lunedì 29 giugno 2009

Gli Avelli

A Firenze era in uso, fino a non molto tempo indietro, un modo di dire molto particolare per indicare un gran puzzo : “…. senti che avello..”.
Credo che solo i fiorentini comprendano il riferimento all’avello. Per gli altri, ma anche per i fiorentini delle ultime generazioni conviene chiarire a cosa si riferisce il detto.
Il modo di dire decresce nella parlata ed è sempre meno in uso. Chissà quante volte siete passati da via degli Avelli : è quella strada che congiunge piazza dell’Unità Italiana a piazza S. Maria Novella. Ebbene, per chi non lo sapesse, gli avelli sono proprio quegli archetti, tutti decorati, gli uni accanto agli altri in questa strada, sulla facciata della Basilica- 3 per parte- e sul lato destro della sua facciata.
Avello” : arca sepolcrale, tomba”. Così il Devoto-Oli, ed. Selezione dal R.D., 1974. Gli avelli cui si dice, belli e artistici, sono sormontati da un archetto e sui sarcofagi fanno bella mostra di se le insegne di alcune fra le più importanti famiglie fiorentine, patrizie e nobili.
Si riconoscono le insegne dei Pitti, dei Medici, Alberti, Cerchi, Ricasoli, dell’Antella, Mazzei e di molte altre. Ma, il modo di dire da cui sono partito? Eccolo qua! Siccome non tutti i sepolcri erano sigillati al meglio, da questi fuoriuscivano i più maleodoranti fetori. Al tempo la strada non era cosi (abbastanza ) larga: le case erano addossate, quasi a contatto con gli avelli. Poiché il puzzo proveniva da questi, ecco che per indicare un cattivo odore si dice(va) : senti che avello!!”, con buona pace di chi vi ‘risiedeva’.
Francoeffe


domenica 28 giugno 2009

La nuova Giunta Comunale di Renzi per Firenze

Il sindaco di Firenze Matteo Renzi ha presentato la nuova squadra di giunta.

Dopo due giorni dalla proclamazione, ha comunicato la nuova squadra di giunta. Come annunciato gli assessori saranno dieci, cinque donne e cinque uomini. Ecco i nomi.
Dario Nardella, consigliere comunale del Pd, già presidente della commissione consiliare cultura, docente universitario, che assumerà la carica di vicesindaco con delega a sviluppo economico e turismo;
Barbara Cavandoli, consigliere comunale del Pd, dirigente comunale, con delega allo sport;
Elisabetta Cianfanelli, Sinistra per Firenze, già assessore provinciale alla moda, ricercatrice universitaria, con delega a università e ricerca;
Giuliano da Empoli, indipendente, sociologo e scrittore, con delega alla cultura e alla contemporaneità;
Rosa Maria Di Giorgi, consigliere comunale del Pd, già capogruppo in consiglio comunale, docente universitaria, con delega all’istruzione;
Angelo Falchetti, indipendente, fondatore ed ex amministratore delegato di Dada, con delega a bilancio, società partecipate, organizzazione e innovazione;
Claudio Fantoni, consigliere comunale del Pd, corista del Maggio Musicale Fiorentino, con delega alla casa;
Massimo Mattei, consigliere comunale del Pd, già presidente del consiglio provinciale, imprenditore, con delega a mobilità, infrastrutture, opere pubbliche e decoro urbano;
Stefania Saccardi, consigliere comunale del Pd, già assessore a Campi Bisenzio, avvocato, con delega al welfare;
Cristina Scaletti, Idv, medico ricercatore, con delega all’ambiente.
La delega all’urbanistica resta al sindaco Renzi, che entro il 13 luglio presenterà un comitato di esperti per l’impostazione del Piano Strutturale; al sindaco resta anche la delega alla Polizia municipale.
Piero Luigi Vigna sarà consigliere per la sicurezza.

venerdì 26 giugno 2009

Piazza SS. Annunziata

Pietro Tacca, l'artista dell'Annunziata.
Già al centro della Piazza Santissima Annunziata abbiamo la statua equestre in bronzo di Ferdinando I, opera ultima del Giambologna che non riusci a finire e che fu portata a termine dal suo allievo Pietro Tacca nel 1608.
Le due belle fontane in bronzo raffiguranti mostri marini e recentemente restaurate, sono anch'esse opere del Tacca e della sua bottega (1629). All'angolo della piazza con via dei Servi si ammira la facciata in mattoni di Palazzo Budini Gattai (circa 1570) di Bartolomeo Ammannati, oggi sede della Regione. All'angolo con via della Colonna è il Museo Archeologico.
Anche il nuovo Sindaco di Firenze, Matteo Renzi, ha esaltato nel suo discorso dopo la vittoria del ballottaggio le opere d'arte ed i significati di alcuni particolari curiosità presenti in questa piazza.
Ferdinando I, fratello di Francesco ed entrambi Granduchi di Toscana, sul basamento della statua di cui sopra, fece installare una placca in bronzo nella quale sono raffigurate un'Ape Regina circondata da una miriade di api operaie, tanto che diventa un'impresa contarne il numero.
L'Ape Regina stava chiaramente a significarne la Maestà e le operaie la sua corte. Sopra una scritta emblematica MAJESTATE TANTVM.
La leggenda popolare vuole che fosse impossibile contare il numero delle api presenti nella placca, ogni volta che le contiamo viene come risultato un numero diverso.
Era un bel rompicapo che i genitori utilizzavano come obiettivo per concedere ai figli un premio, se avessero saputo contare il numero esatto delle api; un bel modo per dire di NO ai figli esigenti.
Le api sono 91, rimane ancora un dubbio: con o senza l'Ape Regina?


mercoledì 24 giugno 2009

Firenze - Calcio Storico Fiorentino - Oggi la Finale

La Finale a squadre miste sarà comunque un bello spettacolo ricco di tradizione e storia. Oggi 24 giugno, festa del patrono della città, San Giovanni.

A cornice degli incontri, i 530 figuranti del Corteo della Repubblica Fiorentina e lo spettacolo in Piazza Santa Croce dei Bandierai degli Uffizi prima della gara.

lunedì 22 giugno 2009

Santa Maria de' Ricci

Dacchè mondo è mondo, si sa, le birichinate si pagano. A seconda dell’ampiezza delle birichinate, si pagano anche a caro prezzo.
Dei vizi uno dei peggiori è, con l’ozio, il gioco : cattivo consigliere in particolar modo dopo una perdita. Peggiore se la perdita è stata consistente. Deleterio se addirittura il perdente resta in mutande. L’esperienza avrebbe poi insegnato che bere e giocare in un giorno di Luglio, con la massima temperatura estiva, non era consigliabile. Per nessuno. Figurarsi per un perdigiorno, per di più provinciale e ben fornito di denari.
Deve essere andata così ad Antonio Giuseppe Rinaldeschi, figlio di un benestante commerciante di Malmantile. A Fiorenza ci veniva spesso, un po’ per sbrigare malamente alcune faccende per conto del padre, ma soprattutto in cerca di compagnia femminile, per fermarsi alle osterie a bere e giocare. Se fosse sopravvissuto all’ultima scorreria avrebbe avuto di che raccontare ad amici e fors’anche a nipoti. Per molto tempo sarebbe stato invitato a ‘veglia’, nelle case dei vicini e dei curiosi, che avrebbero ascoltato per l’ennesima volta il racconto della sua Avventura : quella con l’a maiuscola. Quando veniva a Fiorenza la sua scarsella era di solito ben fornita : i vizi costano e bisognava saldarne i conti. Ma per questo aspetto non c’erano mai stati problemi : non fu mai perseguito per morosità o debiti. Li saldava ‘sull’unghia’. Finchè ne aveva, di denari.
Il padre lasciava correre per questo suo unico figlio e mal si opponeva alle richieste di denari e cavalcature per venire in città. Il più delle volte vi entrava dalla porta a San Frediano, quella verso ovest, verso Pisa. Scendendo da Malmantile a volte passava dalla Lastra a Signa, altre attraversava l’Arno passando da Signa. Altre volte invece passava dalla Ginestra e dopo essere risalito a Chiesanuova calava dalle Gore e attraversava il popolo del Galluzzo. In questi casi l’allungava, ma era la trovata per farsi vedere dalla Bianca di ser Ricciotto della quale era innamorato non corrisposto. Pare facesse proprio così in quel giorno di Luglio del 1501. Con questo percorso arrivava in città dalla parte di San Gaggio e vi entrava dalla porta Romana. Dopo avere sbrigativamente risolto gli affari che il padre gli aveva affidato, non c’era di meglio che ripararsi in un luogo fresco che conosceva bene : l’Osteria del Fico nel chiasso degli Agolanti, dove avrebbe sicuramente trovato anche combriccola per giocare. Il meriggio pareva non passasse mai tanto era il caldo; la brezza del tramonto stentava a farsi sentire. Meglio decidere di riprendere il viaggio di ritorno quando fosse calato il sole. Meglio ancora sarebbe stato il mattino dopo, partendo di buon’ora.
La sera e la nottata passarono al tavolo da gioco, fra carte, dadi e vino. Al mattino si ritrovò ubriaco e in mutande. Al gioco aveva perduto tutto : soldi, cavallo e vestiti! L’oste gli dette uno straccio, tanto per coprirsi, mentre si avviava verso casa imbestialito per tanta sfortuna. Girava per le strade intorno al Duomo, barcollante, bestemmiante e furente.
Quando gli occhi gli si posarono sullo sterco di cavallo, proprio li per terra, davanti a lui lo raccolse e lo gettò contro un Tabernacolo della Madonna che stava li, nei pressi della torre dei Ricci. “…in faccia alla Madonna….” dicono i verbali. Il gesto non passò inosservato : fu denunciato agli Otto di Balia ed arrestato. A nulla valsero le sue scuse, il pentimento e le suppliche. Il processo si chiuse con una condanna esemplare : morte per impiccagione alle finestre del Palazzo del Bargello, esposto al popolo perché fosse da monito. “…pagò contanti...” questa la sprezzante annotazione sul ‘Libro delle Condannagioni’ Oggi l’immagine originale della Madonna oltraggiata fa bella figura di se sull’altar maggiore della chiesa costruita nel 1508 a spese della famiglia Ricci. La chiesa, in via del Corso, prese il nome di “S. Margherita in S. Maria de’ Ricci’.
Fu ulteriormente ampliata nel 1610 da Gherardo Silvani, con la costruzione del porticato ancora esistente. Della vicenda del Rinaldeschi rimane traccia in un dipinto suddiviso in 9 scene con didascalie, conservato al Museo Stibbert. La copia del quadro è visibile in una cappella sul lato sinistro della chiesa.
Francoeffe

venerdì 19 giugno 2009

PAUL THOREL: RITRATTI

Inaugurata giovedì 18 giugno ore 18 all’Istituto francese di Firenze RITRATTI, la mostra fotografica dell'artista francese PAUL THOREL: 15 opere fotografiche di grande formato (100x200 e 50x100 cm) in bianco e nero ed una serie di miniature (4 x 3 cm) realizzate appositamente per questo evento, che sara’ l’ultimo del quadriennio del direttore Bernard Micaud, che lascia firenze il prossimo luglio dipo 4 anni.

Le foto sono a tecnica mista, lavorate e stampate in digitale su carta fotografica, tecnica che Thorel utilizza da oltre 20 anni. il primo impatto è spiazzante: migliaia di linee sovrapposte che, nella messa a fuoco dell’immagine, fanno emergere volti e di ognuno di questi volti, in un terzo tempo dello sguardo, la specificità di un’espressione.
I volti sono quelli di personaggi più o meno noti che Thorel discretamente ringrazia in coda al bel catalogo (edizioni Polistampa): Marjo Berasategui, Aldo Busi, Enrico Cerchione, Mario Codognato, Guido Costa, Mirta d’Argenzio, Carlo De Rita, Ala Dubini, Anonima Genovese, Giovanni Gorno Tempini, Kathrin Jira, Graziella Lonardi Buontempo, Massimo Minini, Barbara Sallier de la Tour, Alberto Sifola di San Martino, Paolo Stampa, Carlo Starace, Lea Walter.

“In occasione di un soggiorno a Napoli – ricorda Bernard Micaud – ho scoperto l’opera di Paul Thorel e sono rimasto immediatamente affascinato dalla bellezza e dall’originalità del suo lavoro. Ho pensato che lo spazio espositivo dell’Istituto francese avrebbe offerto uno scrigno perfetto per le sue grandi fotografie in bianco e nero, grazie al contrasto tra la bellezza dell’architettura di Michelozzo, il grigio della pietra serena toscana e queste opere, quasi astratte”

“I miei lavori – dice Thorel – sono fotografie a memoria. Tolgo tutti i dettagli naturalistici riconoscibili di un volto, ne elimino la forma; quel che rimane è soltanto l’espressione, è ciò di cui mi ricordo, un’espressione priva degli gli strati superficiali del volto, separata e separabile dalla propria materialità e da ogni carattere somatico”

“Paul Thorel – spiega Guido Costa nel testo critico che accompagna la mostra – lavora esclusivamente, e da sempre, in digitale. Questa scelta gli permette un secondo livello di elaborazione, nata dalla composizione e scomposizione dell’immagine. Proprio l’incrocio di queste due prospettive (quella squisitamente teorica, e quella pratica), avvicina i suoi ritratti più alla pittura che alla fotografia tradizionale, di regola meno sottoposta a manipolazioni così profonde e complesse, permettendogli un’elaborazione dell’immagine analoga per certi versi a quella operata con il pennello, con tanto di sovrapposizioni, velature e pentimenti.”

Artista fotografo di nazionalità Francese nato nel 1956, Paul Thorel, dopo alcuni anni di pittura iniziati nel 1970, seguendo un corso da Carla Accardi a Roma, nel 1979 inizia la sua ricerca sulla creazione di immagini elettroniche all’Institut National de l’Audiovisuel di Parigi. Dal 1982 si dedica al trattamento digitale della fotografia. I suoi lavori sono stati pubblicati su riviste internazionali di fotografia come Aperture, Originale, Zoom, Photographies Magazine e su diversi quotidiani e settimanali italiani. Ha esposto in gallerie e musei francesi, italiani e americani, tra cui la Maison Européenne de la Photographie ed il Palais de Tokyo a Parigi, la Biennale Internazionale della Fotografia di Torino ed il Palazzo Delle Esposizioni a Roma

giovedì 18 giugno 2009

Palazzo Davanzati, visitiamolo di nuovo...

Riapre al pubblico, dopo un lungo e costoso restauro, una vera e propria casa tra le più antiche di Firenze, nel pieno centro storico, scampata alla devastazione dei palazzi antichi all'epoca di Firenze Capitale del Regno d'Italia, Palazzo Davanzati, già museo dal 1956, poi chiuso nel 1995 per motivi di stabilità e che da oggi sarà di nuovo aperto, esempio raro in Italia di tipica dimora medievale.
I lavori di restauro, costato circa cinque milioni di euro, sono stati resi necessari da alcuni problemi strutturali del Palazzo, nato come unione di due case-torri e che nei secoli ha attraversato varie vicissitudini fino a quando fu adibito a museo nel 1910 grazie a Elia Volpi, artista e antiquario cui si deve una prima sistemazione e restauro.
Nel 1956 il Palazzo fu definitivamente trasformato in museo con arredi e oggetti provenienti dai depositi delle gallerie fiorentine e con doni di amatori. Tra le stanze più belle, la sala dei Pappagalli, con pareti decorate a finta tappezzerie, tipica delle dimore signorili della Firenze del XIV e XV secolo, e la camera da letto della Castellana di Vergy, con arredi del Trecento e del Cinquecento. C'e' anche la zona cucina, con antichi strumenti del tempo come calderoni, stadere e catini, a testimoniare la vita quotidiana nella Firenze dei secoli bui.
Il lavoro per la restaurazione è stato illustrato dalla direttrice del museo Rosanna Caterina Proto Pisani e dalle direttrici dei lavori Fulvia Zeuli e Cristina Valenti. Presenti anche Cristina Acidini, soprintendente al polo museale di Firenze e il direttore regionale per i beni culturali della Toscana Mario Lolli Ghetti.
Il Palazzo consta di tre piani, le cantine, scale in pietra e legno, e ha un'altana sistemata con alberi di limone e aranci amari. Lo schema delle stanze si ripete nei tre piani, con la sala madornale, studioli, camere da letto, piccoli bagni. Il museo, è stato spiegato, fu chiuso 14 anni fa perché si aprì improvvisamente una crepa al primo piano. Da lì le successive fasi diagnostiche evidenziarono problemi di stabilità, infiltrazioni, spanciamenti delle pareti. Solo nel 2005 fu di nuovo aperto il primo piano e nel 2007 il secondo, grazie al contributo dell'Ente Cassa di Risparmio di Firenze.

lunedì 15 giugno 2009

UN’ ESPERIENZA di Francoeffe

Pubblico queste parole di Franco, sono le reazioni a caldo di un'emozione, forte, che a vantaggio ed a conferma di chi "VIVE" la vera società fiorentina non potrà mai dimenticare. Grazie Franco.


Finalmente ho fatto l’esperienza che inseguivo da tempo: prendere parte al Corteo Storico del Calcio in Costume. Nel periodo più caldo, la metà di Giugno in occasione della finale 2009 fra gli Azzurri di Santa Croce e i Rossi di Santa Maria Novella, naturalmente farò il tifo per gli Azzurri: Santa Croce è il mio quartiere di nascita e vi ho vissuto fino all’età di 12 anni.

Il Corteo: per due ore sono sfilati per la città i colori dei costumi e delle piume, i personaggi imponenti e solenni nei magnifici abiti rappresentanti il Messo della Signoria, le Arti, le Magistrature e i bandierai con quelle insegne, il Proconsolo, il Magnifico Messere, il Maestri di Campo, il Capitano delle Guardie ed i Maggiori Sergenti delle fanterie, i musici ed i tamburi, le splendide dame come uscite dall’altar maggiore di Santa Maria Novella da dove muove il Corteo e così via, altri ed altri personaggi, che evocano una magnifica storia intrisa di una civiltà che muoveva i suoi primi passi fin dai primi decenni del II° millennio. Tutti dietro al ‘Gonfalone di Firenze’, in cui la città si riconosce, accompagnato dai Mazzieri, dalla scorta e dai trombetti.

Occorrerebbe essere più addentro al meccanismo del Calcio Storico per coglierne maggiori sensazioni e conoscenze, ed io non lo sono. Ma di certo mi ha riempito d’orgoglio il prendere parte ad una rievocazione storica che propone l’altissima civiltà di Firenze e coinvolge fisicamente casate delle più alte nobiltà e patriziato. I nomi sono storici e famosi : Bartolini Salimbeni, Alli Maccarani, Rosselli Del Turco, Gondi tanto per citarne alcuni. Sono casate che hanno preso parte alla vita cittadina ricoprendo, nei tempi, cariche determinanti e delicate. Gli scoppi delle Bombarde hanno fatto volare alti i piccioni; il saluto ‘alla voce’ ed i comandi impartiti al campo, l’orgoglio.

Il “Gridate con me :Viva Fiorenza!” l’ha mandato ancora più in sù!

Francoeffe



La Festa di Santa Barbara

Santa Barbara è la Patrona dei VV. del Fuoco, dell’Arma di Artiglieria, dei Genieri e Trasmettitori, dei Marinai e di quanto usano scoppi e fuoco per il loro lavoro..
Si festeggia il 4 Dicembre. L’ultimo scorso ci sono stati festeggiamenti “plen air” organizzati dai VV. del Fuoco, nella magnifica rinascimentale Piazza della SS. Annunziata disegnata da Filippo Brunelleschi, l’Architetto che ha realizzato fra l’altro, anche quello che i fiorentini chiamano ‘il Cupolone’, cioè la cupola del Duomo di Firenze.
Non c’è errore di genere fra ‘cupola’, che è femminile e ‘cupolone’ nome accrescitivo maschile. I fiorentini usano anche in altri casi questa ‘confusione’ di generi. A Firenze c’è un grande e bellissimo Tabernacolo del ‘400. Fu edificato all’inizio di un viottolo che fra i poderi dei frati Vallombrosani, conduceva alla loro Chiesa di S. Salvi (Saint Sauve o Salvy) Vescovo di Amiens nel VII° secolo. La fondazione di questa chiesa pare si debba ad un fatto prodigioso : due pellegrini francesi intendevano portare in un sacco le reliquie del Santo a Roma. Fermatisi a dormire il luogo chiamato Paratinula, fuori dalle porte di Firenze, sulla via per Roma, al mattino non furono capaci di sollevarlo a causa del suo accresciuto peso. Il segno fu interpretato come la volontà manifesta che le reliquie dovessero restare nei pressi di Firenze. Anche il Vescovo di Fiesole, che accorse, fu d’accordo perché li si edificasse un oratorio dedicato a San Salvi. Sicuramente c’entrava anche l’ammirazione del popolo verso Carlo Magno, dalle cui terre proveniva. Dante, del resto, credeva che dopo la distruzione di Firenze da parte di Attila ‘flagello di Dio’, la città fosse stata ricostruita dall’Imperatore “…dalla grande barba fiorita”. In realtà la città, in stato di profonda decadenza anche per le violente inondazioni cui era sottoposta a causa della mancata regimazione dell’Arno, rifiorì proprio al tempo di Carlo Magno. I proprietari del terreno detto “Paratinula”, Piero di Gherardo e Lando di Teuzzo, nel 1048, ingrandirono l’oratorio trasformandolo in un monastero che affidarono ad una comunità di benedettini, grandi lavoratori e capaci di bonificare le terre circostanti su cui lavoravano per ricavarne sostentamento. Fu affidato infatti alla comunità vallombrosana di San Giovanni Gualberto.
Ma torniamo al tabernacolo.
Splendidamente affrescato da Lorenzo di Bicci : “Madonna in Trono col Bambino, con Angeli e Santi”, a ragione della grandezza dell’immagine sacra, i fiorentini da sempre lo chiamano ‘il Madonnone’.
Di nuovo il femminile di ‘Madonna’ e il maschile di ‘Madonnone’. Così come, per es., i fiorentini definiscono ‘donnone’ una donna grande.
Dunque la Festa di S. Barbara.
Si è svolta in Piazza SS. Annunziata su cui conviene spendere alcune parole come sul centenario Orfanotrofio, adesso Istituto degli Innocenti, fatto costruire dalla Signoria per il ricovero dei ‘gittatelli’ : cioè i bambini abbandonati e ‘gettati’ nella ruota. I loggiati che la circondano erano stati fatti costruire fin dal 1299, per far riparare chi arrivava da fuori Firenze fin dalla sera precedente, per la festività mariana dell’ 8 Settembre. Firenze è una città devotissima alla Madonna. Non solo il ‘Madonnone’, ma anche le centinaia di altri Tabernacoli a Lei dedicati lo attestano. Dunque, i pellegrini arrivando dalle campagne si riparavano sotto i portici, successivamente ridisegnati dal Brunelleschi, portandosi fichi secchi per mangiare. Le donne li portavano anche per vendere e perciò venivano chiamate ‘ficolone’ . Siccome viaggiando di notte c’era bisogno di vedere dove si mettevano i piedi, i fedeli si facevano luce con dei lumi di cera i d’olio riparati dalla carta posti in cima ad una pertica. Questi lumi erano riconosciuti come quelli delle‘ficolone’. Col tempo e l’uso il nome dei lumi si è modificato in ‘Rificolone’.
Ancora adesso la notte del 7 Settembre si celebra la ‘Festa delle Rificolone’, a mente degli antichi lumi facilitanti il percorso dei villici che viaggiavano di notte per venire a confermare l’antica devozione alla Madonna.
La festa di S. Barbara : i VV. del Fuoco avevano messo a disposizione delle Associazioni d’Arma, della Arciconfraternita di Misericordia di Firenze e delle altre Istituzioni benefiche, da loro invitate stante i rapporti di collaborazione, alcuni tavoli che si sono presentati al pubblico colmi di bandierine e souvenir, facili prede dei tanti bambini. I tavoli erano stati decorati con Bandiere e teli dei rispettivi colori con sopra disposti reperti e cimeli, bandierine e cartoline delle Associazioni e di S. Barbara. Questo materiale è stato offerto ai cittadini e soprattutto ai bambini, accorsi a classi intere a guardare gli esercizi dei VV. del Fuoco che si sono esibiti in esercizi e acrobazie con scale e mezzi meccanici. Intorno al tavolo dell’Associazione Artiglieri erano sistemati i Labari della Sezione di Firenze e della Delegazione Regionale decorati di Medaglie d’Oro al V.M., oltre all’immagine della Santa ed altre foto riguardanti i ‘pezzi artigliereschi’.
Sopra un cavalletto faceva bella mostra di se il Progetto del “Monumento agli Artiglieri”, firmato dall’Architetta Nausikaa M. Rahmati che il prossimo15 Giugno sarà inaugurato nel Cimitero di Trespiano in Firenze.
Al termine un ‘Buffet’ caldo e freddo, ha rifocillato i presenti dopo alcune ore di esposizione alla temperatura di 1°.


mercoledì 10 giugno 2009

La Palla, il Calcio e gli Otto.

Siamo a Giugno e a Firenze è il mese di San Giovanni Battista, patrono della città ed è anche il mese del Calcio Storico Fiorentino la cui partita principale, la finale, si gioca proprio il 24 giugno.
Non tutti sanno però che il “giuoco della palla” a Firenze è da sempre il gioco principale per il divertimento di adulti e piccini.
Fin dai primi anni delle lotte Guelfe e Ghibelline, le strade, i borghi e le facciate dei palazzi storici fiorentini erano teatro di numerose attività ricreative. In particolare il “giuoco della palla” era da sempre quello preferito.
I rumori e le grida che si sollevavano per la gioia stessa del divertimento, portò ben presto a colpevolizzare i ragazzi che giocavano in strada di molestie e la Signoria fiorentina venne sollecitata a porre rimedio agli schiamazzi. Fu allora affidata la risoluzione al Magistrato degli Otto di Guardia e Balìa.
Il Magistrato degli Otto di Guardia e Balìa venne istituito nel 1375, allo scopo di vigilare sulla tranquillità e la sicurezza degli abitanti della città e del contado, per questo gli furono affidate funzioni di polizia.
"Otto" perché era composto dallo stesso numero di Ufficiali, che venivano nominati due per quartiere; "Guardia" proprio per la funzione alla quale erano chiamati; dovevano vigilare sull’ordine, la decenza ed il quieto vivere in tutto il territorio cittadino e del dominio fiorentino; "Balìa" dall’autorità di ricercare e catturare i violatori della legge, i ribelli, i delinquenti comuni e di sottoporli alle torture e di condannarli a qualunque pena con processi dallo stesso tribunale degli Otto, le cui sentenze erano inappellabili.
Il Magistrato vietò quindi il gioco della palla; emise numerosi bandi, applicando sui muri dei luoghi individuati ed in bella vista, dei "manifesti", in questo caso di pietra, che ordinavano il divieto di giocare a palla in quei luoghi, la vigilanza era inoltre affidata ai sergenti degli Otto di Guardia e Balia, gli attuali nostri poliziotti di quartiere o vigili urbani.
Testualmente: “non giuocare a palla sotto pene rigorose riservate ai contravventori” ciò che era scolpito nei bandi appesi ai palazzi.

giovedì 4 giugno 2009

San Pancrazio e la "Porta Occidentalis"

Terzo importante contributo di Francoeffe

Nella terza cerchia di mura, in fondo a quella che oggi è via Strozzi, si apriva una porta che in epoca Carolingia si chiamava “Porta occidentalis’, essendo questa rivolta verso ovest. Gli antichi fiorentini però la ribattezzarono col nome storpiato del Santo cui era dedicata la piccola chiesa.
L’ antica ‘Porta occidentalis’ fu chiamata ‘Porta San Pancrazio’, anzi – in dialetto fiorentino- San Brancrazio. Dalla porta partiva una strada (l’attuale via della Spada) che conduceva alla chiesa e monastero di San Pancrazio – a quel tempo fuor dalle mura-, attorno a cui si era sviluppato un nutrito borgo.
Quando, al riparo delle mura, il borgo si estese assumendo il rango di sestiere, la sua insegna divenne due branche rosse di leone, derivate dal nome storpiato del santo : “San Brancrazio con la insegna della branca di leone per lo nome”. Il monastero fu edificato intorno al 1150 per le benedettine di Sant’Ellero (cioè di Sant’Ilario ndr). Era stata Itta, l’abbadessa di Sant’Ellero, a donare il bosco di Vallombrosa a San Giovanni Gualberto. Papa Alessandro IV assegnò , nel 1235, tutto il complesso all’Ordine dei Vallombrosani, nel frattempo diffusi e assai seguiti nella città di Firenze. Successivamente la chiesa fu ampliata intorno al 1300 in stile gotico come la vicina Santa Maria Novella. Nel quattrocento il nuovo ampliamento in stile rinascimentale fu attribuito in un primo tempo a Leon Battista Alberti, l’architetto che aveva costruito per la potente e ricchissima famiglia Rucellai un palazzo nei dintorni.
I Rucellai erano con i Federighi fra i più importanti patroni della chiesa. Nel 1078 la contessa Matilde realizzò una nuova cerchia, più ampia delle precedenti e maggiormente consistente, a protezione delle possibili incursioni di cavalieri tedeschi. Si trattava di quella che Dante appellò come ‘..l’ antica cerchia.’. Il lato est correva lungo quella che oggi è via del Proconsolo: alcuni segni sulla sua carreggiata ne evidenziano il tracciato e alcune torri di guardia.
Il complesso di San Pancrazio era dedicato al Martire che nei primi secoli, sotto Diocleziano anche se quattordicenne, non cedette alle lusinghe che gli furono prospettate affinchè abiurasse la Fede cristiana da poco abbracciata. Non cedette neppure a quelle dell’Imperatore : “ Fanciullo, io ti conforto di non morire di mala sorte. Abbandona il tuo proposito e ti terrò come figlio”. “Io sono fanciullo di corpo ma vecchio di senno”.
La matrona Ottavilla lo seppellì decapitato al secondo miglio della via Aurelia. Papa Gregorio Magno dopo un omelia tenuta sulla sua tomba, nel frattempo divenuta una Basilica, contribuì non poco a estendere la fama del Santo oltre i confini, in tutta Europa. Da allora, per avere tenuto ferma la sua fede è ritenuto il punitore degli spergiuri e Santo della Giustizia Se fino ad allora i Giudici facevano talvolta giurare gli accusati la propria innocenza sulla tomba di San Pietro, affermatasi la fama di Pancrazio, facevano giurare sulla sua. “Essendo quivi venuti ed il colpevole essendo ardito di giurare la falsità sopra l’avello di colui (Pancrazio ndr), non potè ritirare la mano a se e poco istante morì invitto. Onde infino al dì d’oggi si tiene che sopra le reliquie di San Pancrazio si fa giuramento per le cose gravi che accaggiono”.
La chiesa, anche se molto piccola, è rammentata su alcuni documenti fino dal 931 ma il Villani racconta che la sua esistenza risale al tempo di Carlo Magno. Al piccolo edificio si affiancò verso la metà del 1100 un monastero per le monache benedettine. Successivamente Papa Alessandro IV lo assegnò ai frati vallombrosani. Quando nel 1172 la Signoria fece costruire la prima cerchia comunale, ingrandendo ancora la città che contava circa 35.000 abitanti, la porta venne spostata fino all’inizio dell’attuale via Palazzolo, prendendo il nome di ‘ Porta San Paolo’. La chiesa di San Pancrazio divenne una delle prime 36 parrocchie fiorentine.
Leon Battista Alberti, su incarico di Giovanni Rucellai, disegnò la Cappella del Santo Sepolcro adiacente all’antica chiesa. Di fronte all’antico monastero, lungo via della Spada, un ospedale prendeva anch’esso il nome di San Pancrazio. Poi furono accolti i Domenicani prima del loro trasferimento nella chiesetta di Santa Maria della Vigna. La tradizione vuole che vi abbia soggiornato anche San Domenico di passaggio da Firenze.
Adesso la chiesa, sconsacrata, è sede del “Museo Marini” che espone le opere del Maestro ed ospita mostre di Arte Moderna. Il Monastero, dopo molti rimaneggiamenti e destinazioni (è stata anche Manifattura Tabacchi), è adesso sede di molte Associazioni d’Arma.



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