venerdì 21 dicembre 2012

Ugo di Toscana, Marchese simbolo di Firenze

Il putto sorregge l'insegna di Ugo di Toscana
Ugo di Tuscia è stato forse, il più grande personaggio pubblico della Firenze dell’Alto Medioevo.
Ugo, detto anche di Toscana, chiamato universalmente “Il Grande”, divenne Marchese di Toscana piuttosto giovane; a circa 20 anni prese il potere e rimase tale per tutta la vita.
Fu Ugo di Toscana che per primo portò la città di Firenze a essere capoluogo della Tuscia. Nominò Firenze capitale di questo grande territorio così vasto e orograficamente diverso e per meglio occuparsi di ciò, trasferì la propria residenza da Lucca, città che fino a quel momento ricopriva detto ruolo, sulle sponde dell’Arno. Fu un grande personaggio. Regnò per circa 30 anni e fu considerato uomo di alta considerazione e levatura.
Il Marchese aveva una particolare predilezione per Firenze, tanto è vero che il Malespini ne parla così: "e a costui piacque la stanza di Toscana, e massimamente nella città di Fiorenza, fececi venire la moglie, e in essa fece suo dimoro”.
Un legame che nel corso degli anni di permanenza in città divenne molto forte, i colori dello stemma del Marchese di Toscana, bianco e rosso, ereditati da un ramo della sua famiglia, quella dei von Brandenburg, sono divenuti da quel momento i colori di Firenze.
I dintorni dell’anno 1000 non erano periodi di grande splendore, la città contava poco più di 3000 abitanti e tutti erano richiusi all’interno delle mura romane.
Saggio governatore, qualità rara nel tempo, fu un regnante laico e potente, lasciò segnali importanti ai fiorentini, che lo ricordarono circa due secoli dopo la sua morte con Dante che nella Divina Commedia lo pose in Paradiso con il nome di “Gran Barone” - XVI, 127-129 e terzina seguente, citandone anche la bellezza dell'insegna della quale accennavamo precedentemente, quel bianco e rosso a strisce verticali che troviamo raffigurate anche negli scudi sulla sua tomba;

Ciascun che de la bella insegna porta
del gran barone il cui nome e 'l cui pregio
la festa di Tommaso riconforta,

da esso ebbe milizia e privilegio;
avvegna che con popol si rauni
oggi colui che la fascia col fregio.

La città di Firenze conserva numerose rappresentazioni o monumenti dedicati al Marchese; nel 1481, nella Badia fiorentina ove Ugo è sepolto, Mino da Fiesole scolpì il monumento funebre; nel 1590, l’immagine di Ugo di Toscana venne dipinta ad olio da un giovanissimo Cristofano Allori; Raffaele Petrucci nel 1618 scolpì la statua con le sembianze del Marchese che venne collocata nel chiostro grande in modo che ognuno potesse ricordarne il fondatore, insieme alla madre, della Badia fiorentina; recentemente è stata a lui intitolata una Piazza a Firenze. 
Il 21 dicembre 1001, giorno in cui anche oggi si commemora la scomparsa, Ugo di Toscana morì. Nacque e mori a Pistoia, ma subito dopo la morte, la sua salma fu trasportata e sepolta a Firenze presso la Badia Fiorentina, che tutt’oggi rimane emblema del Marchese e della famiglia della Tuscia.
E’ proprio la Badia fiorentina che ogni anno torna a essere protagonista e simbolo di Ugo di Toscana, fondatore della Toscana moderna e di Firenze capoluogo, con una commemorazione sia laica che religiosa, elevata come festa ufficiale fiorentina da tutta la comunità.

Foto di Giuseppe Sabella - www.giuseppesabella.it

lunedì 17 dicembre 2012

L'Arcolaio

Un Arcolaio artigianale, tipico della campagna
Ognuno s'immagina il proprio Arcolaio. C'è chi l'ha visto funzionare da piccolo, quando ancora devote e pazienti signore della campagna toscana si dedicavano alla filatura della lana, o anche semplicemente a dipanare matasse di filo, o ancora a ridurre in gomitoli le forniture della filatura per poi usarli come materia prima dell'uncinetto o della maglia fatta con i "ferri".
Una premessa dovuta agli ultracinquantenni, che dalla campagna, ma anche dai salotti della città provengono, dovuta a coloro che hanno vissuto con i propri nonni nella stessa casa, quando ancora si accendeva il focolare e si stava a guardare la fiamma scintillare.
L'Arcolaio è un arnese, spesso di legno, formato da una ruota che gira su un perno. Sulla ruota si metteva la matassa di filato che si dipanava, facendo automaticamente girare l'Arcolaio quando veniva tirato il filo per avvolgerlo in un gomitolo.
Normalmente veniva costruito artigianalmente e quello che vedete in questa foto è il tipico e caratteristico Arcolaio che io riconosco come uscito dalla mia infanzia. Esistono in commercio altre tipologie, anche tornite e più  da oggettistica da regalo che da reale utilizzo.
La locuzione "arcolaio" è divenuta a Firenze, ma anche nelle zone circostanti (sicuramente in Casentino), parte del vernacolo. Non fosse altro che per sostituire un attrezzo altrettanto importante come la trottola.
"Frullare come un'arcolaio"
"Girare come un'arcolaio oppure quanto un arcolaio"

Riporto la definizione dell'Accademia della Crusca per definirne l'utilizzo nel vernacolo fiorentino, assai esplicativa:

"muoversi in continuazione, non star mai fermo; darsi da fare continuamente per procacciarsi il necessario"
e la susseguente risposta di un fiorentino:
"vecchio, vecchio attrezzo - no? - de, che gira, gira dalla mattina alla sera... gira". [...] Quando uno si sposta: "Ho girao com’una trottola!…Quant’un arcolaio"
"Si usa… ancora qui in Sa’ Frediano si usa, sì. Guarda che quello frulla com’un arcolaio, che gira quanto un arcolaio, capito. L’arcolaio l’è quello della lana, mi sembra.. per filare la lana, e giran di continuo, no, per filare la lana, e giran di continuo. E’ gira tanto, quindi, quando si dice a una persona: Guarda quello gira com’un arcolaio e, e, e gira per vedere se fa giornata (R.:cioè?) per vedere se riccatta sordi pe mangiare la, i’giorno (R.: è uno che passa da uno stesso posto?). Sì, e’ gira com’un arcolaio, … si usa ancora questo detto. Andare da tutte le parti".

Altro:
Girare 'n tondo! / Mòvessi di continuo. / Frulla com’ un arcolaio. / Mamma mia, un sta mai fermo, gira com’ un arcolaio. // Girare come un arcolaio, è un termine usato.

La mia nonna mi faceva fare l'Arcolaio quando dipanava le matasse. Lo facevo con le braccia dritte alle quali era infilata la matassa, mentre lei arrotolava il filo in un gomitolo. Lo stesso gomitolo con il quale poi il gatto (Rossino) giocava e con lo stesso filo ricavava un maglione, bello, quello preferito da mia madre.

mercoledì 12 dicembre 2012

Il "Canto di Croce Rossa"

Il Canto di Croce Rossa, già "de' Ricci"
Non si tratta dell'Ente umanitario, si tratta invece di un Canto, particolare parola utilizzata nella toponomastica fiorentina. E' un po' il "cantone", è l'angolo inteso come "spigolo", che si forma sull'incrocio di due vie, il muro di confine quasi sempre ad angolo retto, la "cantonata".
Tra Via del Corso e Via dei Cerchi ai lati di un tabernacolo raffigurante il "Redentore", sono presenti due croci di colore rosso scolpite su lastre di marmo.
Sotto queste strutture una scritta: "Amo chi mi Ama".
In questo luogo, il "Canto di Croce Rossa" appunto, così come cita la lapide toponomastica di marmo bianco di Carrara, aveva luogo un negozio adibito a spezieria. L'Arte degli Speziali infatti, spesso indicava con particolari "Armi della Repubblica" i propri negozi; altra conferma è la Farmacia del Giglio, simbolo per eccellenza della città di Firenze.
Una Croce Rossa quindi, sia da un lato che dall'altro dell'incrocio, pardon; Canto!
La "Spezieria di Croce Rossa" si trovava a pian terreno di una proprietà della famiglia Ricci, ed una delibera datata 1499 cita l'autorizzazione, oltre ad altri permessi, di poter vendere il pane anche al "Canto de' Ricci".
Canto de' Ricci era quindi il nome di questo angolo della Firenze medievale.
A completamento di questo scritto, segnalo che la Crose Rossa in Campo Bianco indicava l'insegna del Popolo. Quando il Capitano del Popolo issava quest'insegna, tutti i 20 ed oltre Gonfaloni della città si mobilitavano all'adunata per essere prondi a difendere la parte Guelfa dagli attacchi Ghibellini.
Un angolo speciale quindi, un luogo che ognuno di noi ha più volte visto, forse guardato e forse per caso scorto da via del Corso. Storie di uomini e di fiorentini si celano dietro piccoli segnali, a volte di grande importanza, che ci indicano ancora una volta il grande passato di Firenze.

venerdì 7 dicembre 2012

Il Burchiello

Domenico di Giovanni detto Il Burchiello
Abbiamo già parlato di Calimala, della provenienza etimologica e delle varie interpretazioni, una di queste pare provenga da “cali mala”, quasi “caìlis ma1us”. Nel Villani si trova riferimento specifico che questa via fu chiamata col nome di via Francesca, perché qui vivevano numerose botteghe di mercanti. Vendevano principalmente panni e stoffe francesi ed in generale esteri al confine alpino.
Qui, in questa via, ebbe la sua bottega il celebre Domenico di Giovanni. Uno dei più nominati e famosi barbieri fiorentini, che come a Firenze da sempre è stata usanza, aveva un soprannome che si è trascinato sino ad oggi: Il Burchiello.
L'ubicazione precisa di questa bottega all'interno di via Calimala non è conosciuta, qualcuno confessa che fosse stata nella Piazza di S. Andrea, come specificato nella Firenze antica e moderna illustrata.
Il Burchiello nella sua bottega aveva due stanze, in una si faceva la barba e nell'altra suonava la chitarra, declamando poesie.
Domenico di Giovanni dunque, meglio noto come il Burchiello, nasce a Firenze nel 1404. Una vecchia ipotesi insinuava l'origine casentinese di Domenico, nato a Bibbiena, e chiamato Michele Leonzi, o Lontri, e spiegando il soprannome con la piccola barca che lo avrebbe portato giovanetto da Bibbiena a Firenze (cosa alquanto effimera e poco credibile), i documenti illustrati da V. Rossi certificano le origini fiorentine del poeta che, nel 1427, risultava avere quattro fratelli maschi, dei quali il maggiore, Domenico era il quinto oltre le tre femmine. Il Gargani invece ci dice che era nato a Pisa e trasferito giovanissimo a Firenze.

La sua poesia, spesso definita assurda, divenne celebre per il suo stile e per il linguaggio paradossale.
La professione di barbiere e come tale risulta iscritto alla Corporazione dei Medici e degli Speziali, la stessa cui era appartenuto anche Dante Alighieri era a nostro parere il modo per sbarcare il lunario, la celebre barberia fu raffigurata nella volta della Galleria degli Uffizi, secondo un progetto di Paolo Giovio, realizzato, secondo il Manni, tra il 1658 e il 1665.
Ma la sua vera passione era la poesia. Si dice fosse un vero e proprio burlone, ma tra uno scherzo e l'altro, la sua bottega era frequentata da un circolo di letterati e artisti come, ad esempio, Leon Battista Alberti. Non amando la politica Medicea, anzi contrastandola, venne esiliato nel 1434 da Cosimo il Vecchio, che all'apparenza governava una Repubblica, ma che in realtà era il vero e proprio signore di Firenze.
Tanto per entrare brevemente all'interno della poesia di Burchiello, detti “Sonetti alla Burchia”, riporto una prima parte di un poema dal quale si evince l'evidente senso distruttivo del linguaggio.

Nominativi fritti, e Mappamondi,
E l'Arca di Noè fra due colonne
Cantavan tutti Chirieleisonne
Per l'influenza de' taglier mal tondi.

Mori di malaria a Roma, dove anche in quel luogo aprì una bottega di Barbiere. Prima però ebbe una vita travagliata e passò qualche anno di galera a Siena condannato per furto.

venerdì 30 novembre 2012

Sussi e Biribissi, "disperati" fiorentini

Sussi e Biribissi di Carlo Chiostri
Sussi e Biribissi, ricordate questi nomi?
Molti di noi hanno sempre sentito questi nomi sotto forma di affermazione: "Vu mi sembrahe Sussi e Biribissi!", un po' come Gianni e Pinotto, o Stanlio e Ollio. La enorme differenza è che Sussi e Biribissi son personaggi fiorentini, fiorentini davvero.
Sono personaggi contraddittori, gente comune e stereotipata come le coppie di caratteristici personaggi che si citavano precedentemente.
Uno grasso e basso, l'altro magro e alto, uno bonaccione e di poca cultura, l'altro geniale e colto. Una simpatica parodia, insomma, di due personaggi che vivono in città e che calcano luoghi popolari al posto di grandi avventure nobiliari, vivono la consuetudine di una Firenze affogata dalla povertà, ma esaltando la fantasia fino a rasentare il surrealismo.
Sussi e Biribissi sono i protagonisti di un romanzo per ragazzi, addirittura definito da Geno Pampaloni una "favola dei poveri".
E' stato scritto da Paolo Lorenzini, fiorentino anche lui, nipote di quel Carlo Lorenzini molto più famoso autore della storia più amata e conosciuta del mondo; Pinocchio.
Pensate che, senza alcun riguardo ne orgoglio, il Paolo si faceva chiamare, e anche citare come autore del libro, "Collodi Nipote". Quando si dice approfittare della notorietà dello zio senza alcuna remora.
Il racconto di Sussi e Biribissi non ha nessun tipo di paragone rispetto alle favole dello zio, ma ha avuto un grande successo. Si sono fatte anche numerose edizioni di storie susseguenti alla prima, come ad esempio: Le nuove avventure di Sussi e Biribissi, "Sussi e Biribissi in giro per il mondo, Il principe Chicchiricchì ed altre novelle, Nel regno degli Incas.
insomma una bella storia di quelle genuine e due personaggi entrati nella memoria storica del vernacolo fiorentino.
Sussi e Biribissi sono due nomi usati spesso nelle conversazioni fiorentine, in particolare quando si tratta di paragonare un comportamento ad un ragazzetto di famiglia.



martedì 27 novembre 2012

La Lira dal Risorgimento all'Euro

Moneta Patriottica

A Palazzo Corsini a Firenze le Banconote ripercorrono la Storia d'Italia.
Vi propongo un'iniziativa molto interessante ed esclusiva, curata dall'Associazione Culturale della quale sono Presidente. Un percorso molto interessante in un Palazzo prestigioso.

Si svolgerà a Firenze dal 29 novembre 2012, all'interno degli uffici FINECO BANK nel meraviglioso Palazzo dei Conti Corsini l’esposizione numismatica “La Lira dal Risorgimento all’Euro”. La mostra presenta 130 pezzi in 10 bacheche, raccolti da Tullio Marrone, un fiorentino che ha dedicato alla famiglia e al collezionismo gran parte della propria vita.
Da autodidatta, in 40 anni di ricerca e catalogazione ha saputo mettere insieme una collezione di 210 esemplari ritenuta di notevole valore e, grazie all’Associazione Culturale P.R.I.M.A. – Promozione Reti Interculturali e Movimenti Artistici e a FINECO BANK, diviene fruibile al grande pubblico in questa speciale occasione.
La raccolta spazia dalla serie denominata “Moneta Patriottica” emessa a Venezia nel 1848, fino alle banconote stampate dalla Banca d’Italia a L’Aquila nella Seconda Guerra Mondiale, oltre alle emissioni per l’Africa Orientale Italiana. Altri pezzi interessanti sono le emissioni delle varie banche italiane prima del 1893, quando fu costituita la Banca d’Italia e i foglietti pre-unitari tra cui le “Cinque Lire a Sollievo dei Romani” del 1867, non una vera e propria banconota, ma una ricevuta per versamenti in nome di Garibaldi e Mazzini, i principali artefici del nostro Risorgimento.
“La mostra ripercorre la storia della Lira attraverso le immagini e le illustrazioni delle banconote, – commenta Filippo Giovannelli presidente dell'Ass. Cult. P.R.I.M.A. - un vero e proprio viaggio lungo la storia d'Italia, dove troviamo evidenziati i momenti storici e le crisi economiche ed inflazionistiche di oltre 150 anni di storia.
“Un po’ di nostalgia il visitatore la proverà certamente per le 1000 lire “Giuseppe Verdi-secondo tipo” - dice Antonio Marrone Curatore della Mostra - emesse dal 1969 al 1981, la prima banconota italiana contenente il filo metallico di sicurezza”.
“Oggi i contorni sono forse ancora più complessi con l’Euro – dice il Direttore Commerciale di FinecoBank - e le difficili sfide ancora sul tappeto. Per questo motivo siamo lieti di presentare questa importante mostra rappresentativa di un passaggio storico fondamentale, un’evoluzione che richiama in qualche modo il percorso di innovazione di FINECO BANK”.
Un vero e proprio percorso storico quindi, tutta la storia dall’Unità d’Italia fino all’Euro.

La Lira dal Risorgimento all'Euro - La raccolta di un collezionista illuminato
Palazzo Corsini – Lungarno Corsini 8 – 50123 Firenze
29, 30 novembre – 3, 4, 5 dicembre 2012 – Ingresso libero - Orario: 17.00 -19.00
6 dicembre 2012 – Evento conclusivo ad invito
Informazioni e prenotazioni: Tel. 055.286551

domenica 18 novembre 2012

Aperitivo a Palazzo Davanzati

Il successo ottenuto dalle precedenti iniziative alla terrazza della Galleria degli Uffizi ed al cortile del del Bargello, visto che le serate all'aperto in questa stagione piovosa ed invernale non sono consigliate, gli organizzatori di "Aperitivo ad Arte" hanno pensato bene di localizzare le prossime iniziative alla "Casa fiorentina" per eccellenza, il Museo di Palazzo Davanzati.
Da venerdi 16 novembre e fino al primo di febbraio del prossimo anno, oltre a visitare il museo, si potrà godere di un aperitivo all'interno del bellissimo palazzo fiorentino, dalle 19 alle 22.30.
L'ingresso è di 15 euro e per prenotare si può chiamare allo 055.294883. Il Museo rimane chiuso il 28 dicembre e il 4 gennaio. La visita del museo è libera ma la capienza massima delle sale dove si svolgono le azioni sceniche è di 35 persone.
Questi eventi sono organizzati dalla Soprintendenza al Polo museale fiorentino in collaborazione con Firenze Musei, Ataf e Vodafone. 
Il Museo di Casa Davanzati è il Museo dell'antica casa fiorentina. Ogni fiorentino dovrebbe visitarlo almeno una volta nella vita, per scoprire, o riscoprire, come vivevano i propri nobili antenati e entrare, con lo spirito e con l'anima, nella storia della bella Firenze. 
Ricordo con piacere di aver assistito qualche anno fa all'interno del Palazzo Davanzati, ad un'opera teatrale di Oscar Wilde: "A Florentine Tragedy" della quale ho parlato in questo post. Fu un'esperienza entusiasmante, tutta in lingua inglese, ma la cosa più orgogliosamente piacevole fu l'ambientazione. Il Museo è in via di Porta Rossa, 13.
La Compagnia delle Seggiole nello stesso ambito intrattiene i visitatori con figure in costume e scene teatrali di vita quotidiana fiorentina del tempo, con i quali riprenderanno vita i personaggi che vivevano il palazzo ai tempi dei Davizzi e dei Davanzati. Anche la musica è la protagonista.
Salute!!

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mercoledì 14 novembre 2012

Esce “I’ Tirabaralla 2013” Calendario fiorentino giornaliero



Firenze - Venerdì 16 novembre 2012 esce in tutte le edicole e librerie di Firenze e dintorni “I’ Tirabaralla 2013” – Calendario fiorentino giornaliero. 

Dopo il grande successo di vendite delle due edizioni precedenti, primo nelle classifiche per oltre 3 mesi, il nuovissimo calendario, aggiornato nella grafica e corredato da un gancio, ha come autore Filippo Giovannelli, scrittore e grande appassionato di storia fiorentina e di tradizioni popolari. Filippo Giovannelli è inoltre un divulgatore, Blogger e Storico dello Sport.
In questa edizione I’ Tirabaralla privilegia il divertimento. Ogni giorno potrete scoprire una curiosità sulla città di Firenze, un modo di dire in dialetto oppure una frase di vernacolo fiorentino ripresa dalla gente comune, quel fiorentino della porta accanto che ancora affonda le proprie radici nel contesto popolare cittadino. 
Frasi come: «Tu sei com’ i’ Gano, i’ duro di San Frediano» con la sua traduzione (a volte anche ironica) "Personaggio immaginario creato da Gianfranco d’Onofrio e Silvano Nelli, autori scritti e radiofonici de “Il Grillo Canterino".
Oppure: «C’è i’ mi’ marito che russa la notte pare un mantice, ma io ormai c’ho fatt’ i’ callo!» - "Mio marito soffre di roncopatia, ma io mi sono abituata".
Ma anche alcuni personaggi come Gianluca Lapi, calciante di parte Verde del Calcio Storico Fiorentino. Paragonato a Lorenzo il Magnifico, ha impersonificato e tutt’ora impersonifica, l’identità del Calciante con la C maiuscola.
O un proverbio fiorentino come questo: “Achille, co’ un ceffone n’ammazza mille” – con la sua spiegazione: "Si dice del gradasso che minaccia di picchiare". 
Il Calendario verrà presentato alla Libreria IBS (ex MelBookstore) di via Cerretani venerdì 16 novembre alle ore 18:30. Sara presente l’autore che con l’occasione presenterà anche il libro Dettagli fiorentini, una raccolta di curiosità fiorentine senza tempo, emozioni trascritte che rendono la città di Firenze unica al mondo, storie e personaggi che hanno fatto di Firenze la città più bella ed amata dell’intero globo terrestre.

“I’ Tirabaralla 2013” di Filippo Giovannelli
Calendario fiorentino giornaliero 
EDK Editore 
“Dettagli fiorentini” un libro di Filippo Giovannelli 
Collana editoriale “Raccontiamo Firenze” 
EDK Editore

Presentazione presso Libreria IBS - Via de' Cerretani 16/R. Telefono 055287339 (ex MelBookstore) – 16 novembre 2012 - ORE 18:30
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Comunicazione a cura di: P.R.I.M.A. - Promozione Reti Interculturali e Movimenti Artistici

domenica 11 novembre 2012

La serpe al collo del Cassioli


Nella facciata di Santa Maria del Fiore sono tre le porte di accesso alla Cattedrale, una centrale più grande e due laterali. La centrale e la laterale di sinistra sono state realizzate dal Passaglia, ma la terza, la laterale di destra, la più intrigante, la più estroversa, la più originale, la più vituperata porta in bronzo, fu di Amos e Giuseppe Cassioli.
Dopo un primo concorso avvenuto nel 1885, fu successivamente bandito un secondo concorso nel 1888 per la realizzazione delle due porte minori. I progetti, sia del primo che del secondo concorso, furono esposti nel cenacolo di Santa Croce. 
Fu Passaglia ad avere le migliori preferenze, lo stesso Passaglia aveva già ricevuto l’incarico per la realizzazione del portone centrale.
A lui infatti fu assegnata la porta della “via Martelli”, ed ad Amos e Giuseppe Cassioli quella detta del “Campanile”, cioè dalla parte del Campanile di Giotto.
La famiglia Cassioli già in passato non aveva avuto buoni rapporti con i progettisti della facciata del Duomo ed era stata oggetto di numerose esclusioni dalle realizzazioni di svariate opere. Anche in questo caso per Giuseppe Cassioli, Amos era deceduto nel dicembre del 1891, tutto non fu così facile. E’ molto probabile che l’assegnazione al Cassioli della realizzaizone della porta si dovette al fatto che il concorso fu bandito a parte rispetto alle opere dell’intera facciata. 
Godendo di una maggiore libertà di azione, il Cassioli modellò una meravigliosa opera d’arte, molto dinamica nelle illustrazioni, alla quale la commissione giudicatrice costrinse il Passaglia ad uniformarsi. Il Cassioli si adoperò anche ad un lavoro finale di cesellatura e patinatura molto accurato che permise di ottenere da parte sua valutazioni molto positive sulla maestria e sull’opera.
Questo tipo di lavoro, l’adeguamento del Passaglia, i ritardi delle commissioni, l’elaborazione delle sculture, non permisero la conclusione delle opere nei tempi previsti di consegna. La porta maggiore fu addirittura terminata nel 1903, la minore del Passaglia nel 1897 e la minore del Cassioli nel 1899.
Tutti questi ritardi furono attribuiti anche al fatto che lo stesso Cassioli, aveva “timore” del giudizio del pubblico e degli artisti a lui contemporanei. Si aggiunsero inoltre delle questioni legali che si erano venute a creare per i ritardi di consegna e problemi finanziari che si erano accavallati a tutte le difficoltà precedenti.
Il Cassioli volle, nelle più grandi difficoltà, lasciare ai posteri un simbolo, una chiara indicazione del sentimento che esso stesso si sentiva in quel periodo. La pressione psicologica e dei continui solleciti di pagamento e di consegna del lavoro a lui assegnato lo portarono ad esprimersi nella sua bellissima opera d'arte.
Lasciò quindi, qui in questa opera bronzea, un suo autoritratto, quello che vedete nella foto, inserito in una formella della parte destra della porta che così descrive Giuseppe Branca: 

“...un giovane ha le chiome agitate dal vento; una serpe, che gli cinge il collo, tenta di soffocarlo nelle sue spire...l’espressione di sofferenza, che nel suo contratto viso si legge...”

La serpe al collo, la pressione legale, lo stress dello strozzinaggio rimane perpetua nel tempo a ricordo di un grande artista ed a simbolo di un lavoro perfettamente eseguito.


mercoledì 7 novembre 2012

Il Cappello di Paglia di Firenze


Florens 2012 regala un'altra bella opportunità per la settimana dedicata ai Beni Culturali.
E' infatti visitabile fino a domenica 11 novembre un bellissimo e suggestivo allestimento nella Sala d'Arme di Palazzo Vecchio.
La Sala d'Arme, dapprima utilizzata per esposizioni d'arte e ora recentemente restaurata, da l'opportunità di esternare al meglio ogni evento o manifestazione espositiva che si voglia ospitare.
La Biennale Internazionale dei Beni Culturali e Ambientali,ha voluto questa sala per l'installazione a cura del Consorzio “Il Cappello di Firenze".
Oltre 200 cappelli in paglia naturale sono sospesi nella maestosa sala. Sono realizzati nelle tre forme che hanno caratterizzato la storia di questa speciale lavorazione:
  • la pastorella per le donne;
  • la paglietta per gli uomini;
  • il trilby o fedora forma tradizionalmente maschile ma oggi molto amata anche dalle donne.
La Sala d’Arme ospiterà inoltre uno spazio dedicato alla storia del Consorzio con l'esposizione di alcuni cappelli storici delle aziende che hanno partecipato alla iniziativa: Bettina, Corti, Luca della Lama, Angiolo Frasconi, Grevi, Inverni, Marzi, Mazzanti, Memar, Giuseppe Michelagnoli, Fratelli Reali, Santelli, Soprattutto cappelli, Tesi, Trendintex.
Infine alcune esperte modiste, in un angolo del laboratorio appositamente ricreato nella Sala d'Arme, terranno delle dimostrazioni dal vivo delle accurate tecniche di lavorazione artigianale della paglia e di realizzazione dei cappelli.
Un'altra perla della Fondazione Florens e di una delle tradizione fiorentine più amate, quella della produzione del Cappello di Paglia.
Pensate che il mio ufficio si trova in un vecchio cappellificio!

venerdì 2 novembre 2012

MYSTERIUM CRUCIS – IL MISTERO DELLA CROCE, un'idea bellissima!

Un'idea, quella di Sergio Risaliti per Florens 2012, che supera ogni pensiero. A Firenze  la croce ha simbolicamente rappresentato il percorso religioso della popolazione fiorentina degli ultimi 15 secoli. Gli artisti che la Firenze del Rinascimento ha allevato ed incoraggiato, hanno lasciato opere d'arte meravigliose, che già singolarmente emanano senzazioni indescrivibili. 
Oggi Firenze inaugura la Biennale Internazionale dei Beni Culturali e Ambientali. Con il  Mysterium Crucis i crocifissi lignei di Donatello e Filippo Brunelleschi, insieme a quello scolpito dal giovane Michelangelo Buonarroti per Santo Spirito, sono stati esposti nel Battistero di San Giovanni, in una ostensione, come per approfondire il senso sacro dell'esposizione di queste grandi opere.
I tre crocifissi furono scolpiti dai loro autori, anche se non ci sono state ancora certezze sulle attribuzioni, a grandezza naturale e considerando il Cristo rappresentato nel mosaico del Battistero di San Giovanni ecco che emerge il profondo legame che le quattro opere d'arte hanno per la città di Firenze e per il mondo intero.
Un'esposizione in contemporanea di questi capolavori non può passare inosservata. L'importanza esaltante e nello stesso tempo emozionante per chi oggi ha assistito alla cerimonia religiosa officiata dal Cardinale Betori, ha reso ancora più importante l'evento.
Non può certamente sfuggire che l'occasione è una di quelle uniche ed imperdibili. Tutti dovrebbero prendere al volo l'occasione per fare un passaggio al Battistero; ma come è già successo in altre occasioni, molto spesso non si da il giusto valore agli eventi. 
I crocifissi hanno la propria sede istituzionale all'interno delle Basiliche più importanti di Firenze. Il crocifisso di Donatello è esposto nella Basilica di Santa Croce, quello del Brunelleschi nella Basilica di Santa Maria Novella, quello di Michelangelo nella Basilica di Santo Spirito...e oggi...tutti e tre sono esposti, insieme, nel Battistero di San Giovanni.
Non notate qualcosa di meravigliosamente coerente?
Certamente non vi sarà sfuggito il parallelismo con i quattro storici quartieri della città, rappresentati dalle loro Basiliche.
Un parallelismo che non può sfuggire, in particolare, agli amanti delle Tradizioni Popolari fiorentine e della storia di Firenze. I quattro quartieri della città e del Calcio Storico Fiorentino sono oggi magnificamente rappresentati dalle splendide sculture del Cristo crocifisso e poi risorto.
Il consiglio è quello di vivere appieno questa edizione di Florens 2012 e un'altro consiglio è quello di essere sempre pronti ed informati sulla qualità e sulle opportunità che la città offre, senza mai farsi perdere le occasioni più importanti.
Buona settimana...immersi nella più alta kermesse della cultura fiorentina.


lunedì 29 ottobre 2012

I' Tirabaralla 2013 - Calendario fiorentino giornaliero.

Fenomeno editoriale fiorentino, I' Tirabaralla è un calendario giornaliero dedicato alla città del giglio.
Ormai da 3 anni popola ogni angolo delle librerie, edicole e punti vendita di ogni genere.
Dopo il grande successo delle scorse due edizioni, quello dell'anno 2013 è scritto dal sottoscritto. Si, scritto, perchè questo calendario è una vera e propria fatica da scrittore.
Sono stato davvero fortunato. 
Quando l'editore mi ha chiesto di dedicarmi a quest'opera ero talmente entusiasta che ho tracciato subito la linea...il calendario giorno per giorno doveva mettere di buon umore chi ogni mattina toglieva la pagina del giorno precedente.
Allora i contenuti che si possono trovare giornalmente sono in massima parte dedicati al vernacolo fiorentino, ai termini particolarmente divertenti e alle frasi famose e comuni di ogni giorno.
Quella del 1 gennaio ad esempio: "Achille co' un ceffone n'ammazza mille!" oppure quella frase " “C’ha più grilli pe’ i’ capo lui, che un ce n’è tanti alle Cascine!” che ogni volta vengono spiegati in italiano corretto.
Ancora aggiunte di curiosità sulla città e anche qualche bella ricetta di piatti tipici. Tutto questo rende il calendario molto divertente per i fiorentini, ma anche per chi fiorentino non è, e che ha voglia di addentrarsi nei meandri della nostra cultura popolare.
Il Calendario è già in vendita e questa edizione è imperdibile!
Grazie davvero a tutti.
Filippo Giovannelli

mercoledì 24 ottobre 2012

La vera storia di Gaetano Magnani

Pubblico il Quinto articolo di Pier Tommaso Messeri; (che ringrazio).
"Le vere vicissitudini della vita del Maggiore Gaetano Magnani, eroe della prima Guerra Mondiale; ecco la vera storia e un concentrato della sua biografia". 

Gaetano Magnani, vide la luce presso l’abitato di Ronta, il 16 agosto 1873, da Gerolamo, esponente di una antica casata del luogo e da Giuseppina Dallai. Il bambino, fin dalla più tenera età, venne educato in prospettiva di una futura carriera militare. Gaetano, dopo gli studi regolari sostenuti nell’allora celebre collegio fiorentino della Querce, si arruolò in fanteria. Dopo un periodo di addestramento, con il grado di Capitano, assieme ai suoi commilitoni si imbarcò per la Libia, dove prese parte a molte operazioni militari come Aiutante di Campo della Brigata delle truppe dell’altipiano di Tripoli. Partecipò alla sanguinosa battaglia di Zanzur del venti settembre 1912, e a tutte quelle del Garian per poi giungere ad occupare Misda.
Gli anni passarono, e scoppiò la Prima Guerra Mondiale. Il Magnani, dopo una parentesi in Albania venne richiamato su un altro fronte, quello della Valsugana, dove essendo Aitante di Campo della Brigata Venezia, all’inizio del gennaio 1915, venne promosso Maggiore, a comandare un battaglione del 213’ fanteria. La guerra, tremenda e tragica iniziò il suo corso. Il 27 giugno del 1916, gli austriaci nel corso della loro StrafeExpedition, dal Trentino vollero sfondare le linee italiane e presso le alture del monte Rasta, il Maggiore Magnani, per ben due volte respinse alla baionetta un battaglione nemico, fin quando, colpito da pallottole austriache, cadde a terra e venne fatto prigioniero.
Pochi giorni dopo, Gaetano, venne internato a Mauthausen. Il toscano, rimase in stato di prigionia degli anni, fin quando, spossato dalla reclusione, per seri problemi fisici, ottenne di essere compreso in uno scambio di prigionieri, lasciando così il 16 aprile 1918 il campo di concentramento. Da questo momento, le informazioni sul militare rontese, divengono frammentarie, un alone di mistero offusca la realtà. Il Magnani dopo aver lasciato il campo austriaco, convinto di poter essere utile, soprattutto in questo frangente, alla sua nazione riuscì, non si sa come, a sottrarre al Comando austriaco, numerosi e compromettenti documenti segreti, che avrebbero potuto, una volta giunti in Italia, rendere pubbliche delle palesi violazioni da parte dell’esercito nemico, dei trattati internazionali sul trattamento dei prigionieri di guerra. Il Magnani, dopo aver nascosto bene le carte, passò indenne numerosi controlli, fin quando, forse tradito da qualche compagno o dalla stanchezza, venne improvvisamente fermato al confine. Infatti, inspiegabilmente il diciotto aprile, alle tre e trenta, quando il nostro coraggioso connazionale già pensava di poter entro poco essere riconsegnato alla sua patria, alla stazione di Dorbinir, improvvisamente e senza motivi apparenti, venne accerchiato da funzionari militari austriaci e fatto salire in tutta fretta in una automobile che era pronta per riceverlo. Il Comando austriaco, dopo poco, inviò una circolare al corrispettivo Comando italiano dove si sosteneva che il Magnani era morto per suicidio. La sua storia, a questo punto si fa misteriosa.
Come risulta da una lettera del comitato della Croce Rossa, nei confronti di Gaetano era stato spiccato un ordine di arresto dopo la partenza dal campo di Mauthausen , ed egli venne immediatamente trasportato in macchina al posto di controllo alla frontiera di Feldkirch; in quel luogo, nell’ispezione venne scoperto che il prigioniero aveva con se documenti che era riuscito a nascondere ai controlli praticatagli al campo di Mauthausen. Questi documenti contenevano delle informazioni d’interesse militare, che mostravano nettamente che il Magnani voleva rendersi utile al servizio di spionaggio italiano.
Secondo documenti riservati dell’Comando austriaco, il Magnani, venne fermato alla stazione ferroviaria di Dornbirn dove venne perquisito, trovato in possesso di documenti “scottanti”, questo lo sapevamo, e alloggiato, sotto la sorveglianza visiva di un soldato anche durante la notte, nell’ hotel Baren. Il giorno 20, Gaetano Magnani, a quanto risulta dal suddetto documento, chiese ai carcerieri la possibilità di andare a fare una passeggiata per prendere un po’ d’aria, permesso, che a quanto sostiene il portavoce austriaco venne immediatamente accordato. Al suo ritorno, dopo aver detto di essere molto stanco (dicono sempre i funzionari austriaci) venne rinvenuto dalla sentinella morto nel letto dell’albergo, per suicidio causato da una lametta da rasoio.
Riguardo a questa versione potrebbero sorgere, inevitabili, numerosi dubbi, come avrebbe fatto il Magnani a togliersi la vita davanti a un soldato che doveva controllarlo giorno e notte?
A questo proposito ci può aiutare un dossier redatto da alcuni ufficiali dell’esercito italiano. In questi dattiloscritti sono annotate le varie testimonianze che fecero da cornice a questa tragica avventura, sia prima che dopo la prigionia.
Interessante è una lettera del Colonnello Pierozzi del 78° reggimento, che in data 1 giugno 1918, parla dettagliatamente della scomparsa del Maggiore alla stazione di Dornbirn, durante il viaggio di rimpatrio, avendo sentito dire da ufficiali austriaci che il Magnani era stato arrestato perché trovato in possesso di documenti compromettenti. Alla richiesta del suddetto Colonnello di poter comunicare con il Maggiore, venne contrapposto un netto rifiuto. Il Pierozzi, aggiunge che: “Le autorità austriache non notificarono subito la morte di Gaetano Magnani, ma la tennero inizialmente nascosta”. Il Colonnello Rimini dell’84° Regg. Fanteria che dice che Magnani: “Tenne sempre contegno dignitoso, forte e patriottico. Quando passai da Mauthausem per il rimpatrio, sentì dire che il Magg. Magnani era stato trovato in possesso di carte importantissime, fra le quali alcune di Cesare Battisti e di fotografie e documenti riguardanti un ammutinamento di soldati italiani avvenuto in un campo di concentramento, in Austria, ove un Ufficiale austriaco avrebbe ucciso un Ufficiale italiano. Il Magnani, trovato in possesso di questi documenti, si rifiutò di consegnarli, sfidando le conseguenze del suo rifiuto. Sentì dire che il ritrovamento delle dette carte fu dovuto ad un atto di spionaggio di due Capitani”. Che fosse stato un atto di spionaggio, a tradire il Magnani, fu confermato anche da un altro rapporto della Croce Rossa. Ad alimentare lo stato di confusione messo in giro dai soldati austriaci intorno alla morte di Gaetano ci sono le parole del Tenente Mattioli, di Firenze, riformato per malattia agli occhi - questo fatto è importante sottolinearlo - che dice di aver letto sopra una lavagna, affissa sulla caserma di Dornbirn : “MAGG. GAETANO MAGNANI – MORTO PER MALATTIA.”
Ma che cosa era successo veramente fra il momento della partenza da Mauthausen, dopo la visita medica e il momento in cui il valoroso rontese morì? Ce lo spiega il Tenente pistoiese Berchielli, che dopo essere rimpatriato nel 1918, racconta che dei soldati austriaci compresi degli Ufficiali parlando tra di loro sicuri di non essere capiti dissero che: “ Il Maggiore, trovato in possesso di documenti, fu arrestato e in automobile condotto al Comando austriaco di frontiera, a Feldkirck. Durante il tragitto, egli tentò di fuggire, gettandosi dall’auto. Gli fu tirato addosso e ucciso”. La Croce Rossa svizzera, certificò che il corpo del defunto venne trasportato in tutta fretta, senza le autopsie del caso nel cimitero di Feldrkirch, dove venne sepolto, e la sua tomba venne identificata con una targhetta di riconoscimento.

mercoledì 17 ottobre 2012

Bocce e Pallottole a Firenze


Oggi partiamo da molto lontano. Citiamo come primo luogo simbolico la città neolitica di Catal Huyuk, in Turchia dove sono state individuate le prime tracce di un'attività ludica riconducibile al gioco delle bocce. I reperti datano 7000 a.C. e furono rinvenuti appunto, a Catal Huyuk. Furono trovate alcune sfere in pietra che mostrano chiaramente i segni di rotolamento su un terreno accidentato. In Egitto, oggetti simili, ma più finemente lavorati, furono rinvenuti nella tomba di un fanciullo risalente al 3500 a.C.
Ma sappiamo che anche i Greci e i Romani giocavano a bocce. Uno dei primi documenti scritti che citano questo gioco è quello del medico greco Ippocrate (460-377 a.C.) che lo elogia e lo consiglia ritenendolo un'attività molto salutare.
Il salto di qualità delle bocce è comunque merito dei Romani che adottarono, per primi, sfere di legno. Per Publio Ovidio Nasone era il divertimento preferito durante l'esilio sul Mar Nero; vi si dilettò l'imperatore Augusto (che usava bocce di radica d'ulivo), Ponzio Pilato ed anche Claudio Galeno il quale, come il collega Ippocrate, lo consigliò a giovani e vecchi.
Le legioni romane fecero conoscere il gioco in Gallia ed in Britannia dove, in seguito, ebbe uno sviluppo enorme.
Nel Medioevo questo gioco divenne una vera e propria mania. Si giocava per le strade, sulle piazze, nei castelli. Le bocce affascinarono tutti, nobili e plebe. Non furono disdegnate dagli ecclesiastici e dalle gentildonne. Nel 1299, a Southampton (la romana Clausentum), in Inghilterra, nacque quello che possiamo considerare il primo club boccistico: l'Old Bowling Green.
Ma l'esagerata pratica del gioco diede fastidio ai potenti. Il lavoro trascurato, le scommesse e, a volte, le furibonde liti, provocarono i primi divieti che accompagnarono il gioco delle bocce per lunghi secoli.
Del gioco delle bocce parla anche William Shakespeare nel suo Riccardo II (1595). Nel 1576 i Dogi di Venezia ne furono addirittura terrorizzati ed emisero un pesantissimo editto contro "… il pericolo grande delle balle…". Ma erano praticamente gli ultimi anatemi contro un gioco che, oramai, si era diffuso in quasi tutta l'Europa occidentale. Infatti, verso la fine del Seicento, Carlo II d'Inghilterra lo legalizzò e, addirittura, fece predisporre una specie di regolamento. Il 1° maggio 1873 sorse a Torino la prima società d'Italia che assunse la curiosa denominazione di Cricca Bocciofila. Fu il primo passo, il primo mattone della futura organizzazione nazionale. Un quarto di secolo dopo, nel 1897, un gruppetto di società bocciofile piemontesi si riunì a Rivoli, vicino a Torino, e decise di fondare un organismo di coordinamento dell'attività sul territorio. Nel 1904 fu predisposto il primo regolamento tecnico di gioco ufficiale. L'attività era ancora svolta unicamente all'aperto, su campi non delimitati, con bocce di legno. In Francia nacque la boccia "chiodata", l'antenata di quella metallica.Ci fermiamo qui, senza entrare nel particolare sullo sviluppo dell'attività sportiva, anche agonistica, che si è evoluta nel corso del XX secolo e ci concentriamo sul legame, forte, che le bocce e le "pallottole" hanno avuto con Firenze.
Alla sinistra del Duomo di Santa Maria del Fiore a Firenze, un piccolo slargo denominato “delle Pallottole”, ha fatto un po’ la storia e la leggenda dei curiosi e variegati toponimi fiorentini. E’ spesso preso ad esempio di nomi caratteristici di vie e piazze ed ha sempre un grande successo ed simpatica attenzione.
A questa piccola piazza, prima molto più grande, si accede da Piazza San Benedetto, da via de’ Bonizzi e da via de’ Maccheroni, ma l’accesso più importante è quello diretto da piazza del Duomo.
L’attuale conformazione di questo piccolo spazio cittadino è frutto di una sistemazione urbanistica ottocentesca, quando alcune case che circondavano il Duomo furono abbattute per lasciare spazio alla piazza e alla vista dei marmi della più grande chiesa di Firenze.
La piazza di più ampia superficie dava modo alla popolazione di potervi s volgere delle attività ludiche, tra le quali, appunto, il gioco delle Pallottole. Tanto diventò famoso e praticato in quella piazza che necessariamente il toponimo ebbe luogo. Ipotizzando un piccolo dialogo tra due fiorentini del tempo potremmo dire: “Giovanni, indoe ci si ‘ede pe’ be quarcosa ‘nsieme? - “Mah...vediamoci indò giohano alle pallottole”!
Il gioco delle Pallottole era vietato in molti altri luoghi della città, tanto ciò è vero che, sono ancora visibili alcuni “Bandi” scritti e divulgati su pietra, dove i Signori Otto di Guardia e Balia, la polizia del tempo, vietava il gioco delle pallottole e molto più spesso della palla in generale, per svariati motivi, tra cui il rispetto dei luoghi di culto. Uno di questi bandi è ancora ben visibile su di un fianco della Badia Fiorentina.
Il parallelo ai nostri tempi è molto lineare. L’antico gioco delle Pallottole è sicuramente l’antesignano dell’odierno gioco delle bocce. Sono cambiate alcune regole, ma l’utilizzo delle “pallottole” è sempre lo stesso. Le bocce in questa piazza di Firenze hanno avuto e sempre avranno la loro patria naturale. Qui nasce il gioco delle bocce fiorentine.
Esiste in questa piazza un fabbricato di forma rotonda. In questo luogo aveva sede un laboratorio di scultura e restauro dell’Opera del Duomo dove venivano realizzate sculture per il restauro della decorazione esterna di Santa Maria del Fiore e degli altri edifici di Piazza Duomo; gli scultori lavoravano sotto una grande tettoia porticata oggi scomparsa. Nel XVIII secolo il vecchio cortile fu lasciato a favore della rotonda tuttora situata in piazza delle Pallottole. L'ultimo definitivo trasferimento alla sede attuale di via dello Studio avvenne intorno alla metà del XIX secolo dove ancora oggi vediamo attivo il laboratorio di restauro. Vengono qui anche realizzate le copie delle statue originali che sostituiscono progressivamente quelle in pericolo di deterioramento. 
In passato, in questi laboratori, furono realizzate da maestri scalpellini e dagli artisti incaricati dall’Opera, le statue e le colonne della facciata di Santa Maria del Fiore. 
Piazza delle Pallottole ricorda anche una brutta pagina. Un assassinio fu qui commesso nel 1528 quando Leone Strozzi uccise un Salviati per vendetta familiare. Pare che il Salviati avesse mancato di rispetto alla sorella di Leone, Luisa Strozzi.
Insomma, oltre alle origini del Calcio, la città e i cittadini di Firenze possono andare orgogliosi anche per aver avuto un'altro primato, quelli di essere praticanti di un altro sport che ai giorni d'oggi ha un grande successo in tutta l'Italia e nel mondo intero. il gioco delle bocce!

giovedì 11 ottobre 2012

Pierluigi Vigna, il "mito" del personaggio importante

Vigna con Carlo Azeglio Ciampi
Il mio ricordo con il Dr. Vigna è assai commosso. La sua morte e l'affetto che i fiorentini hanno tributato alla sua figura istituzionale ha risvegliato in me numerosi ricordi legati alla sua persona, alla sua veste umana e alla sua famiglia.
I suoi incarichi istituzionali più importanti non avevano assorbito completamente il suo tempo giornaliero, era prodigo di attenzioni e a volte faceva qualche giorno di vacanza con la sua famiglia, quella che ho conosciuto io, quella dei suoi due figli, Simona e Leonardo.
Si, lo so, sono passati quatant'anni, ma ci sono alcuni momenti della vita che non si dimenticano mai. Tutti adesso ricordano gli incarichi più importanti della sua carriere, prima Pretore a Firenze e Milano, Sostituto procuratore della Repubblica, poi Procuratore distrettuale antimafia, Procuratore nazionale antimafia, il Presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi lo ha inoltre insignito dell'onorificenza di Cavaliere di Gran Croce Ordine al Merito della Repubblica Italiana.
Si è occupato dapprima di terrorismo, mafia, Mostro di Firenze, sequestri di persona a scopo di estorsione, sul traffico nazionale e internazionale di sostanze stupefacenti, sulla criminalità mafiosa russa, sulla strage del rapido Napoli-Milano del 1984, sulle stragi mafiose verificatesi a Roma, Firenze e Milano tra il 1993 e il 1994.
La prima casa di vacanza
Io ricordo benissimo i giorni di sole di quei mesi di agosto passati in Casentino, dove la sua famiglia aveva una casa di vacanza. Io piccolo bambino giocavo con Leonardo e Simona nel piazzale lastricato della "fonte", divertimenti innocenti delle vacanze estive con la nonna.
Quella era la "casa del Vigna", era istituzionalmente sempre presente, era un personaggio importante e tutti lo rispettavano come l'uomo e la persona e non per la sua professione.
È morto quindi a 79 anni. Le sue condizioni di salute sono peggiorate e qualche sentore che le sue condizioni non erano le migliori lo avevamo avuto quando lasciò l'incarico di consigliere alla sicurezza del sindaco Renzi. 

Le testimonianze si sono succedute numerosissime dopo l'annuncio della sua morte.
Il Procuratore capo di Firenze, Giuseppe Quattrocchi dice: «La procura di Firenze apprende tramortita dal dolore della scomparsa dell'amico e collega dottor Pier Luigi Vigna. La storia giudiziaria di questa città e di tante altre vicende che l'intero Paese ha vissuto sono legate al suo nome, al suo valore, alle sue grandi capacità investigative, ai risultati conseguiti» [...] «Noi che, ispirati anche da quell'esempio, lavoriamo ancora nella sua procura, ne coltiviamo gli insegnamenti, il ricordo e l'affetto mai sopito».
Il Ministro di Grazia e Giustizia Severino ha detto: «Un magistrato straordinario che in un' epoca così difficile per la vita del Paese ha saputo indagare nel rispetto delle garanzie, per questo lo ricordo con particolare intensità e affetto»
Il Sindaco di Firenze: «La scomparsa di Piero Luigi Vigna è una perdita che colpisce e addolora non solo i fiorentini ma l'Italia intera, perchè la sua figura incarnava il rigore morale, la difesa della legalità e il senso delle istituzioni, sempre accompagnate da grande umanità» [...] «Era un grande magistrato e un grande uomo. Ho avuto il privilegio di avere la sua amicizia e i suoi preziosi consigli ed oggi sono profondamente commosso». [...] «Io perdo un amico saggio che mi ha molto aiutato nei momenti in cui più ne avevo bisogno».
La dichiarazione di Valter Veltroni: «La morte di Pierluigi Vigna mi addolora. Vigna, nella sua lunga vita di magistrato era stato protagonista impegnato su tanti fronti, dalla lotta al terrorismo a quella alla criminalità organizzata» [...] «E a quest'impegno ha dedicato tutto il suo impegno alla guida della Procura nazionale antimafia dal 1997 al 2005. Importante è stato anche il suo lavoro per la diffusione di una cultura della legalità anche tra i giovani. È stato un magistrato rigoroso e impegnato a cui il nostro Paese deve molto».
Il Presidente della Repubblica Napilitano è commosso: «Ho appreso con commozione la triste notizia della scomparsa del dottor Pierluigi Vigna, magistrato di grande prestigio che ha speso la sua vita con appassionato impegno e assoluto rigore al servizio dell’amministrazione della giustizia. Un Magistrato di profonda cultura giuridica e capacità professionali, Vigna è stato in prima linea nella lotta al terrorismo e alla criminalità organizzata, ricoprendo a lungo le funzioni di Procuratore nazionale antimafia e fornendo importanti contributi nell’individuazione di efficaci strumenti di contrasto dei più pericolosi fenomeni criminali. La Magistratura perde una esemplare figura di riferimento».
Anche i Presidente del Senato e della Camera hanno commentato la sua scomparsa. Renato Schifani: «Il nostro Paese ha perso un uomo di grande valore e un giurista di eccezionale capacità: attraverso la sua lunga carriera, il suo costante e incessante impegno, ha saputo mostrare il significato del senso del dovere, della lealtà, della rettitudine, dell’indipendenza e dell’autonomia del magistrato nel senso più ampio del termine».
Per il presidente della Camera, Gianfranco Fini: «Scompare un italiano di animo nobile e coraggioso».
Altri messaggi di cordoglio sono stati espressi dalle più alte personalità della politica e dello Stato italiano. 

Il borgo del Casentino luogo di vacanza
Il "Vigna" è, e rimane, un personaggio della grande cultura fiorentina. Oltre ad apprezzare moltissimo la sua integrità morale e professionale, ho conosciuto, anche se marginalmente, l'uomo che si celava dietro il "mito" del personaggio importante. Ho conosciuto la sua famiglia, i suoi figli e ho seguito da sempre la sua vita pubblica.
La mia idea è sempre rimasta la stessa, è sempre stata legata al ricordo dei "giochi" casentinesi, di quelle domeniche d'estate passate nelle grandi e scoscese distese erbose della montagna.
Sono i flash di un passato spensierato e roseo, che è stato risvegliato dai ricordi di quaranta anni fa. Il Dr. Vigna è sempre rimasto lo stesso uomo di immense capacità che i posteri ricorderanno per il grande servizio professionale dato all'Italia ed alla lotta al terrorismo rosso, nero e di Mafia; io lo ricorderò anche come una figura di riferimento della mia infanzia e come il padre dei miei compagni di gioco. Un valore aggiunto che ho l'onore di conservare nel mio cuore.


martedì 2 ottobre 2012

Il "Merito" della Curva Fiesole

Una coreografia unica della Curva Fiesole, la Bandiera della Repubblica Fiorentina di poco meno di 500 anni fa. Ma quanti tifosi che erano allo stadio "Artemio Franchi" e quanti fiorentini conoscevano il significato di quelle immagini?

La Repubblica Fiorentina con gli scudetti di "Firenze" e del "Popolo"
Finalmente abbiamo assistito ad un vero gesto di generosità storico-culturale. In questi giorni, dopo la partita Fiorentina-Juventus di martedì 23 settembre 2012, non si fa altro che parlare della stupenda coreografia della Curva Fiesole allestita in occasione dell'ingresso in campo delle due squadre contendenti.
Non parlerò della partita, il calcio moderno suscita in me commenti non troppo generosi legati all'ipocrisia degli annunci e al fatto che ormai è diventato un business più che altro televisivo, ma di quello che significa, o meglio, ha significato quella bandiera rappresentata così meravigliosamente bene in Curva Fiesole.
Prima di tutto l'idea.
La Repubblica Fiorentina in Curva Fiesole
Un'idea che sicuramente nasce da qualcuno fortemente appassionato della sua città (oltre che della squadra di calcio) e della sua storia. Una storia non troppo vicina, ma altamente gloriosa, quella del periodo della Repubblica Fiorentina, così breve ma intenso e scandito dalla compattezza del popolo fiorentino che combatteva contro l'assediante spagnolo.
L'assedio di Carlo V, oltre che per i propri interessi personali e del suo regno, era stato organizzato militarmente per far rientrare la famiglia dei Medici al potere. 
Attenzione!
Dopo quel 3 agosto 1530, la città di Firenze non conoscerà mai più uno stato repubblicano governato dal popolo fino al 1948. Soffermatevi un attimo su questo passaggio. Una Repubblica sconfitta da un assedio riporta i Medici al potere, che regneranno fino a costituire il Granducato di Toscana, a cederlo ai Lorena e successivamente ai Savoia, fino alla Seconda Guerra Mondiale che decreterà, all'interno di un contesto di Stato libero più ampio, l'abbattimento della Monarchia per il ripristino - almeno per Firenze - di una Repubblica.
Oltre l'idea è l'organizzazione coreografica della Curva Fiesole che rende così speciale questo momento. Già in occasione di un'altra partita, i coreografi del tifo della Fiorentina avevano tenuto a battesimo altri quattro simboli così cari ai fiorentini, quelli del Calcio Storico. Hanno imbastito una coreografia interpretativa dei simboli dei quattro quartieri storici di Firenze, confermando anche una certa conoscenza della storia della città. Simboli su sfondo azzurro circondati dal corrispondente colore della squadra di Calcio fiorentino.
I Quartieri del Calcio fiorentino e i loro colori
La dimostrazione di conoscenza storica dei simboli della propria città, non l'hanno dimostrata di sicuro i nuovi fiorentini, ne tantomento il giornalismo locale.
Dopo la bellissima immagine della Bandiera della Repubblica contornata da migliaia di bandierine viola, la stragrande maggioranza dei tifosi di maratona e di Tribuna non sapeva cosa la Fiesole avesse voluto esprimere con quel simbolo. Pensate che "addirittura" il Corriere fiorentino, giornale molto seguito a Firenze, ha dovuto intervistare il Direttore del Calcio Storico e storico fiorentino Luciano Artusi, per farsi spiegare da dove proveniva quel simbolo e che cosa rappresentasse.
Devo aggiungere che legare così fortemente la simbologia storica e la stessa storia di Firenze ad una squadra di calcio, a me pare una forzatura culturale.
Se la squadra di calcio dovesse simboleggiare una delle più belle (se non la più bella) città del mondo, la Fiorentina dovrebbe essere la squadra più forte e titolata dell'intero globo, se al contrario distinguiamo le due situazioni; la Storia di Firenze da utilizzare come base per indicare l'obiettivo della grandezza cittadina coadiuvata dalla bellezza assoluta e la squadra di calcio che rappresenta non la storia della città, ma la prospettiva futura e la speranza di una sempre più grande squadra che possa raggiungere grandi obiettivi, allora quello che i tifosi della Fiesole hanno fatto e meravigliosamente organizzato sugli spalti, è davvero molto bello e apprezzabile, anche da punto di vista culturale.
Si associa così anche la cultura allo sport. Si da conto anche a coloro che considerano il tifoso di calcio di "curva", l'ultras, come lo stereotipo del poco di buono, del ragazzetto ignorante a cui piace solo fare del casino allo stadio per esprimere ciò che gli viene represso durante la settimana dalla famiglia o dalla scuola.
Siamo quindi di fronte ad un fatto concreto. La rappresentazione visiva della simbologia cittadina che va oltre al Giglio rosso in campo bianco, Giglio che rimmarrà nei secoli come l'unico simbolo identificativo della città di Firenze.
Ora e sempre: Viva Fiorenza!


mercoledì 19 settembre 2012

Vogue Fashion e Campari


Oggi ci addentriamo nel favoloso mondo della moda e di uno dei partner ufficiali della Vogue Fashion Night Out di Firenze, Campari. Un connubio, quello tra la città e Campari, che Firenze conosce da tantissimi anni, da quando il Conte Negroni e Fosco Scarselli, un barista che ai nostri tempi sarebbe chiamato "Barman", inventarono questo "miscelato" composto da 3 bevande alcoliche: Vermuth Rosso, Bitter Campari, Gin, in proporzioni uguali, 33+33+33. Guarnito con una mezza fetta d'arancia e immerso in una cascata di ghiaccio.
Nato a Firenze nella seconda metà dell'ottocento, questo cocktail è ormai famoso in tutto il mondo ed è stato più volte variato d'ingredienti. E' considerato un cocktail tipicamente fiorentino ed è un'altro successo internazionale della città di Firenze e dei suoi abitanti.
Fosco Scarselli inventò quindi uno dei cocktail più famosi al mondo. Lo chiamò con il nome del suo cliente, Negroni.
Campari, l'azienda produttrice dell'omonimo prodotto base fondamentale per il cocktail di cui parliamo, ha colto una ghiotta occasione facendo un'operazione di marketing, a mio parere, molto azzeccata. Per il Vogue Fashion Night Out di Firenze, Campari è l'azienda e il prodotto ufficiale di ogni evento che si realizza all'interno di questa kermesse. Non sarebbe stato possibile l'evento senza la presenza di Campari.
Al mattino del 18 settembre, in una cornice da sogno, abbiamo intrapreso un percorso. Me lo sono immaginato prima, ed in verità non era così distinto dalla realtà, era immerso in un luogo dove da un momento all'altro qualcosa di nuovo e di inaspettato dovesse succedere.
Essere nella "Terrazza Saturno" di Palazzo Vecchio, dove da una posizione strategica si poteva ammirare il Forte Belvedere, la Chiesa di San Miniato a Monte, il Piazzale Michelangelo, le torri della Biblioteca Nazionale e infine la candida facciata di Santa Croce, aveva creato un'atmosfera inusuale e molto, molto accogliente.
Campari era a Firenze e di Firenze si era vestita. Il bianco e rosso dei colori predominanti dell'azienda spiccavano sullo sfondo del paesaggio e guarda caso sono anche i colori della città, quei colori che furono adottati oltre un millennio fa da Ugo di Toscana.
Ma come dicevamo, ciò che accomuna di più il Campari a Firenze è il Negroni.
A prepararlo per noi un Barman importante nel panorama nazionale del beverage. Quel Tommaso Cecca, capo barman del Cafè Trussardi a Milano, che ci ha proposto alcune varianti dei più tradizionali Cocktail a base Campari.
Nella classica impostazione di barman tradizionale (ha preparato i drink con dosi e dosatore) ci ha raccontato le proprie varianti con fermezza e posatezza, devo dire che il risultato è stato eccellente.

Il Negroni Pink Pepper
Il primo è stato un Negroni speziato al pepe rosa e per dare ancora di più la sensazione olfattiva al risultato, ha spruzzato con un vaporizzatore lo stesso Campari sul drink ormai definitivo.
Negroni Pink Pepper 
4cl Campari 
4cl gin 
4cl Cinzano rosso 
8 grani di pepe rosa 
buccia d’arancio taglio in microplane ( la famosa grattugia americana che usano gli chef in gastronomia) 
Per realizzare questo cocktail posare sul fondo di un old fashion 5 grani di pepe rosa e schiacciare, versare successivamente vermouth gin e campari, colmare con ghiaccio e i restanti 3 grani di pepe rosa e zest d’arancio.

Il Negroni P.P. e Campari & Rafano
Il secondo, un Campari soda con ghiaccio tritato con l'aggiunta di rafano grattugiato e zucchero di canna.
Campari & Rafano 
5 cl Campari 
10 cl soda water 
1/2 lime 
1,5 cl di zucchero all’arancio (ottenuto da un infuso caldo di zucchero liquido e scorze di arancio) 
2 cl di acqua di rafano (ottenuta centrifugando radici di rafano e acqua gasata) 
Versare all’interno di uno shaker Campari zucchero all’arancio e acqua di rafano, shakerare 3/4 secondi, versare il contenuto filtrando in un bicchiere con ghiaccio e colmare con soda. Decorazione a scelta con fetta o scorza d’arancio e fettina di rafano.

Il Campari Orange Passion
Il terzo un Garibaldi rivisitato con pestato di arancia e zucchero di canna rinominato:
Campari Orange Passion 
3,75 cl Campari 
2 spicchi di arancia
1 cucchiaino di zucchero di canna
Top succo d’arancia bionda
Ghiaccio tritato
Per realizzare questo cocktail occorre pestare gli spicchi d’arancia con lo zucchero di canna in un bicchiere Juice, aggiungendo il ghiaccio tritato, Campari ed il succo di arance bionde. Mescolare e guarnire a piacere, con una ciliegina rossa da cocktail.

Bè, che dire di più. Dario Cuccurullo e Paola  Baravalle, gentilissimi manager dell'azienda, non potevano che scegliere location e momento migliore per una vera degustazione del prodotto Campari.
Le foto esprimono molto meglio delle parole ciò che è possibile fare nella nostra città. Solo alcune rendono davvero l'idea del panorama e altre dell'ormai fervido connubio tra il Campari, il Negroni e Firenze.


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