lunedì 20 dicembre 2010

Buon Natale e un po' di statistiche...

Intanto BUON NATALE!!!!!

poi vi descrivo alcuni dati sul blog:
Il Blog viene letto principalmente dall’Italia seguita dagli Stati Uniti d’America, poi dalla Germania, Francia, Regno Unito, Svizzera, Polonia Giappone.
Google è il sito internet di maggior origine di traffico per il tramite delle sue ricerche con parole chiave, seguito da www.filippogiovannelli.it.
La parola chiave più cercata è “Tiziano Terzani” seguita da “Nomi fiorentini” e da Firenze curiosità, segue “alle porte coi sassi” e “rificolona”.
Il post più letto è la prima parte di “Tiziano Terzani, fiorentino” con 2584 visualizzazioni di pagina, seguito da “I veri nomi fiorentini” e "Il murales di Viale Filippo Strozzi".
Dalla sua nascita il blog è stato visitato da oltre 30.000 internauti.
Non so se è un successo, ma io sono molto contento.

lunedì 13 dicembre 2010

Muore oggi Donatello

Il 13 dicembre 1466 muore a Firenze Donatello, scultore tra i massimi rappresentanti dell'arte rinascimentale. Sviluppò un innovativo e originale linguaggio scultoreo, fondato sul recupero dei modelli classici, di una notevole capacità di interpretazione psicologica e di una rigorosa impostazione prospettico-spaziale.
Donatello, vero nome Donato di Niccolò di Betto Bardi (Firenze, 1386 – Firenze, 13 dicembre 1466), è stato uno scultore, orafo e disegnatore italiano.
Fu uno dei tre padri del Rinascimento fiorentino, assieme a Filippo Brunelleschi e Masaccio, oltre che uno dei più celebrati scultori di tutti i tempi. Rinnovò i modi della scultura, facendo accantonare definitivamente le esperienze del tardo gotico e superò i modelli dell'arte romana classica, all'insegna di un espressionismo nuovo e inquieto che pervade le sue opere migliori. Inventò lo stile "stiacciato", basato su minime variazioni millimetriche degli spessori, che non impedisce la creazione di uno spazio illusorio, ma padroneggiò le più disparate tecniche e materiali (marmo, pietra serena, bronzo, legno, terracotta). Si dedicò anche al disegno, fornendo i modelli ad esempio per alcune vetrate del Duomo di Firenze. Particolare fu la sua capacità di infondere umanità e introspezione psicologica alle opere, spesso con accenti drammatici o di energia e vitalità trattenute ma perfettamente visibili.

mercoledì 1 dicembre 2010

Muore oggi Leone X

Il 1 dicembre 1521 muore a Roma Papa Leone X, al secolo Giovanni de' Medici. Nato a Firenze nel 1475, è il figlio del celebre Lorenzo de'Medici, il Magnifico. A tredici anni è nominato cardinale e nel 1513, alla morte di Giulio II viene eletto Papa. Grazie alle sue attitudini spregiudicate ed alla sua politica vigorosa, il papato assume sotto la sua direzione un potere ancora maggiore di quello che aveva raggiunto sotto Alessandro VI e Giulio II. Educato nella tradizione di famiglia, Leone X è stato un mecenate delle arti e delle lettere, spese infatti somme ingenti in progetti affidati a maestri quali Bramante e Raffaello Sanzio. La raccolta di fondi pe r la ricostruzione della Basilica di San Pietro, iniziata sotto il suo pontificato - condotta attraverso la vendita di indulgenze - e il lusso sfrenato della sua corte, hanno provocato i moti e le proteste più tardi sfociate nella Riforma Protestante. Leone X condannò le eresie luterane e scomunicò Lutero nel 1521, pochi mesi prima della morte.

martedì 30 novembre 2010

Abolita la pena di morte - Festa in Toscana

Il primo stato al mondo ad abolire la pena di morte fu il Granducato di Toscana con l'emanazione, il 30 novembre 1786, del nuovo codice penale firmato dal granduca Pietro Leopoldo. Se si considera l'abolizione della condanna capitale "di fatto" lo stato abolizionista più antico è la repubblica di San Marino, poichè l'ultima esecuzione risale al 1468, ma l'abolizione formale e definitiva fu sancita per legge nel 1865. La riflessione sul sistema penale vigente, che contemplava la pena capitale, fu stimolata dalla pubblicazione, nel 1764, del trattato di Cesare Beccaria "Dei delitti e delle pene", in cui si sosteneva che lo Stato, per punire un delitto, ne avrebbe commesso uno a sua volta. "Parmi assurdo - scriveva Beccaria - che le leggi, che sono l'espressione della pubblica volontà, che detestano e puniscono l'omicidio, ne commettano uno esse medesime, e. per allontanare i cittadini dall'assassinio ordinino un pubblico assassinio".

sabato 27 novembre 2010

Il Teschio di Hirst a Palazzo Vecchio

L’opera, valutata 100 milioni di euro, per la prima volta in Italia Sarà esposto da domani fino a maggio prossimo a Palazzo Vecchio “For the Love of God”, il teschio tempestato di diamanti opera dell’artista inglese Damien Hirst, icona di arte contemporanea mai visto in Italia. L’opera, realizzata nel 2007, ha un valore stimato di 100 milioni di euro. Finora è stata esposta solo a Londra tre anni fa, nella galleria White Cube di Hirst, e nel 2008 al Rijksmuseum di Amsterdam.
L’evento, promosso dal Comune di Firenze, assessorato alla cultura e alla contemporaneità e dai Musei civici fiorentini, è stato ideato da Memoria srl, curato da Francesco Bonami e prodotto e organizzato da Arthemisia Group.
For the Love of God è un calco di platino di un teschio umano in scala reale tempestato di 8.601 diamanti al massimo grado di purezza o con pochissime imperfezioni, per un totale di 1.106,18 carati. Sulla fronte è incastonato un grande diamante rosa a forma di goccia anche noto come “la stella del teschio”. I denti sono stati ricavati da un cranio vero del Settecento acquistato da Hirst a Londra.
Il teschio, protetto da una teca trasparente, è stato posto nella Camera del Duca e vi si accede attraverso lo Studiolo di Francesco I, luogo dove quest’ultimo coltivava i suoi interessi scientifici ed alchemici.
“Nel cuore di Palazzo Vecchio - ha commentato l’assessore alla cultura Giuliano da Empoli, che ha presentato l'esposizione insieme a Bonami e alla presidente di Arthemisia Iole Siena - è entrata una ‘bomba’ di platino e di diamanti che sta facendo discutere tutti: era questo il nostro obiettivo iniziale. L’opera, strategicamente collocata nelle segrete del Palazzo, colpisce al cuore le certezze della nostra quiete secolare. L’artista ha detto che qui si sente a casa: questo teschio oggi ha trovato casa. Naturalmente c’è a chi piace e a chi no, ma è un effetto unico entrare in questa stanza buia attraversando prima la luce dello Studiolo di Francesco I”.
Il biglietto per la mostra costa 10 euro ma si potrà visitare anche solo il museo di Palazzo Vecchio al prezzo consueto di 6 euro (riduzioni e agevolazioni sul sito del Comune www.comune.fi.it). L’orario della mostra coincide con quello del museo (in questo periodo 9-24 tutti i giorni, ad eccezione del giovedì quando l’orario è 9-14). Per informazioni 055-055.

giovedì 25 novembre 2010

Ghirlandaio - Una saga artistica lunga un secolo

Sempre declinato al singolare, Ghirlandaio è in realtà la ‘griffe’ della dinastia di artisti-imprenditori che, dalla seconda metà del Quattrocento, dominò per un secolo la scena del Rinascimento fiorentino. Ghirlandaio è dunque il capostipite Domenico (1449-1494) e Ghirlandaio sono i fratelli David (1452-1525) e Benedetto (1458-1497), il fratellastro Giovambattista, il cognato Bastiano, il figlio Ridolfo (1483-1561). Alla loro scuola si formarono decine di artisti (Michelangelo e Granacci i più celebri) che contribuirono a diffonderne in Italia e in Europa la fama di magistrali illustratori di Firenze e della sua civitas.
Quello dei Ghirlandaio fu soprattutto un clan di straordinari professionisti, molto produttivo, modernamente strutturato per capacità e ruoli: Domenico e Ridolfo i veri creativi maestri del colore, altri di più che ottimo pennello, altri ancora versati nella gestione dell’azienda.
Questo clan così quadrato, prolifico e longevo è ora al centro di una mostra di non comune importanza, la prima dedicata alla famiglia nel suo complesso, che per di più abbraccia l’intero territorio da Firenze a Scandicci e a varie località dell’hinterland. E’ la terra dove i Ghirlandaio vissero e operarono, staccandosene raramente, marchiandola di capolavori, tanto da farne un museo diffuso.
Da qui il titolo dell’evento: Ghirlandaio. Una famiglia di pittori del Rinascimento tra Firenze e Scandicci, aperta al pubblico dal 21 novembre 2010 al 1 maggio 2011, dal giovedì alla domenica, ore 10-13 e 15-19. I luoghi: il Castello dell’Acciaiolo a Scandicci, con 15 opere. Da qui un doppio itinerario conduce il visitatore per decine di tavole, pale e affreschi in musei grandi e piccoli, palazzi e chiese, ville e abbazie. Opere per lo più a tema religioso, Madonne con Bambino, natività, annunciazioni, ma anche ritratti e figure che documentano la Firenze dell’epoca.
Ciò significa che l’esposizione è cucita da un filo di tante mostre e luoghi diversi, riconducibili a due noti progetti culturali: quello della Città degli Uffizi, ideato dal direttore della celebre galleria Antonio Natali per dare visibilità al patrimonio conservato nei depositi e per far conoscere le belle terre intorno a Firenze, e quello di Piccoli Grandi Musei, organizzato dall’Ente Cassa di Risparmio di Firenze con un comitato scientifico presieduto da Antonio Paolucci e il compito di promuovere le ricchezze artistiche e monumentali della provincia.
In omaggio ai Ghirlandaio i due progetti si sono fusi: promotori la Soprintendenza Speciale per il Polo Museale fiorentino, la Galleria degli Uffizi e il Comune di Scandicci, con Ente Cassa di Risparmio, Direzione Regionale per i Beni Culturali e Paesaggistici della Toscana, Soprintendenza dell’area metropolitana (Firenze-Pistoia-Prato), Provincia di Firenze, Comune di Firenze, la Fondazione Romualdo del Bianco. Patrocina il Ministero per i Beni e le Attività Culturali, collaborano la Regione Toscana, l’Opificio delle Pietre Dure, i comuni di Calenzano, Campi Bisenzio, Sesto Fiorentino, Signa e Lastra a Signa. Il catalogo è dell’editore Polistampa.
Come noto, il vero cognome di Domenico Ghirlandaio era Bigordi e insieme ai fratelli finì per esser identificato con il nomignolo del padre, un ottimo orafo noto per la particolare abilità nel realizzare ghirlande. Da Scandicci, terra d’origine, la famiglia si trasferì a Firenze nella prima metà del Quattrocento e nell’allora capitale mondiale dell’arte la bottega si affermò nella successiva metà del secolo.
Il percorso inizia da Scandicci. Curata dalla storica dell’arte Annamaria Bernacchioni, la mostra al Castello dell’Acciaiolo presenta un celebre dipinto di Domenico (I Santi Jacopo Stefano e Pietro), la bella Madonna di Ridolfo (dal Cenacolo di Fuligno) e altre 14 opere prestate dai musei fiorentini.
Da qui si sviluppano due diversi itinerari Ghirlandaio. Quello di Firenze comprende gli affreschi nella Sala dei Gigli in Palazzo Vecchio, la Cappella Sassetti e la Cappella Tornabuoni (rispettivamente nelle chiese di S. Trinita e S. Maria Novella), l’Adorazione dei Magi al Museo degli Innocenti. Molti altri capolavori si trovano agli Uffizi, Accademia, Galleria Palatina e nei cenacoli di Ognissanti e S. Marco: sono visite da non perdere anche se non previste in questo specifico programma.
L’altro itinerario procede invece alla scoperta delle tante testimonianze artistiche lasciate dai Ghirlandaio nel nord-ovest di Firenze, a cavallo dell’Arno: nelle case di loro proprietà a San Martino e Colleramole, nella millenaria Badia di Settimo, nella Chiesa di S. Andrea a Campi Bisenzio, nel Museo d’arte sacra di S. Donnino e S. Martino a Gangalandi. E poi Mosciano, Giogoli, S. Martino alla Palma, S. Colombano. E’ un viaggio affascinante nel Rinascimento fiorentino, tra visite guidate, incontri per famiglie, concorsi per le scuole, laboratori didattici, un premio per studenti e artigiani. In più, shopping di prodotti tipici in ristoranti, negozi e aziende convenzionate.
Info e prenotazioni: Sigma CSC 055.2340742, www.ghirlandaio.it

martedì 23 novembre 2010

Castello: Villa Corsini museo archeologico permanente

Restaurata dopo un lungo abbandono e trasformata in Antiquarium del Museo Archeologico Nazionale, la villa Corsini di Castello sarà aperta al pubblico ogni sabato e domenica dalle 10 alle 13.
E’ il primo risultato tangibile del bel successo della mostra Per ville e per giardini, che quest’estate e in autunno ha portato a Castello (alle due ville medicee e a villa Corsini) circa 90 mila visitatori, oltre 13.000 solo in quest’ultima.
L’apertura permanente della villa si è resa possibile grazie al contributo dell’Ente Cassa di Risparmio (che ha finanziato anche i restauri e organizzato Per ville e per giardini) e all’Associazione Conoscere Firenze che metterà a disposizione dei volontari.
L’impianto della villa, parallelo a via della Petraia, risale come noto al Quattrocento, citata come abitazione rurale signorile della famiglia Strozzi. Opera del Tribolo e di Pierino da Vinci, il giardino avvolge l’edificio su tre lati secondo i canoni medicei: selvatico a nord, esedra con le Quattro Stagioni ad est e fiori a sud. Quando i Corsini l’acquistarono all’inizio del Settecento, la affidarono a Giovan Battista Foggini, che apportò profonde modifiche nello stile tardo barocco che costituisce l’aspetto attuale della villa.
I recenti restauri hanno infine consentito di farne una degna sede museale per i preziosi reperti del Museo Archeologico Nazionale che i visitatori di Per ville e per giardini hanno appunto potuto apprezzare. Villa Corsini ripresenta tra l’altro, dopo un lunghissimo restauro, l’Apollo saettante, una meravigliosa statua in marmo di età romana.
Accanto a numerose altre sculture antiche sono esposte anche alcune straordinarie collezioni: ad esempio la Galleria dei ritratti ideali e la raccolta medicea di iscrizioni latine (centinaia di epigrafi, statuette, bustini, ritratti, sarcofagi e urnette cinerarie) conservate un tempo agli Uffizi nella cosiddetta Sala del Ricetto.
La villa ospita però anche opere più recenti, fra cui il Fiume, menzionato da Giorgio Vasari, che il Tribolo realizzò per il giardino della villa. Il fulcro è L’Arianna dormiente la cui fama, fra xvii e xviii secolo, quando si trovava a Roma nei giardini di Villa Medici sul Pincio, è attestata dalle ammirate descrizioni dei viaggiatori del Grand Tour. Al suo fascino non sfuggì neppure Velázquez che riprodusse la scultura, una delle tre note del tipo, su una celebre tela del 1630, oggi al Museo del Prado.

martedì 9 novembre 2010

Florens 2010

Settimana Internazionale dei Beni Culturali e Ambientali prima edizione, Firenze 12-20 novembre 2010.
Firenze laboratorio globale di arte, cultura ed economia, ospiterà il Forum Internazionale dei Beni Culturali e Ambientali, 30 convegni, 10 mostre e 150 eventi.
Florens 2010 - Settimana Internazionale dei Beni Culturali e Ambientali, che si svolgerà a Firenze dal 12 al 20 novembre 2010, è una manifestazione ideata da Giovanni Gentile, Presidente di Confindustria Firenze e dal Comitato Promotore di Florens 2010 composto da: Intesa Sanpaolo, Banca Cassa di Risparmio di Firenze, Confindustria Firenze, Confederazione Nazionale Artigianato Piccola e Media Impresa Firenze (CNA Firenze).
La direzione artistica della prima edizione è a cura di Davide Rampello. La prima Settimana Internazionale dei Beni Culturali e Ambientali prevede 30 convegni, 10 mostre, 150 eventi ed il Forum Internazionale, organizzato in collaborazione con The European House - Ambrosetti, sotto l’Alto Patronato della Presidenza della Repubblica e il patrocinio di: Ministero per i Beni e le Attività Culturali, Ministero degli Affari Esteri, Ministero dell’Ambiente e della tutela del territorio e mare, Regione Toscana, Provincia di Firenze, Comune di Firenze e Unesco.

lunedì 1 novembre 2010

Michelangelo espone al pubblico la Cappella Sistina

Il primo novembre il capolavoro di Michelangelo fu esposto in pubblico.
La Cappella Sistina è un'opera spettacolare e senza tempo. Michelangelo Buonarroti prese l'incarico di ridipingere la volta, direttamente da Papa Giulio II. Il lavoro venne completato nell'arco di soli 4 anni. La parte più bella e magnifica, il Giudizio Universale, venne dipinto in seguito e, più precisamente, tra il 1535 ed il 1541 su commissione del nuovo Papa Paolo III.
Proprio nella fase di creazione dell'opera, Michelangelo volle provare una nuova 'miscela' più adatta - rispetto al gesso - a preparare i muri per la pittura. Si trattava dell'intonaco, ideato da Jacopo l'Indaco, uno dei suoi più stretti collaboratori. Per le nudità dipint e in un luogo sacro, il Giudizio Universale fu oggetto di litigio tra lo stesso Michelangelo e il Cardianle Carafa: l'artista fu accusato di aver dipinto oscenità ed il Cardinale chiese che le figure nude fossero censurate richiedendo una vera e propria campagna, nota ai posteri come la 'campagna delle foglie di fico'.

venerdì 29 ottobre 2010

Fiorentini ciechi e Pisani traditori

L’antica rivalità tra le due città toscane risale alla notte dei tempi. Situazioni politiche di comodo si sono susseguite da sempre a favore prima degli uni e poi degli altri. Beffe, sberleffi, guerre, compromessi, hanno da sempre contrapposto pisani e fiorentini sino a giorni nostri.
Le colonne “affocate” sul lato principale del Battistero di San Giovanni a Firenze raccontano storie di fregature colossali.


La beffa delle colonne di porfido rosso del Battistero di San Giovanni di Firenze, ha fondamento in una storia risalente al 1117 quando i Pisani si imbarcarono alla conquista di Maiorca.
A quel tempo l'isola era in possesso dei saraceni e al momento della partenza Pisa non poteva essere lasciata incustodita per non lasciare spazio alle offese dei lucchesi, sempre pronti a dare battaglia.
Di questo ci racconta il Cavalier Lucantonio Cacciaporci che nel “Compendio della Storia Fiorentina” ci dice: “fecero una grande armata di galee e navi per andare sopra l’Isola di Maiorca...i lucchesi vennero sopra Pisa per prenderla...i pisani presero consiglio di mandare ambasciatori ai fiorentini acciò essi guardassero Pisa..." I Pisani affidarono dunque la custodia della città marinara ai fiorentini.
Tornati vittoriosi da Maiorca, in segno di gratitudine, offrirono all’alleato fiorentino una parte del bottino di guerra. La scelta fu tra due porte di metallo o due colonne di porfido. Le colonne pareva avessero un potere particolare, quello di riflettere il viso di coloro che pur essendo colpevoli, erano ancora impuniti dalla legge. Da questo, con molta probabilità, la scelta delle colonne, che una volta imballate, furono trasportate a Firenze a carico dei pisani. Al momento della rimozione del rivestimento costituito da un panno di colore scarlatto, si constatò che le colonne erano state "affocate", opache dal fuoco. Che i pisani avessero in mente un raggiro o una fregatura?
Queste colonne sono tutt'ora installate nelle pareti esterne del Battistero di Firenze, sono protette da un’intelaiatura e posizionate vicino alla porta principale del Ghiberti. Nel 1424, in occasione di un allagamento della città, si frantumarono a terra e furono poi rimontate, cerchiandole in ferro.
Si racconta anche la storia di un soldato fiorentino che aveva osato disobbedire al bando del comandante delle truppe, che imponeva alle armate di non entrare in Pisa avendo organizzato la protezione all’esterno dei confini della città, “pena la testa”. Il soldato osò disobbedire e non si peritò ad andare in città, ma fu catturato e condannato alla forca.
I pisani impietositi dalla ingenuità del soldato, inviarono influenti cittadini a perorare la sua causa, imponendo inoltre che l’esecuzione capitale non potesse essere effettuata in territorio di Pisa. La Repubblica fiorentina, pur di eseguire la condanna, comprò un pezzo di terreno e qui issò una forca ed eseguì la sentenza.
Un pò per le colonne “rosse foco”, un pò per le rivalità che ancora oggi vengono reiterate tra i due popoli, fu coniato per l’occasione un detto: “fiorentini ciechi e pisani traditori” ed in definitiva, anche se derivanti da una beffa, le colonne sono ancora posizionate nella originale posizione, a prova dell’orgoglio fiorentino per non aver rifiutato il dono dall’antica rivale di terre e di battaglie.

lunedì 25 ottobre 2010

Belvedere della Bella Rosina

Lo storico e spettacolare salotto di Villa della Petraia si apre al pubblico, ma solo per 3 sabati. Un tuffo nell'Ottocento sulle orme di Vittorio Emanuele II .
Questo giardino non l'avete mai visto perché è generalmente chiuso al pubblico. Ecco dunque l'occasione per visitare il romantico Belvedere di Villa della Petraia, dove Vittorio Emanuele II si rilassava con la Bella Rosina dalle fatiche della caccia e da quelle del regno negli anni di Firenze capitale.
Per i prossimi tre sabati (23 e 30 ottobre e 6 novembre) la mostra Preziosi tesori in villa, in corso alla Petraia, si arricchisce dello storico "salotto a guisa di belvedere" con i suoi arredi originali, le grandi vetrate e il panorama mozzafiato sul parco sottostante e su Firenze. L'iniziativa è della Soprintendenza, che gestisce la villa, in collaborazione con l'Ente Cassa di Risparmio di Firenze, che organizza le 5 mostre del circuito Per ville e per giardini (fino al 14 novembre, www.villegiardinifirenze.it) per la serie Piccoli Grandi Musei.
Tra i capolavori in mostra, Preziosi tesori in Villa espone anche una magnifica Incoronazione della Vergine botticelliana insieme a varie opere eccellenti dell'ex Conservatorio delle Montalve.
Le visite al Belvedere sono guidate e gratuite, a gruppi di massimo 15 persone, un'ora per ciascun gruppo, con inizio alle 11 e l'ultima alle 15. Info e prenotazione obbligatoria: Sigma CSC 055.2340742. Meteo permettendo, si potrà visitare anche il giardino.
Per la storia, la Bella Rosina (al secolo Rosa Vercellana) fu moglie morganatica di Vittorio Emanuele II, una formula matrimoniale che non le dava poteri e diritti di una regina, non essendo nata nobile. Fu comunque la prima vera regina d'Italia.
Villa della Petraia fu una delle preferite dal re, che ne personalizzò l'arredo degli interni. Il Belvedere è nell'angolo sud est del cosiddetto piano della figurina, il livello più alto del giardino, ed è un esempio compiuto di architettura ottocentesca, misurata e sobria. I documenti dell'epoca ne mettono in risalto la doppia natura di luogo di riposo e di contemplazione dello spettacolo della natura, elemento caratteristico della sensibilità romantica.

giovedì 21 ottobre 2010

Gregoriano

E’ bastato leggere il luogo per attirare la mia attenzione al manifesto: Basilica di San Miniato al Monte.
Con tutto il rispetto, avessi letto Chiesa dell’Isolotto oppure di San Jacopino, forse non sarei ritornato indietro a leggere il messaggio contenuto: “Concerti di Canto Gregoriano”.
Dunque a uno di questi Concerti, anzi a quello di questa sera, non avendo altri impegni, avrei potuto partecipare. Rientrare a casa e dare il via ai preparativi è stato un tutt’uno.
E’ capitato anche che il parcheggio l’abbia trovato a due passi dalla Basilica, proprio in quella strada che una volta, con gli amici catalani chiamammo ‘ canuttificio’.
I miei amici, brindando dicono: ’salut y forza al canut’, indicando la zona del corpo cui si riferiscono. Siccome in quella stradina al buio, quella sera che ci andammo per ammirare il panorama dalla scalinata della Basilica, (chi non l’ ha mai visto ci vada : potrebbe essere a pagamento più avanti!) c’ era un gran daffare nelle auto ai bordi di questa stradina, tanto da far immaginare un certo lavoro dei tanti ‘canut’ . Da cui ‘canuttificio’.
Dunque il Concerto. Il programma di sala precisava che si sarebbe trattato dell’esecuzione di una Messa da
Requiem in memoria di un benedettino, grande studioso della materia, vissuto a San Miniato.
Intanto il Coro: ’Viri galilei’, un famoso Coro fiorentino che opera da molti anni, con delle voci, maschili e femminili, straordinarie per caratura, intonazione, disciplina, integrazione fra loro. Il modo di cantare il Gregoriano è calmo, pare anche riflessivo, con frasi lunghe che par non finiscano mai, per cui ai coristi non può mancare il fiato. Al termine mi sono molto complimentato con uno dei solisti, un baritono. Ma và?!?
Man mano che il Concerto andava avanti mi tornavano alla memoria episodi di quando ero ragazzo, quando andavo ai Vespri per cantare insieme a don Renzo. Si cantava gregoriano.
Mi sovveniva che durante le funzioni intorno al feretro, c’era Piero Somigli che sorreggendo il Piviale del sacerdote, cantavano insieme – Piero con la sua bella voce da basso sonora e chiara - : ‘…quando-o cie-e-li…., oppure ’in Paradiso’.
Quanti ricordi ed emozioni in un Concerto, specie se eseguito in tale ‘location’ , dove i molti turisti avevano si orecchi per la musica, ma gli occhi girovagavano dalle pareti alla cripta; dal pavimento al pulpito.
Fuori, all’uscita, dalla gradinata lo spettacolo della città già nella penombra con all’orizzonte il rosso-violaceo del dopo tramonto. Un trionfo di luci e colori illuminavano quello della Civiltà!
Francoeffe

martedì 19 ottobre 2010

Nasce oggi a Firenze Marsilio Ficino

Il 19 ottobre 1433 nasce nei pressi di Firenze Marsilio Ficino, grande filosofo italiano, massimo esponente assieme a Nicola Cusano del platonismo rinascimentale. Ficino è tra i dotti voluti da Cosimo de Medici ad arricchire la vita culturale di Firenze. Fondatore ed anima di un cenacolo di artisti dello Accademia Platonica, Ficino traduce in latino la maggior parte dei dialoghi platonici, ma anche Esiodo, Plotino, Proclo, Protagora. Nelle sue opere Ficino argomenta della sostanziale concordanza del platonismo con il cristianesimo. Concepisce l'universo come organismo unitario soggetto agli influssi celesti. L'anima, collegando le cose del cielo e della t erra, compone i movimenti contrastanti dell'universo. Muore nel 1499.

domenica 17 ottobre 2010

Dialogo (vero) tra un fiorentino e un senese su Facebook

Non posso mettere i nomi ne i nickname di questi 2 eccezionali protagonisti del quotidiano discutere e della rivalità toscana. Ma quello che segue è un dialogo avvenuto realmente su Facebook (ma potrebbe essere avvenuto ovunque) sulle differenze di visione, di carattere e di cultura tramandata dai posteri sino ai giorni nostri tra un fiorentino ed un senese.
Ci sono alcune imprecisioni e semplificazioni artistiche e culturali, ma quello che conta è la rivalità e ciò che tra fiorntini e senesi non potremmo mai veder risolto.
Chi conosce luoghi e monumenti che vengono citati e tirati in ballo, comprende come certi stereotipi non scompariranno mai e saranno sempre alla ribalta della cronaca.


Si parla di Palazzo Vecchio:

Guarda che forza massiccia, che dimostrazione di potenza, che esempio di suprema grandezza... peccato sia pura bellezza di un passato che non si è mai più riprodotto.

Stupendo e maestoso. Anche se per eleganza e raffinatezza, preferisco il Palazzo Pubblico di Siena con la stupenda Torre del Mangia.

Mi permetto di contraddirti. A mio gusto Palazzo Vecchio non ha rivali tra i palazzi pubblici mondiali. La Torre del Mangia è più alta e Siena è indubbiamente città splendidamente mantenutasi, ma la compattezza, la linea, la forza, il colore di Palazzo Vecchio ne fanno qualcosa di superiore, di compatto, di non lezioso come un po' il palazzo pubblico di Piazza del Campo è. Diciamo che Palazzo Vecchio sia il maschio e quello di Siena la femmina, peraltro una bella stangona.

Beh, la tua idea di Palazzo Vecchio (maschio) e Palazzo Pubblico (femmina) non mi dispiace del tutto. Rimango però, chiaramente, della mia idea, aggiungendo una cosa: Piazza del Campo di Siena, che per me è la Piazza più bella del Mondo per... effetto scenico (non temere, non voglio togliere niente a Firenze, che è indubbiamente città STRA-stupenda!) ha indubbiamente bisogno di un palazzo civico "lezioso" come dici te. E' il tocco di classe di una piazza geniale, unica, altamente scenica che quando vedi dal vivo, per la prima volta (come successo a me) ti toglie letteralmente il fiato...non mi dimenticherò mai la mia prima volta in cui entrai in quella piazza...fa-vo-lo-so!
Peraltro, Piazza della Signoria e Piazza del Duomo di Firenze sono due tra le mie prime preferite in assoluto....ci mancherebbe!! E questo Palazzo (Palazzo Vecchio) non si discute.

Condivido in pieno l'ammirazione e lo stupore che merita e suscita Piazza del Campo, ma è molto effetto scenico e poca sostanza. La Torre è sproporzionata, bicolore, bellissima ma un po' avulsa dal resto. Poi nella piazza non trovi le opere... d'arte di Piazza della Signoria: la Loggia dei Lanzi contiene capolavori immortali quali il Perseo e il Ratto delle Sabine, in tutta la piazza trovi statue in marmo e in bronzo di grande valore, e il cortiletto d'ingresso di Palazzo Vecchio, sia pur ornatissimo, non ha niente di lezioso. Il Palazzo, poi, stupisce ancor di più perché la piazza non è enorme. Subito accanto gli Uffizi. In Piazza del Campo solo case, una fontana e un missile sulla rampa di lancio...

Ma la dominatrice in Toscana (e non solo) è da sempre Firenze. Mica la piccola e marginale Siena. Ora, io, se fossi fiorentino come te, farei come te. Ossia, vivrei di superbia per la mia storia e la mia superiorità millenaria. Va però... detto che Firenze, nella sua storia di libero comune, fu "piegata", se pur per breve periodo, soltanto dalla piccola Siena. Questo è un dato di fatto storico sul quale non è ammesso revisionismo.
Poi, paragonare firenze (notare la lettera minuscola, ndr) (350.000 abitanti) al gioiellino che è Siena (55.000 abitanti) di cosa sa? E' come Davide contro Golia...Siena, essendo la piccola città che è, ha un patrimonio storico-artistico-culturale e mi permetto di dire CIVILE che non ha pari in Italia e probabilmente nel mondo intero. Il Palazzo Pubblico non va sminuito, non ne vedo il motivo...sai benissimo che le pitture al suo interno sono DIDATTICA per tutti gli alunni di tutti i livelli di scuola e che il patrimonio storico-artistico della città è di Capitale d'Italia in fatto di arte. Il Duomo di Siena non vedo quale inferiorità dovrebbe patire rispetto a quello di Firenze (stupendi entrambi...ma....)...la Torre del Mangia non patisce certo rispetto alla torne di Arnolfo (mettila a sondaggio in Italia e vedi la gente cosa preferisce!) Il pluri-rifatto campanile di Giotto non mi pare molto più bello della torre del Duomo di Siena....
E sai benissimo il culo che vi avrebbero fatto i senesi in fatto di grande cattedrale se non fossero stati colpiti dalla peste...il Duomo attuale, meraviglioso, il più bello d'Italia insieme a quello di Orvieto, sarebbe altro che un transetto del Duomo che pensarono dopo la vittoria di Montaperti...!

Io sono da sempre un grande estimatore di Siena, ho più volte affermato che nella sua conservazione medievale è stata molto più accorta di Firenze, girare per quelle strade è un incanto, un miracolo. Il Duomo di di Siena l'ho sempre stralod...ato, l'ho visto col pavimento scoperto, ed è sicuramente di maggior impatto rispetto a S. Maria del Fiore. Ma quest'ultima è stata depredata: tutti i suoi capolavori sono nel museo accanto, che l'ha spogliata. C'è anche una pietà di Michelangelo. A Siena no... e Donatello, e Verrocchio, e Arnolfo, e... Questi nomi Siena se li sogna. Le lasciamo Duccio e Simone Martini, ma ne abbiamo anche noi. Però se confrontiamo l'architettura delle due cattedrali, ancora Firenze vince: sempre più lezioso lo skyline del Duomo di Siena, e il suo campanile non può reggere in riconoscibilità il confronto con quello di Giotto, unico al mondo. Troppo frastagliate le guglie senesi... La morfologia senese, tutta su colline, piena di saliscendi, ha contribuito a farla restare piccola e quindi meglio conservabile. Firenze, in una conca lasciata in mano a turpi speculatori e a gente senza alcun gusto né storia, ha subìto danni a volte irreparabili, e ciononostante resta superiore ad ogni città al mondo, così come lo è anche la superbia dei fiorentini.

Fine? non si sa, seguirò ancora la loro discussione, se ci saranno novità le pubblicherò!!!

Metrocubo d’Infinito in un Cubo Specchiante di Michelangelo Pistoletto

Un'installazione nel Cortile di Palazzo Strozzi a Firenze porta nuovamente alla ribalta Michelangelo Pistoletto.
Non è un artista nuovo per la città, la statua di Porta Romana è sua ed ha eposto anche al Forte Belvedere nel 1984.
Dal 1 ottobre 2010 al 23 gennaio 2011, il Centro di Cultura Contemporanea Strozzina ha invitato il celebre artista a presentare nel cortile di Palazzo Strozzi la grande installazione "Metrocubo d’Infinito in un Cubo Specchiante".
L’installazione è una struttura cubica ricoperta esternamente di opache lastre in acciaio e all’interno rivestita completamente di specchi. L’opera darà vita a un percorso nel quale il pubblico potrà vivere l’esperienza di un luogo senza limiti, che si estende all’infinito. Al centro dello spazio è collocato il Metrocubo di Infinito (1966), storica opera dell’artista costituita da superfici esternamente opache ma specchianti verso l’interno, facendo giungere al culmine le possibilità di rifrazione. L’opera diviene un luogo laico di raccoglimento spirituale, in cui ciò che ha davvero valore è l’uomo con la sua capacità d’immaginare.
Progetto della Fondazione Palazzo Strozzi, con la partnership di Castello di Ama per l’Arte Contemporanea e in collaborazione con Cittadellarte-Fondazione Pistoletto e Galleria Continua, San Gimignano / Beijing / Le Moulin.

mercoledì 13 ottobre 2010

Luigi Ridolfi Vay da Verrazzano (1896-1958)

Elencare i successi del Marchese Ridolfi potrà sembrare riduttivo rispetto alla “grande attività” che questo grande fiorentino ha fatto per Firenze, per la Toscana e per la nazione.
E’ assolutamente necessario inoltre, proprio per far conoscere l’importanza che ha avuto questo illustre e “nobile” Ridolfi, dettagliare le iniziative, spesso pionieristiche, in particolar modo legate allo sport, che hanno permesso un concreto sviluppo di Firenze e dei fiorentini.
E’ stato uno stimato politico, per tre volte eletto deputato alla Camera (1929, 1934, 1939), fu per più di due anni il riferimento “federalista” di Firenze (1926-1929)., un bravo imprenditore, anche nel settore del commercio e trasformazione del petrolio.
La parte consistente della sua attività di grande dirigente la si riscontra comunque nel settore sportivo. Negli anni Venti si occupò pionieristicamente di sport a tutti i livelli, da quello toscano, nazionale ed internazionale. Fondò l'Associazione Calcio Fiorentina nell’agosto del 1926, contribuì alla fondazione dell'Automobile Club d'Italia di Firenze, fu presidente della FIdAL (Federazione Italiana di Atletica Leggera) per due periodi: dal 1926 al 1942 e dal 1956 al 1958.
Presidente della FIGC (Federazione Italiana Giuoco Calcio) dal 1942 all'8 settembre 1943 e anche della Società Atletica Giglio Rosso con la quale vinse 6 scudetti nei primi anni di attività.
Consigliere nel direttivo della IAAF (International Association of Athletics Federations) e della EAA (European Athletic Association).
Revisore dei conti e membro della giunta del C.O.N.I., fondò con Vittorio Pozzo e presiedette, il settore tecnico della Federcalcio.
Fu il capo della delegazione olimpica italiana alle Olimpiadi di Berlino del 1936.
Fece ristrutturare l'impianto sportivo sul viale Michelangelo, gestito alla data odierna dalla Società ASSI Giglio Rosso. A lui si deve la costruzione dello Stadio Berta, oggi Stadio Artemio Franchi, il Centro Tecnico Federale di Coverciano è opera sua, dove nel qual caso sovvenzionò i lavori quando le casse comunali non avevano capienza.
E’ a lui dedicato a Campo di Marte lo Stadio di atletica, sorto dalla ristrutturazione dell’ex campo militare utilizzato per l’allenamento e l’organizzazione di gare e discipline di atletica leggera.
Fu inoltre un eroe pluridecorato della Grande Guerra vi partecitò ottenendo per meriti bellici ben due medaglie d'argento al valor militare.
Futurista.
Fondatore con Vittorio Gui, ponendo le condizioni della ristrutturazione del Teatro Comunale, del Maggio Musicale Fiorentino, dove ancora oggi ha sede l’istituzione culturale.
La famiglia dei marchesi Ridolfi era una delle più antiche famiglie nobili di Firenze.
Lui, Luigi Ridolfi Vay da Verrazzano nasce al Galluzzo il 7 novembre 1896, erede di una grande famiglia fiorentina, che ha avuto un ruolo fondamentale nella storia di Firenze sin dai suoi albori databili intorno al XIII secolo.
Casata di Toscana, la famiglia dei Ridolfi nella seconda metà del secolo XIII, prese origine da quel Ridolfo che venne da Poppiano a Firenze stabilendosi in oltrarno, proprio in San Frediano dove ancora oggi possiamo riconoscere le sepolture nella chiesa del Carmine.
Due erano i rami della famiglia Ridolfi, quello di Piazza che ebbero possedimenti intorno alla chiesa di San Felice in Piazza, e quello di Ponte che allora non era ancora Vecchio, di coloro che vivevano in Borgo, attuale San Jacopo.
Il ramo della famiglia Ridolfi che ebbe maggior successo fu quello di Piazza.
Gonfalonieri di Giustizia, Priori di Libertà, Senatori del Granducato di Toscana, Deputati del Regno d'Italia.
Titoli di Conti, Marchesi ; Cardinali sono stati i discendenti di Ridolfo fino ad arrivare ai nostri tempi, dove il più recente dei mecenati di Firenze, Luigi, non ha tradito le aspettative.
Famoso fu un Roberto di Paguzzo Ridolfi, che nel 1570 ordì una congiura di seguaci di religione cattolica (la congiura Complotto Ridolfi), per detronizzare la Regina Elisabetta I dal trono d'Inghilterra volendo agevolare l’ascesa al trono di Maria Stuarda di Scozia: complotto fallito.
Un Cosimo Ridolfi fu il fondatore a Pisa della prima Università di agraria del mondo e della Cassa di Risparmio di Firenze.
Luigi Ridolfi muore a Padova il 31 maggio 1958, a lui, alla sua caparbietà, al suo potere ed alla propria influenza si devono numerose infrastrutture ed istituzioni che ancora oggi rendono un servizio alla città ed alla nazione intera. Un fiorentino che amava la propria città, ne è stato protagonista nel suo tempo come tutta la sua famiglia lo è stata nel corso di sette secoli.

sabato 9 ottobre 2010

La Libreria Antiquaria Gonnelli

Fondata ufficialmente nel 1875 la Libreria Antiquaria Gonnelli, è una delle più antiche d'Italia tutt’ora esistenti. Già all'inizio del Novecento, in "bottega" si potevano trovare preziose edizioni e incunaboli e i locali erano frequentati da personaggi quali Gabriele D'Annunzio, Giovanni Papini, Ferdinando Martini, Benedetto Croce e Giuseppe Prezzolino, allora direttore de "La Voce": nomi insigni che si uniscono a quelli di bibliofili illustri come Luigi Passerini o Tammaro de Marinis.
Dipinti di Giovanni Fattori e di altri macchiaioli sono stati in vendita presso la Saletta Gonnelli, attigua alla libreria, particolarmente negli anni in cui Aldo Gonnelli era amico del mercante collezionista Mario Galli e del pittore e scrittore d’arte livornese Mario Borgiotti. Nella Saletta sono state presentate mostre di pittura di varie generazioni di artisti, tra cui Giorgio De Chirico, Primo Conti e Ottone Rosai.
Accanto alle attività di vendita di libri antichi e rari, manoscritti, stampe e disegni, la libreria Gonnelli già dalla fine dell’Ottocento iniziò una propria attività editoriale con pubblicazioni occasionali riguardanti il mondo dell’arte, della cultura e della bibliofilia e che vantò tra le sue prime edizioni il "Dizionario dei pittori" compilato da Angiolo De Gubernatis nel 1892.
Grazie all’iniziativa di Alfiero Manetti, genero di Aldo Gonnelli, la libreria ha intrapreso da circa trent’anni la pubblicazione di due collane editoriali: "Documenti inediti di cultura toscana" e "Papyrologica Florentina" nelle quali vengono divulgate ricerche, frutto del lavoro scientifico di esperti studiosi di varie nazionalità. A queste collane si affiancano ulteriori pubblicazioni di opere interessanti dal punto di vista storico, documentale e artistico, tra le quali i "Quaderni Gonnelli": cataloghi pubblicati in occasione delle mostre di arte e grafica tenute presso la Saletta Gonnelli e i “Carteggi di Filologi”: una collana fondata nel 2002 in collaborazione con l'Università degli Studi di Messina.
Oltre a privati e collezionisti, importanti Istituti Bibliografici rappresentano la clientela di questa libreria di pregio che pubblica circa tre cataloghi l’anno ("Bollettino informativo"), con distribuzione in tutto il mondo e da oggi accessibili in Internet. La Saletta Gonnelli continua la propria attività con raffinate selezioni di opere grafiche e pittoriche, allestite nella cornice di un antico cortile coperto, con portali, colonne e finestre in pietra serena cinquecentesca.

Asta, 9 ottobre ore 11.00 Prima Sessione – ore 15.00 Seconda sessione
10 ottobre ore 11.00 Prima Sessione – ore 15.00 Seconda sessione
Esposizione lotti: dalle 9.00 alle 13 e dalle 15.30 alle 19.00, fino a venerdì 8 ottobre
Catalogo gratuito in Libreria

Per informazioni
GONNELLI CASA D'ASTE
Libreria Antiquaria Gonnelli
Via Ricasoli 6-14r-16r, 50122, Firenze
Tel 055 268279 – Fax 055 2396812

giovedì 7 ottobre 2010

8 ottobre - La "Festa di Santa Reparata" a Firenze

La prima patrona di Firenze, la prima Santa alla quale era dedicata la Cattedrale Fiorentina, le cui vestigia si possono visitare in occasione della Festa di Santa Reparata sotto il Duomo.
Maggiori informazioni qui:

Anticamente a Firenze le feste si celebravano con coscienza e rispetto tanto che, in generale, pur non scegliendole dall'oggi al domani, quando queste si affermavano, rimanevano durevoli nel tempo. Sembra proprio che il popolo fiorentino, dopo aver deciso di festeggiare un dato evento, lo rispettasse con passione in modo duraturo. La nostra città, pertanto, è stata caratterizzata da un notevole patrimonio di tradizioni e feste che l'hanno resa, anche per questo aspetto, un punto di riferimento non solo per i suoi abitanti, ma pure per i turisti che da sempre la visitarono e la visitano.
Fra queste feste, di primaria importanza, è quella celebrata 1'8 ottobre, dedicata a "Santa Reparata vergine e martire, protettrice del popolo fiorentino". Infatti la ricorrenza ha conservato tutto il suo profondo significato laico e religioso, legato a quella santa a cui i fiorentini dedicarono la loro primitiva cattedrale, significato che oggi si vuole ancor più sottolineare con una serie di manifestazioni.
Tutto ebbe origine da un cruento avvenimento storico dopo il quale si ebbe l'affermazione definitiva in Firenze del cristianesimo, religione introdotta principalmente da mercanti dell'Asia Minore che portarono con la fede anche i santi a loro più cari fra cui Reparata, vergine di Cesarea martirizzata nel III secolo.
Nell'anno 406 la città venne sconvolta dovendo subire il suo primo assedio dopo quasi cinquecento anni di storia. Già diversi mesi prima, torme di barbari, provenienti dalle foreste del settentrione, dopo aver oltrepassato le Alpi si erano riversate sulle campagne e sulle città italiane portando ovunque desolazione e morte. L'orda di barbari Ostrogoti, comandati dal Re Radagaiso era, naturalmente, preceduta dalla paura, accompagnata dalla distruzione e, dopo il suo passaggio, dalla fame e dal dolore.
Le popolazioni barbare nomadi scendevano lentamente verso Roma con carri carichi fino all'inverosimile del bottino dei saccheggi e delle razzie che avevano compiuto, sulle ali del terrore, durante il loro tragitto. Impiegarono, perciò, circa nove mesi prima che le loro avanguardie giungessero sotto le mura di Firenze dove, con la solita ferocia, devastarono subito tutta la campagna d'intorno. Quando poi sopraggiunse l'intera torma dei barbari, con l'ingombrante bottino che si trascinava dietro, la città era chiusa e ben preparata alla difesa. Radagaiso la pose sotto assedio nella speranza di arrivare quanto prima a poterla saccheggiare ed oltrepassare, perché ostruiva, di fatto, il passaggio dell'Arno.
Non conoscendo strategie militari e non possedendo neppure macchine per abbattere e scalare le mura, gli Ostrogoti più che assalire la città la circondarono pensando di farla capitolare per fame. Ma l'approvvigionamento, che doveva far crollare subito la difesa fiorentina, mancò assai prima alle orde dei barbari, composte da oltre duecentomila unità fra uomini, donne, vecchi e bambini, accampati in una terra già devastata e priva di raccolti.
Correva un'estate torrida e la sete, oltre alla fame, attanagliò più gli assedianti che gli assediati, sostenuti dalle parole del loro vescovo Zanobi, dalle "preghiere di san Zenobio e dei suoi santi cappellani" (Matteo Villani). Radagaiso decise, quindi, di dividere in tre schiere il suo numeroso esercito, lasciandone una al piano per continuare l'assedio, e le altre due spostandole sulle più fresche colline nei dintorni di Fiesole. La situazione, critica da ambo le parti, era vissuta in città con terrore e sempre più tenui erano le speranze di sopravvivere, nonostante che i fiorentini fossero riusciti a respingere tutti gli attacchi dei nemici.
Un bel giorno d'agosto, dalla cima della collina di San Gaggio, alcuni ragazzi videro arrivare l'esercito romano comandato dal generale Stilicone: era la salvezza ! Corsero come saette a dare la notizia in città, perché la liberazione era prossima. E fu così. Infatti Stilicone impegnò subito gli Ostrogoti che assediavano la città con una minima parte del suo esercito, e fece dislocare il grosso della cavalleria e della fanteria nascondendolo sulle colline di Montorsoli e della Torre a Buiano. Quando Radagaiso seppe dell'attacco dell'esercito romano sferrato contro i suoi nella piana fiorentina, decise di scendere in loro aiuto per la valle del Mugnone, dove venne attaccato e annientato dalle truppe romane. Il nome della località in cui il re barbaro trovò la morte pare sopravvivere nel toponimo Montereggi da "mons regis". Fu una strage: centomila barbari furono uccisi ed i sopravvissuti vennero venduti come schiavi all'irrisorio prezzo delle pecore.
I fiorentini, secondo la storiografia non solo locale, subito attribuirono ad un intervento celeste la serrata di Radagaiso e del suo numeroso esercito "in faesulauos montes" e la facile vittoria romana che avvenne il 23 agosto del 406. Il volere divino aveva le belle sembianze della vergine Reparata che, in base a una leggenda presto sorta, il giorno della battaglia era stata veduta librarsi protettrice sopra Firenze.
La città decise, pertanto, di ricordare la sua liberazione festeggiandola non nel giorno in cui in realtà accadde bensì 1'8 ottobre, giorno dedicato a Santa Reparata, amata dai molti cristiani di origine orientale che si stabilirono a Firenze diffondendone il culto.
Per lungo tempo la storiografia cittadina arriverà perforo a ricordare 1'8 ottobre come il giorno della battaglia legando indissolubilmente l'avvenimento al nome della santa, a cui i fiorentini del V secolo avevano deciso di intitolare la cattedrale che avrebbero eretto, le cui vestigia si leggono al di sotto dell'odierna cattedrale che, a partire dalla sua edificazione nel 1296, andò a inglobare il precedente edificio di culto. L'antica Basilica di Santa Reparata tuttavia, com'è noto, fino al 1354 venne utilizzata per il servizio religioso fintanto che il cantiere dell'erigenda Santa Maria del Fiore lo rese possibile.
Nel corso dei secoli non solo il primo edificio cultuale cittadino mantenne viva la memoria della gloriosa vittoria sui Goti per la miracolosa intercessione di Santa Reparata ma anche, come già accennato, il suo ricordo venne perpetuato dalle cerimonie religiose e popolari che avevano teatro attorno alla cattedrale stessa, dove nel giorno della santa incedevano in processione i fiorentini.
Le cerimonie ad concursum populi erano spettacolari. Un testo del XIII secolo ricorda a noi moderni come nulla venisse lasciato al caso. La Cattedrale di Santa Reparata si presentava agli occhi dei fiorentini non solo splendente per i ceri copiosamente accesi sugli altari e per le luminarie che abbellivano la volta centrale e il coro ma fulgida, rigogliosa per il fasto delle ghirlande di mirto e di alloro che la adornavano in ogni dove, antesignane delle "robbiane" con cui gli uomini della Rinascita avrebbero ornato la cattedrale arnolfiana. Per la facciata del suo edificio, fra l'altro, lo stesso Arnolfo di Cambio scolpì, a chiusura del XIV secolo, la bella e possente effige della santa (attualmente al Museo dell'Opera del Duomo di Firenze).
La novella basilica, di cui Santa Reparata divenne contitolare insieme alla Vergine, ereditò, per così dire, la festa che nel corso dei secoli, per l'aspetto strettamente religioso, era caratterizzata, tenendo fede alle testimonianze degli storici del XVIII e del XIX secolo, dall'intervento di "tutti i Priori, e Rettori delle Chiese della Città", i quali assistevano in coro, dove venivano esposte le reliquie della santa, calla Messa, e Vespro solenne".
Una solenne cerimonia di culto medievale che, attualmente, ritorna a noi per volere dell'Amministrazione Comunale, in concerto con l'Arcivescovado fiorentino, e che ha teatro nelle suggestive rovine della prima cattedrale.
testi tratti da: Festività fiorentine di Luciano Artusi e Anita Valentini

mercoledì 22 settembre 2010

Il teatro romano di Florentia

Un teatro romano vastissimo, capace di contenere nel periodo di massimo splendore fino a 15 mila spettatori, poi caduto in disgrazia e quasi dimenticato, ‘sepolto’ sotto le successive costruzioni e ampliamenti di Palazzo Vecchio. Ora l’antico teatro di Florentia torna alla luce, grazie a sei anni di scavi finalmente ultimati (anche se potrebbero esserci ulteriori sorprese) e sarà il più antico ‘pezzo’ del nuovo museo della città che verrà trasferito dalla Biblioteca delle Oblate proprio a Palazzo Vecchio.
La sede del Comune, Palazzo Vecchio, poggia le sue fondamenta su un sito di straordinaria importanza storica. Il teatro doveva avere una capienza di quasi 7000 spettatori ma nel periodo di massimo splendore, intorno al I, II secolo dopo Cristo, corrispondente alla grandiosa ristrutturazione della città compiuta in età imperiale, si stima che il pubblico potesse arrivare fino a 10-15 mila presenze . Le sue vestigia si estendono su una vasta porzione di terreno sotto Palazzo Vecchio e palazzo Gondi, con la cavea rivolta verso piazza della Signoria e la scena lungo via dei Leoni. Il teatro restò attivo fino al V secolo, e dopo cadde in disuso e venne via via dimenticato. I suoi resti iniziarono gradualmente a riaffiorare nell’Ottocento quando, in occasione del trasferimento a Firenze della capitale del regno d’Italia (1865) fu intrapresa un’intensa seria di campagne di sventramento e ammodernamento del tessuto urbano.
Dopo un’indagine archeologica preliminare effettuata a fine anni ’90, la vera e propria campagna di scavo si è svolta tra il 2004 e il 2010. Lo scavo è stato condotto dalla cooperativa Archeologia sotto la direzione scientifica della sovrintendenza per i beni archeologici della Toscana.
I lavori hanno consentito di riportare alla luce alcuni tratti delle burelle (probabilmente da burus, cioè buio), ovvero corridoi, compreso il vomitorium, ossia il corridoio centrale attraverso il quale gli spettatori avevano accesso. E’ inoltre visibile il margine interno della piattaforma dell’orchestra, che nel teatro romano non ospitava il coro come in quello greco, ma era riservata alle autorità. Il ritrovamento di un gruppo di anfore per le derrate alimentari, rotte e riutilizzate per il drenaggio delle acque, ha consentito di datare la costruzione delle burelle alla fine del I o all’inizio del II secolo d.C.; tuttavia è probabile che il nucleo originario del teatro risalga all’epoca della fondazione della colonia romana – fine del I sec. a.C. – e che soltanto in seguito sia stato ingrandito.
Sui resti d’età imperiale si sovrappongono, per successive stratificazioni, strutture di epoca medievale (XII-XIV sec.) come pozzi, fondamenta di abitazioni e altri edifici. Tra questi è stato individuato un fronte stradale con portali medievali e relativo selciato, inglobato nel XVI secolo nell’ampliamento di Palazzo della Signoria verso via dei Gondi e via de’ Leoni

martedì 21 settembre 2010

Nasce oggi Girolamo Savonarola

Il 21 settembre 1452 nasce a Ferrara Girolamo Savonarola, frate domenicano e di fatto reggente della Repubblica di Firenze dal 1494 al 1498. Dopo gli studi umanistici e di medicina, a 23 anni entra nell'ordine dei frati predicatori, fondato da S.Domenico di Guzman e perciò detti 'Domenicani'. Dopo tre anni di studio e preparazione, viene ordinato sacerdote nel 1478, sviluppando ben presto una vocazione alla predicazione. Nel 1483 a 31 anni fa la sua prima esperienza di predicatore a Firenze ed a San Gimignano, presagendo imminenti castighi per la Chiesa, che doveva essere rinnovata e presto. I toni apocalittici della sua predicazione gli valgono l'allontanamento da Firenze ad opera di Lorenzo de' Medici. Tornato in città dopo pochi anni, diventa priore del convento di S. Marco e riprende la sua appassionata predicazione, che ha un notevole consenso, visto il mutato clima spirituale e politico. Dopo la morte di Lorenzo (1492) e la cacciata dei Medici da Firenze nel 1494 Girolamo Savonarola diventa arbitro assoluto di Firenze, anima ed ispiratore del governo repubblicano, esercitando una forte sorveglianza sui costumi dei Fiorentini. Amato dal popolo, aveva tuttavia molti nemici, all'interno dello stesso Ordine Domenicano e tra i potenti italiani, tra cui lo stesso papa Alessandro VI, che presto ebbero la meglio. Condannato a morte come eretico, fu impiccato e bruciato in Piazza della Signoria, il 23 maggio 1498.

martedì 14 settembre 2010

Muore oggi Dante Alighieri

La notte tra il 13 ed il 14 settembre 1321 muore a Ravenna Dante Alighieri, uno dei padri della letteratura italiana.
Non si conosce la data esatta di nascita, collocata intorno alla primavera del 1265. La sua famiglia era legata alla corrente dei Guelfi senza un impegno attivo. 
Una carriera politica di rilievo fu intrapresa, invece, da Dante che però, nonostante l'appartenenza alla corrente guelfa, era avverso al papa Bonifacio VIII. Quando i Guelfi, cacciati da Firenze i Ghibellini sconfitti nella battaglia di Campaldino, si divisero in due schieramenti diversi, per Dante, allora Priore nel Consiglio dei Dodici, si delineò - a suo stesso dire - l'inizio della sua rovina. 
La rivalità tra Guelfi Neri e Bianchi, portò il Consiglio a prendere una decisione per ottenere una tregua in una Firenze lacerata dalle continue battaglie tra le due fazioni. I capi Corso Donati e Vieri De' Cerchi, rispettivamente alla guida dei Neri e dei Bianchi, vennero esiliati. Dante votò a favore del provvedimento. Prima che questo fosse messo in atto intervenne Carlo Di Valois per aiutare il Papa e mise a ferro e fuoco la città iniziando una persecuzione contro tutti coloro che dimostravano ostilità nei confronti di Bonifacio VIII. Fu colpito anche Dante che, tra l'altro, da Bonifacio VIII stesso era stato ingiustamente trattenuto a Roma quando la Repubblica lo aveva inviato come ambasciatore di pace. Non rivide più la sua città.

lunedì 6 settembre 2010

"La Calunnia di Apelle" di Sandro Botticelli

La definizione lessicale della Calunnia data dai vocabolaristi si riferisce precisamente ad una menzogna denigratoria ad una falsa accusa.
Semplicemente oggi, in quanto culturalmente curioso, pongo all'attenzione il dipinto a tempera su tavola di legno, custodito nella Galleria degli Uffizi di Firenze di Sandro Botticelli.
Il dipinto si trova vicino alla Primavera dello stesso Botticelli ed è quindi "oscurata" essendo di piccole dimensioni dal capolavoro più conosciuto. E' comunque piena di significato.
La Calunnia di Apelle o semplicemente "La Calunnia" è stato realizzato intorno al 1496.
Il periodo storico nel quale Botticelli lavora riguarda il turbato clima politico e sociale che dopo la morte di Lorenzo il Magnifico nel 1492, le prediche di Girolamo Savonarola attaccavano duramente i costumi e la cultura del tempo, predicando al popolo l'arrivo del giudizio divino e imponendo penitenza ed espiazione dei peccati. L'umanesimo del quattrocento fiorentino aveva già dato le proprie certezze, e le nuove mutate situazioni politiche iniziavano ad incrinare i segni del secolo trascorso.
I "roghi delle vanità" impressionarono molto il pittore. I giudizi di Savonarola avevano inferto dei duri moniti e avevano marchiato le menti e la vita pubblica e culturale fiorentina; la città non si riprenderà mai del tutto.
I sensi di colpa del Botticelli furono importanti per il proseguio della sua vita artistica.
Il Botticelli nel corso della propria carriera ebbe un importante passaggio da l'espressione della Venere e della Primavera fino ad un esasperato misticismo. Il suo nuovo stile privilegiava le figure plastiche ed il chiaro scuro con personaggi di maggiore espressività.
La Calunnia è il punto di guado tra le due espressioni aristiche.
Re Mida con le orecchie d'asino, giudice seduto sul trono;
Ignoranza e Sospetto alle sue spalle;
Livore ("rancore") difronte con il cappuccio nero coperto di stracci;
La Calunnia donna molto bella (notare l'estrema somiglianza con la Primavera, forse la stessa modella);
Le acconciatrici di capelli Insidia e Frode;
Il Calunniato impotente che impugna una fiaccola che non fa luce, simbolo della falsa conoscenza;
La vecchia sulla sinistra è il Rimorso e l'ultima figura di donna sempre a sinistra è la Nuda Veritas.
Un barlume di follia mi ha fatto pensare al Savonarola analizzando la figura della vecchia associata al rimorso, non credo che la simbologia faccia parte del personaggio.
I dipinti hanno tutti una bella o brutta storia da raccontare, il solo guardare ci limita. Anche solo soffermarsi sulle singole figure ed associarne il nome alla nostra esistenza, ci fa meditare su come si inviluppa la società.
Presto una nuova visita agli Uffizi.

sabato 4 settembre 2010

"Morte a Firenze"

Vincitore dell'edizione 2009 del Premio Scerbanenco, vincitore della settima edizione del Premio Camaiore 2010 questo romanzo è destinato a rimanere nella storia.
E' lo stesso romanzo che alcuni docenti di scuola superiore consigliano come lettura estiva, è un romanzo che individua la città, la descrive, la fa riconoscere.
Marco Vichi (Firenze, 20 novembre 1957) è uno scrittore italiano e vive nel Chianti.
"Firenze, ottobre 1966. Non fa che piovere. Un bambino scompare nel nulla e per lui si teme il peggio, forse un delitto atroce. Il commissario Bordelli indaga disperatamente, e durante le indagini arriva l'alluvione... La notte del 4 novembre l'Arno cresce, si ingrossa, va a lambire gli archi di Ponte Vecchio, supera gli argini e la città è travolta dalla furia delle acque. Le vie diventano torrenti impetuosi, la corrente trascina automobili, sfonda portoni e saracinesche, riversando nelle strade cadaveri di animali, alberi, mobili e detriti di ogni genere. Mentre la città è alle prese con quella inaspettata e inimmaginabile tragedia, il delitto sembra destinato a rimanere impunito, ma la tenacia di Bordelli non vien meno..."

mercoledì 21 luglio 2010

Mare e Montagna

Un po' di ferie non si negano a nessuno e anche quest'anno dividerò alcuni giorni di Agosto tra mare e montagna...
Buone vacanze a tutti voi!!

giovedì 15 luglio 2010

Il "Chianti Classico"

La fama del vino prodotto nel territorio del Chianti si perde nei tempi e, come tutto quello che riscuote successo, ha lasciato lungo la sua strada leggende e curiosità sulla sua origine e tradizione. Il "Gallo Nero", simbolo del Chianti e del suo vino, del consorzio che rappresenta la maggior parte dei produttori, nasce sullo sfondo della contesa tra i Comuni di Firenze e Siena per il possesso del territorio della vera zona del Chianti. Vera zona del Chianti, perchè genericamente si chiama Chianti anche il vino prodotto in altri comprensori toscani, che ha per base il Sangiovese.
Questo fatto portò nel 1716 il Granduca di Toscana, Cosimo III, ad affidare ad un bando la delimitazione dei confini del Chianti Classico, primo documento a valore legale al mondo che definisca una zona di produzione vinicola.Tale bando non fu sufficiente, in quanto la produzione di falso Chianti continuò a proliferare, fino a quando, il 14 maggio del 1924, a Radda in Chianti, un gruppo di viticoltori si riunì per dare vita ad un organismo che difendesse e valorizzasse la propria produzione. Nacque il "Consorzio per la difesa del vino Chianti e della sua Marca", che nel corso degli anni ha cambiato più volte nome, fino all'attuale "Consorzio del Marchio Storico", mantenendo sempre come sua immagine e attestato di qualità il famosissimo marchio del Gallo Nero.
Le origini di questo simbolo si possono ritrovare in una leggenda che narra delle rivalità tra i Comuni di Firenze e Siena, dovute alla contesa per il possesso del territorio chiantigiano, nel periodo medievale. Per porre fine a questa guerriglia interminabile e senza risparmi di sangue, i due comuni decisero di affidare la definizione dei propri confini ad una prova tra due cavalieri, uno con i colori di Firenze ed uno con i colori di Siena. Tale confine sarebbe stato fissato nel punto dove i due cavalieri si fossero incontrati partendo all'alba dalle rispettive città, al canto del gallo. I senesi allevarono e rimpinzarono di cibo il loro gallo bianco, convinti che all'alba questo avrebbe cantato più forte, mentre i fiorentini scelsero un gallo nero che lasciarono quasi completamente a digiuno. Il giorno fatidico, il gallo nero fiorentino, morso dalla fame, spalancò l'ugula e cominciò a cantare prima ancora che il sole fosse sorto, mentre quello bianco, senese, era ancora gonfio di cibo.
Il cavaliere fiorentino, svegliato di buon ora dal suo gallo, si mise subito al galoppo, percorrendo così più strada del suo rivale: quasi tutto il territorio del Chianti fu quindi annesso alla Repubblica gigliata. Leggenda o meno, la Lega del Chianti, autentica alleanza militare, creata dalla repubblica fiorentina, per unire le popolazioni dei villaggi chiantigiani in difesa delle loro terre, il cui primo statuto risale al 1384, scelse come emblema il Gallo Nero in campo oro.
Circa un secolo dopo, diminuiti i pericoli di guerre ed invasioni, la Lega si dedicò ai problemi del vino, individuando i migliori vitigni da coltivare, le norme di vinificazione e stabilendo tutta una serie di regole per il Chianti Classico, tra le quali l'obbligo di vendemmiare al momento adatto e quello di imbottigliare il Chianti Classico Gallo Nero all'interno del territorio di produzione. Grandi, medi e piccoli produttori, cantine sociali e industriali sono, oggi, tutti uniti nel rispetto delle regole che il consorzio impone.

La Lega del Chianti
Le Leghe erano antiche unità amministrative in cui la Repubblica Fiorentina divise nel 1250 il proprio territorio, dipendevano da Firenze a cui dovevano un obbligo di difesa in caso di difficoltà, obbligo esteso anche alle altre leghe. Radda fu capoluogo della lega dal 1384,anno a cui risale il più antico statuto della Lega del Chianti, e mantenne questo titolo fino al 1774, quando il Granduca Pietro Leopoldo abolì le "Leghe", sostituendovi le Comunità. Sono trascorsi quasi due secoli e la Lega è risorta nel Chianti Classico, conservando l'antico simbolo del territorio e del suo vino: il galletto nero in campo d'oro. I "Legati" e le "Dame della Lega del Chianti" hanno come motto "Vita tua vita mea" (la mia vita è la tua vita).Con l'investitura i membri si impegnano a valorizzare il vino Chianti, ad essere buongustai,e a compiere almeno una buona azione l'anno. La loro rivista "Il Gallo Nero" divulga le iniziative, le manifestazioni,le attività della Lega a tutti coloro che sono interessati al Chianti ed alla sua gente.

martedì 29 giugno 2010

Fiorentini ciechi e Pisani traditori!

Conoscevate questo proverbio? Ha un fondamento che proviene da una storia risalente al 1117 quando i Pisani si imbarcarono alla conquista di Maiorca.
A quel tempo l'isola era in possesso dei saraceni e al momento della partenza non vollero lasciare Pisa incustodita, per non lasciare spazio alle offese dei Lucchesi, sempre pronti a dare battaglia.
I Pisani affidarono allora la custodia della città marinara ai fiorentini.
Tornarono vittoriosi da Maiorca ed in segno di gratitudine offrirono una parte del bottino di guerra. I fiorentini  ebbero l'opportunità di scegliere tra due porte di metallo e due colonne di porfido.
Scelsero le colonne e furono trasportate a Firenze. Al momento della sballatura costituita da panno di colore scarlatto, si constatò che le colonne erano state "affocate", opache dal fuoco.
Queste colonne sono tutt'ora installate nelle pareti esterne del Battistero di Firenze e sono protette da una cerchiatura in ferro e posizionate vicino alla porta principale. Nel 1424, in occasione di un allagamento della città, si frantumarono a terra e furono poi rimontate.

giovedì 24 giugno 2010

Il Calcio Storico Fiorentino è una Rievocazione Storica!

Il Calcio Storico Fiorentino è una Rievocazione Storica! di Filippo Giovannelli

Da tutti riconosciuto uno dei più spettacolari giochi storici d’Italia e forse anche del mondo, il Calcio in Costume di Firenze è (bene o male) una Rievocazione Storica. 
La Rievocazione Storica è un’attività che con iniziative di personaggi in abiti storici appropriati e allestimenti appositamente realizzati, intende operare un’efficace azione di ricostruzione della storia o della cultura locale. 
Fare “rievocazione storica” non è semplice, se si vuole affrontare il tema con una certa serietà. La Rievocazione Storica deve in primo luogo farsi carico di studi storici appropriati, approfondimenti, sperimentazione e ricostruzioni. 
Due sono le fasi fondamentali e preliminari per poter procedere a impostare seriamente una rievocazione: 
Una 1^ fase documentale con ricerche d’archivio, di studio ambientale, araldico, iconografico e di testimonianze scritte o orali, ed una 2^ fase con lo studio di testi di storia generale e libri e ricerche si storia locale. La consultazione di un Paleografo è direi fondamentale per una più attenta ricostruzione degli eventi. 

E due sono le categorie principali di Rievocazione Storica ed un terzo legato ai gruppi storici. 
Il primo è la Rievocazione, cioè ricordare un evento o un evento storico, di una comunità o di un particolare personaggio, legato al proprio territorio. In questo caso la fedeltà storica è importante, ma incide anche in maniera fondamentale l’influenza spettacolare dell’evento in quanto attrazione turistica. 
L’altro è la Ricostruzione, dove l’arco temporale e del tema dell’evento ha come particolare obiettivo quello di ricreare fedelmente il momento scelto da rievocare. Quindi massima fedeltà nei costumi, nelle attrezzature, nelle musiche, nei cibi, accessori, ambientazioni anche con l’utilizzo di reperti originali. Quindi la Storia Vivente (Living History) e la Promulgazione di un evento storico (Re-enactment). 
A riguardo del gruppo storico, l’unica possibilità di fare un buon lavoro è quello di avere alle spalle una base storica importante che possa permettere al gruppo stesso di identificarsi all’interno del proprio territorio e della propria storia. 

Il Calcio Storico Fiorentino ed il suo Corteo comprendono perfettamente tutte le definizioni che ho descritto e le stanno perseguendo da moltissimi anni. 
Firenze deve essere attenta a non disperdere le risorse concentrando l’attenzione ai particolari , ma anche espandendo la propria cultura delle tradizioni storiche, divulgando le proprie eccellenze, come strumento di pregio e vanto di queste splendide attività della tradizione fiorentina. 
In una fase di riforma degli organismi amministrativi del Calcio storico si dovrà tenere conto inevitabilmente che la rievocazione storica deve rappresentare la storia, ma anche che le forme di divulgazione, promozione e diffusione della cultura delle tradizioni popolari (e non del folklore) dovranno essere moderne energiche e  contemporanee.


giovedì 17 giugno 2010

A Porto Ercole le ossa di Michelangelo Merisi da Caravaggio

E' stata annunciata a Ravenna l'identificazione dei resti del Caravaggio. "L'integrazione fra i risultati dell'indagine storiografica e gli esiti delle ricerche di biologia scheletrica, nonché delle tecnologie per l'accertamento dei metalli pesanti nelle ossa, delle analisi dei sedimenti terrosi, della datazione con il carbonio quattordici, e, per finire del Dna, hanno contribuito a dipanare la matassa del ritrovamento del luogo di sepoltura e dei resti mortali di Caravaggio", hanno affermato in una conferenza stampa nella città romagnola i responsabili del Comitato Nazionale per la Valorizzazione dei Beni Storici Culturali e Ambientali.
La ricerca - e' stato spiegato- e' stata suddivisa in tre fasi: "la prima basata su un'indagine storico-documentaria guidata da Silvano Vinceti, presidente del Comitato Nazionale per la valorizzazione dei beni Storici, Culturali e Ambientali, la seconda su un'analisi antropologica, archeometrica e genetica e, infine, la terza sulla sintesi e integrazione fra i risultati emersi dai diversi approcci".
Dopo piu' di un anno di lavoro l'equipe scientifica, guidata dal Giorgio Gruppioni, professore a Ravenna al dipartimento per la Conservazione dei Beni Culturali dell'Università di Bologna, per le analisi antropologiche, genetiche e istologiche, "e' arrivata a poter affermare che i resti ossei di uno degli individui ritrovati nella cripta della Chiesa del Cimitero di Porto Ercole appartengono a Michelangelo Merisi da Caravaggio con una probabilità del 85%". 
Alla ricerca ha partecipato anche l'Università del Salento, rappresentata da Lucio Calcagnile, per la datazione dei resti ossei con il Carbonio 14, e la collaborazione del Centro Ricerche e servizi ambientali di Marina di Ravenna. "Pur con la precauzione e la relatività propria di ogni conclusione scientifica", lo storico puoòdunque affermare "di avere trovato i resti mortali di Michelangelo Merisi detto il Caravaggio".
I dati storici inerenti il nucleo originario dell'antico cimitero di San Sebastiano, e richiamati nella disposizione del 1629 del vescovo Scipione Tancredi, si sono rivelati fondamentali per indirizzare e sostanziare la ricerca. In base a essi si e' potuto ricostruire che nel 1929 i resti di alcuni inumati, precedentemente sepolti nel cimitero di San Sebastiano, vennero collocati in una profonda fossa comune situata nello stesso luogo in cui, nel 1956, avvenne il disseppellimento di una buona parte di quei resti mortali.
Queste informazioni si erano rivelate fondamentali per suffragare alcuni risultati della ricerca antropologica. Anche la scelta, di non limitarsi al solo esame del Dna ma di ricercare altre prove e ulteriori indizi utili alla identificazione dei resti, nasceva dalla consapevolezza delle difficoltà di arrivare a effettuare un confronto fra il Dna estratto dai presunti resti di Michelangelo Merisi con parenti certi del pittore.
Le ricerche volte al ritrovamento delle sepolture dei suoi familiari piu' stretti, in particolare del fratello e dello zio, entrambi sacerdoti, erano state infruttuose, come vane si erano rivelate le indagini condotte nell'archivio della chiesa parrocchiale di Caravaggio nel tentativo di ricostruire una ininterrotta discendenza matrilineare a partire dalla sorella del pittore.
Occorreva percio' acquisire una serie di dati che potessero permettere di giungere ugualmente a delle conclusioni, anche nel caso che l'analisi del Dna non avesse fornito un risultato pienamente risolutivo, come era da attendersi da un confronto fra il Dna estratto dai reperti recuperati dal cimitero di San Sebastiano e quello ottenuto da soggetti che con il Caravaggio avevano in comune il solo cognome (Merisi o Merisio) e, in virtu' di questo, forse, parte del Dna.
In questa situazione si e' rivelata fondamentale, innanzitutto, la corrispondenza che si e' potuta ricercare fra i dati storico-biografici e i risultati dei diversi esami compiuti sui resti ossei.
Alcune informazioni storiche descrivono il pittore lombardo fisicamente ''grande'' e di corporatura robusta, dunque si e' ritenuto fosse un uomo di altezza superiore al metro e settanta. Fra gli inumati i cui resti sono stati recuperati a Porto Ercole, piu' di uno rispondeva a questo requisito. Fra questi anche un individuo, sicuramente adulto e di sesso maschile contrassegnato, nella catalogazione effettuata in laboratorio, con il numero 5.
Un altro dato e' emerso dall'incrocio delle informazioni storiche con le risultanze scientifiche. I resti di Caravaggio erano finiti nella ''fossa profonda'' voluta dal vescovo, dunque le ossa del pittore andavano ricercate fra quelle provenienti dagli strati piu' profondi del vecchio cimitero.
A questo riguardo, l'esame della natura chimica e pedologica dei terreni sedimentati sui resti ossei e quelli campionati nel vecchio cimitero ha dimostrato che il reperto numero 5 proveniva proprio da un terreno povero di elementi organici, in tutto assimilabile a quello dei livelli piu' profondi e dunque piu' antichi del cimitero.
Anche il mestiere di pittore poteva fornire qualche indizio identificativo utile. Caravaggio usava colori a olio in grande quantità, senza la minima precauzione, anzi, come riporta lo storico Bellori, viveva in ambienti sporchi, consumava i suoi pasti su una tela dipinta ed era sempre imbrattato di colori.
Tra questi certamente il bianco, la cosiddetta ''biacca'', a base di carbonato basico di piombo. Per questo il rinvenimento nelle ossa di un'alta quantità di piombo, come quella riscontrata nel caso del reperto numero 5, si e' rivelato un indizio importante.
Nella Porto Ercole dei primi anni del Seicento vi era una forte presenza dei dominatori spagnoli, la popolazione autoctona era composta da un gruppo di marinai e fra loro non risulta che vi fossero pittori di professione. Fra gli stranieri che approdarono su quelle coste, molti dei quali sono riportati nei Libro dei morti, non figurano pittori.
Anche se la biacca usata dai pittori non doveva essere l'unica causa di contaminazione da piombo, il ritrovamento nelle ossa di una quantità elevata di questo elemento rappresentava un dato che ben si poteva associare, insieme agli altri che man mano si andavano accumulando, ai resti di Caravaggio. Tra l'altro, i livelli elevati di piombo nelle ossa combaciavano con l'ipotesi del saturnismo, il cosiddetto ''morbo dei pittori'', del quale si era sospettato soffrisse il Merisi.
L'esame dell'età alla morte degli inumati dedotta in base ai caratteri diagnostici dello scheletro e, in particolare, attraverso l'esame istologico del tessuto osseo, era un'altra prova che avrebbe ulteriormente concorso al processo identificativo. In effetti, i resti ossei contrassegnati con il numero 5 erano riconducibili a un individuo morto a un'eta' prossima ai trentotto-quarant'anni e Caravaggio mori' nel corso del trentanovesimo anno della sua vita.
La datazione dei reperti mediante il carbonio quattordici ha fornito un'ulteriore indispensabile prova, dimostrando che fra tutti i reperti compatibili recuperati a Porto Ercole solo il numero 5 rientrava in un 'range' temporale compatibile con il 1610, anno in cui il Caravaggio mori'.
"L'ultimo esame, quello del Dna, pur con il limite di un confronto piu' labile con soggetti che portano lo stesso cognome del pittore e non con soggetti strettamente imparentati, nei confronti fra i profili genetici ottenuti dagli individui isonimi (Merisi e Merisio) e dai reperti scheletrici, hanno portato a riconoscere nel reperto numero 5 un profilo compatibile con l'appartenenza di quest'ultimo a un individuo del medesimo ceppo familiare", hanno sottolineato i responsabili dell'equipe che ha condotto le ricerche.
"Assumendo che fra i reperti scheletrici recuperati a Porto Ercole fossero presenti anche quelli del Caravaggio, combinando i risultati di tutte le prove condotte e gli indizi raccolti, la probabilita' che i reperti contrassegnati con il numero 5 siano effettivamente attribuibili a Michelangelo Merisi e' dell'85 per cento", hanno assicurato.
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