lunedì 29 marzo 2010

Il "Pan di Ramerino"

Se conoscete Firenze, se siete stati a Firenze, se avete mangiato a Firenze, se siete entrati in un "forno" di Firenze vi sarete accorti che esiste un panino fragrante, dorato quasi scuro e lucido, con all'interno dell'uva appassita e rosmarino (volgarmente detto anche "ramerino").
Il Pan di Ramerino appunto, dolce semplice ma di una magica fattura e di un magico contrasto di sapori, dal dolce all'aromatico intenso e di una fragranza inconfondibile.
Pensare che in tempi antichi veniva preparato solo nel tempo di Pasqua in particolar modo il Giovedì Santo. Attualmente lo si può gustare tutto l'anno a Firenze e dintorni.
Vi metto qui sotto la ricetta, per dilettarvi nella cucina tradizionale fiorentina:
500 gr farina bianca tipo "0"
30 gr lievito di birra
100 gr zucchero
150 gr uva sultanina
due rametti di ramerino, sale, olio d’oliva
Sciogliere il lievito di birra in poca acqua e versarlo al centro dalla farina disposta a fontana. Aggiungere acqua tiepida quanto basta a fare un impasto piuttosto consistente. Infarinarlo leggermente, sistemarlo in un contenitore e lasciarlo lievitare, coperto con un panno e in luogo tiepido, per circa un’ora. Nel frattempo, far scaldare quattro cucchiai d’olio con un rametto di ramerino fresco, e lo zibibbo non ammollato. Togliere dal fuoco e lasciare raffreddare. Trascorso il tempo della prima lievitazione, riprendere l’impasto e lavorarlo bene. Eliminare il rametto di ramerino e unire alla pasta l’olio e lo zibibbo, insieme allo zucchero, a qualche foglia di ramerino fresco tritata e un pizzico di sale. Lavorare ancora e dividere l’impasto in tante pagnottelle, che dovranno lievitare ancora un’ora al coperto e al caldo. Praticare su ogni pagnotta quattro tagli a griglia, e spennellare con poco olio (usando un rametto di rosmarino) e cuocere in forno ben caldo (200°C) per circa 40 minuti o fino a quando la superficie sarà dorata e croccante.
 
Altro che "Colomba Pasquale"!!!

venerdì 26 marzo 2010

Tiziano Terzani, fiorentino "del" mondo...(prima parte)

“Ormai mi incuriosisce di più morire. Mi rincresce solo che non potrò scriverne”...
Con questa frase Tiziano Terzani parlò di se in una delle sue ultime interviste. In questa frase c’è tutto lo spessore dell’uomo e del “poeta” di questo grande personaggio della cultura fiorentina.
Tiziano Terzani nasce a Firenze il 14 settembre 1938, scrittore e giornalista ha fatto della sua stessa vita una missione, con un’evoluzione intellettuale invidiabile anche per le scelte sul proprio stile di vita.
E’ nato a Firenze, nel quartiere di Monticelli, di mercoledì. Il padre aveva un’attività di meccanico d’auto ed era un comunista ed ex partigiano, la madre una donna benestante e molto cattolica, da questo connubio familiare nasce lo stimolo di tolleranza che contraddistinguerà la sua vita, quella della sua famiglia e le sue opere.
Dice della sua famiglia: 
“debbo a loro forse un senso di tolleranza e questa cosa profonda [...] di vedere il bello della vita nella sua diversità e vedere la vera essenza della vita nell'armonia degli opposti".
Pur non disponendo di mezzi finanziari adeguati, la famiglia ha sempre incentivato la naturale predisposizione di Tiziano per l’apprendimento e gli studi che dopo le scuole primarie lo videro frequentare il liceo classico "Galileo" di Firenze.
A sedici anni, già predisposto ai viaggi e alla conoscenza del mondo in tutti i suoi aspetti, durante le vacanze estive si trasferisce in Svizzera a lavorare come lavapiatti in un ristorante per poter guadagnare il necessario e riuscire a visitare la città di Parigi.
Successivamente visitò il Belgio e la Germania e si diplomò con altissimi voti.
Era quasi “riuscito a trovare un’impiego” ma preferì accettare l’ammissione alla borsa di studio presso il prestigioso Collegio medico-giuridico di Pisa che a quel tempo faceva ancora parte della Scuola Normale Superiore e che successivamente si è trasformata nell’attuale Scuola Superiore Sant'Anna di Studi Universitari, laureandosi brillantemente in giurisprudenza nel 1961.
La vera e propria svolta della sua vita fu quando l’azienda per la quale lavorava, l’Olivetti, famosa azienda di livello internazionale del tempo, lo inviò già nel 1965, a fare formazione in Giappone ed in Sud Africa ed in numerose altre nazioni.
Proprio in Sud-Africa si interessò molto all’apartheid ed allo sfruttamento sociale del paese inviando i suoi articoli a Ferruccio Parri, allora direttore della rivista l’Astrolabio.
Questa nuova idea di poter divulgare, diciamo così, i problemi e le visioni del mondo ebbero in Terziani un forte impatto emotivo.
Fu così che iniziò per lui una nuova vita, quella di esploratore di uomini e di mondi e di divulgatore delle proprie scoperte.
Nel 1969 si licenzia dall’Olivetti, aveva vinto una borsa di studio alla Columbia University di New York e si dedicò allo studio della cultura cinese investendo molto sulla professione giornalistica, approfondendo moltissimo la cultura dei paesi asiatici e della loro politica.
Iniziò collaborando ad alcune riviste come appunto L'Astrolabio ed il quotidiano Il Giorno, fino a riuscire a diventare corrispondente dall’Asia del settimanale tedesco Der Spiegel.
Nel marzo del 1971 si trasferì con la famiglia a Singapore e seguì molto da vicino le evoluzioni delle fasi decisive della Guerra del Vietnam, esperienza che diede origine ai suoi primi due libri.
In seguito collaborò anche con i quotidiani italiani Corriere della Sera e La Repubblica, diventando uno dei più importanti giornalisti italiani a livello internazionale.
Nel 1975 è tra i pochi giornalisti rimasti a Saigon ed assiste alla presa del potere da parte dei comunisti.
(segue)

domenica 21 marzo 2010

Lezioni di Storia - Firenze e la Scienza - Domenica 21 marzo 2010

Giorgio Stabile - L'universo della Divina Commedia: Dante e le stelle.
Quando Dante, salendo con Beatrice all'ottavo cielo delle stelle fisse, vede in basso i vari pianeti nelle loro orbite, la terra gli pare così piccola che sorride. Questo è uno dei riferimenti astronomici contenuti nella Divina Commedia che hanno fatto del cosmo dantesco un luogo esemplare della concezione medievale del mondo.
La terra costituisce il centro dell'Universo e intorno ad essa ruotano nove cieli in movimento contrariamente al decimo, l'Empireo, che è immobile e solo luce.
Questa concezione implica una confluenza decisiva per il futuro del pensiero europeo, quella ciè tra cristianesimo e pensiero greco, tra cosmologia biblica e cosmologia greco-latina. Di  tale confluenza la Commedia reca il segno. Astronomia e cosmologia, e le scienze affini, vanno a costituire le strutture primarie su cui poggia il poema e anche lo stile linguistico, "sottile, limati e scientifico" delle rime dotte di Dante contribuisce a saldare assieme scienza e letteratura, teoria fisica e introspezione poetica.

sabato 20 marzo 2010

La “Bella Principessa” di Leonardo da Vinci

La “Bella Principessa” è un inedito capolavoro di Leonardo da Vinci (1452-1519), intitolato “Profilo della bella principessa” e realizzato intorno al 1490 è stato ritrovato ed attribuito.
La mano di Leonardo in questa opera è stata identificata recentemente dal professor Vezzosi, opera da lui segnalata come “Profilo nuziale di giovane dama” e definita “inedita” in un libro.
L'opera, (33cm x 23cm) è dipinta su tela a gesso, penna e inchiostro, fu erroneamente attribuita alla scuola tedesca del XIX secolo e appartiene al collezionista canadese Peter Silverman. Il direttore del Museo Ideale di Vinci ha assegnato il disegno su pergamena a Leonardo in base ''a un procedimento di analisi critica per evidenze, per esclusione e per confronto, basato su considerazioni storico-artistiche, tecniche ed estetiche, stilistiche e iconografiche, alle quali si sono aggiunti i risultati (di conferme e compatibilità) delle indagini scientifiche'', compresa l'identificazione di un'impronta digitale riconosciuta come dell'artista-scienziato del Rinascimento. Gli studi sono stati fatti in un laboratorio di Parigi e le immagini scattate da una supertecnologica macchina fotografica in grado di rivelare i differenti strati di colore, hanno stabilito che una delle impronte digitali presenti sul ritratto è molto simile a un'altra impronta del maestro italiano, ritrovata sul dipinto intitolato «San Girolamo» e custodito nei Musei Vaticani. Quest’ultima opera fu sicuramente dipinta da Leonardo nei suoi anni giovanili quando non aveva ancora alcun assistente.
Anche la datazione al carbonio e l'analisi agli infrarossi della tecnica dell'artista confermerebbero che l'opera è di Leonardo. Infatti l'analisi al carbonio dimostra che il dipinto risale ad un periodo compreso fra il 1140 e il 1650 mentre, come hanno spiegati gli esperti, l'analisi a raggi infrarossi evidenzia significativi parallelismi stilistici con alcuni disegni di Leonardo conservati nel Castello di Windsor. Infine l'inchiostro e il gesso sono stati «usati» da una mano sinistra e il grande maestro italiano era appunto mancino. 
Noti studiosi e specialisti di Leonardo da Vinci (come Martin Kemp dell'Università' di Oxford e, pur con tutte le cautele, Carlo Pedretti dell'Università della California), hanno definito l'opera “La bella principessa” la più rara e significativa scoperta degli ultimi cento anni dopo quella della “Dama con l'ermellino”, avvenuta agli inizi del Novecento.

giovedì 18 marzo 2010

Il "SASSO DI DANTE"

E’ ormai nota la supremazia di Dante Alighieri nel linguaggio del periodo storico in cui ha dato il meglio di se stesso, in letteratura fiorentina e italiana più in generale.
I luoghi danteschi a Firenze sono assai noti per coloro che della cultura fiorentina e della storia dantesca hanno ormai dimestichezza e passione.
Non sarà quindi sfuggita la più “famosa” delle storielle ed aneddoti che circolano intorno alla sua figura, che immagino tramandata per secoli così come in realtà è successa; non si badi alle parole ma al senso.
Quindi, oltre ai conosciutissimi luoghi danteschi come il Battistero di San Giovanni, il Palazzo del Bargello, la Casa, la Chiesa di Santa Croce ecc… esiste il "Sasso di Dante".


Lo possiamo far riferire, come il luogo in cui il sasso esisteva, nella parte della piazza del Duomo in basso alla facciata di una casa, posta fra piazza delle Pallottole e via dello Studio.
Si trovava nel luogo tra due attuali negozi ed è segnalato da una lastra di marmo corniciata, nella quale è scolpito a chiare lettere: “SASSO DI DANTE”.
Questo sasso, si tramanda, fosse il luogo nel quale l'Alighieri solesse riposarsi e che nell’attesa guardasse la costruzione della Cattedrale. Si narra, a testimonianza dell’eccezionale memoria del sommo poeta, che un giorno mentre era seduto ed assorto nei propri pensieri sul solito sasso, passò di lì qualcuno e gli chiese:- “Oh Dante, icchè ti piace di più da mangiare?"
- "l’ovo” – rispose Dante.
L’anno dopo, la stessa persona curiosa, ripassò di li e ritrovò Dante ancora seduto sul suo sasso preferito, sempre assorto e pensieroso e gli chiese:- “co’ icchè?”
- e Dante: “co i’ sale!”

La solita genialità dei fiorentini.


domenica 14 marzo 2010

La barbiera degli alpini

Quando in caserma, come in trincea, nei momenti in cui non c’è da far niente, lo spirito chiassoso e ironico spiritoso e ilare del popolo italiano, prende corpo e forma. In queste occasioni si inventano canti e canzoni, parodie e stornelli. Quale migliore occasione è quella dove è possibile immaginare di farsi far la barba da una barbiera! Immaginare addirittura una barbiera in trincea. Dove le donne sono sognate per mesi e mesi!! Se poi ad immaginare tutto questo sono gli alpini…! 
Il canto si chiama infatti “La barbiera degli Alpini”, i cui autori si perdono nel tempo, fra le migliaia di alpini che l’hanno cantato, modificando chissà quante volte il testo, ironizzando sul doppio senso. In tempo di guerra la professione del barbiere era svolta, spesso, dalle donne. Belle? Soprattutto!! In ogni caso lo dovevano essere nel canto e nell’immaginario collettivo idealizzato in trincea.!! Ci mancherebbe se la ‘barbiera’ non fosse neppure bella!! “ Ohi barbiera, bella” (allora la barbiera è bella per davvero!!) attaccano bassi e baritoni, in fortissimo, divisi da una settima. “Barbiera, bella!!”. “La barba che mi vuoi far?” Questo l’incipit, che è tutto un programma per l’ironia che già si intravede. La barbiera è disponibile “..Mi la barba la ti farìa, ma g’ho paura del mio marì”. Ma non ti preoccupare, perché il marito “..l’è in Francia e speranza non ha di ritornar”. Marito o no, che ritorni o no ‘..la barba ti voglio far’. Perché ‘La tua barba l’è riccia e bella, la fa innamorar’. La barba sarà sicuramente fatta: marito o non marito, Francia o non Francia, barba o non barba!!??
Francoeffe

venerdì 12 marzo 2010

De Chirico, Max Ernst, Magritte, Balthus. Uno sguardo nell’invisibile

Dal 26 febbraio 2010 a Palazzo Strozzi a Firenze una rassegna ripercorre in 100 capolavori la straordinaria parabola di De Chirico e dell’arte metafisica e surreale De Chirico, Max Ernst, Magritte, Balthus.Uno sguardo nell’invisibile Firenze, Palazzo Strozzi 26 febbraio-18 luglio 2010

Dal 26 febbraio al 18 luglio 2010 una grande mostra a Palazzo Strozzi racconta la straordinaria avventura artistica di Giorgio de Chirico e la duplice influenza che la sua pittura ebbe nell’arte moderna e su pittori come Carrà e Morandi, o Max Ernst, Magritte e Balthus.
Attraverso 100 opere, provenienti da esclusive raccolte private e da alcuni dei più importanti musei del mondo, la rassegna mette in evidenza “la rivoluzione copernicana” operata da De Chirico nell’arte del XX secolo, che aprì la strada a tutti quei movimenti che costituiscono la parte più interessante e vitale dell’esperienza artistica europea tra le due guerre, dal Dada al Surrealismo, dal Realismo Magico al Neo-Romanticismo dando un taglio netto alle prospettive di ricerca ormai esaurite del Cubismo e delle
avanguardie formali. Una rassegna che vuole anche invitare a riflettere sui temi degli spazi e dei sogni, associando alla visione delle opere d’arte le suggestioni provocate dai quadri sulla psicologia dello spettatore.
Responsabili del progetto scientifico sono Paolo Baldacci e Gerd Roos, curatori tra l’altro della mostra monografica dedicata a De Chirico nel 2007 a Padova, e inoltre Guido Magnaguagno, fra i curatori della mostra Arnold Böcklin, Giorgio de Chirico, Max Ernst tenutasi nel 1998 a Zurigo, Monaco e Berlino.
La mostra riunisce alcune tra le più celebri opere del periodo metafisico di De Chirico, dipinti di Carrà e Morandi, capolavori di René Magritte, Max Ernst e Balthus. In dialogo con questi quadri verranno presentate opere estremamente significative di artisti come Niklaus Stoecklin, Arturo Nathan, Pierre Roy e Alberto Savinio, che sulla strada aperta da De Chirico si mossero in un ambito espressivo in bilico tra Metafisica, Realismo Magico, Surrealismo e Neo-Romanticismo.
La mostra.
Il sottotitolo della rassegna: Uno sguardo nell’invisibile, prende spunto da un’affermazione di Giorgio de Chirico, che sin dall’inizio del suo percorso scrisse che lo scopo della pittura non doveva essere di riprodurre più o meno bene ciò che già vediamo in natura, ma soprattutto «far vedere ciò che non si può vedere». Non solo, quindi, trasferire e ricreare emozioni, ma indurre nello spettatore, attraverso un sofisticato sistema di selezione e di riproduzione delle immagini, le stesse intuizioni sperimentate
dall’artista sul significato profondo del mondo e delle cose. A questo proposito la sede di Palazzo Strozzi è particolarmente significativa perché la prima completa “rivelazione” del misterioso rapporto che intercorre fra le cose che appaiono e il loro significato colse il ventunenne De Chirico proprio durante un viaggio a Firenze nell’ottobre del 1909 in piazza Santa Croce: è da questa esperienza che ha origine l’intuizione dechirichiana degli aspetti enigmatici e inesplicabili dell’esistenza e del mondo, tradotta in forma plastiche nei suoi celebri “enigmi” degli anni Dieci e negli inquietanti accostamenti iconografici degli anni Venti.
Una messa in scena di rappresentazioni mute che, attraverso le masse geometriche di architetture semplificate, evocative e simboliche, e le trascrizioni di oggetti scelti per il loro significato più che per la loro apparenza, ci comunica quella particolare concezione del mondo e della sua essenza ultima che l’artista aveva maturato attraverso la lettura di Nietzsche, di Schopenhauer e di Eraclito.
Un nulla che invita a esplorare l’instabilità dei linguaggi e la sconcertante pluralità semantica dei segni, e che apre orizzonti completamente nuovi al mondo della comunicazione visiva. In tal senso l’eredità della metafisica dechirichiano è di una enorme ampiezza e sconfina in tutti i movimenti che hanno rispecchiato l’instabilità e l’angoscia del mondo moderno. Temi come l’alienazione e la solitudine, il senso di abbandono, l’isolamento, l’abisso di guerra e violenza, l’inquietudine e la disperazione porteranno René Magritte a definire l’opera di De Chirico in una conferenza tenuta il 20 novembre del 1938 al Musée Royal des Beaux-Arts di Anversa, come «una nuova visione nella quale lo spettatore ritrova il suo isolamento e intende il silenzio del mondo».
Al centro dell’esposizione ritroviamo quindi le corrispondenze di temi, di soggetti, di sensibilità fra De Chirico e gli artisti che in vario modo hanno raccolto la sua lezione. Le opere selezionate condividono ambientazioni e scenari: strade e stanze pressoché vuote, scatole architettoniche, piazze disabitate, spazi esterni che si aprono attraverso finestre, o misteriose porte socchiuse, e associazioni incongrue di oggetti inseriti in contesti spaziali stranianti: camini, orologi, treni, strane pavimentazioni e orizzonti lontani, fughe prospettiche, piani ribaltati, rebus e relitti di antiche civiltà perdute. In questi luoghi, dove spesso i rapporti dimensionali sono rovesciati, gli uomini stanno come prigionieri, attori privati di parola e azione, perennemente in attesa e in silenzio, senza tempo.
Il percorso espositivo. L’itinerario della rassegna passa attraverso alcuni tra i maggiori capolavori di una fase dell’arte europea che James Thrall Soby, col titolo di un suo famoso saggio del 1935, indicò come “successiva a Picasso” (After Picasso), cioè non più indirizzata a esplorazioni nel campo della forma, della luce e del movimento, ma aperta appunto al “nuovo mondo” di matrice letteraria, filosofica, concettuale e fantastica scoperto da De Chirico. De Chirico fu sicuramente l’artista che formulò l’espressione pittorica più aderente alla condizione esistenziale degli uomini degli inizi del XX secolo. Poeti come Guillaume Apollinaire e
André Breton si riconobbero immediatamente in quella visione del mondo e il linguaggio di De Chirico divenne punto di partenza di opere letterarie e filosofiche che hanno esplorato le strutture della comunicazione visiva basata sulla memoria e sull’inconscio.In mostra si potranno ammirare opere basilari di questo rivoluzionario percorso, come l’Autoritratto del 1911, l’Enigma dell’arrivo e del pomeriggio (1911-12), la Nostalgia dell'infinito (1912) o la Serenità del saggio del 1914, fino a dipinti estremamente rappresentativi delle sue nuove poetiche degli anni Venti, come il Paesaggio romano del 1922, che esplora in modo mirabile la
metafisica dei luoghi reali, o i quadri della serie dei “mobili all'aperto” e delle “rovine nelle stanze” che ci propongono l'inquietante tematica dello spiazzamento.
Nel percorso espositivo della rassegna De Chirico dialoga con le opere di René Magritte, che in capolavori come La condizione umana, Il senso della notte, La chiave dei sogni, dimostra di “pensare” i suoi quadri come proiezioni di una dimensione interiore e di una certa condizione dell’anima: malinconia, spaesamento, illusione, ricordo o visione.
Per questa via, nell’Italia postbellica, Carlo Carrà, con dipinti quali Il gentiluomo ubriaco (1916), L’ovale delle apparizioni (1917) o Il figlio del costruttore (1917-22) e Giorgio Morandi con le sue nature morte metafisiche, indicarono nuovi orizzonti poetici capaci di andare oltre la visibilità muta dell’oggetto.
Anche il dadaista tedesco Max Ernst fu tra i primi ad attingere alla lezione di De Chirico, con capolavori di grande impatto visivo e psicologico come Oedipus Rex (1922). Ernst, che è forse, da un punto di vista concettuale, il massimo artista surrealista, esplorò i labili confini che separano volontà e coscienza creativa dell’artista dalle opportunità offerte dal caso e dagli automatismi inconsci (Visione notturna della Porta Saint Denis, 1927). Le inedite corrispondenze fra il De Chirico metafisico e il giovane Ernst verranno rivelate dall’opera grafica dei due artisti di cui saranno esposte in mostra alcune opere significative: i primi collage di Ernst e una serie di importanti disegni di De Chirico. Altro grande interlocutore di De Chirico è il francese di origine polacca Balthus. Nel suo percorso, il tema del silenzio e dell’enigma acquistano, in modo straordinariamente intenso, la dimensione nuova dell’erotismo. In mostra, il monumentale Passage du Commerce-Saint-André e la Place de l'Odéon, opere nelle quali, attraverso lo sprigionarsi della sessualità, Balthus spezza la condizione di solitudine esistenziale portando una nuova intensità vitale nel “mondo del
silenzio”.
Infine, oltre a capolavori di Arturo Nathan, di Pierre Roy e di Alberto Savinio, i visitatori potranno vedere per la prima volta in una rassegna italiana un gruppo significativo di nove opere di Niklaus Stoecklin, tra i maggiori e più originali rappresentati del Realismo Magico di area tedesca.
Il percorso per famiglie bambini. Tutte le mostre di Palazzo Strozzi mirano ad abbattere le barriere tra arte e scienza: per De Chirico, Max Ernst, Magritte, Balthus, l’itinerario per famiglie e bambini inviterà a esplorare la psicologia attraverso speciali didascalie e una sala interattiva che accompagneranno il visitatore in un viaggio nel mondo dei sogni, degli spazi e delle paure.
La mostra è posta sotto l’Alto Patronato del Presidente della Repubblica Italiana, con il Patrocinio del Ministero per i Beni e le Attività Culturali e del Ministero degli Affari Esteri, ed è promossa e realizzata dalla Fondazione Palazzo Strozzi con il sostegno del Comune di Firenze, della Provincia di Firenze, della Camera di Commercio di Firenze e dell’ Associazione Partners Palazzo Strozzi e con la collaborazione di Soprintendenza PSAE e per il Polo Museale della città di Firenze e l’Archivio dell’Arte Metafisica
di Milano.

mercoledì 10 marzo 2010

Le "crespelle" alla fiorentina

Sono un primo piatto di tradizione fiorentina, ripieno classico di ricotta e spinaci e tanta buona volontà perchè si tratta di un piatto un po' elaborato da preparare.
La soddisfazione di preparare questo piatto sta nel vedere il commensale estasiato nel mangiarle.


Ingredieneti per 6 persone
Ripieno: 600 gr. di spinaci, 300 gr. di ricotta, 1 uovo, parmigiano, noce moscata, sale e pepe.
Crespelle: 90 gr di farina, 3 uova, 1 bicchiere e mezzo di latte, poco burro, un pizzico di sale.
Besciamella: 50 gr. di farina e 50 di burro, mezzo litro di latte, noce moscata


Ripieno: Lessare gli spinaci in acqua salata, poi scolarli e tritarli finemente. Unire la ricotta, l'uovo, tre o quattro cucchiai di parmigiano grattugiato, un po' di noce moscata e aggiustare di sale e pepe.
Crespelle: Preparare a parte la pastella per le crespelle amalgamando le uova con la farina, il latte e il burro fuso. Besciamella: in un tegame fare fondere il burro, aggiungere la farina e poco per volta il latte, sempre mescolando e facendo attenzione che non si formino grumi. Aggiungere sale, pepe e noce moscata a piacere e lasciar cuocere a fuoco lento finché il composto non abbia raggiunto una consistenza né troppo liquida né troppo densa. 

Preparazione: Imburrare una teglia piccola e con la pastella preparata prima fare delle frittatine sottili. Disporre l'impasto di spinaci e ricotta sulle crespelle e arrotolarle ottenendo qualcosa di simile a dei cannoli ripieni. Mettere i cannoli in una teglia da forno precedentemente imburrata, coprirli con la besciamella e macchiarli con poca salsa di pomodoro. Gratinare a forno medio per 15-20 minuti.

lunedì 8 marzo 2010

Gli antenati delle Chiarine del Gonfalone

Si chiamavano "Trombettieri della Signoria" e intorno all'anno 1391 si dispose che i "trombetti" del Comune di Firenze abitassero tutti in una stessa zona chiamata a quel tempo San Michele in Palco detto anche in "Palchetto" a causa di un piccolo ballatoio posto sulla facciata della chiesa di San Michele appunto.
La comunità tutta, dal quel periodo, venne rinominata San Michele delle Trombe. Oltre a loro facevano parte della compagnia anche dei suonatori di nacchere e di altri strumenti che il Comune aveva a salario.
In modo diverso, ma associabile a ciò che ora avviene all'interno delle Feste e Tradizioni Fiorentine del Comune di Firenze, e alla Famiglia di Palazzo del Gonfalone di Firenze.

sabato 6 marzo 2010

Nasce oggi Michelangelo Buonarroti

Il 6 marzo 1475 nasce a Caprese, in provincia d'Arezzo, Michelangelo Buonarroti. Dimostra presto inclinazione per l'arte, e nonostante l'opposizione della famiglia, entra nella scuola del Ghirlandaio a Firenze. Dal 1488 aderisce alla libera scuola di scultura e di copia dall'antico, voluta da Lorenzo de' Medici. Il mecenate fiorentino non tarda a notare il talento di Michelangelo e lo accoglie nel suo palazzo. E' qui che il giovane Buonarroti incontra illustri personaggi della cultura umanista quali Angelo Poliziano, Marsilio Ficino, Pico della Mirandola. Realizza le sue prime sculture per la corte medicea, ma è solo per il papato, che a partire dal 1498 Michelangelo produce i suoi capolavori.
La "Pietà", oggi in San Pietro è del 1499. Nel 1501 è a Firenze, dove scolpisce il "David". Nel 1504 il papa Giulio II lo chiama a Roma e nel 1508 gli affida la realizzazione della Cappella Sistina, il suo più celebre lavoro.
Michelangelo - che si sposta di continuo tra Roma, Firenze e Carrara, dove controlla personalmente il marmo per le sue opere - accantona tutto e si dedica alla cappella ininterrottamente fino al 1512. Fino al 1550 attende agli affreschi della Cappella Paolina in Vaticano e svolge lavori come architetto, da Palazzo Farnese alla risistemazione del Campidoglio, fino ai lavori imponenti per San Pietro, a capo della cui fabbrica lo vuole Papa Paolo III.
Domani a Firenze verrà posta una corona di fiori nella Basilica di Santa Croce.

martedì 2 marzo 2010

Leonardo da Vinci ha origini arabe...

"Leonardo da Vinci, il più grande italiano di tutti i tempi era arabo".
Lo rivela uno studio condotto da Alfred Breitman e Roberto Malini del Gruppo Watching The Sky, associazione impegnata nelle ricerca di opere d'arte perdute e delle tracce biografiche sconosciute dei grandi artisti del passato.
Lo affermano con grande convinzione Breitman e Malini, in base ad alcune evidenze. La più importante è costituita dal ritrovamento di un'impronta digitale di Leonardo sul dipinto "La dama con l'ermellino". Secondo l'antropologo Luigi Capasso la tipologia dell'impronta è caratteristica del 60% degli individui provenienti dai paesi arabi. L'ipotesi di un origine araba del maestro non è tuttavia nuova. E' risaputo che il nome della madre di Leonardo, Caterina, era attribuito con frequenza alle schiave arabe acquistate in Toscana e provenienti da Istanbul. Anche il professor Alessandro Vezzosi, celebre studioso del Rinascimento, è convinto dell'origine araba dell'autore della Gioconda e possiede documenti che suggeriscono l'origine orientale di Leonardo Da Vinci.
Anche il giovane Salai, pupillo di Leonardo, sembrerebbe un ragazzo arabo, con i capelli ricci, la pelle bruna e gli occhi scuri vivacissimi. Breitman e Malini, a questo punto, estraggono da un cassetto un bel disegno a sanguigna su un foglio di carta antica. E' un ritratto virile del primo Cinquecento è di scuola leonardesca e rappresenta un viso che possiede molte similitudini con i ritratti noti del volto di Leonardo da Vinci. La sua particolarità è che indossa un copricapo di foggia araba, una specie di turbante. Si può ipotizzare che si tratti di un ritratto del maestro eseguito da un suo allievo che conosceva le vere origini del più grande italiano di tutti i tempi. 
La notizia, preziosa per la Storia dell'Arte, è anche un monito per coloro che difendono a spada tratta le frontiere geografiche e culturali del nostro Paese, senza capire che il progresso sociale, morale e intellettuale di un popolo può avvenire solo grazie al contributo di altre esperienze e tradizioni.

lunedì 1 marzo 2010

Nasce oggi Botticelli

Alessandro di Mariano di Vanni Filipepi nasce a Firenze il 1 marzo 1445.
Noto a tutti come Sandro Botticelli, è l'interprete esemplare del Rinascimento in particolare nella sua città natale. Ma Botticelli non è solo l'autore dei capolavori sacri e di allegoria profana realizzati alla corte medicea - «Adorazione dei Magi», «Primavera», «Nascita di Venere» - oggi alla Galleria degli Uffizi, bensì il "fotografo" più raffinato ed elegante del tema "Madonna con bambino" più volte da lui proposto. Riceve la sua prima commissione pubblica all'età di venticinque anni a causa di un incarico non portato a termine nei tempi p attuiti da Piero Pollaiolo.
Nel 1482, Sisto IV lo chiama a Roma. Botticelli è all'apice della fama e il papa lo vuole tra coloro che decoreranno la Cappella Sistina con dieci scene raffiguranti le «Storie della vita di Cristo e di Mosè». Le tre scene più significative vengono affidate proprio a Botticelli. Tornato a Firenze, oltre a realizzare una serie di pale d'altare, sceglie di affrontare l'avventura del "tondo". Un formato di non facile approccio di cui diventa uno dei più importanti realizzatori. Morto il Magnifico e giuntegli alle orecchie le predicazioni di Savonarola, nell'ultimo periodo della sua vita - morirà il 17 maggio 1510 -, Botticelli rivede i canoni estetici e spirituali della sua arte dipingendo opere più ragionate
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