martedì 31 dicembre 2013

Dalla Persia il culto dei Magi e la rappresentazione di Leonardo da Vinci

Leonardo non lo finì mai, lasciato a monocromo rimase un capolavoro incompiuto di straordinaria modernità. Il dipinto sorprende per il contesto in cui si colloca. Siamo alla fine del quattrocento, la gran parte degli artisti è in linea con la tradizione e si celebrano, con ricorrenti temi sacri, le grandi famiglie fiorentine di banchieri e di mercanti. Opere atte a decorare le cappelle di famiglia all'interno delle grandi chiese cittadine, i Magi hanno solitamente le sembianze della casata che commissiona l'opera. Basti pensare alla celebre Adorazione dei Magi di Gentile da Fabriano che si trova nella Galleria degli Uffizi. Ori e pietre preziose, sfarzo e ricchezza che devono immortalare il potere della famiglia Strozzi.

nella foto: Leonardo da Vinci – Adorazione dei Magi - Galleria degli Uffizi – Firenze - Olio su Tavola 246 x 243

Quella di Leonardo invece è un'umanità disperata. In un gigantesco impianto prospettico, il da Vinci dedica lo sfondo al mondo pagano, fatto di rovine e cavalli imbizzarriti. Al centro della composizione magi e apostoli piangono, gridano e si strappano i capelli. Implorano salvezza e chiedono il perdono. Un magma di corpi urlanti e sofferenti ci da l'immagine di un'umanità piegata in due che può essere salvata solo dalla venuta del Cristo.
Al centro della composizione, protetti da una mandorla immaginaria di pace e serenità, risplendono la Vergine e il Cristo. Sono come avvolti da una straordinaria potenza salvifica in netto contrasto con il caos circostante. Eccolo il Cristo che salverà il mondo, allunga il braccio e la sua piccola mano sfiora la pissiede che un magio prostrato ai suoi piedi gli porge implorante. La potenza di quel tocco è inimmaginabile, il messaggio coglie nel segno e un brivido di emozione ci percorre la schiena. L'opera fu commissionata a Leonardo nel 1489 dai monaci di San Donato agli Scopeti, nelle immediate vicinanze di Firenze. Ma l'anno dopo il genio rinascimentale lascerà Firenze alla volta di Milano, lasciandola incompiuta. Non la finirà mai. Dopo una decina d'anni di attesa, i frati chiederanno al giovane Filippino Lippi di realizzarne un'altra. Anch'essa si trova agli Uffizi.

Pensate alla grande ispirazione che il genio di Leonardo possa aver avuto per dipingere questo, seppur incompiuto, capolavoro fiorentino. Parliamo di una storia biblica di straordinaria importanza che, oltre alla sacra famiglia, si focalizza prevalentemente sui tre Re Magi. Entrati nella tradizione popolare radicata nel popolo più di altre, sono definiti astrologi, forse perché hanno seguito una cometa, e anche sacerdoti zoroastriani, religione proveniente dalla Persia. La definizione Magi infatti è la traslitterazione del termine greco magos (μαγος, plurale μαγοι). Era un titolo specifico dei sacerdoti dello Zoroastrismo tipici del grande Impero persiano. Così come ci racconta anche Marco Polo quando ha visitato le loro tombe nella città di Saba a sud di Theran intorno al 1270. Dice sul Il Milione al capitolo 30:

"In Persia è la città ch'è chiamata Saba, da la quale si partiro li tre re ch'andaro adorare Dio quando nacque. In quella città son soppeliti gli tre Magi in una bella sepoltura, e sonvi ancora tutti interi con
barba e co' capegli: l'uno ebbe nome Beltasar, l'altro Gaspar, lo terzo Melquior. Messer Marco dimandò più volte in quella cittade di quegli III re: niuno gliene seppe dire nulla, se non che erano III re soppelliti anticamente."

Questo ci porta a citare uno uno studio condotto da Alfred Breitman e Roberto Malini del Gruppo Watching The Sky, associazione impegnata nelle ricerca di opere d'arte perdute e delle tracce biografiche sconosciute dei grandi artisti del passato.
Breitman e Malini affermano con grande convinzione, in base ad alcune evidenze, che Leonardo da Vinci potesse avere origini mediorientali. La più importante è costituita dal ritrovamento di un'impronta digitale di Leonardo sul dipinto "La dama con l'ermellino". Secondo l'antropologo Luigi Capasso la tipologia dell'impronta è caratteristica del 60% degli individui provenienti dai paesi arabi. L'ipotesi di un origine araba del maestro non è tuttavia nuova. E' risaputo che il nome della madre di Leonardo, Caterina, era attribuito con frequenza alle schiave arabe acquistate in Toscana e provenienti da Istanbul. Anche il professor Alessandro Vezzosi, celebre studioso del Rinascimento, è
convinto dell'origine araba e possiede documenti che suggeriscono l'origine orientale di Leonardo Da Vinci.
Anche il giovane Salai, pupillo di Leonardo, sembrerebbe un ragazzo arabo, con i capelli ricci, la pelle bruna e gli occhi scuri vivacissimi. Breitman e Malini, a questo punto, estraggono da un cassetto un bel disegno a sanguigna su un foglio di carta antica.
E' un ritratto virile del primo Cinquecento è di scuola leonardesca e rappresenta un viso che possiede molte similitudini con i ritratti noti del volto di Leonardo da Vinci. La sua particolarità è che indossa un copricapo di foggia araba, una specie di turbante. Si può ipotizzare che si tratti di un ritratto del
maestro eseguito da un suo allievo che conosceva le vere origini del più grande fiorentino di tutti i tempi.
La notizia, preziosa per la Storia dell'Arte, è anche un monito per coloro che difendono a spada tratta le frontiere geografiche e culturali del nostro Paese, senza capire che il progresso sociale, morale e intellettuale di un popolo può avvenire solo grazie al contributo di altre esperienze e tradizioni.
L'iconografia e la storia dei Magi è molto radicata nella tradizione popolare. Sono associati anche ad un momento gioioso, i bambini ancora oggi arricchiscono il presepe con le loro rappresentazioni.
A Firenze una grande festa è l'apice della commemorazione. La Cavalcata dei Magi è un evento unico nel suo genere, con una lunga processione di figure in costume storico, con a capo l'impersonificazione dei Re Magi a Cavallo che offrono, davanti al Duomo, Oro, Incenso e Mirra alla Sacra famiglia raccolta in una vera capanna di legno.

© Filippo Giovannelli - Riproduzione riservata

giovedì 12 dicembre 2013

Quando la "Gioconda" di Leonardo da Vinci fu ritrovata a Firenze

Era l’11 dicembre del lontano 1913. Alcuni anni prima il ritratto di Monna Lisa del Giocondo era stata trafugata dal Museo del Louvre.
In un piccolo albergo fiorentino venne ritrovata la tela, rubata da Vincenzo Peruggia, un immigrato italiano dal sicuro cognome storpiato (una g di troppo), che aveva lavorato per il museo e certamente era a conoscenza delle protezioni istallate a tutela del dipinto. Era il 21 agosto 1911 di lunedì quando il Museo del Louvre era chiuso che la tela fu trafugata.
A Firenze un antiquario fiorentino, Alfredo Geri, ricevette una proposta di acquisto e fissò un incontro in un albergo con il ladro. Portò con se il direttore degli Uffizi di allora, Giovanni Poggi, che autenticò il dipinto e con una scusa lo prese con se portandolo agli Uffizi.
Il giorno successivo Peruggia venne arrestato.
Ecco perché a 100 anni dal ritrovamento di uno dei capolavori più grandi di Leonardo da Vinci è bene ricordare questa storia fiorentina.

© Filippo Giovannelli - Riproduzione riservata

martedì 3 dicembre 2013

Un Pollock all'Opificio delle Pietre Dure

 Anche l'arte contemporanea ha bisogno di restauro. E arrivato a Firenze all'Opificio delle Pietre Dure il dipinto dell'artista Jackson Pollock dal nome "Alchimia".
Il dipinto è di proprietà della veneziana collezione di Peggy Guggenheim.
Il "dripping" è la tecnica che Pollock ha usato per la realizzazione di questa e di una grandissima quantità di altre opere e prevede lo sgocciolamento di colore sulle tele, messe in posizione orizzontale.
Restauri di questo tipo sono anche una fonte di studio per gli istituti che si occupano della materia. ogni nuova opera, in particolare quella contemporanea, ha tecniche e materiali nuovi. Nel caso del restauro di dette materie, uno studio approfondito deve essere fatto per non tentare il restauro, ma per essere certi del risultato finale.
E' importante anche perché si capirà com'è fatta l'opera e quale tipo di deterioramento o di attacco abbia avuto.
Al progetto partecipano inoltre conservatori, curatori e scienziati americani che hanno svolto negli Usa studi e interventi sulle opere di Pollock.
Quello dell'arte contemporanea è un indirizzo nuovo per l'Opificio delle Pietre dure, ma sappiamo che l'eccellenza in questo campo da sempre dimostrata, non lascerà alcun dubbio sulla professionalità e sul risultato del restauro.

© Filippo Giovannelli - Riproduzione riservata

venerdì 15 novembre 2013

Il Fiorino - Storia, aneddoti e curiosità di una grande moneta


I Fiorentini del medioevo, persone affabili, lucide e scaltre, intrattenevano le loro relazioni umane e commerciali con diversi regnanti degli stati confinanti e con ogni sede commerciale conosciuta nel mondo. I Fiorentini, aiutati dalla loro geniale intuizione e operosità, divennero ricchi commercianti e astuti banchieri e con l'abilità del governo Guelfo, di stampo popolare e democratico, riuscirono a mantenere per lungo tempo il primato politico, economico, commerciale e monetario in Italia.
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La storia della moneta dei Fiorentini non può essere indifferente a chi ama Firenze. La nuova moneta d’oro era il motore della vita stessa del popolo repubblicano. Un popolo operoso, che unito a quello di sapienti Magistrati, degli Ufficiali, di grandi letterati e lungimiranti politici, amministrava la città come un’unica patria.
Firenze era altresì difesa da valorosi uomini della guerra e la cittadinanza era assai felice di partecipare alla protezione del successo mercantile e finanziario, partecipe delle vittorie di conquista e orgogliosa di avere cittadini valorosi che proteggevano la città.
I fiorentini di oggi si sentiranno fieri della storia dei loro antenati, la gloriosa storia della Repubblica fiorentina. Quei fiorentini maestri nel commercio e nella gestione economico finanziaria dei patrimoni, nonché della colonizzazione di interi territori, oltre che con il commercio di prodotti elaborati, con l’invasione monetaria di tutti i mercati italiani ed esteri. Una colonizzazione economico-finanziaria attraverso la loro moneta, il Fiorino d’oro, la moneta di Firenze.
Il libro è la prima monografia realizzata sulla moneta fiorentina del rinascimento. Tutti i fiorentini leggendo questo libro potranno prendere coscienza di cosa è stata e di cos’è, la città nella quale sono nati o nella quale vivono. Attraverso uno dei simboli più importanti di Firenze, per mezzo della moneta più amata e simbolica, potremmo conoscere un bellissimo frammento della città più bella del mondo.
Il libro affronta in maniera divulgativa tutti gli aspetti legati al Fiorino analizzandone gli aspetti dell'espansione monetaria all'estero, i dettagli del conio, della storia dei personaggi e delle maestranze che lavoravano alla Zecca, l'Arte del Cambio, il problema dell'Usura e le Leggi Suntuarie, il Monte comune e il Monte di Pietà, il Suggello e il Fiorino immaginario fino a descrivere come la moneta ha influito sulle scelte politiche e delle guerre d'espansione della Repubblica fiorentina con tanti aneddoti e curiosità del periodo. Un'appendice ci descrive l'esperienza di Paolo Penko, Maestro di Arte Orafa che ha realizzato i conii per la battitura del Fiorino d'oro come si faceva un tempo.
Un libro da leggere con parsimonia, godendo ogni momento della gloriosa storia della moneta più bella del mondo!

Il Fiorino di Filippo Giovannelli
AB Edizioni - Firenze
IBAN  978 88 909165 1 9
novembre 2013

Buona lettura!

giovedì 7 novembre 2013

I primi vocabolari delle lingue europee

Se si dovesse indicare la nascita di una lingua dalla prima edizione del vocabolario la lingua italiana non avrebbe rivali, ma tutti sappiamo che non è così. La nostra fiorentinissima Accademia della Crusca è in ogni caso una delle prime ad avere mandato alle stampe il proprio vocabolario.
Il primo "Vocabolario degli Accademici della Crusca con tre indici delle voci, locuzioni, e proverbi Latini, e greci, posti per entro l'opera, ecc... ecc..."
Riporto di seguito i frontespizi di alcune prime edizioni di vocabolari di lingue europee:

Questo il frontespizio della prima edizione del Vocabolario della Crusca spampato a Venezia nel 1612.
Questo il frontespizio della prima edizione del Dizionario dell'Accademia Francese spampato a Parigi nel 1635.
Questo il frontespizio della prima edizione del Dizionario della lingua inglese spampato a Londra nel 1786.

Questo il frontespizio della prima edizione del Vocabolario della lingua tedesca spampato a Lipsia nel 1854.

Di fronte a questo "primato" non rimane altro che ringraziare i nostri antenati accademici fiorentini per aver iniziato un percorso permanente di studi ed averlo indirizzato verso il futuro.



venerdì 18 ottobre 2013

La "buca"

E' vero, pur se etimologicamente incerta, la parola "buca" ha numerosi significati. L'enciclopedia Treccani ne da almeno sette definizioni tra le quali: cavità del terreno, fossa per trappole, gioco per ragazzi, gioco del biliardo, avvallamento del letto o affossamento sulle guance e come vuoto tecnico in elettronica.
A Firenze la buca ha un significato particolare che risale a tanto tempo fa.
Alcune confraternite del Trecento, attive nella Firenze medievale, avevano l'abitudine di ritrovarsi in luoghi interrati. Alcune di loro prendevano il nome proprio dai locali nei quali si riunivano come ad esempio la Confraternita della Buca di Sant'Antonio in via degli Alfani.
Il giorno di San Luca evangelista, santo patrono degli artisti e dei medici, festeggiato il 18 ottobre si organizzava la tradizionale "merenda nella buca", da qui appunto il modo di dire fiorentino: "per San Luca la merenda in buca".
La Compagnia di San Luca era una congregazione di artisti che fu fondata agli inizi del 1300. Dopo la morte di Giotto, in uno dei chiostri della SS. Annunziata, nella cappella dedicata appunto a San Luca, ebbe luogo la fondazione di un'altra Compagnia, quella del Disegno detta anche dei Pittori. Era l'inizio di ciò che adesso chiamiamo "Accademia del Disegno".
Le riunioni delle Compagnie e delle Confraternite non erano mai lasciate alla sola cultura. Ogni incontro veniva allietato da piacevoli banchetti.
E' per questo che a Firenze i locali sotterranei li chiamiamo "Buche". Sono fin dai tempi delle Confraternite luoghi di piacevolezza e ristorazione. I locali sotterranei sono ancora oggi particolari Trattorie, Osterie e Ristoranti che attraverso la loro caratteristica di soffitti a volte e pietra locale, rendono una piacevole atmosfera ai commensali. Buca Mario, Buca di San Giovanni, Buca Lapi sono solo alcuni dei nomi della ottima e particolare ristorazione fiorentina.
Buon appetito!!

© Filippo Giovannelli - Riproduzione riservata


lunedì 14 ottobre 2013

Il "Votapentole"

Foto Bramo/Sestini - Corriere fiorentino
Il Forte Belvedere è una Fortezza posizionata all'estremità superiore dei Giardini di Boboli a Firenze. Intitolato a Santa Maria in San Giorgio del Belvedere, è la seconda fortezza fiorentina che si affaccia sulla città con una prospettiva panoramica molto bella.

Il Forte Belvedere fu costruito per motivi bellici e di protezione. Era l'ultimo rifugio per la Famiglia de' Medici nel caso in cui la città venisse attaccata o di sommossa interna verso il potere. Il Forte poteva essere facilmente raggiunto da Palazzo Vecchio tramite il Corridoio Vasariano. All'interno del Forte Belvedere i Medici avevano collocato anche a un segretissimo "forziere" che poteva contenere l'intero loro tesoro.
Dalla sua costruzione la fortezza era vigilata a vista poi, alla fine del Settecento dopo l'arrivo a Firenze dei Lorena, si aprì alla popolazione che potè usufruire di un vero e proprio "balcone" su Firenze.

Nel corso della sua secolare presenza sulle colline di Boboli, il Forte di Belvedere non fu mai attaccato e non ha mai avuto una funzione strategica dal punto di vista militare. Non un colpo di cannone per fini bellici è mai stato sparato dai suoi bastioni.
Le cannonate che invece si potevano udire dal dopoguerra erano quelle a salve del "Votapentole". Alle ore 12:00 di ogni giorno, un cannone dalla terrazza del Forte annunciava il mezzogiorno.
I fiorentini, ogni volta che udivano quel colpo di cannone, ribattezzavano l'artiglieria come il cannone delle pastasciutte" o appunto "votapentole", riferendosi all'orario del pranzo.
Era il momento della pausa. Si finiva la mattinata di lavoro per andare a mangiare.
Il 13 ottobre 2013, proprio nella stessa posizione di allora, si è rivissuta una tradizione. Un colpo di cannone è stato deflagrato a mezzogiorno!

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mercoledì 9 ottobre 2013

Il Barometro, invenzione fiorentina di Evangelista Torricelli

Il Barometro di Torricelli
Il barometro, lo sappiamo, è quell'apparecchio che serve per la misurazione della pressione atmosferica.
La misurazione della pressione è data dall’altezza della colonna di mercurio in una canna chiusa a un estremo, preventivamente vuotata, capovolta in modo da essere disposte verticalmente su una bacinella di mercurio. Il primo prototipo fu inventato da un illustre Fisico fiorentino, Evangelista Torricelli.
Il barometro torricelliano fu in seguito modificato e perfezionato, ma il primato fu del nostro beneamato cittadino.
Nel XVII secolo Evangelista Torricelli, mise in cantiere un esperimento che indirettamente permetteva di misurare la pressione atmosferica.
Lo strumento era costituito da un tubo di vetro lungo circa un metro, con selezione di 1 cm², chiuso a una estremità e pieno di mercurio.
Prese poi un recipiente e lo riempì anch'esso di mercurio e vi immerse il tubo tappandone l'altra estremità con il dito.
Togliendo il dito, Torricelli vide che il mercurio del tubo scendeva e si fermò all’altezza di 76 cm.
Evangelista Torricelli
Torricelli dedusse che la pressione esercitata dall’aria sul mercurio del recipiente impediva al mercurio contenuto nel tubo di scendere completamente nel contenitore. I 76 cm³ di mercurio rimasti nel tubo erano quindi la pressione atmosferica che agiva sulla superficie di mercurio del recipiente.
In appendice metto i dettagli dello sviluppo del calcolo della pressione atmosferica, ma quello che oggi è importante per la nostra curiosità è che Evangelista Torricelli aveva inventato il primo strumento per misurare la pressione dell’aria, il barometro a mercurio.
Un fisico fiorentino, nato a Roma il 15 ottobre 1608 e morto poi a Firenze il 25 ottobre 1647, che insieme ad altri colleghi ha portato lustro e notorietà alla nostra città.
Nel 1641 fu presentato a Galileo Galilei ad Arcetri e il manoscritto "De motu gravium" fu la presentazione per la sua assunzione come assistente di Galileo. Fu proprio Galileo che con insistenza lo fece trasferire nella sua abitazione.
Un fiorentino vero, uno di quelli che, pur non avendo il segno distintivo della nascita, ha onorato con grande acume e scienza la città di Firenze diventando il vero erede di Galileo Galilei.

Appendice:
Sapendo che 1 cm³ di mercurio pesa 13,6 g, il peso della colonna di mercurio contenuto nel tubo alto 76 cm con una sezione di 1 cm³, era pari a: 13,6 g x 76 = 1033 g, equivalente a 1,033 kg. Di conseguenza, la pressione esercitata dal mercurio era di 1,033 kg/cm².
Dato che la pressione prodotta dal mercurio nel tubo e la pressione atmosferica erano in equilibrio, Torricelli dedusse che la pressione atmosferica avesse un valore pari a 1,033 kg/cm². 

© Filippo Giovannelli - Riproduzione riservata

domenica 6 ottobre 2013

La Pietra dello Scandalo: trovarsi col "culo per terra"

In Piazza del Mercato Nuovo, proprio dove ancora oggi esiste un mercato turistico, al centro delle logge è posizionata una lastra con intarsi di marmo. Ha una forma circolare e con dei razzi di marmo verde. Raffigura molto probabilmente la ruota del "Carroccio" utilizzato per portare l'insegna bianca e rossa di Firenze e la Martinella, una campana che veniva suonata per l'adunanza delle milizie cittadine.
La pietra ha un forte valore simbolico. Sulla lastra veniva inflitta una punizione esemplare ai condannati. I falsari e i mercanti debitori del tempo venivano sbattuti violentemente su questa pietra col sedere messo a nudo. Questa "esecuzione" si svolgeva nei momenti di massimo affollamento con i conseguenti giochi di scherno della gente. Da questa punizione, che collochiamo nel periodo inoltrato del rinascimento (la Loggia è stata costruita nella metà del '500), ne sono derivati due detti: "trovarsi con il culo per terra" (senza un quattrino), oppure essere "sculato" (sfortunato).
Era assolutamente una pena che colpiva profondamente il senso di onore del condannato. La punizione avveniva quindi in un luogo simbolico.
La Piazza del Mercato Nuovo, era infatti uno dei luoghi simbolo a riguardo l'economia cittadina, le banche, l'usura e le monete, in particolare del Fiorino d'oro. Proprio nel palazzo adiacente, dove ora è marcato come Canto del Saggio, esisteva la Bottega nella quale venivano saggiate le monete per verificarne il reale valore.
Ecco perchè questa pietra è chiamata "Pietra dello Scandalo" oppure anche l'"Acculata".



lunedì 23 settembre 2013

Santa Reparata, l'8 ottobre celebrata la co-patrona di Firenze


Reparata  ha vissuto tutta la sua vita in Palestina a Cesarea intorno al 250 d.C.
E' una martire della Chiesa Cattolica perseguitata durante il regno dell'imperatore romano Decio. E' una Santa della Chiesa Cattolica e fu molto popolare durante il Medioevo.
La leggenda narra che, grazie alla miracolosa intercessione della Santa, nel 406 d.C., l’esercito romano con a capo Stilicone ed i fiorentini, sconfisse le orde barbariche degli Ostrogoti, guidate dal re Radagaiso, che aveva cinto d’assedio la città. Proprio per questo una Chiesa fu dedicata alla Santa dal vescovo Zenobio. L'8 ottobre è giorno in cui la Chiesa ricorda la santa, ma in verità l'assedio si tenne il 23 agosto dello stesso anno. Su quella chiesa dedicata a Reparata fu costruita in seguito
la cattedrale di Santa Maria del Fiore.
Sono previste dall'Ufficio Tradizioni Popolari del Comune di Firenze delle visite guidate ai luoghi simbolo della festa. Il programma della giornata prevede, a cura dell’Associazione Centro Guide Turismo, delle visite che saranno riservate solo a coloro che si prenoteranno al numero 055-2616056 dal lunedì al venerdì con orario 9-12, a partire dal 23 settembre fino a esaurimento posti.
Visita 1: ore 9.30: Chiesa di SS. Apostoli (esterno), Chiesa di San Salvatore al Vescovo (esterno), Vestigia della Cattedrale di Santa Reparata: scavi al di sotto del Duomo. Formazione del gruppo: Chiesa SS. Apostoli – Piazza del Limbo (massimo 20 persone).
Visita 2: ore 10: Battistero (interno ed esterno), Oratorio della Misericordia, Oratorio del Bigallo (esterno). Formazione del gruppo: Colonna di San Zanobi – Piazza Duomo (massimo 20 persone)
Alle 16 il Corteo Storico della Repubblica Fiorentina accompagna le Autorità Comunali alla Cattedrale di Santa Maria del Fiore dove avverrà l’offerta del cero e della ghirlanda in onore di Santa Reparata.
Appuntamento alle iniziative dell'8 di ottobre. Firenze celebra la sua Santa Reparata, co-patrona della città insieme a San Giovanni Battista

Nella foto: Andrea Pisano, Santa Reparata, Firenze, Museo dell'Opera del Duomo

© Filippo Giovannelli - Riproduzione riservata 

lunedì 16 settembre 2013

Il "Vortagiubba"

Cerca cerca cerca, non sono riuscito a chiarire etimologicamente questo termine dialettale che viene spesso utilizzato nelle conversazioni fiorentine, cerco di fare un'analisi, che NON vuole essere scientificamente provata.
Per ricercarne un'origine chiara e plausibile il termine va suddiviso ; partiamo dalla "giubba".
La Giubba o meglio detta Gabbana, o ancora citando un termine etimologicamente certo Gabbanella è una Voce diminuitiva di Gabbano, della cui origine dirò successivamente.

"Specie di veste piuttosto corta che gli antichi Fiorentini portavano sotto il "lucco" (Mantello, veste, cappotto, usato in origine dai magistrati).
Si chiama Gabbana ai giorni nostri, la veste utilizzata a mezze maniche dagli infermieri e dai medici di sala operatoria; ad ogni modo è un termine che si associa alla Giacca, da portare sotto il cappotto.
Quindi una Giubba, utilizzata per svariate occasioni e spesso di "colore" che identifica una "parte" spesso di tipo politico. Le "Giubbe Rosse" del notissimo locale di Piazza della Repubblica a Firenze ne sono l'emblema attuale, oppure i "Mille di Garibaldi" avevano la giubba rossa, e i "Balilla" erano "neri".

Il Gabbano, termine originario, ha origini etimologiche collegabili alle regioni spagnole e portoghesi, che in tempi remoti, assorbirono termini e fatti di provenienza araba, dai "califfi" invasori di vari secoli fa.
In spagnolo "Gaban", in portoghese "gabao", all'arabo "Aba" che viene definito come: specie di corto mantello, usato dai beduini e dai marinai turchi, oppure "Qaba", tunica orientale di lana.

Ecco quindi un'insolito (ma non troppo) collegamento linguistico con civiltà apparentemente lontane, arabi e fiorentini collegati da una "giubba".

Il termine dialettale "vortagiubba" riguarda quindi un individuo che svolta, rigira, cambia la propria "giubba" (in questo caso simbolicamente, la propria parte) la "rivolta" in favore di un'opinione o una parte opposta alla precedente.
Il termine è molto spesso usato in politica, quando un eletto cambia partito per convenienze sociali ed economiche, per mantenere il potere e adattarsi alle nuove situazioni che vanno verificandosi nella vita quotidiana.

Il Voltagabbana è anche, un romanzo autobiografico dello scrittore italiano Davide Lajolo pubblicato a Milano dalla casa editrice il Saggiatore nel 1963, dove l'autore racconta la sua vita e attraverso essa spiega perché ha abiurato al fascismo per passare alla militanza partigiana.
Cito:
"Sorridevo nel buio. Sorridevo perché proprio quel giorno m'era pervenuto in carcere, attraverso un "repubblichino" convertito, il ritaglio di un foglio fascisteggiante dove mi si definiva "un voltagabbana".
Qui è lo spirito curioso della ricerca, trovare origini, storie e similitudini della nostra fiorentinità.

Nella foto: Giubba Nodari

© Filippo Giovannelli - Riproduzione riservata

martedì 3 settembre 2013

Carlo Magno fa rinascere Firenze

La Chiesa dei SS. Apostoli in piazza del Limbo
Quando Firenze dopo le invasioni Bizantine e Longobarde si ritrovò in un periodo di circa due secoli di forte oblio, un lieve segno di speranza fu portato da Carlo Magno. Lieve perché le cose non cambiarono molto per la popolazione. Al posto di un sovrano Longobardo il popolo era sottomesso ad un dominatore Franco.
La presenza di Carlo Magno a Firenze è però sempre stata ricordata con enfasi. Carlo Magno passò da Firenze nel 781, mentre rientrava al nord dalla città eterna e una seconda volta nel 786. In questa secondo passaggio, si fermò a Firenze per risolvere alcune questioni politiche legate al sovrano che stava governando la città, incalzato dalle richieste di alcuni monaci che inveivano contro il potere.
Alcuni storici confermano nei propri trattati che Carlo Magno sia passato da Firenze ed abbia lasciato numerosi segni di ristrutturazione politica. Il suo passaggio portò successivamente anche all'adozione della moneta d'argento che verrà utilizzata fino al conio del Fiorino. Il segno del suo passaggio è anche descritto in una targa posta davanti a Santi Apostoli che lo rende il fondatore, presenziando alla posa della prima pietra, della chiesa dei Santi Apostoli nell’attuale piazza del Limbo, ipotesi probabilmente falsa.
Quei secoli sono stati davvero poco edificanti per la città di Firenze. Sono stati secoli oscuri, pieni di mistero e scarsi di notizie. Noi proviamo come sempre, di trovare alcune curiosità.

© Filippo Giovannelli - Riproduzione riservata

sabato 31 agosto 2013

2 giugno 1946, Firenze si conferma Repubblicana

Il 2 giugno 1946 i fiorentini si confermano un popolo repubblicano. Dopo l'ultima Repubblica Fiorentina del 1530, anche nel voto del referendum tra Repubblica e Monarchia del 1946 i fiorentini si schierano decisamente per la parte repubblicana.
Votano per il referendum istituzionale e per l’Assemblea Costituente con un'affluenza pari all’88.78%. 
Votano per la repubblica 148.763 ottenendo il 63,4%;
Votano per la Monarchia 85.753 che sono il 36,6%.







Per l'Assemblea Costituente:
Democrazia Cristiana 27%;
Partito Comunista 25%;
Partito Socialista 23,5%;
Uomo qualunque 9%;
Partito Liberale 7%;
Partito Repubblicano 3%;
Partito d’Azione 1,8%. 

I fiorentini festeggiano dopo circa 400 anni una nuova Repubblica, che anche se non esclusivamente fiorentina, dona il potere al popolo. I festeggiamenti si svolsero in piazza della Signoria con tutte le autorità cittadine, il Sindaco Pieraccini, se pur dimissionario, resisterà in carica sino alle elezioni amministrative dell'anno successivo.

© Filippo Giovannelli - Riproduzione riservata

giovedì 29 agosto 2013

Bocca degli Abati, il traditore di Firenze

Bocca degli Abati era un nobile fiorentino, di parte Guelfa. Era arruolato nell'esercito di Firenze e partecipò nelle file Guelfe alla Battaglia di Montaperti il 4 settembre del 1260 contro i Ghibellini di Siena e i Ghibellini fuorusciti dalla città capitanati da Farinata degli Uberti.
Esso stesso aveva organizzato una tresca traditoria nei confronti dei Guelfi di Firenze, la sua stessa parte alla quale aveva giurato fedeltà. Proprio per la Battaglia di Montaperti, Bocca degli Abati aveva stretto un accordo segreto con la parte Ghibellina, aveva inoltre a suo fianco la famiglia propria degli Abati e quella dei Della Pressa.
Proprio nel momento più importante della Battaglia, quando sembrava che l'esercito Guelfo di Firenze potesse avere la meglio della compagine Ghibellina, 

"...il traditore di messer Bocca degli Abati, ch'era in sua schiera e presso di lui, colla spada fedì il detto messer Iacopo e tagliogli la mano colla quale tenea la detta insegna, e ivi fu morto di presente." (Villani)

Iacopo de' Pazzi era il portabandiera dei Guelfi e nella sua morte portò con se a terra l'insegna della Parte Guelfa. La cavalleria fiorentina si scoraggiò credendo perduto il vessillo,

"...e ciò fatto, la cavalleria epopolo veggendo abbattuta l'insegna, e così traditi da' loro, e da' Tedeschi sì forte assaliti, in poco d'ora si misono in isconfitta..." (Villani)

Fu un gesto incredibile per i fiorentini Guelfi. Un gesto ricordato nell'eternità. Fu la sconfitta più brutta della gloriosa campagna Guelfa nel territorio toscano. Fu una sconfitta dovuta ad un tradimento e non all'onore delle armi in campo di battaglia.
Queste gesta sono rese eterne da Dante Alighieri nella sua Commedia, (Inf.,XXXII, vv. 73-111). Dante disprezza fortemente Bocca degli Abati e lo colloca fra i traditori della patria.

Per i fiorentini di allora e i fiorentini di ora, la Battglia di Montaperti è una delle note stonate e dolenti che si trascinano ormai da oltre 750 anni. Il tradimento di Bocca degli Abati rimarrà nella storia come uno dei più grandi di tutti i tempi. Ogni qualvolta si ricordano le gesta dei Guelfi e dei Ghibellini, si ricordano le battaglie più grandi e più famose del tempo, Montaperti e Campaldino, una diversa dall'altra, con epilogo uno diverso dall'altro.
Il tradimento di Bocca degli Abati non sarà mai perdonato. 


© Filippo Giovannelli - Riproduzione riservata



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lunedì 26 agosto 2013

La triste storia di Antonio Rinaldeschi


Porzione della tavola dipinta
Un Anonimo fiorentino vissuto all’inizio del XVI secolo ha voluto tramandare la storia di questo nostro concittadino attraverso una tavola dipinta di nove formelle, una specie di storia a fumetti. Pensare che solo in un periodo successivo furono dipinte le scritte che in maniera semplice e sintetica ci raccontano questa storia.
Antonio era figlio di Giovanni Rinaldeschi. Fu condannato a morte nell’estate del 1501 per aver offeso in maniera davvero oltraggiosa, il tabernacolo che era posto sulla porta a sud della Chiesa di Santa Maria degli Alberighi nel quale era dipinta l’Annunciazione della Vergine.
Il periodo storico era molto particolare, si sentiva ancora fortemente l’influsso della politica di Savonarola, e questa grave offesa all’immagine della Madonna fece grande scalpore.
Antonio, l’11 luglio 1501 era molto arrabbiato per aver perso molti soldi al gioco. Esce dall’Osteria del Fico bestemmiando contro la Madonna, pronunciando e articolando gesti inconsulti. In un certo momento della sua arrabbiatura, istigato dal demonio, raccoglie da terra dello sterco di cavallo e lo lancia verso il tabernacolo colpendo l’immagine della Vergine e deturpandola, offendendone il simbolo ed il significato religioso, di fede e devozione.
Antonio viene catturato nel giardino di San Miniato al Monte. Dopo il deprecabile gesto si era reso conto del suo comportamento a dir poco sconveniente e si era nascosto nella Chiesa più lontana dal centro della città. Il pensiero del suo gesto lo aveva reso fragile e non vedendo una soluzione positiva alla sua vita futura, cercò di uccidersi con un coltello, ma non ci riuscì per l’influenza dell’imposizione divina attraverso due angeli che cacciano il demonio.
Antonio fu catturato e trasportato al Bargello e chiuso nelle buie celle in attesa di essere sottoposto all’esame degli Otto di Guardia e Balia.
Rimase in cella circa dieci giorni a pensare alla propria colpa e il 21 luglio fu prelevato dal carcere e condotto al cospetto dei magistrati. Con l’aiuto di un angelo misericordioso, confessò agli Otto le proprie colpe e raccontò le gesta del suo momento d’ira. Lo fece anche confessandosi e ricevette l’assoluzione.
Antonio Rinaldeschi è condannato a morte per impiccagione che, al contrario di molte altre condanne effettuate fuori le mura, viene impiccato alle finestre della parete a nord del Bargello. Prima dell’esecuzione, Antonio Rinaldeschi, già legato chiede la misericordia divina. Due angeli raccolgono la sua anima e la trasportano nell’aldilà

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mercoledì 21 agosto 2013

6 agosto 1288, Firenze abolisce i “Servi della Gleba”

I “servi della gleba” erano i contadini che insieme alle loro famiglie venivano tenuti, dai signori proprietari dei fondi agricoli, ai propri servigi e obbligati alla coltivazione delle loro terre per tutta la vita.
Oltre alla produzione agricola, i "servi della gleba" servivano completamente il padrone e pagavano inoltre le tasse e le gabelle, sulle produzioni e i trasporti anche le Decime.
L'origine della schiavitù contadina si perde nella notte dei tempi, ma molto probabilmente l’imperatore Diocleziano, per evitare l'invasione delle genti campestri all'interno delle città, costrinse i coloni a non abbandonare le campagne e a rimanere nei campi tramandando il mestiere ai loro figli.
La servitù della gleba (zolla) sopravvisse fino al XVI secolo. Fu la città di Bologna che per prima liberò dalla schiavitù i contadini nel 1257. La Repubblica fiorentina se ne occupò pochi anni dopo.
Il 6 agosto 1288 (corrisponde all’anno 1289, secondo il computo moderno) la Repubblica fiorentina compie un passo davvero importante nel panorama politico e civile verso la popolazione di Firenze. La Repubblica, nella politica espansionistica di conquista e sottomissione dei Castelli dei feudatari confinanti, non faceva prigionieri e incitava le popolazioni contadine conquistate a trasferirsi in città. Firenze brulicava di persone indaffarate alla produzione di manufatti, e l'espansione commerciale era, forse, il principale obiettivo della Repubblica.
Le autorità comunali fiorentine con questo atto, vietarono il commercio o la compravendita di coloni e in genere di diritti sulle persone. 

 “...che nessuna persona o ente, di qualunque rango o condizione, ardisca o presuma di vendere, donare, alienare o comunque trasferire sotto un qualche titolo a terzi – si tratti di persone, enti, collettività collegi o capitoli, di qualunque condizione o stato giuridico – coloni, censiti o ascrittizi, fedeli, inquilini, commendati, manenti o servi oppure diritti, angarìe, parangarìe od altre prestazioni, personali o reali, o qualunque altro diritto connesso ad affitti o a livelli o alcuna giurisdizione sopra una collettività, una villa o un castello o sopra singole persone del contado e del districtus di Firenze; e che nessuno possa costituirsi fedele o legarsi con vincolo di fedeltà...”

Tutto questo era valido a partire dal 1288 con la previsione di ammenda ai contravventori dopo la condanna da parte degli Ordinamenti di giustizia. Una delle pene prevedeva una sanzione di 1000 Fiorini e l'annullamento del contratto "ipso jure", cioè automaticamente, senza ulteriore provvedimento giudiziario.
Ma per i contratti precedenti? I contratti che erano stati stipulati precedentemente a questo provvedimento come dovevano essere trattati?
Sempre all'interno della stessa normativa fu previsto che anche tutti i contratti in essere non potessero avere effetto dopo tale data: 

“...e da questo momento si devono considerare abrogati, nulli e privi di valore contratti, alienazioni e concessioni del tipo indicato. […] ...e coloro che avessero costituito oggetto dell’alienazione o concessione, siano liberi e svincolati e abbiano la condizione e lo stato giuridico di libertà.”  

Gli atti che si riferiscono a questo legale provvedimento di abrogazione della servitù della gleba furono pubblicati integralmente negli Statuti del Capitano del Popolo. Così la Repubblica fiorentina dimostrò che l'amministrazione democratica di uno stato poteva essere possibile. Il popolo aveva il potere di eleggere i propri rappresentanti. Le Arti e le Corporazioni erano il mezzo giusto e prolifico di potere amministrativo per una città in continua espansione.
Il 6 agosto diventa quindi una data molto importante per il calendario fiorentino alla quale dovremmo tutti portare rispetto e omaggio per l'importanza dei diritti umani e civili dell'uomo.
Da questo blog esce una proposta, rendere questo giorno una ricorrenza commemorativa della liberazione dalla schiavitù da parte della Firenze repubblicana.

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venerdì 16 agosto 2013

L'Alchermes, liquore fiorentino

L'Alchermes è un liquore. L'origine del nome è da ricercarsi nella lingua araba, القرمز, al-qirmiz, da cui la parola "verme", cioè un insetto che cresce nel Coccus Bophica. Vicinissimo alla famiglia delle cocciniglie, dopo un procedimento di trasformazione, veniva utilizzato per colorare di vermiglio o cremisi. Essendo commestibile si utilizzava anche per colorazioni alimentari.
A Firenze e dintorni lo conosciamo bene. Molti sono i dolci che hanno come ingrediente questo liquore così particolare.
Con l'invasione araba della Spagna, anche l'alchermes arrivò in Europa e conseguentemente anche in Italia. Non fu un prodotto molto apprezzato, forse non trovando un largo utilizzo, non ebbe particolare rilevanza nelle cucine degli stati del medioevo e del rinascimento.
Solo a Firenze l'alchermes trovò una sua propria e identitaria collocazione. Si diffuse durante il periodo mediceo, era considerato un prodotto particolarmente pregiato e forse con qualche cenno alchemico, anche un “elisir della lunga vita”.
Le ricette tramandate dagli arabi e susseguentemente dagli spagnoli, portarono a numerose variazioni, ma come spesso succedeva in questi casi, erano i frati dei conventi che avevano l'opportunità di produrre su vasta scala prodotti a base alcolica. Erano infatti utilizzati come "medicinali naturali" o essenze mistico-religiose. A Firenze la principale fucina di produzione dell'Alchermes era il convento di Santa Maria Novella che con la sua proverbiale farmacia deteneva il segreto della ricetta.
La leggenda dice che i senesi, acerrimi nemici della città del giglio, riuscirono a rubare le modalità di produzione e la lista degli ingredienti e da qui il liquore si diffuse in tutta Europa.
Era conosciuto come il "liquore de' Medici", da quando in Francia, per merito di Caterina de' Medici, si diffuse nelle cucine reali.
Il fatto che la colorazione dell'Alchermes provenisse da estratto di un insetto, portò in seguito a un più scarso utilizzo del liquore. Oggi è utilizzato nella pasticceria solo per alcuni particolari dolci, tra i quali la Zuppa Inglese.
E' composto da alcol puro, zucchero acqua, cocciniglia, scorza di arancia, acqua di rose e numerose spezie, quali cannella, chiodi di garofano, vaniglia, cardamomo, fiori di anice.
E' un liquore sciropposo, molto dolce, dall'odore gradevole. La gradazione alcolica dell'alchermes si aggira tra i 21-32%
Quello originale dell'Officina Farmaceutica di Santa Maria Novella, ancora prodotto e commercializzato in una bella e caratteristica bottiglia di vetro, risale al XV secolo e la ricetta è stata formulata nel 1743 da Fra' Cosimo Bucelli, all'epoca direttore dell'Officina. Il colore rosso rubino brillante e il gusto caldo e piccante, lo rendono un liquore unico. L'Alkermes è stato riconosciuto prodotto tradizionale della Regione Toscana e viene usato sia come liquore da dessert che come ingrediente nella preparazione di molti dolci. Gradazione alcolica 35% vol.

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lunedì 12 agosto 2013

Il Chianti nel Gelato

Il Chianti dei Colli Fiorentini, una delle più apprezzate DOCG nazionali è diventato anche un gelato. La collaborazione tra la gelateria biologica Edoardo di piazza Duomo e l’azienda Guido Gualandi di Montespertoli trasforma le note armoniche della docg fiorentina in un innovativo sorbetto.
Il sapore armonico, il corpo mai eccessivo e la morbidezza vellutata che arriva con l’affinamento: grazie alle sue caratteristiche il Chianti Colli Fiorentini Docg da questa estate è diventato anche un gusto di gelato. È successo alla gelateria Edoardo, in Piazza del Duomo a Firenze, dove il titolare Andrea Montrucchio ha utilizzato il vino di Firenze per dare vita a un inedito sorbetto.
L’idea nasce dall’incontro tra Montrucchio e Guido Gualandi, titolare dell’omonima azienda vinicola biologica a Montespertoli. Dopo una collaborazione nata con la fornitura di Vinsanto del Chianti Colli Fiorentini Doc per la produzione di zabaione, i titolari della gelateria Edoardo, la prima certificata biologica in Toscana, sono rimasti conquistati dal Montebetti Chianti Colli Fiorentini Docg di Gualandi tanto da decidere di usarlo come ingrediente principale per la loro nuova proposta.
“Nella nostra gelateria abbiamo 18 gusti. Oltre agli ingredienti esclusivamente biologici, puntiamo anche su sapori genuini e ricette ispirate alla nostra tradizione del Piemonte - spiega Montrucchio – il sorbetto Chianti Colli Fiorentini ci consente di aggiungere alla nostra offerta un gusto associato al Chianti e a Firenze, una connotazione più immediata sia per i nostri clienti che per i tanti turisti che entrano nel nostro negozio”.
La realizzazione del sorbetto al Chianti Colli Fiorentini ha richiesto due settimane di sperimentazione per arrivare a un corretto bilanciamento del gusto che richiami in modo fedele il vino. Il risultato è un gelato dal gusto intenso e dal leggero tono rosa-violaceo, pronto a conquistare i visitatori di Firenze e gli amanti del gelato d’autore.

Consorzio Chianti Colli Fiorentini
Viale Belfiore, 9 – 50144 Firenze – Tel 055 3245750 – Fax 0553248245
info@chianti-collifiorentini.it – www.chianti-collifiorentini.it

domenica 28 luglio 2013

Girolamo Segato, il “pietrificatore”

Quando mi sono avvicinato a questo personaggio, prima vedendo una trasmissione televisiva, poi leggendo su di lui articoli, testi e recensioni, ho avuto la sensazione che parlare di Girolamo Segato in poche battute sarebbe stato riduttivo, ma questo è il compito che mi sono dato.
E’ un personaggio avvolto dal mistero, le sue scoperte e le sue operazioni scientifiche sui cadaveri umani danno opportunità alla mente umana di elaborare fantasie occulte. Ma non è così.
Girolamo Segato (San Gottardo, 13 giugno 1792 – Firenze, 3 febbraio 1836) visse a cavallo dell'illuminismo del settecento, fu un appassionato di Egittologia, del popolo egiziano di tutti i tempi e della mummificazione dei cadaveri.
Il macabro rito della mummificazione, in questo caso, alimenta il mistero e il Segato spesso insiste a stuzzicare la curiosità e a produrre “mummie” o sezioni mummificate, per scopi scientifici. La tecnica usata dallo scienziato, viene attualmente chiamata di “pietrificazione”, i cadaveri che mummifica assumono un aspetto ed una consistenza molto dura con un’impressionante conservazione delle caratteristiche originali dei tessuti.
Il mistero scientifico sta proprio in questo, Girolamo Segato non rivela, nel corso della propria vita, i processi completi della sua versione della mummificazione, si porta nell’aldilà i segreti del proprio mestiere.
E’ qui che prendono consistenza tutte le curiosità scientifiche e non, di come questo processo possa avvenite, di come Segato poteva raggiungere questi risultati, di come non volesse rivelare i procedimenti della “pietrificazione” e di come fu successivamente privato del titolo di scienziato per questi suoi segretissimi procedimenti non pubblicati.
Molte mummie e reperti trattati con la tecnica di pietrificazione del Segato sono conservati al Museo Anatomico Fiorentino.
Girolamo Segato è stato un cartografo, naturalista ed egittologo. Partecipò a spedizioni archeologiche in Egitto e successivamente si stabilì a Firenze dove proseguì gli studi sulla mummificazione.
Uno dei suoi esperimenti, quello che mi ha veramente incuriosito e dato da pensare è quello effettuato sull’apparato circolatorio umano. Uno scheletro ricoperto da vasi sanguigni, venosi ed arteriosi mineralizzati, che ad un primo impatto potrebbero far pensare ad una progressiva mineralizzazione del sangue in circolo all’interno del corpo umano. Questo però porterebbe ad una macabra conclusione, che la mineralizzazione e l’indurimento dei vasi avvenisse in un individuo vivo, questo pone molte domande ed alimenta forti dubbi sul lavoro di Segato. Ad esclusione di altre ipotesi, pare che questa opera sia in realtà artificiale. Muore a Firenze a 44 anni, ed è sepolto nella Basilica di Santa Croce. Sulla lapide è scritto: “Qui giace disfatto Girolamo Segato, che vedrebbesi intero pietrificato, se l'arte sua non periva con lui. Fu gloria insolita dell'umana sapienza, esempio d'infelicità non insolito”.
Nel 2006 una mostra “Il segreto dei corpi: i reperti di Girolamo Segato” conservati nel dipartimento di Anatomia, Istologia e Medicina Legale dell’Università di Firenze gli hanno reso la giusta fama.
Potete trovare alcune foto delle “mummie” di Segato in questo sito dell’università di Firenze www.unifi.it/unifi/anatistol/anatomia/segato/
Le foto non sono per persone molto sensibili.

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venerdì 19 luglio 2013

Piazza Signoria del 1845-1855 di Telemaco Signorini

La veduta inquadra il fronte della loggia della Signoria detta anche dell'Orcagna o dei Lanzi e, sullo sfondo, via Vacchereccia. Sulla destra della strada era già scomparsa la chiesa di Santa Cecilia, soppressa nel 1783. Si riconosce ancora la Torre degli Infangati e l'antica tettoia, detta dei pisani perchè fatta costruire dalla Signoria ai prigionieri della rappresaglia contro Pisa del 1364. Nel 1871 questi edifici sarebbero stati abbattuti e sostituiti dal Palazzo Lavison in stile neo-quattrocentesco.

Telemaco Signorini, olio su carta, 1845-1855 - Tracce di Firenze


domenica 7 luglio 2013

"I' sasso di Dante"

E’ ormai nota la supremazia di Dante Alighieri nel linguaggio del periodo storico in cui ha dato il meglio di se stesso, in letteratura fiorentina e italiana più in generale.
I luoghi danteschi a Firenze sono assai noti per coloro che della cultura fiorentina e della storia dantesca hanno ormai dimestichezza e passione.
Non sarà quindi sfuggita la più “famosa” delle storielle ed aneddoti che circolano intorno alla sua figura, che immagino tramandata per secoli così come in realtà è successa; non si badi alle parole ma al senso.
Quindi, oltre ai conosciutissimi luoghi danteschi come il Battistero di San Giovanni, il Palazzo del Bargello, la Casa, la Chiesa di Santa Croce ecc… esiste il "Sasso di Dante".


Lo possiamo far risalire, come il luogo in cui il sasso esisteva, nella parte della piazza, del Duomo in basso alla facciata di una casa, posta fra piazza delle Pallottole e via dello Studio.
Si trovava nel luogo tra due attuali negozi ed è segnalato da una lastra di marmo corniciata, nella quale è scolpito a chiare lettere: “SASSO DI DANTE”.
Su questo sasso, si tramanda, fosse il luogo nel quale il Sommo Poeta solesse riposarsi e che nell’attesa guardasse la costruzione della Cattedrale. Si narra, a testimonianza dell’eccezionale memoria del sommo poeta, che un giorno mentre era seduto ed assorto nei propri pensieri sul solito sasso, passò di lì qualcuno e gli chiese:- “Oh Dante, icchè ti piace di più da mangiare?"
- "l’ovo” – rispose Dante.
L’anno dopo, la stessa persona curiosa, ripassò di li e ritrovò Dante ancora seduto sul suo sasso preferito, sempre assorto e pensieroso e gli chiese:- “co’ icchè?”
- “co i’ sale!”

La solita genialità dei fiorentini.


giovedì 27 giugno 2013

4 maggio 1930 - Il Calcio avrà luogo anche in caso di pioggia.

Il Torneo di San Giovanni del Calcio Storico Fiorentino di quest'anno ha subito, il 24 giugno, uno stop a causa del violento temporale che ha posticipato al 30 giugno prossimo lo svolgimento della finale tra Bianchi di Santo Spirito e Azzurri di Santa Croce.
Il giorno di San Giovanni il Corteo Storico ha sfilato per le vie cittadine come di consueto e al momento dell'ingresso in campo si è scatenato il diluvio.
Proprio a questo proposito evidenzio la grandissima lungimiranza dei primi organizzatori di questa bella tradizione storica e lascio ai lettori ogni considerazione, riportando un passo delle disposizioni che il Comitato organizzatore del 1930 dette per l'occasione.

La manifestazione avrà luogo anche in caso di pioggia.
Dato il carattere marziale e sportivo di questa grande rievocazione storica e il significato di fierezza con cui si ricollega alla tradizione eroica di Firenze medievale, in considerazione anche del fatto che la manifestazione per la quale già tanti forestieri sono convenuti nella nostra città, dovrà segnare il principio di una ricorrenza fondamentale e irrevocabile nella Primavera fiorentina, il Comitato organizzatore in perfetta identità di criteri con le Autorità Civiche, ha disposto che il Corteo e il Gioco sieno effettuati nel pomeriggio di domenica 4 maggio in qualunque condizione atmosferica.
Il Presidente della Federazione Toscana Movimento Forestieri e Segretario Federale dott. Pavolini ha anzi invitato i partecipanti alla storica rievocazione a intensificare il lavoro di preparazione attraverso le istruzioni che si tengono nel Chiostro grande di S. Maria Novella ogni sera alle ore 9, affinché questa solenne rievocazione primaverile si effettui col maggior decoro.

Credo che anche nei tempi moderni, l'organizzazione degli eventi storici, non debba avere remore nel valutare come i nostri antenati spesso vedevano più lontano. Forse avevano una visione del futuro molto più spiccata, marginalizzando chi vuole vedere oggi come il domani.
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venerdì 31 maggio 2013

Zeffirelli dona il suo archivio a Firenze

L'archivio di Zeffirelli avrà una sua casa a Firenze.
Il maestro Franco Zeffirelli dona al Comune di Firenze il proprio archivio. Tutto il materiale sarà raccolto in un edificio fiorentino il cui progetto sarà realizzato nella Galleria Rinaldo Carnielo in piazza Savonarola e si chiamerà "Centro Internazionale per le Arti dello Spettacolo". 
La galleria Rinaldo Carnielo è uno dei rari esempi di arte secessionista a Firenze. Carnielo è stato uno degli scultori più noti in Italia e all’estero attivi nella metà dell’Ottocento. Nel 1885 acquistò una palazzina in piazza Savonarola adibendola a studio e abitazione. In seguito il figlio di Carnielo costituì un legato con il passaggio dell’edificio al Comune.
Il Centro di Zeffirelli sarà dedicato alle arti dello spettacolo e ospiterà il suo sterminato archivio (bozzetti per le scene, lettere, contratti, appunti, disegni preparatori, soggetti cinematografici, figurini per i costumi, fotografie, ritagli stampa, cassette audio e video degli spettacoli) raccolto nella lunga carriera come regista, scenografo, costumista e scrittore. Il Centro ospiterà anche la biblioteca del maestro, 10 mila volumi prevalentemente riferiti alle arti figurative, e fungerà da luogo di formazione e didattica, con corsi che spazieranno dalla scenografia al canto, dalla regia alla fotografia, dal costume alla recitazione, dalla sceneggiatura all’arredamento.
I lavori di ristrutturazione della Galleria sono già in corso con un impegno economico dell’amministrazione di 700 mila euro per le opere di adeguamento dell’edificio, mentre per la fase di allestimento serviranno anche sponsor privati. Lo stesso maestro ha partecipato a disegnare la nuova ‘scenografia’ interna del complesso. Il termine previsto per l’inaugurazione è l’autunno del 2014.

Un fiorentino che ha lavorato molto. Da sempre legato alla sua città trova oggi il giusto riconoscimento a favore della cultura fiorentina ed internazionale.

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mercoledì 29 maggio 2013

Raccontate Firenze: alla scoperta di nuovi autori

NuoviAutori
Foto: Giuseppe Sabella - www.giuseppesabella.it
La collana editoriale “Raccontiamo Firenze”, diretta da Filippo Giovannelli, è un omaggio alla Città del Giglio. A fianco delle edizioni che guidano il lettore attraverso le tante, affascinanti e spesso controverse, peculiarità della Città e dei suoi abitanti, la collana propone anche volumi fotografici che raccontano i primati di Firenze con immagini inedite e intense.
Il nome della collana rivela già quale sia il suo obiettivo: raccontare con semplicità gli innumerevoli contorni e primati di Firenze, senza celare il sentimento di profondo amore che anima i tanti fiorentini appassionati della storia e del presente della Città.
E’ per questo motivo che “Raccontiamo Firenze” apre le sue porte a nuovi autori. Selezioneremo i temi, i fatti, i soggetti, i luoghi, i costumi ai quali dedicheremo la nostra attenzione leggendo i vostri manoscritti.
Desideriamo investire sulle opere di autori che sappiano valorizzare la nostra magnifica città in ogni forma di espressione.
Inviateci dunque le vostre opere. Le valuteremo attentamente e, delle migliori, faremo edizioni curate di saggi storici e moderni, racconti, storie, volumi fotografici e romanzi.
Di seguito, riassumiamo alcune semplici ma fondamentali regole da seguire per coloro che vorranno sottoporci le proprie opere:
1) L’originale (inedito) deve essere completo (non inviate estratti o singoli capitoli stralciati dal testo complessivo).
2) Allegate anche una sinossi oppure un abstract del vostro lavoro.
3) Il manoscritto deve essere inviato in formato elettronico, esclusivamente in uno dei seguenti formati: .doc, .docx, .rtf. (non inviate testi in formato .pdf).
4) Il manoscritto deve essere spedito al seguente indirizzo di posta elettronica: info@raccontiamofirenze.eu
5) Corredate, inoltre, ciascun manoscritto di:
• lettera di presentazione dell’opera;
• Curriculum Vitae dell’autore, che comprenderà i riferimenti a precedenti pubblicazioni.
6) E’ indispensabile che l’autore fornisca il suo consenso esplicito al trattamento dei dati personali ai sensi dell’art. 13 D.lgs. 196/2003 (T.U. sulla Privacy). I vostri dati personali saranno utilizzati da MyO Srl solamente per svolgere le proprie normali attività lavorative e non verranno divulgati a terze parti. E’ sufficiente indicare nella lettera di presentazione, che sarà debitamente sottoscritta dall’autore, la seguente dicitura: “Acconsento al trattamento dei dati personali ai sensi dell’art. 13 D.lgs 196/2003”.
7) Ogni originale sarà esaminato nel più breve tempo possibile. In ogni caso, a tutti gli autori sarà data risposta.
8) I manoscritti non saranno restituiti.
9) Inviando il manoscritto, l’autore accetta tutte le condizioni sopra riportate.
In bocca al lupo!

domenica 26 maggio 2013

XX anniversario della Bomba ai Georgofili

La strage di via dei Georgofili è da tutti ricordata come una delle calamità che hanno colpito Firenze nel secolo scorso. Un attentato di stampo mafioso che è stato attribuito all'organizzazione Cosa Nostra e per questo sono stati individuati anche i responsabili di questo atroce gesto.
Nella notte fra il 26 e il 27 maggio 1993, a Firenze, un Fiat Fiorino imbottito di tritolo, viene fatto esplodere nei pressi della storica torre dei Pulci, tra gli Uffizi e l'Arno, sede dell'Accademia dei Georgofili.





Perdono la vita 5 persone di cui conosciamo bene l'identità e sono:
Fabrizio Nencioni (39 anni) e la moglie Angela Fiume (36 anni);
le loro figlie Nadia Nencioni (9 anni), Caterina Nencioni (50 giorni di vita);
Dario Capolicchio (22 anni) che era a Firenze per motivi di studio;
48 persone rimangono ferite e medicate negli ospedali fiorentini.

La grande esplosione si sentì in tutta la città, numerosi sono i ricordi di quel grande boato che passano per la mente dei fiorentini. Molti i danni agli immobili e al patrimonio artistico, venne distrutta la torre dei Pulci e moltissime altre abitazioni; La Galleria degli Uffizi subisce gravi danneggiamenti anche alle opere d'arte.
Il mio ricordo è indelebile, io mi trovavo in via calimala a casa di alcuni amici. Fu devastante ogni momento successivo al boato. Ogni anno a Firenze in occasione della ricorrenza vengono organizzati eventi appositi per non disperdere la memoria dell'evento. Per testimoniare fratellanza e sostegno ai familiari dei fiorentini e non, che hanno perso la vita e per tutto il patrimonio artistico che fu danneggiato.
Nel luogo in cui scoppiò la bomba negli anni sonostati apposti numerosi ricordi, tra i quali mi piace ricordare un olivo che posto il quell'angolo da senso di pace e serenità ritrovata.

martedì 21 maggio 2013

Agli Uffizi con Correggio in attesa del Parmigianino, del Giorgione e di Tiziano


Aprono alla Galleria degli Uffizi due nuove sale. Le opere di restauro vanno lentamente avanti e passo dopo passo alcuni risultati cominciano ad arrivare. Gli Uffizi si sa, sono patrimonio dell'umanità e questo non fa sconti a chi può credere che possano appartenere ad una sola cerchia di persone, di personaggi o dei politici di turno. Quindi, anche se avremmo preferito un risultato diverso sulla tempistica dei lavori, apprezziamo il lavoro finora svolto.
Le sale che sono state allestite sono la numero 68 e la numero 71. La prima è dedicata alla pittura romana della prima metà del Cinquecento e la seconda ospita i dipinti del Correggio.

Le due sale sono state allestite al piano nobile dell'ala di Ponente. Sono state dipinte di bianco con degli inserti mobili color rosso, come quelli delle "Sale rosse" dedicate alla pittura del XVI secolo, che si differenziano dalle cosiddette "Sale blu", delle quali abbiamo parlato qui, annunciate i inaugurate nel 2011 all'interno del progetto dei "Grandi Uffizi".
Altre sale verranno prossimamente aperte al primo piano e sono quelle dedicate alle opere di Parmigianino, di Giorgione e di Tiziano.

giovedì 16 maggio 2013

La nascita dell'Opera Lirica

Prima di citare il giorno esatto in cui l'Opera Lirica ebbe luogo per la prima volta in assoluto, dobbiamo certamente premettere che l'evoluzione negli anni di questo bellissimo spaccato dell'arte canora e teatrale è stato pressochè immutato. Sono cambiate le musiche, gli stumenti e le sceneggiature, ma l'originale rappresentazione delle tragedie greche, nate con la "Camerata de' Bardi" (dal conte Giovanni de' Bardi) era quello di ricostituirne l'"habitat" naturale.
Nel "Dialogo della musica antica e moderna" di Vincenzo Galilei, padre del più famoso figlio Galileo, venne espressa la Divina Commedia, messa in pratica cantandone la poesia del Conte Ugolino.
Ma il 6 ottobre 1600, in una sala di Palazzo Pitti, Jacopo Peri, artista contemporaneo, in occasione delle nozze del re Enrico IV di Francia con Maria de’ Medici, presentò “L’Euridice” nel cosiddetto “Stile Rappresentativo”.
Volendosi attenere all'opera data alla stampa, “L’Euridice” di Jacopo Peri, fu pubblicata il 6 febbraio 1601 su un libretto di Ottavio Rinuccini, viene preceduta da un’altra “L’Euridice” di un grande musicista laziale, Giulio Caccini (1571 - 1618), basata sullo stesso libretto, che fece stampare la sua “favola musicale” il 20 dicembre 1600, anche se poi fu rappresentata, per la prima volta, quasi due anni dopo, il 5 dicembre 1602, sempre a Palazzo Pitti.
Nelle pagine introduttive della raccolta di madrigali e di arie “Le Nuove Musiche”, edito a Firenze nel 1602, Caccini espone chiaramente il suo ritorno a un canto monodico, più comprensibile, maggiormente consono alle nuove necessità artistiche del primo Seicento.
Il canto prima di tutto.
Le prime rappresentazioni di queste opere avvengono per mani di grandi compositori dell'epoca, per iniziativa e magneicenza della famiglia Bardi, fiorentina e rappresentate in un palazzo, quello de' Pitti che non lascia scampo alla paternità fiorentina del'origine dell'opera lirica.
Per onestà intellettuale voglio citare anche un'altra possibilità che alcuni portano come tesi assoluta, quella del 24 febbraio 1607. Alla corte di Mantova Claudio Monteverdi presentò in quella data "L'Orfeo", la sua "favola in musica" su libretto di Alessandro Striggio figlio. Ma come avete letto in precedenza, per risalire alle origini di questo genere musicale, bisogna tornare indietro nel tempo di sette anni, a Palazzo Pitti, ai Bardi, a Firenze!

lunedì 6 maggio 2013

Le Grandi Meridiane Fiorentine

Il 20 giugno dell'anno 2007 venne inaugurata ufficialmente la meridiana collocata sul piazzale antistante l'attuale Museo Galileo in Piazza dei Giudici. Misurare il tempo è sempre stato e ritenuto necessario dall'uomo. In passato la meridiana aveva una funzione fondamentale per la vita cittadina, per incontri, commercio ecc...
Il Museo della Scienza ha proposto una mostra "La linea del sole. Le grandi meridiane fiorentine". Bellissime riproduzioni di meridiane che si trovano in tutta la città. Quella del Battistero di San Giovanni, quella di Santa Maria del Fiore, Santa Maria Novella e la Specola.
Nella foto la meridiana in Piazza Signoria della quale ho parlato qui.

giovedì 2 maggio 2013

I parenti di Michelangelo

La Basilica di Santa Croce divenne il cimitero della famiglia del Buonarroti. Negli ultimi tempi, senza nessun tipo di indagine invasiva, sono emerse fondate ipotesi sul fatto che molti dei parenti del Buonarroti possano essere stati sepolti all'interno della Basilica di Santa Croce in Firenze.
L'eterno riposo, così eccellente, sarebbe stato previsto per ben 65 parenti del genio artistico, tra avi e discendenti. La maggior parte dei parenti di Michelangelo sarebbero morti in età giovane o giovanissima a causa di malattie.
Una scoperta a dir poco eccezionale, vista la levatura del maestro scultore conosciuto in tutto il mondo, avvenuta facendo un accurato studio dei registri dei morti della Basilica, nei quali sono registrati i nominativi delle sepolture con anche le annotazioni risalenti all'epoca michelangiolesca.
Già Benedetto Varchi ricordava questa possibilità quando il nipote di Michelangelo, Leonardo (notare la fantasia dell'epoca sui nomi di battesimo) Buonarroti aveva "cautamente cavato il corpo di Roma e, come fussi una mercatanzia, inviatolo alla patria in una balla" e che la cassa doveva essere "scaricata a Santa Croce, dove tutti li antenati di Michelagnolo si riposano".
Insieme a Michelangelo, dal 1400 al 1858, saranno oltre sessanta gli antenati e i discendenti dell’artista che sono sepolti in Santa Croce.
E brava la famiglia Buonarroti!!!

lunedì 15 aprile 2013

Il Tabernacolo dell'Arte dei Corazzai e Spadai

La Chiesa di Orsanmichele, si sa, è le chiesa delle Arti. Era abitudine e costume che ogni Arte, sia Maggiore che Minore, acquisisse una cripta per poterne fare un tabernacolo simbolo della propria attività.
Nel corso dell'anno 2012, uno di questi tabernacoli ha visto una "resurrezione" alquanto meritata. E' quello dell’Arte dei Corazzai e Spadai, eseguito da Donatello.
Il Tabernacolo ha al suo interno una statua di San Giorgio, che è stata restaurata magistralmente dall'opificio delle Pietre Dure, come tutta la struttura tabernacolare in marmo bianc.
L'Arte dei Corazzai e Spadai era un'arte Minore di Firenze. I componenti si distinguevano perchè fabbricanti di oggetti in metallo, armature, spade. I corazzai scelsero come protettore San Giorgio raffigurato nella statua che fu commissionata ad un giovane artista ancora poco famoso; Donatello.
La statua fu realizzata tra il 1415 e il 1417. Anche il Vasari nelle "Vite" ne elogiò il lavoro e la fattura.
Il lavoro dei Corrazzai era molto apprezzato. Ingenti erano le commissioni, i conflitti si riproponevano frequentemente e gli eserciti cambiavano spesso le loro componenti militari. Come tutte le attività commerciali, anche il lavoro di questa arte era controllato dalle autorità cittadine. Erano stabiliti anche come dovessero essere realizzate le armature, la lega dell'acciaio, la grandezza e lo spessore delle corazze e delle spade. Gli affari andavano a gonfie vele e alcune delle famiglie più importanti di Firenze erano iscritte a questa arte, come i Peruzzi e gli Acciaioli.

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