numero di donazioni nei tempi successivi di volumi e documenti storici.

martedì 13 ottobre 2009

Un Coro

(dove c’è gente che canta insieme, c’è civiltà!)
Qualcuno di voi ha mai cantato in un Coro ? No ? Bene. Anzi, male. Dovreste provare.
Cantare in un coro è un po’, con le dovute proporzioni, come salire una vetta in cordata : tutti gli scalatori sono legati alla corda, consapevoli ed impegnati a che nessuno ceda. Gli alpinisti devono fidarsi di chi li precede e di chi li segue. Per rimanere all’esempio proposto ogni Sezione del Coro si deve fidare delle altre : ogni corista è parte di una Sezione; ogni Sezione è parte di una cordata che insieme ‘scalano’ sino alla vetta del pentagramma con le corde vocali. Ogni elemento è come un dente di un ingranaggio basato sella matematica (la musica è matematica!) che, come i numeri, ogni dente dell’ingranaggio deve risultare perfettamente al suo posto perché si possa incastrare con gli altri e alla fine, tirando le somme, si possa chiudere a ‘zero’!
Le varie Sezioni del Coro, che da sole esprimono ben poco – se non niente – quando si uniscono e si fondono ‘cantano’ la melodia che l’armonizzatore ha prima scomposto perché, dopo insieme, risultino comprensibili e piacevoli per tutti. Provare per credere!
Francoeffe

lunedì 12 ottobre 2009

Nasce oggi Eugenio Montale

Uno dei più importanti poeti del '900, il 12 ottobre 1896 nasce a Genova Eugenio Montale.
Trascorre la giovinezza in Liguria a contatto con i più notevoli poeti della regione. Pubblica la raccolta "Ossi di seppia" nel 1925. A Firenze, nel 1927 diventa direttore del Gabinetto Vieusseux, incarico che gli venne tolto nel 1938 per la sua mancata adesione al partito fascista.
Di questo periodo è la racccolta di poesie "Occasioni" e alcune traduzioni (Eliot, Shakespeare) poi riunite nel "Quaderno di traduzioni".
Dopo la guerra lavora nella redazione del "Corriere della Sera" e riprende l'attività poetica solo dopo la morte della moglie. Premio Nobel nel 1975, muore nel 1981.

sabato 10 ottobre 2009

La Massoneria nasce a Firenze? Inglesi o Fiorentini?

Ferdinando Sbigoli, storico italiano di fine ‘800, nel libro Tommaso Crudeli e i "Primi Frammassoni a Firenze" del 1884 ufficializza a Firenze la nascita della massoneria italiana.
La stessa è confermata successivamente, nel 1887 da R. F. Gould in "Storia della Frammassoneria", dove pone all’attenzione una supposizione di esistenza in ragione del ritrovamento di una medaglia datata 1733, data nella quale Lord Sackville avrebbe fondato la prima “Loggia massonica”.
A quella data viene quindi fatto riferimento ufficialmente, per la fondazione della massoneria italiana, ed in particolare a Charles Sackville, Conte di Middlesex, poi Duca di Dorset e da Henry Fox divenuto successivamente Lord Holland, ma mai confermato come co-fondatore.
Ma nella sua opera "La medaglia Sackville" lo scrittore W. J. Chetwode Crawley, commenta che non è ben comprensibile il fatto che i numismatici del tempo facessero risalire la fondazione della massoneria a Firenze nel 1733.

Lo scrittore ci vuole dimostrare che il "Conte di Middlesex" trovò già la “congrega” quando arrivò a Firenze. A prova di questo ci fa porre l’attenzione su alcuni articoli di cronaca di giornali che ci confermano l’esistenza di “Frammassoni” quando si esprimono così in un giornale del 18 luglio 1730: “La società dei frammassoni, ultimamente scoperta a Firenze, fa un gran baccano” ed anche che: “Essendo Sua Altezza nel frattempo deceduta (il Granduca), e dovendogli subentrare il Duca di Lorena, fatto Massone in Inghilterra, può darsi che questa persecuzione non si spinga troppo oltre".
E’ abbastanza naturale, vista la storia internazionale della massoneria, che i fondatori delle congregazioni italiane siano personaggi illustri, e anglosassoni; nella elencazione dei primi personaggi appartenenti alla prima congrega, oltre ai due Lord già citati, si erano aggiunti altri inglesi che vivevano a Firenze o in Italia, in quel periodo storico. Alcuni nomi sono: Lord Robert Montagne, Sir Horace Mann ed altri.
Ma non erano da soli.
Uno di loro, uno dei primi frammassoni di Firenze, se non il primo, fu Antonio Cocchi.
Medico e naturalista, filosofo, antiquario e scrittore in una sua opera ci da alcuni riferimenti, oltretutto in lingua inglese, sulla loggia massonica fiorentina; il diario scritto in sette lingue (italiano, inglese, tedesco, francese, latino, greco ed ebraico), fu pubblicato nel 1928 in un libro dal titolo: "Antonio Cocchi, un erudito del Settecento", ci da alcune prime indicazioni.
Altri scritti del Cocchi, in particolare alcune lettere e pagine di diario, ci fanno comprendere la veridicità della sua opera massonica: 4 agosto 1732: - “ed alla sera io fui ammesso tra i Frammassoni e colà mi trattenni per la cena”. Il Maestro in questa occasione era Sewallis Shirley e non Middlesex. Il 30 settembre 1732 veniva scritto: "A tutti i Fratelli dell’Onorabilissima società dei frammassoni, saluti. Per mezzo di questi segni e dei simboli vi è richiesta la presenza a Villa di Settignano per le ore dodici, oppure alle ore tredici a Maniano da dove in processione regolare, forniti di guanti, grembiuli e di tutto il resto vorrete marciare fino a Fiesole dove, dopo aver esaminato secondo le strette regole massoniche gli edifici, i colonnati e le altre nobili vestigia della nostra Arte edificati nell’antichità dai nostri Fratelli, gli antichi romani, voi farete ritorno a Maniano per il rinfresco. Poscia procederete regolarmente alla Villa di Settignano ove si ordina sia tenuta la loggia.
P.S. A tutto coloro i quali saranno giudicati dalla compagnia inabili al cammino sarà procurato un asino". (questa è bellina)
Si nota quindi in primo luogo che la fondazione della massoneria fiorentina non aveva soltanto “Fratelli” inglesi, il Cocchi ne fece parte ben presto, in secondo luogo i Frammassoni potevano liberamente organizzare processioni, manifestazioni, vestiti con i simboli e abiti massonici ed agire indisturbati senza che vi fosse impedimento alcuno, tranne avere una certa attenzione da parte delle autorità inquisitorie del periodo, che però rimasero soltanto “attenzioni”.

Prima del periodo del Cocchi la massoneria fiorentina ed italiana era esclusivo monopolio degli inglesi, successivamente l’inserimento di personalità illustri del tempo, senatori, medici e alte cariche di governo portarono all’affrancamento del potere massonico dalle personalità anglosassoni. Nel 1737 si trovano nelle liste nuovi nomi come P. Neri, G. Gorani, l’Abate Franceschi, Suarez , forse un gesuita, Rinuccini, Tanucci e Rucellai. Successivamente, quando gli italiani rappresentavano ormai la maggioranza, la lingua della loggia fu cambiata dall’inglese all’italiano.
Ecco che allora, come oggi, la massoneria ritrovava nei suoi personaggi più illustri della società i propri adepti. I “Fratelli" proseguirono nel tempo l’attività, esponendosi e segretandosi. Una casualità, forse, quella che la massoneria italiana partì da Firenze, ma i fiorentini sono da molti secoli abituati ad avere primati che in seguito portano alle conseguenze più disparate. Un primato è un primato.

venerdì 9 ottobre 2009

Hekhalot - Lena Liv

Il Centro per l’arte contemporanea Luigi Pecci in collaborazione con il Tel Aviv Museum of Art presenta la prima mostra personale in un museo italiano dell’artista russo/israeliana Lena Liv.



Dall’evocativo e allo stesso tempo enigmatico titolo Hekhalot.
Il termine è tratto dalla cabala ebraica e fa riferimento ai “palazzi divini” in un percorso mistico tra mondo visibile e invisibile.


Un'esposizione ben realizzata ma seriosa, il passato incombe prepotente nei volti dei personaggi delle opere, una retrospettiva di un'immigrazione non troppo clandestina d'inizio secolo scorso.

orario: tutti i giorni, ore 10.00 – 19.00, chiuso il martedì

giovedì 8 ottobre 2009

Pirateria storica e diritti d'autore

Questo post, come si evince dal titolo, riguarda i diritti d'autore, ma come vedremo, anche di usi e costumi italiani che hanno resistito fino ai tempi odierni.

Felice Le Monnier è stato un grande fiorentino (acquisito) che nato in Francia, si avviò al mestiere di tipografo per punizione. Fu affidato dal padre ad un amico di famiglia che dirigeva una stamperia a Parigi. Costretto a diventare tipografo per castigo, Felice Le Monnier scoprì così, quasi per caso, la propria vocazione. In breve tempo si impadronì di tutti i segreti del mestiere e in pochi anni divenne direttore della tipografia.
In seguito si trasferì a Firenze e non ebbe difficoltà a trovare lavoro. Entrò nella tipografia di Passigli e Borghi. Nel 1837 fondò insieme a Borghi la Felice Le Monnier e C.: è l’origine della storica casa editrice Le Monnier, ancora oggi attiva nell’ambito del gruppo editoriale Mondadori.
La nuova impresa per i primi anni lavorò come semplice tipografia, ma Le Monnier, che nel 1840 aveva raggiunto la piena proprietà di tutta l’azienda, coltivava un progetto ambizioso: diventare editore. Fu così che nel 1841 venne pubblicato il primo libro.

Questa breve premessa per introdurre una prefazione all'edizione di un libro, scritta direttamente da Felice Le Monnier, che descrive in poche parole la situazione che si stava verificando nel nostro paese intorno al 1895.

Riporto integralmente la prefazione:

AGLI ONESTI LETTORI
FELICE LE MONNIER

Pubblicando questo volume, del quale si rende ampiamente ragione nel seguente Avvertimento, mi giova profittare dell'opportunità per far cauti i benevoli che mi hanno incoraggiato finora colla loro approvazione, sulle contraffazioni che di un certo numero di volumi della Biblioteca Nazionale vennero in luce da qualche tempo, in Napoli e altrove. La sfrontatezza di alcuni Editori si è spinta fino a stampare lo stesso mio nome, e la mia cifra, non solo nel frontespizio dei volumi falsificati, ma ancora su quello di opere non uscite mai da' miei torchj. Quantunque l’occhio anche il meno esperto non possa rimanere ingannato da siffatte sconce edizioni, dannose non tanto al mio interesse quanto al mio decoro, credo mio debito il protestare contro questa ladra speculazione, che per sé stessa cadrebbe, ove non le porgesse mano una tal classe di Libraj, i quali, se non sono del pari impudenti, si mostrano non men disonesti. È da sperarsi che la esperienza proverà a tutti i Governi d'Italia, primo fondamento della educazione dei popoli essere il rispetto alla Proprietà, né potersi infondere in essi il sentimento dell'onesto, finché non esistano Leggi che puniscano i contraffattori; i quali, appropriandosi impunemente il frutto delle fatiche altrui, riducono la nobile professione di editore a riprovevole mestiere di trafficante. Firenze, 12 ottobre 1895

Son passati 115 anni, i luoghi e la disonestà sono le stesse...


martedì 6 ottobre 2009

''A Florentine Tragedy'' di Oscar Wilde

Per la prima volta in Italia, la Syracuse University in Florence, la New York University e il British Institute presentano la Compagnia B-15 Arts & Media Uk in "A Florentine Tragedy".
E' un dramma in un atto in versi sciolti trovato ancora in forma di manoscritto dopo la morte di Oscar Wilde.

Oscar Fingal O'Flaherty Wills Wilde (Dublino, 16 ottobre 1854 – Parigi, 30 novembre1900) è stato uno scrittore, poeta e drammaturgo irlandese. Autore dalla scrittura apparentemente semplice e spontanea, con uno stile talora sferzante e impertinente egli voleva risvegliare l'attenzione dei suoi lettori e invitarli alla riflessione. È noto soprattutto per l'uso ripetuto di aforismi e paradossi, per i quali è tuttora spesso citato.

Nel caso di questa opera, l'autore ci propone tre personaggi: il giovane principe Guido Bardi, il mercante Simone e Bianca, moglie di Simone, che si trovano coinvolti in un gioco fatale, simile a quello del gatto con il topo, che li costringe a riconsiderare le loro superficiali valutazioni sulla bellezza, la forza, il commercio e l’estetica.
L’ambientazione nella Firenze dei Medici e mostra tutte le tensioni socio-politiche del tempo nella quale è ambientata.
Lo spettacolo si terrà a Palazzo Davanzati, in via Porta Rossa 13 a Firenze, domenica prossima 11 ottobre alle ore 16 e alle 18.
Produttore: Joel Kaplan
Regista: Rob Cameron (Regents Park Theatre)
Interpreti: Rob Cameron (Guido Bardi)
Elliot Cowan (Simone)
Devon Black (Bianca)
L'ingresso è libero, tuttavia la prenotazione è obbligatoria e si può effettuare scrivendo a lapietra.reply@nyu.edu o telefonando allo 055.5007210

lunedì 5 ottobre 2009

La Ciaccona

Avete letto bene il titolo, senz’altro e senza ombra di dubbio vi è scritto : ‘La Ciaccona’, non la ‘ciacciona’, nel senso credo solo fiorentino, di indicare chi ficca il naso in cose e affari non suoi.
Neppure ‘ciaccola’, nel senso di chiacchiericcio raccolto chissà dove e da chi.
Dunque Ciaccona. Ma ho scritto la Ciaccona, con ciò intendendo che ce ne sia una sola di Ciaccone. In realtà ce ne sono e anche parecchie : ‘Ciaccona’ è un movimento di danza, un ballo insomma, che si praticava nel XVII° secolo, in tutta Europa, particolarmente in quella parte che, con una definizione moderna, oggi si conosce come Germania. Dunque : Ciaccona e Danza.
Per le necessità delle Corti le musiche venivano scritte dai Konzertmeinster, cioè da quei musicisti di un qualche rilievo che, al soldo del Signore, erano incaricati di provvedere alle musiche che in ogni occasione occorrevano a Corte.
Servizi religiosi, ricevimenti e feste; fidanzamenti e matrimoni; ricorrenze liete e non liete, cerimonie di ogni tipo e così via. Fra le danze più richieste ed eseguite perché in voga, c’era la Giga, la Corrente, l’Allemanda e, per l’appunto, la Ciaccona. Solo più avanti si affermò il Minuetto. Basterebbe vedere di quali parti (movimenti) sono formate le Suite e Partite di J.S.Bach per rendersene conto. Una buona parte sono composte solo da danze. Ad es.: la Partita n° 2 in Re minore, BWV 1004 per violino solo è formata da: Allemanda, Corrente, Sarabanda, Giga, Ciaccona.
La Ciaccona. Si, perché quando si dice ‘La Ciaccona’ si intende questa della Partita n° 2. Non è necessario neppure aggiungere in Re minore e per violino solo : questa è ‘La Ciaccona’!
Non è l’unica, ma la più intrigante e famosa. Sembra una scommessa eseguirla. Negli anni passati l’ho potuta ascoltare dal vivo da tre grandissimi esecutori : Arthur Rubinstein al piano e Andres Segovia alla chitarra, al Teatro della Pergola; da Nathan Milstein al Teatro Comunale.
Si abbassano le luci, gli spettatori finiscono di accomodarsi nelle poltrone, mentre il violinista, con l’archetto abbassato e il violino in mano, aspetta il silenzio assoluto mentre si concentra ancora un attimo. Ottenuto il silenzio, imbraccia il violino, alza l’archetto e ‘cede’ il primo accordo al pubblico che trattiene il respiro preso dall’emozione, che cresce con lo svilupparsi della trama musicale, complessa e magicamente affascinante. Chi la conosce la segue godendola mentalmente; chi l’ascolta per la prima volta resta comunque rapito come capitò al sottoscritto, ascoltandola alla radio da Arturo Benedetti Michelangeli nella trascrizione per pianoforte di F. Busoni.
Adesso ho la fortuna di possederne diverse incisioni, dal vivo e da studio : da Segovia, da Rubinstein, da A.B. Michelangeli, da S. Piovesan in una preziosa incisione eseguita con il Guarnieri del Gesù di Genova.
Il suggerimento mi pare ovvio : ascoltatela con l’orecchio del cuore. Cercate di carpirne il messaggio segreto. Lasciatevi rapire da questa musica magnifica.
Francoeffe


domenica 4 ottobre 2009

Moriva oggi il Calendario Giuliano

Non è propriamente una curiosità fiorentina nel senso stretto della parola, ma una data importantissima per la vita dell'umanità e mi è sembrato interessante portarla nuovamente alla ribalta.
Oggi veniva introdotto il calendario gregoriano. Nel 1582 il Papa Gregorio XIII decise di riformare il calendario giuliano, istituito da Giulio Cesare nel 46 a.C., Questo conteneva un errore dovuto alla imprecisa conoscenza della lunghezza dell'anno astronomico. Con il passare del tempo si era verificata una differenza di 10 giorni tra anno solare e anno civile. Gregorio XIII stabilì la soppressione dei giorni in eccesso facendo seguire al 4 ottobre 1582 (giovedì) il 15 ottobre 1582 (venerdì), riportando così la data dell'equinozio di primavera al 21 marzo. Per evitare nuove discordanze, fu deciso di non considerare bisestili gli anni divisibili per 100, tranne quelli divisibili per 400.

venerdì 2 ottobre 2009

Leonardo da Vinci e la Macchina per il Volo

Nel 1506, sul colle fiesolano di Monte Ceceri, Leonardo da Vinci collaudò una delle sue invenzioni più geniali: la Macchina per il Volo.
Tutti i precedenti tentativi di volo umano, che si sappia, erano falliti. Ma Leonardo, dopo anni di sperimentazioni, credeva fortemente nella sua invenzione, ed era convinto di "empire l'universo di stupore" volando sui cieli di Firenze.
Secondo la leggenda, fu Tommaso Masini da Peretola, detto Zoroastro, a collaudare la macchina. Si dice che l'"Uccello" riuscì a planare per oltre mille metri, atterrando bruscamente tra Fiesole e Firenze.
La Macchina del Volo è l'invenzione leonardesca per eccellenza: fondata su una ricerca di analogie tra uomo, animali, aria ed acqua, è una sintesi ideale tra tecnologia e filosofia.
Uscirà prossimamente in tutte le edicole e librerie il DVD su questa particolare invenzione.
Trovate maggiori dettagli sul seguente link:
http://www.mediaframe.it/catalogo_leonardoilvolo.htm

giovedì 1 ottobre 2009

Il "Libraio Fiorentino"

Bernardo di Cenni. Colui che per primo a Firenze applicò l'invenzione della stampa.
Sua la tipografia che nel 1471 iniziò le prime operazioni di stampa in Firenze ed una delle prime in Italia.
Sulla stessa scia nel 1476 anche il convento domenicano di S.Jacopo a Ripoli in Via della Scala.
Iniziò così anche il mestiere di stampatore e quello di libraio.
Una delle prime case tipografiche ed editoriali forono i Giunti, famiglia che ancora oggi guida una casa editrice profiqua e famosa, ed ebbero le loro prime stamperie nei pressi della Badia Fiorentina.
I librai facevano parte dell'Arte dei Medici e degli Speziali sotto il controllo dello Studio Fiorentino che prevedeva lavoratori chiamati "scriptores, correptores, miniatores e ligatores librorum".
Un certo Vespasiano da Bisticci con 40 addetti fornì più di duecento volumi a Cosimo de' Medici che andò a costituire il blocco portante delle biblioteche Medicee.

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