martedì 31 dicembre 2013

Dalla Persia il culto dei Magi e la rappresentazione di Leonardo da Vinci

Leonardo non lo finì mai, lasciato a monocromo rimase un capolavoro incompiuto di straordinaria modernità. Il dipinto sorprende per il contesto in cui si colloca. Siamo alla fine del quattrocento, la gran parte degli artisti è in linea con la tradizione e si celebrano, con ricorrenti temi sacri, le grandi famiglie fiorentine di banchieri e di mercanti. Opere atte a decorare le cappelle di famiglia all'interno delle grandi chiese cittadine, i Magi hanno solitamente le sembianze della casata che commissiona l'opera. Basti pensare alla celebre Adorazione dei Magi di Gentile da Fabriano che si trova nella Galleria degli Uffizi. Ori e pietre preziose, sfarzo e ricchezza che devono immortalare il potere della famiglia Strozzi.

nella foto: Leonardo da Vinci – Adorazione dei Magi - Galleria degli Uffizi – Firenze - Olio su Tavola 246 x 243

Quella di Leonardo invece è un'umanità disperata. In un gigantesco impianto prospettico, il da Vinci dedica lo sfondo al mondo pagano, fatto di rovine e cavalli imbizzarriti. Al centro della composizione magi e apostoli piangono, gridano e si strappano i capelli. Implorano salvezza e chiedono il perdono. Un magma di corpi urlanti e sofferenti ci da l'immagine di un'umanità piegata in due che può essere salvata solo dalla venuta del Cristo.
Al centro della composizione, protetti da una mandorla immaginaria di pace e serenità, risplendono la Vergine e il Cristo. Sono come avvolti da una straordinaria potenza salvifica in netto contrasto con il caos circostante. Eccolo il Cristo che salverà il mondo, allunga il braccio e la sua piccola mano sfiora la pissiede che un magio prostrato ai suoi piedi gli porge implorante. La potenza di quel tocco è inimmaginabile, il messaggio coglie nel segno e un brivido di emozione ci percorre la schiena. L'opera fu commissionata a Leonardo nel 1489 dai monaci di San Donato agli Scopeti, nelle immediate vicinanze di Firenze. Ma l'anno dopo il genio rinascimentale lascerà Firenze alla volta di Milano, lasciandola incompiuta. Non la finirà mai. Dopo una decina d'anni di attesa, i frati chiederanno al giovane Filippino Lippi di realizzarne un'altra. Anch'essa si trova agli Uffizi.

Pensate alla grande ispirazione che il genio di Leonardo possa aver avuto per dipingere questo, seppur incompiuto, capolavoro fiorentino. Parliamo di una storia biblica di straordinaria importanza che, oltre alla sacra famiglia, si focalizza prevalentemente sui tre Re Magi. Entrati nella tradizione popolare radicata nel popolo più di altre, sono definiti astrologi, forse perché hanno seguito una cometa, e anche sacerdoti zoroastriani, religione proveniente dalla Persia. La definizione Magi infatti è la traslitterazione del termine greco magos (μαγος, plurale μαγοι). Era un titolo specifico dei sacerdoti dello Zoroastrismo tipici del grande Impero persiano. Così come ci racconta anche Marco Polo quando ha visitato le loro tombe nella città di Saba a sud di Theran intorno al 1270. Dice sul Il Milione al capitolo 30:

"In Persia è la città ch'è chiamata Saba, da la quale si partiro li tre re ch'andaro adorare Dio quando nacque. In quella città son soppeliti gli tre Magi in una bella sepoltura, e sonvi ancora tutti interi con
barba e co' capegli: l'uno ebbe nome Beltasar, l'altro Gaspar, lo terzo Melquior. Messer Marco dimandò più volte in quella cittade di quegli III re: niuno gliene seppe dire nulla, se non che erano III re soppelliti anticamente."

Questo ci porta a citare uno uno studio condotto da Alfred Breitman e Roberto Malini del Gruppo Watching The Sky, associazione impegnata nelle ricerca di opere d'arte perdute e delle tracce biografiche sconosciute dei grandi artisti del passato.
Breitman e Malini affermano con grande convinzione, in base ad alcune evidenze, che Leonardo da Vinci potesse avere origini mediorientali. La più importante è costituita dal ritrovamento di un'impronta digitale di Leonardo sul dipinto "La dama con l'ermellino". Secondo l'antropologo Luigi Capasso la tipologia dell'impronta è caratteristica del 60% degli individui provenienti dai paesi arabi. L'ipotesi di un origine araba del maestro non è tuttavia nuova. E' risaputo che il nome della madre di Leonardo, Caterina, era attribuito con frequenza alle schiave arabe acquistate in Toscana e provenienti da Istanbul. Anche il professor Alessandro Vezzosi, celebre studioso del Rinascimento, è
convinto dell'origine araba e possiede documenti che suggeriscono l'origine orientale di Leonardo Da Vinci.
Anche il giovane Salai, pupillo di Leonardo, sembrerebbe un ragazzo arabo, con i capelli ricci, la pelle bruna e gli occhi scuri vivacissimi. Breitman e Malini, a questo punto, estraggono da un cassetto un bel disegno a sanguigna su un foglio di carta antica.
E' un ritratto virile del primo Cinquecento è di scuola leonardesca e rappresenta un viso che possiede molte similitudini con i ritratti noti del volto di Leonardo da Vinci. La sua particolarità è che indossa un copricapo di foggia araba, una specie di turbante. Si può ipotizzare che si tratti di un ritratto del
maestro eseguito da un suo allievo che conosceva le vere origini del più grande fiorentino di tutti i tempi.
La notizia, preziosa per la Storia dell'Arte, è anche un monito per coloro che difendono a spada tratta le frontiere geografiche e culturali del nostro Paese, senza capire che il progresso sociale, morale e intellettuale di un popolo può avvenire solo grazie al contributo di altre esperienze e tradizioni.
L'iconografia e la storia dei Magi è molto radicata nella tradizione popolare. Sono associati anche ad un momento gioioso, i bambini ancora oggi arricchiscono il presepe con le loro rappresentazioni.
A Firenze una grande festa è l'apice della commemorazione. La Cavalcata dei Magi è un evento unico nel suo genere, con una lunga processione di figure in costume storico, con a capo l'impersonificazione dei Re Magi a Cavallo che offrono, davanti al Duomo, Oro, Incenso e Mirra alla Sacra famiglia raccolta in una vera capanna di legno.

© Filippo Giovannelli - Riproduzione riservata

giovedì 12 dicembre 2013

Quando la "Gioconda" di Leonardo da Vinci fu ritrovata a Firenze

Era l’11 dicembre del lontano 1913. Alcuni anni prima il ritratto di Monna Lisa del Giocondo era stata trafugata dal Museo del Louvre.
In un piccolo albergo fiorentino venne ritrovata la tela, rubata da Vincenzo Peruggia, un immigrato italiano dal sicuro cognome storpiato (una g di troppo), che aveva lavorato per il museo e certamente era a conoscenza delle protezioni istallate a tutela del dipinto. Era il 21 agosto 1911 di lunedì quando il Museo del Louvre era chiuso che la tela fu trafugata.
A Firenze un antiquario fiorentino, Alfredo Geri, ricevette una proposta di acquisto e fissò un incontro in un albergo con il ladro. Portò con se il direttore degli Uffizi di allora, Giovanni Poggi, che autenticò il dipinto e con una scusa lo prese con se portandolo agli Uffizi.
Il giorno successivo Peruggia venne arrestato.
Ecco perché a 100 anni dal ritrovamento di uno dei capolavori più grandi di Leonardo da Vinci è bene ricordare questa storia fiorentina.

© Filippo Giovannelli - Riproduzione riservata

martedì 3 dicembre 2013

Un Pollock all'Opificio delle Pietre Dure

 Anche l'arte contemporanea ha bisogno di restauro. E arrivato a Firenze all'Opificio delle Pietre Dure il dipinto dell'artista Jackson Pollock dal nome "Alchimia".
Il dipinto è di proprietà della veneziana collezione di Peggy Guggenheim.
Il "dripping" è la tecnica che Pollock ha usato per la realizzazione di questa e di una grandissima quantità di altre opere e prevede lo sgocciolamento di colore sulle tele, messe in posizione orizzontale.
Restauri di questo tipo sono anche una fonte di studio per gli istituti che si occupano della materia. ogni nuova opera, in particolare quella contemporanea, ha tecniche e materiali nuovi. Nel caso del restauro di dette materie, uno studio approfondito deve essere fatto per non tentare il restauro, ma per essere certi del risultato finale.
E' importante anche perché si capirà com'è fatta l'opera e quale tipo di deterioramento o di attacco abbia avuto.
Al progetto partecipano inoltre conservatori, curatori e scienziati americani che hanno svolto negli Usa studi e interventi sulle opere di Pollock.
Quello dell'arte contemporanea è un indirizzo nuovo per l'Opificio delle Pietre dure, ma sappiamo che l'eccellenza in questo campo da sempre dimostrata, non lascerà alcun dubbio sulla professionalità e sul risultato del restauro.

© Filippo Giovannelli - Riproduzione riservata
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