sabato 31 agosto 2013

2 giugno 1946, Firenze si conferma Repubblicana

Il 2 giugno 1946 i fiorentini si confermano un popolo repubblicano. Dopo l'ultima Repubblica Fiorentina del 1530, anche nel voto del referendum tra Repubblica e Monarchia del 1946 i fiorentini si schierano decisamente per la parte repubblicana.
Votano per il referendum istituzionale e per l’Assemblea Costituente con un'affluenza pari all’88.78%. 
Votano per la repubblica 148.763 ottenendo il 63,4%;
Votano per la Monarchia 85.753 che sono il 36,6%.







Per l'Assemblea Costituente:
Democrazia Cristiana 27%;
Partito Comunista 25%;
Partito Socialista 23,5%;
Uomo qualunque 9%;
Partito Liberale 7%;
Partito Repubblicano 3%;
Partito d’Azione 1,8%. 

I fiorentini festeggiano dopo circa 400 anni una nuova Repubblica, che anche se non esclusivamente fiorentina, dona il potere al popolo. I festeggiamenti si svolsero in piazza della Signoria con tutte le autorità cittadine, il Sindaco Pieraccini, se pur dimissionario, resisterà in carica sino alle elezioni amministrative dell'anno successivo.

© Filippo Giovannelli - Riproduzione riservata

giovedì 29 agosto 2013

Bocca degli Abati, il traditore di Firenze

Bocca degli Abati era un nobile fiorentino, di parte Guelfa. Era arruolato nell'esercito di Firenze e partecipò nelle file Guelfe alla Battaglia di Montaperti il 4 settembre del 1260 contro i Ghibellini di Siena e i Ghibellini fuorusciti dalla città capitanati da Farinata degli Uberti.
Esso stesso aveva organizzato una tresca traditoria nei confronti dei Guelfi di Firenze, la sua stessa parte alla quale aveva giurato fedeltà. Proprio per la Battaglia di Montaperti, Bocca degli Abati aveva stretto un accordo segreto con la parte Ghibellina, aveva inoltre a suo fianco la famiglia propria degli Abati e quella dei Della Pressa.
Proprio nel momento più importante della Battaglia, quando sembrava che l'esercito Guelfo di Firenze potesse avere la meglio della compagine Ghibellina, 

"...il traditore di messer Bocca degli Abati, ch'era in sua schiera e presso di lui, colla spada fedì il detto messer Iacopo e tagliogli la mano colla quale tenea la detta insegna, e ivi fu morto di presente." (Villani)

Iacopo de' Pazzi era il portabandiera dei Guelfi e nella sua morte portò con se a terra l'insegna della Parte Guelfa. La cavalleria fiorentina si scoraggiò credendo perduto il vessillo,

"...e ciò fatto, la cavalleria epopolo veggendo abbattuta l'insegna, e così traditi da' loro, e da' Tedeschi sì forte assaliti, in poco d'ora si misono in isconfitta..." (Villani)

Fu un gesto incredibile per i fiorentini Guelfi. Un gesto ricordato nell'eternità. Fu la sconfitta più brutta della gloriosa campagna Guelfa nel territorio toscano. Fu una sconfitta dovuta ad un tradimento e non all'onore delle armi in campo di battaglia.
Queste gesta sono rese eterne da Dante Alighieri nella sua Commedia, (Inf.,XXXII, vv. 73-111). Dante disprezza fortemente Bocca degli Abati e lo colloca fra i traditori della patria.

Per i fiorentini di allora e i fiorentini di ora, la Battglia di Montaperti è una delle note stonate e dolenti che si trascinano ormai da oltre 750 anni. Il tradimento di Bocca degli Abati rimarrà nella storia come uno dei più grandi di tutti i tempi. Ogni qualvolta si ricordano le gesta dei Guelfi e dei Ghibellini, si ricordano le battaglie più grandi e più famose del tempo, Montaperti e Campaldino, una diversa dall'altra, con epilogo uno diverso dall'altro.
Il tradimento di Bocca degli Abati non sarà mai perdonato. 


© Filippo Giovannelli - Riproduzione riservata



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lunedì 26 agosto 2013

La triste storia di Antonio Rinaldeschi


Porzione della tavola dipinta
Un Anonimo fiorentino vissuto all’inizio del XVI secolo ha voluto tramandare la storia di questo nostro concittadino attraverso una tavola dipinta di nove formelle, una specie di storia a fumetti. Pensare che solo in un periodo successivo furono dipinte le scritte che in maniera semplice e sintetica ci raccontano questa storia.
Antonio era figlio di Giovanni Rinaldeschi. Fu condannato a morte nell’estate del 1501 per aver offeso in maniera davvero oltraggiosa, il tabernacolo che era posto sulla porta a sud della Chiesa di Santa Maria degli Alberighi nel quale era dipinta l’Annunciazione della Vergine.
Il periodo storico era molto particolare, si sentiva ancora fortemente l’influsso della politica di Savonarola, e questa grave offesa all’immagine della Madonna fece grande scalpore.
Antonio, l’11 luglio 1501 era molto arrabbiato per aver perso molti soldi al gioco. Esce dall’Osteria del Fico bestemmiando contro la Madonna, pronunciando e articolando gesti inconsulti. In un certo momento della sua arrabbiatura, istigato dal demonio, raccoglie da terra dello sterco di cavallo e lo lancia verso il tabernacolo colpendo l’immagine della Vergine e deturpandola, offendendone il simbolo ed il significato religioso, di fede e devozione.
Antonio viene catturato nel giardino di San Miniato al Monte. Dopo il deprecabile gesto si era reso conto del suo comportamento a dir poco sconveniente e si era nascosto nella Chiesa più lontana dal centro della città. Il pensiero del suo gesto lo aveva reso fragile e non vedendo una soluzione positiva alla sua vita futura, cercò di uccidersi con un coltello, ma non ci riuscì per l’influenza dell’imposizione divina attraverso due angeli che cacciano il demonio.
Antonio fu catturato e trasportato al Bargello e chiuso nelle buie celle in attesa di essere sottoposto all’esame degli Otto di Guardia e Balia.
Rimase in cella circa dieci giorni a pensare alla propria colpa e il 21 luglio fu prelevato dal carcere e condotto al cospetto dei magistrati. Con l’aiuto di un angelo misericordioso, confessò agli Otto le proprie colpe e raccontò le gesta del suo momento d’ira. Lo fece anche confessandosi e ricevette l’assoluzione.
Antonio Rinaldeschi è condannato a morte per impiccagione che, al contrario di molte altre condanne effettuate fuori le mura, viene impiccato alle finestre della parete a nord del Bargello. Prima dell’esecuzione, Antonio Rinaldeschi, già legato chiede la misericordia divina. Due angeli raccolgono la sua anima e la trasportano nell’aldilà

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mercoledì 21 agosto 2013

6 agosto 1288, Firenze abolisce i “Servi della Gleba”

I “servi della gleba” erano i contadini che insieme alle loro famiglie venivano tenuti, dai signori proprietari dei fondi agricoli, ai propri servigi e obbligati alla coltivazione delle loro terre per tutta la vita.
Oltre alla produzione agricola, i "servi della gleba" servivano completamente il padrone e pagavano inoltre le tasse e le gabelle, sulle produzioni e i trasporti anche le Decime.
L'origine della schiavitù contadina si perde nella notte dei tempi, ma molto probabilmente l’imperatore Diocleziano, per evitare l'invasione delle genti campestri all'interno delle città, costrinse i coloni a non abbandonare le campagne e a rimanere nei campi tramandando il mestiere ai loro figli.
La servitù della gleba (zolla) sopravvisse fino al XVI secolo. Fu la città di Bologna che per prima liberò dalla schiavitù i contadini nel 1257. La Repubblica fiorentina se ne occupò pochi anni dopo.
Il 6 agosto 1288 (corrisponde all’anno 1289, secondo il computo moderno) la Repubblica fiorentina compie un passo davvero importante nel panorama politico e civile verso la popolazione di Firenze. La Repubblica, nella politica espansionistica di conquista e sottomissione dei Castelli dei feudatari confinanti, non faceva prigionieri e incitava le popolazioni contadine conquistate a trasferirsi in città. Firenze brulicava di persone indaffarate alla produzione di manufatti, e l'espansione commerciale era, forse, il principale obiettivo della Repubblica.
Le autorità comunali fiorentine con questo atto, vietarono il commercio o la compravendita di coloni e in genere di diritti sulle persone. 

 “...che nessuna persona o ente, di qualunque rango o condizione, ardisca o presuma di vendere, donare, alienare o comunque trasferire sotto un qualche titolo a terzi – si tratti di persone, enti, collettività collegi o capitoli, di qualunque condizione o stato giuridico – coloni, censiti o ascrittizi, fedeli, inquilini, commendati, manenti o servi oppure diritti, angarìe, parangarìe od altre prestazioni, personali o reali, o qualunque altro diritto connesso ad affitti o a livelli o alcuna giurisdizione sopra una collettività, una villa o un castello o sopra singole persone del contado e del districtus di Firenze; e che nessuno possa costituirsi fedele o legarsi con vincolo di fedeltà...”

Tutto questo era valido a partire dal 1288 con la previsione di ammenda ai contravventori dopo la condanna da parte degli Ordinamenti di giustizia. Una delle pene prevedeva una sanzione di 1000 Fiorini e l'annullamento del contratto "ipso jure", cioè automaticamente, senza ulteriore provvedimento giudiziario.
Ma per i contratti precedenti? I contratti che erano stati stipulati precedentemente a questo provvedimento come dovevano essere trattati?
Sempre all'interno della stessa normativa fu previsto che anche tutti i contratti in essere non potessero avere effetto dopo tale data: 

“...e da questo momento si devono considerare abrogati, nulli e privi di valore contratti, alienazioni e concessioni del tipo indicato. […] ...e coloro che avessero costituito oggetto dell’alienazione o concessione, siano liberi e svincolati e abbiano la condizione e lo stato giuridico di libertà.”  

Gli atti che si riferiscono a questo legale provvedimento di abrogazione della servitù della gleba furono pubblicati integralmente negli Statuti del Capitano del Popolo. Così la Repubblica fiorentina dimostrò che l'amministrazione democratica di uno stato poteva essere possibile. Il popolo aveva il potere di eleggere i propri rappresentanti. Le Arti e le Corporazioni erano il mezzo giusto e prolifico di potere amministrativo per una città in continua espansione.
Il 6 agosto diventa quindi una data molto importante per il calendario fiorentino alla quale dovremmo tutti portare rispetto e omaggio per l'importanza dei diritti umani e civili dell'uomo.
Da questo blog esce una proposta, rendere questo giorno una ricorrenza commemorativa della liberazione dalla schiavitù da parte della Firenze repubblicana.

© Filippo Giovannelli - Riproduzione riservata
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venerdì 16 agosto 2013

L'Alchermes, liquore fiorentino

L'Alchermes è un liquore. L'origine del nome è da ricercarsi nella lingua araba, القرمز, al-qirmiz, da cui la parola "verme", cioè un insetto che cresce nel Coccus Bophica. Vicinissimo alla famiglia delle cocciniglie, dopo un procedimento di trasformazione, veniva utilizzato per colorare di vermiglio o cremisi. Essendo commestibile si utilizzava anche per colorazioni alimentari.
A Firenze e dintorni lo conosciamo bene. Molti sono i dolci che hanno come ingrediente questo liquore così particolare.
Con l'invasione araba della Spagna, anche l'alchermes arrivò in Europa e conseguentemente anche in Italia. Non fu un prodotto molto apprezzato, forse non trovando un largo utilizzo, non ebbe particolare rilevanza nelle cucine degli stati del medioevo e del rinascimento.
Solo a Firenze l'alchermes trovò una sua propria e identitaria collocazione. Si diffuse durante il periodo mediceo, era considerato un prodotto particolarmente pregiato e forse con qualche cenno alchemico, anche un “elisir della lunga vita”.
Le ricette tramandate dagli arabi e susseguentemente dagli spagnoli, portarono a numerose variazioni, ma come spesso succedeva in questi casi, erano i frati dei conventi che avevano l'opportunità di produrre su vasta scala prodotti a base alcolica. Erano infatti utilizzati come "medicinali naturali" o essenze mistico-religiose. A Firenze la principale fucina di produzione dell'Alchermes era il convento di Santa Maria Novella che con la sua proverbiale farmacia deteneva il segreto della ricetta.
La leggenda dice che i senesi, acerrimi nemici della città del giglio, riuscirono a rubare le modalità di produzione e la lista degli ingredienti e da qui il liquore si diffuse in tutta Europa.
Era conosciuto come il "liquore de' Medici", da quando in Francia, per merito di Caterina de' Medici, si diffuse nelle cucine reali.
Il fatto che la colorazione dell'Alchermes provenisse da estratto di un insetto, portò in seguito a un più scarso utilizzo del liquore. Oggi è utilizzato nella pasticceria solo per alcuni particolari dolci, tra i quali la Zuppa Inglese.
E' composto da alcol puro, zucchero acqua, cocciniglia, scorza di arancia, acqua di rose e numerose spezie, quali cannella, chiodi di garofano, vaniglia, cardamomo, fiori di anice.
E' un liquore sciropposo, molto dolce, dall'odore gradevole. La gradazione alcolica dell'alchermes si aggira tra i 21-32%
Quello originale dell'Officina Farmaceutica di Santa Maria Novella, ancora prodotto e commercializzato in una bella e caratteristica bottiglia di vetro, risale al XV secolo e la ricetta è stata formulata nel 1743 da Fra' Cosimo Bucelli, all'epoca direttore dell'Officina. Il colore rosso rubino brillante e il gusto caldo e piccante, lo rendono un liquore unico. L'Alkermes è stato riconosciuto prodotto tradizionale della Regione Toscana e viene usato sia come liquore da dessert che come ingrediente nella preparazione di molti dolci. Gradazione alcolica 35% vol.

© Filippo Giovannelli - Riproduzione riservata

lunedì 12 agosto 2013

Il Chianti nel Gelato

Il Chianti dei Colli Fiorentini, una delle più apprezzate DOCG nazionali è diventato anche un gelato. La collaborazione tra la gelateria biologica Edoardo di piazza Duomo e l’azienda Guido Gualandi di Montespertoli trasforma le note armoniche della docg fiorentina in un innovativo sorbetto.
Il sapore armonico, il corpo mai eccessivo e la morbidezza vellutata che arriva con l’affinamento: grazie alle sue caratteristiche il Chianti Colli Fiorentini Docg da questa estate è diventato anche un gusto di gelato. È successo alla gelateria Edoardo, in Piazza del Duomo a Firenze, dove il titolare Andrea Montrucchio ha utilizzato il vino di Firenze per dare vita a un inedito sorbetto.
L’idea nasce dall’incontro tra Montrucchio e Guido Gualandi, titolare dell’omonima azienda vinicola biologica a Montespertoli. Dopo una collaborazione nata con la fornitura di Vinsanto del Chianti Colli Fiorentini Doc per la produzione di zabaione, i titolari della gelateria Edoardo, la prima certificata biologica in Toscana, sono rimasti conquistati dal Montebetti Chianti Colli Fiorentini Docg di Gualandi tanto da decidere di usarlo come ingrediente principale per la loro nuova proposta.
“Nella nostra gelateria abbiamo 18 gusti. Oltre agli ingredienti esclusivamente biologici, puntiamo anche su sapori genuini e ricette ispirate alla nostra tradizione del Piemonte - spiega Montrucchio – il sorbetto Chianti Colli Fiorentini ci consente di aggiungere alla nostra offerta un gusto associato al Chianti e a Firenze, una connotazione più immediata sia per i nostri clienti che per i tanti turisti che entrano nel nostro negozio”.
La realizzazione del sorbetto al Chianti Colli Fiorentini ha richiesto due settimane di sperimentazione per arrivare a un corretto bilanciamento del gusto che richiami in modo fedele il vino. Il risultato è un gelato dal gusto intenso e dal leggero tono rosa-violaceo, pronto a conquistare i visitatori di Firenze e gli amanti del gelato d’autore.

Consorzio Chianti Colli Fiorentini
Viale Belfiore, 9 – 50144 Firenze – Tel 055 3245750 – Fax 0553248245
info@chianti-collifiorentini.it – www.chianti-collifiorentini.it
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