giovedì 31 marzo 2011

La "Primavera" di Sandro Botticelli

Così come prcedentemente fatto per la "Calunnia di Apelle", vogliamo divulgare alcune nozioni elementari di ciò che l'artista ha voluto rappresentare con il suo dipinto. L'obiettivo è divulgarne la parte curiosa e dell'elementare significato dell'opera d'arte, senza la pretesa di farne un breve trattato.
La Primavera di Sandro Botticelli è un dipinto tempera su tavola, databile al 1482 circa e conservato nella Galleria degli Uffizi a Firenze. Si tratta del capolavoro dell'artista, nonché di una delle opere più famose del Rinascimento italiano. Vanto della Galleria, faceva forse anticamente "pendant" con l'altrettanto celebre Nascita di Venere, con cui condivide la provenienza storica, il formato e alcuni riferimenti filosofici. Lo straordinario fascino che tuttora esercita sul pubblico è legato anche all'aura di mistero che circonda l'opera, il cui significato più profondo non è ancora stato completamente svelato.
Questa scena, quella della Primavera, è interpretata da otto personaggi (nove in verità) dei quali 2 interpretano lo stesso soggetto che nell’opera evolve. Per l’interpretazione del dipinto ci rifaremo all’identificazione di Adolph Gasparyi del 1888 che si basò sulle indicazioni di Vasari. Cinque anni dopo Aby Warburg articolò infatti la descrizione che venne sostanzialmente accettata da tutta la critica, sebbene sfugga tuttora il senso complessivo della scena.

In un ombroso boschetto, che forma una sorta di esedra di aranci colmi di frutti e arbusti sullo sfondo di un cielo azzurrino, stanno disposti nove personaggi, in una composizione bilanciata ritmicamente e fondamentalmente simmetrica attorno al perno centrale della donna col drappo rosso e verde sulla veste setosa. Il suolo è composto da un verde prato, disseminato da un'infinita varietà di specie vegetali, tra cui ricchissimo campionario di fiori: nontiscordardimé, iris, fiordaliso, ranuncolo, papavero, margherita, viola, gelsomino, ecc. 
Ecco quindi che dovremmo immaginarci scenograficamente il Giardino delle Esperidi e leggere l’opera da destra verso sinistra.
Zefiro (o Boreo), vento di primavera che soffia da ponente, che piega gli alberi, rapisce per amore la ninfa Cloris, fecondandola; da questo atto ella rinasce trasformata in Flora, la personificazione della stessa primavera rappresentata come una donna dallo splendido abito fiorito che sparge a terra le infiorescenze che tiene in grembo. 
A questa trasformazione allude anche il filo di fiori che già inizia a uscire dalla bocca di Cloris durante il suo rapimento. Al centro campeggia Venere, inquadrata da una cornice simmetrica di arbusti, che sorveglia e dirige gli eventi, quale simbolo neoplatonico dell'amore più elevato. Sopra di lei vola il figlio Cupido, mentre a sinistra si trovano le sue tre tradizionali compagne vestite di veli leggerissimi, le Grazie (in numero di 3), occupate in un'armoniosa danza in cui muovono ritmicamente le braccia e intrecciano le dita. Chiude il gruppo a sinistra un disinteressato Mercurio, coi tipici calzari alati, che col caduceo scaccia le nubi per preservare un'eterna primavera.

Mi sento quindi di ripetere l'affermazione citata in un'altra analisi, dove evidenziavo che i dipinti hanno tutti una bella o brutta storia da raccontare. Il solo guardare, benchè dettagliatamente, ci limita. Anche solo soffermarsi sulle singole figure ed associarne il nome alla nostra esistenza, ci fa meditare su come si inviluppa la società. Le storie sono mitologiche, reali, religiose o di qualsivolglia argomento. Hanno comunque tutte ed ognuna un aspetto interiore difficile da interpretare. Allo stesso autore, a volte, risulta difficoltoso esprimere nel linguaggio ciò che intendeva rappresentare. Trovo intrigante "scavare" nell'arte.

giovedì 24 marzo 2011

Picchiani & Barlacchi, la forma del metallo...

Un amico in questi giorni mi ha fatto scoprire, con grande entusiasmo e con grande sorpresa, una delle aziende fiorentine a conduzione familiare con una stupenda storia, degna di essere raccontata.
Sono quelle eccellenze che emergono solo nella cerchia ristretta degli addetti ai lavori. Le eccellenze fiorentine che fanno grande la nostra città nel mondo, ma che non vengono mai valorizzate abbastanza dalle istituzioni e molto spesso nemmeno aiutate a comunicare culturalmente la propria storia, la propria tradizione e quello che in realtà sono per Firenze.
Ciò che segue lo riporto da alcuni documenti che raccontano un escalation di successi:

La Picchiani e Barlacchi cominciò ad operare nel 1896 a Firenze quando il Sig. Gastone Picchiani, un valente artigiano, decise di iniziare per suo conto questa attività. La sede della Ditta venne posta in una cantina dove si lavorava a lume di candela, e tutto il macchinario era costituito da un pantografo comprato a rate tanto è vero che una volta realizzato il conio lo stampaggio e la rifinitura delle medaglie venivano affidati al lavoro esterno di terzi. L'abilità e la passione del Sig. Gastone fecero tuttavia miracoli e ben presto fu in grado di comprarsi una seconda macchina, costituita da una trancia a mano, e permettersi un primo aiuto nella persona di un giovane garzone che nelle ore serali prestava la sua opera in piccoli lavoretti quali la tranciatura.
Infine, nella famosa cantina, apparve anche il primo bilanciere (sempre azionato a mano) grazie al quale il Sig. Gastone ebbe finalmente il ciclo completo di produzione. Questi primi risultati vennero realizzati in pochissimi anni e già nel 1902, la crescente richiesta di lavoro provocata dall'abilità del Sig. Gastone, permise a quest'ultimo di dare vita, insieme al proprio fratello, a una Ditta regolarmente costituita con tre operai alle proprie dipendenze e con la sede in Via del Fossi. Nel 1915 il Rag. Bruno Barlacchi iniziò, per amicizia, a tenere la contabilità della Ditta nelle ore libere.
Il Rag. Barlacchi, appassionato sportivo, fu preso dal fascino della medaglia di cui intravide le possibilità di sviluppo presenti e future, specie nel campo dello sport, e sarà infatti questo settore che costituirà la chiave principale del successo che permetterà alla Ditta, negli anni seguenti, di trasformarsi in una industria. Ebbe inizio la lunga produzione della Targa Florio che dura fino ai giorni nostri. Nel 1921 la Ditta si trasformò in "Picchiani & Barlacchi" con sede in Piazza Landini e tutto procedeva per il meglio quando le idee politiche dei due titolari (Barlacchi era socialista e Picchiani repubblicano) provocarono varie reazioni culminate nel 1923 in un incendio doloso che distrusse parzialmente lo stabilimento. Questo incidente non scoraggiò i due titolari e nello stesso anno la Ditta riprese la sua attività nella nuova sede di Via Cimarosa dove rimase fino al 1950. La produzione della Ditta risultò, da un punto di vista qualitativo, talmente pregevole che il Rag. Barlacchi, il quale si occupava della parte commerciale ed organizzativa, riuscì nonostante le sue note idee politiche ad imporla sul mercato e a farla preferire anche dalle autorità ufficiali dell'epoca. Ebbene nonostante che il materiale anteguerra sia andato in gran parte perduto esistono negli archivi della "Picchiani & Barlacchi" ben 80.000 conii perfettamente conservati.
Lo Stabilimento si trasferisce nell’attuale sede di Viale F. Petrarca. Nel 1950 il Sig. Gastone Picchiani si ritirò come Socio e al suo posto subentrò il Sig. Giuseppe Lastrucci, cognato del Rag. Barlacchi.
La Società ebbe ancora un nuovo impulso ed estese la sua attività anche a molti stati esteri.
Si può dire che molti dei più importanti avvenimenti nazionali ed internazionali di questi ultimi 25 anni, dall'Anno Santo del 1950, all'incoronazione dello Scià di Persia, all'uccisione di Kennedy, alla alluvione di Firenze del 1966 (tanto per citarne alcuni) siano stati ricordati da artistiche medaglie coniate nello Stabilimento
Basta un solo dato a far capire la mole di lavoro svolta da questa Società e precisamente il numero di conii esistenti nel suo archivio e i tantissimi modelli in bronzo conservati in ogni suo ambiente compreso il vasto cortile.
La maggior parte di questi modelli sono opera di scultori famosi come Pietro Annigoni, Mario Moschi, Bino Bini, Antonio Berti, Gustavo Cenni, Alberto Bechini e Mario Bertini di Pisa, Augusto Rivalta, Vico Consorti (alla cui opera si deve il modello della riproduzione della Porta Santa), Giuseppe Cassioli, Corrado Feroci, Cambellotti, Sergio Benvenuti, Laura Cretara, Giuliano Vangi, Guido Veroi, Iorio Vivarelli,  ecc...
Si tratta di scultori eccezionali che con la loro arte sono riusciti a dare nobiltà e bellezza alle medaglie prodotte dalla Società...


E' veramente ciò che serve a confermare che Firenze, ma soprattutto i fiorentini, hanno contribuito nei secoli a rendere eccezionale ogni elemento che nasce in questa meravigliosa città.

domenica 20 marzo 2011

La "Chimera di Arezzo" si trova a Firenze

Non voglio impostare questo pensiero sulla rivalità che da sempre cottraddistingue il rapporto tra le due città. Il mio vuol essere un omaggio alla bellezza, ai nostri esempi di eccellenza e di arte dffusa e unificante.
Solo il Granduca Cosimo I poteva amare un rapporto così difficile, si era innamorato della "Chimera" era geloso del suo cimelio.
La Chimera di Arezzo è uno degli esempi meglio conosciuti di arte etrusca. E' stata analizzata, studiata e restaurata più volte. Interi testi ci parlano di Lei, un mito nel grande panorama dell'arte etrusca. 
Il vero rapporto che questa opera d'arte ha con Firenze fa riferimento alla conservazione. Si trova presso il Museo archeologico nazionale di Firenze ed è alta 65 cm. Si tratta di una statua di bronzo rinvenuta il 15 novembre 1553 in Toscana,, ad Arezzo.
Fu ritrovata durante la costruzione di fortificazioni medicee alla periferia della cittadina, fuori da Porta San Lorentino. La sua datazione viene fatta risalire ad un periodo compreso tra l'ultimo quarto del V e i primi decenni del IV secolo a.C.
Al suo ritrovamento il Granduca di Toscana Cosimo I de' Medici la fece portare a Firenze per la sua collezione. La espose pubblicamente in Palazzo Vecchio, nella sala di Leone X.
Dopo la mostra il Granduca la volle presso la propria residenza. Fu posizionata nel suo studiolo di Palazzo Pitti e "il duca ricavava grande piacere nel pulirla personalmente con attrezzi da orafo" ci dice Benvenuto Cellini.
La vera curiosità è che inizialmente non si pensò ad una chimera. Al ritrovamento era mancante della coda. Venne identificato inizialmente come un leone. Giorgio Vasari ritrovò la coda successivamente e venne associata al bronzo e ricomposta solo nel XVIII secolo grazie ad un restauro che ancora oggi è ben identificabile.
Proprio Vasari nei suoi "Ragionamenti sopra le invenzioni da lui dipinte" in Firenze nel palazzo di loro Altezze Serenissime risponde così ad un interlocutore che gli domanda se si tratta proprio della Chimera di Bellerofonte:
"Signor sì, perché ce n'è il riscontro delle medaglie che ha il Duca mio signore, che vennono da Roma con la testa di capra appiccicata in sul collo di questo leone, il quale come vede V.E., ha anche il ventre di serpente, e abbiamo ritrovato la coda che era rotta fra que' fragmenti di bronzo con tante figurine di metallo che V.E. ha veduto tutte, e le ferite che ella ha addosso, lo dimostrano, e ancora il dolore, che si conosce nella prontezza della testa di questo animale..."

Il restauro alla coda è però un restauro sbagliato concettualmente: il serpente doveva avventarsi minacciosamente contro Bellerofonte e non mordere un corno della testa della capra.
Nel 1718 venne poi trasportata nella Galleria degli Uffizi e in seguito fu trasferita presso il Palazzo della Crocetta, nell'odierno Museo archeologico di Firenze.

Il Mito della Chimera (il cui nome in greco significa letteralmente capra) era un mostro che sputava fuoco, talvolta alato, con il corpo e la testa di leone, la coda a forma di serpente e con una testa di capra nel mezzo della schiena, che terrorizzava la terra della Lycia. Venne uccisa da Bellerofonte in un epico scontro con l'aiuto del cavallo alato Pegaso.
La Chimera di Arezzo raffigura il mostro ferito, che si ritrae di lato, e volge la testa in atteggiamento drammatico di notevole sofferenza, con la bocca spalancata e la criniera irta.
La testa di capra sul dorso è già reclinata e morente a causa delle ferite ricevute. Il corpo è modellato in maniera da mostrare le costole del torace, mentre le vene solcano il ventre e le gambe.
La Chimera presenta elementi arcaici, come la criniera schematica e il muso leonino simile a modelli greci del V secolo a.C., mentre il corpo è di una secchezza austera. Altri tratti sono invece più spiccatamente naturalistici, come l'accentuazione drammatica della posa e la sofisticata postura del corpo e delle zampe. Questa commistione è tipica del gusto etrusco della prima metà del IV secolo a.C. e attraverso il confronto con leoni funerari coevi si è giunti a una datazione attorno al 380-360 a.C.

Il "Mito della Chimera" in generale ha affascinato il mondo, così come tutto il popolo etrusco del quale tutti siamo e ci sentiamo discendenti.
Soffermarsi solo sulla cultura romana, dalla quale del resto nasce la città di Firenze, diventa riduttivo rispetto all'eredità etrusca. Gli antenati fiesolani, che contribuirono alla formazione della popolazione fiorentina e a tutte le popolazioni etrusche della toscana dobbiamo  molto. Un popolo vero, organizzato e culturalmente molto avanzato rispetto al concetto militaresco di conquista dell'epoca successiva. Quella etrusca era una vera politica.

martedì 15 marzo 2011

Don Domenico Del Mela da Galliano: Inventore del primo pianoforte verticale della storia.

Ricevo e volentieri pubblico:
Nella “Descrizione Della Provincia Del Mugello” di Giuseppe Maria Brocchi, edita in Firenze nel 1748, così si legge nella parte dedicata al paesino di Galliano: << In questo istesso castello vive al presente un altro ingegnosissimo soggetto, cioè il Sacerdote Sign. Domenico Del Mela, stato già Maestro di quella comunità, che a sue spese è solita di mantenerlo, il quale nella struttura di organi, gravicembali, orivoli, ed altre macchine di nuova invenzione è singolarissimo; avendo egli il primo trovato il modo di suonare il gravicembalo per via di certe rotelle, che si muovono a forza di alcune molle, cosa meravigliosa a vedersi, e molto dilettevole, e grata ad udirsi.>> 
Domenico Del Mela nacque a Galliano in Mugello, intorno al 1681 e non nel 1683, come si è sempre creduto. Membro di una antica e stimata famiglia del luogo, da generazioni specializzata nel restauro di organi, da adolescente, decise di entrare in Seminario. Domenico una volta diventato Prete, fece immediatamente ritorno nel suo paese, e sempre li tenne lezioni serali ai suoi parrocchiani, in una piccola stanza della canonica.
Don Domenico fu dotato di una viva intelligenza e di una notevole attitudine verso le materie meccaniche, che gli consentirono di compiere a tempo perso, numerosi e singolari esperimenti su congegni di sua invenzione, da lui poi in seguito applicati ad orologi e strumenti musicali.
Proprio gli strumenti musicali furono la sua passione. Uomo dal temperamento profondamente umile, si dilettò per anni nel riparare antichi organi. Fu sicuramente grazie all’ingegno e alla passione, che il nostro modesto Curato di campagna nel 1739: riuscì ad ideare il primo pianoforte in versione verticale della storia. 
L’invenzione del pianoforte, è attribuita al padovano Bartolomeo Cristofori, famoso cembalaro e liutaio, che lavorò molto in Toscana presso la corte Granducale. Il Cristofori si specializzò nella realizzazione di clavicembali, e poco prima della sua morte, avvenuta a Firenze nel 1731, progettò un nuovo strumento che aprì la strada alla creazione del forte-piano, che poi portò al piano-forte.
Bartolomeo Cristofori e i suoi successori costruirono sempre e solo pianoforti a coda.
Il Del Mela, pur abitando nel contado, venne sicuramente a conoscenza del nuova creazione strumentale, e ispirandosi molto probabilmente ai modelli dell’artigiano fiorentino Rigoli, costruttore di un clavicembalo verticale, riuscì dopo vari prototipi a inventare un nuovo tipo di pianoforte, dotato di una innovativa cassa armonica, predisponendo per il suo funzionamento, un singolare ed ingegnoso sistema meccanico. Il Prof. Arnaldo Bonaventura (direttore del Museo e della Biblioteca del Conservatorio Cherubini di Firenze), nel 1928 così descrisse la creazione del Prete mugellano : << Lo strumento si presenta esteriormente in forma di festone voltato in alto e poggia su una tavola, dalla quale può però togliersi mediante maniglie: dalla parte opposta è praticata una apertura per la quale s’introduce la meccanica. Ci sono tre corde di ottone. Cosa singolare i martelli colpiscono le corde per di dietro: nel mezzo della tavola armonica verticale è una apertura, o rosa, traforata sul tipo di quelle che si vedono negli antichi liuti >>. 
Questa geniale innovazione, non venne però pubblicizzata più di tanto, e il nostro modesto Pievano si limitò solamente ad incidere sopra la tastiera, composta da 45 tasti finemente lavorati, questa frase: << D. Dominicus Del Mela inventor fecit anno 1739>>.


Nel 1799, in Pennsylvania un certo Isacc Hawkins, brevettò una versione di pianoforte verticale, arrogandosi così, secondo gli effetti legali, la paternità della nuova idea. Ma fu un brevetto datato ben 60 anni dopo  l’invenzione del Prete toscano!
Il Del Mela non si limitò solamente alla costruzione e arrangiamento di strumenti a corda, infatti come ricordò lo studioso Bonaventura, in numerose riviste musicali di inizio ‘900, il Religioso gallianese ebbe altre intuizioni, e anche nel campo degli strumenti a fiato, non fu secondo a nessuno. Non si può tacere infatti sul suo particolare prototipo di saxofono, un pezzo unico, il quale dimostra che l’idea, anche se elementare di tale strumento, fosse stata dedotta da Don Domenico, ben 200 anni prima del moderno sax.
L’infaticabile inventore si spense all’età di 74 anni, presso la canonica della Chiesa del suo paese: il 14 Luglio 1755, come testimonia il “libro dei Morti” della Pieve di San Bartolomeo a Galliano.
Gli strumenti in questione, rimasero nella abitazione della famiglia Del Mela per molti anni, resistendo ai “maltrattamenti” dei bambini di casa, che vedevano in quegli oggetti dei semplici balocchi; fin quando, dopo un importante articolo apparso sulla rivista: << La Nuova Musica >> a firma di Ponsacchi, nel 1898 fu fatto conoscere all’opinione pubblica, il sorprendente fatto che in un semisperduto paesino toscano, fossero conservate delle simili invenzioni.
Lo Stato Italiano di li a pochi decenni, si propose di comprare gli strumenti, e la famiglia Del Mela decise di cedere il celebre pianoforte verticale e il saxofono, al Conservatorio Musicale fiorentino Cherubini, dove sono tutt’ora conservati.
Pier Tommaso Messeri - Mugello

martedì 8 marzo 2011

Pietro Pacciani, il “Mostro di Firenze”?

«Io sono stato a fa' delle merende co' i' Pacciani»
Esordisce così Mario Vanni al processo per il “Mostro di Firenze” quando viene a lungo interrogato sulle presunte connivenze relative a Pietro Pacciani. Nasce così un’espressione che si è diffusa su tutto il territorio nazionale; “Compagni di Merende”, usata nel linguaggio comune per indicare una connivenza nascosta e segreta tra un ristretto gruppo di persone.
Pietro Pacciani nasce ad Ampinana nel comune di Vicchio di Mugello il 7 gennaio 1925. Di professione contadino, svolge la sua vita a Mercatale, una frazione del comune di San Casciano in Val di Pesa in provincia di Firenze.
Si è anche definito un Partigiano in un’intervista sul Corriere della Sera dell’agosto del 1996 quando combattendo i tedeschi nel 1945 fu soprannominato “Paletta” per il nome che dava indicando la vanga necessaria a scavare dei fortini. Parla anche di un salvataggio di un compagno ferito ad una spalla quando tamponò la ferita con un pezzo della propria camicia e lo trasportò a spalla all’ambulanza. Era l’Avvocato Dante Ricci che diverrà poi il suo difensore.
Uomo violento, in particolar modo con la famiglia, è stato accusato ed identificato come il punto di riferimento dei “Compagni di Merende”. Il “Vampa”, così veniva chiamato in paese, forse per il colorito del suo viso sempre rosso e “avvampato”, aveva una forte attrazione per le bevande alcoliche, sempre di umore alterato era stato più volte identificato e denunciato per gravi reati, tra i quali una condanna per omicidio nel 1951. In quell’occasione aveva ucciso l’amante della sua fidanzata e successivamente denunciato e condannato per abusi sessuali nei confronti delle figlie.
L’omicidio del ’51 venne commesso quando uccise a coltellate Severino Bovini, “accecato dal furore avendo visto la fidanzata”, Miranda Bugli, “denudarsi il seno sinistro”, sorpresi in intimità, costrinse poi la ragazza ad avere un rapporto sessuale accanto al cadavere.
Per questo fatto Pietro Pacciani sconta 13 anni di carcere.
Pacciani era un uomo collerico e violento indipendentemente dal giudizio per i delitti del mostro. Oltre all’omicidio di cui sopra riversava la propria violenza anche sulla moglie Angiolina Manni che regolarmente costringeva a rapporti sessuali e percosse ed anche sulle due figlie Rosanna e Graziella, che come da loro stesse dichiarato “ci violentava e picchiava col bastone” e mantenute con cibo per cani, malmenate e violentate con falli artificiali e zucchine, costrette a visionare foto del padre in pose pornografiche, cosi come pubblicato anche dal quotidiano La Stampa l’ 08 giugno 1994.
Pietro Pacciani è stato sin dall’inizio considerato il “Mostro di Firenze”.
Il processo è stato il più lungo della storia giudiziaria italiana. Sono coinvolti oltre a Pietro Pacciani anche altri personaggi, i “Compagni di Merende” appunto, che nel corso degli anni sono stati condannati dal nostro ordinamento giuridico.
I protagonisti di questi macabri episodi sono ormai tutti morti, abbiamo moltissimo materiale processuale che ci da notizie del “Vampa” o del “Paletta” come veniva chiamato in tempo di guerra, ma anche quello del sentito dire, delle opinioni dei cittadini, che fanno ipotizzare qualcosa di molto ampio senza restringere il campo ai vari Mario Vanni e Gianfranco Lotti, dei quali diremo qualcosa in seguito.
Sono state percorse varie piste alla ricerca delle motivazioni e dei moventi di questa tragica pagina d’Italia, ed in particolare di un’attenzione negativa, particolare e gratuita su Firenze e i suoi dintorni. Per chi ha vissuto quegli anni nelle zone in cui sono stati commessi gli omicidi era particolarmente difficile adeguarsi ad uno stile di vita rivolto all’attenzione continua, al non appartarsi in zone pericolose, a trovare degli escamotage per poter conciliare la propria vita privata con i luoghi pubblici di Firenze.
Alcune di queste piste riguardano connivenze riconducibili a profili sardi, altre legate a sette esoteriche, ognuna delle ipotesi azzardate è stata particolarmente motivata e motivante; alcune indagini sono state inutili e sbagliate, altre al contrario hanno portato a risultati soddisfacenti.
Nell’Ottobre del 1991 viene consegnato a Pietro Pacciani il primo avviso di garanzia riguardante le indagini sul Mostro di Firenze e nel novembre del 1994, dopo 3 anni di indagini e di processo, viene condannato tramite una serie di prove portate in dibattimento “di schiacciante gravita”.
Nel processo d’appello i giudici ribaltano la condanna. Pietro Pacciani, da sempre accusato di essere il probabile Mostro di Firenze torna in libertà, proprio con una sentenza della Corte d'Appello che lo dichiara “non colpevole” rovesciando clamorosamente la sentenza di primo grado dove era stato condannato a 14 ergastoli. Già nel 1996 però la Cassazione cancellò l’assoluzione. Anche se in libertà, il Pacciani era in attesa di un ulteriore processo e i “Compagni di Merende” anche loro in balia della giustizia, questo lo sapevano bene.
Pietro Pacciani viene trovato morto il 22 Febbraio 1998 e non sono infondate le ipotesi di coloro che ritengono la morte di Pacciani un omicidio.
Proprio mentre era in attesa di un nuovo processo, prima della sentenza di primo grado che ha condannato i suoi amici, il Vampa era disteso sul pavimento della sua casa di Mercatale in Val di Pesa con la faccia sul pavimento ed i pantaloni slacciati.
Dopo una prima indagine medica relativa all’attribuire la morte ad un ictus, ed un esame tossicologico dai cui si nota la presenza di un farmaco antiasmatico nel sangue, le indagini proseguirono percorrendo la pista dell’omicidio, viste anche le concomitanze dei tempi processuali degli altri imputati, che portarono a ipotizzare un eventuale collaborazione del Pacciani con la giustizia e con l’eventuale scoperta di personaggi ancora ignoti ed eventualmente responsabili degli assassini del “Mostro di Firenze”.
Questi sono gli omicidi attribuiti al “Mostro di Firenze”:
Antonio Lo Bianco e Barbara Locci, 21 agosto 1968 - Signa
Pasquale Gentilcore e Stefania Pettini, 15 settembre 1974 - Borgo San Lorenzo
Giovanni Foggi e Carmela Di Nuccio, 6 giugno 1981 - Scandicci
Stefano Baldi e Susanna Cambi, 22 ottobre 1981 - Le Bartoline
Paolo Mainardi e Antonella Migliorini, 19 giugno 1982 - Baccaiano
Horst Wilhelm Meyer e Jens-Uwe Rüsch, 9 settembre 1983 - Giogoli
Claudio Stefanacci e Pia Rontini, 29 luglio 1984 - Vicchio
Jean-Michel Kraveichvili e Nadine Mauriot, 8 settembre 1985 - Scopeti
Anche se l’informazione e la conoscenza dei fatti associano, anche solo nell’immaginario collettivo, la figura di Pietro Pacciani al “Mostro di Firenze”, vorrei ricordare come le prime ipotesi descrittive del “Mostro di Firenze” si riferissero di una persona fredda, calcolatrice e di una lucidità strabiliante, che doveva necessariamente essere un chirurgo o comunque un medico che aveva praticato in sale operatorie vista la precisione delle mutilazioni inferte alle vittime.
Pietro Pacciani non sembrava avere queste caratteristiche e questo ha sempre motivato le ragioni degli avvocati della difesa.
I “Compagni di Merende” sono stati per molti anni, soprattutto durante lo svolgimento dei processi, un termine abusato ed utilizzato proprio per indicare, come si diceva in apertura, una connivenza nascosta e segreta tra un ristretto gruppo di persone, usato ironicamente anche per indicare chi trama alle spalle di qualcuno. Si ricorda un aneddoto degli anni ’90, quando Filippo Mancuso, allora ministro della Giustizia indicò come “compagni di merende” Lamberto Dini, Presidente del Consiglio dei Ministri e Oscar Luigi Scalfaro, Presidente della Repubblica, il ministro fu sfiduciato in Parlamento.
Ma oltre a Pietro Pacciani, considerato il Capo dei “Compagni di Merende” chi erano gli altri componenti di questa terribile tresca?
Il primo Mario Vanni. Si deve a lui la terminologia, quando al processo incessantemente ad ogni domanda del Pubblico Ministero continuava a rispondere con la stessa frase «Io sono stato a fa' delle merende co' i' Pacciani».
Soprannominato “Torsolo” ex postino di San Casciano in Val di Pesa (FI) fu accusato dal Lotti e da altre testimonianze del lungo processo sul mostro, di aver partecipato attivamente ad alcuni omicidi.
Si è sempre dichiarato innocente. E’ stato condannato all’ergastolo per l’uccisione di 8 persone. Muore all’Ospedale di Bagno a Ripoli (FI) il 13 aprile 2009, ultimo dei compagni di merende.
Il secondo Giancarlo Lotti, disoccupato ha confessato la partecipazione insieme ad altri ad alcuni omicidi attribuiti al Mostro di Firenze. Soprannominato Katanga fu condannato a 26 anni di reclusione non scontati completamente per sopraggiunta morte il 2 aprile 2002 per un cancro al fegato.
Non è stato mai dimostrato, ma molto probabilmente, secondo le credenze popolari, un altro personaggio ha fatto la storia del gruppo del quale abbiamo parlato, il famosissimo “Farmacista”.
Francesco Calamandrei, ex farmacista di San Casciano in Val di Pesa, fu accusato di essere il "mandante" degli omicidi del “Mostro di Firenze”. L’ipotesi, rivelatasi azzardata, comprovante la prima idea che il mostro avrebbe dovuto avere conoscenze mediche, riguardava l’asportazione delle parti anatomiche, caratteristica tipica del post-omicidio, per usarle durante presunti riti, spesso considerati satanici. Il 21 maggio 2008 il “Farmacista” viene assolto da tutte le accuse con formula piena in quanto il fatto non sussiste.
Pietro Pacciani dunque, nell’immaginario collettivo, è passato alla storia come il “Mostro di Firenze”. Alcune indagini ed alcuni dibattimenti che completeranno il quadro generale di questo lunghissimo processo, arriveranno a conclusione, ma non riveleranno mai l’intera verità sulla questa vicenda. L’opinione pubblica non avrà mai la certezza di chi e di come siano stati commessi quegli efferati omicidi. Molti di noi ricordano bene, a testimonieranno ai posteri il clima di terrore e le campagne pubblicitarie: “OCCHIO”!!

Bibliografia
Giuseppe Alessandri. La leggenda del Vampa. Loggia De Lanzi, Firenze 1995.
Alessando Cecioni; Gianluca Monastra, Il mostro di Firenze, Nutrimenti, Roma 2002
Nino Filastò, Storia delle merende infami, Maschietto Editore, Firenze 2005.
Michele Giuttari. Il mostro , Rizzoli, Milano 2006
Carlo Lucarelli. I mostri di Firenze in Nuovi misteri d'Italia. I casi di Blu Notte., Einaudi, Torino 2004.
Douglas Preston; Mario Spezi, Dolci colline di sangue, Sonzogno Editore, Milano 2006.
Francesco Ferri. Il caso Pacciani. Storia di una colonna infame?. Edizioni Pananti, Firenze 1996.

domenica 6 marzo 2011

Nasce oggi Michelangelo Buonarroti

Il 6 marzo 1475 nasce a Caprese in Casentino Michelangelo Buonarroti. Diverrà pittore, scultore e architetto. Molti dei suoi capolavori giovanili, tra cui il più famoso, la gigantesca statua di marmo del Davide, sono conservati a Firenze. Ma l'opera che in seguito avrebbe dato a Michelangelo la massima notorietà si trova nella basilica di San Pietro, a Roma, nella Cappella Sistina dove è raffigurato il Giudizio Universale. Nel 1508 l'artista cominciò ad affrescare il soffitto e le pareti della cappella con un'opera il cui compimento richiederà dodici anni di lavoro. Il maestro continuò a produrre arte di straordinaria bellezza fino alla sua morte, avvenuta all'età di 89 anni.

martedì 1 marzo 2011

Nasce oggi a Firenze Sandro Botticelli

Sandro Botticelli, Alessandro Filipepi nasce a Firenze il 1 marzo 1445. Noto a tutti come Sandro Botticelli, è l'interprete esemplare del Rinascimento in particolare nella sua città natale. Ma Botticelli non è solo l'autore dei capolavori sacri e di allegoria profana realizzati alla corte medicea - «Adorazione dei Magi», «Primavera», «Nascita di Venere» - oggi alla Galleria degli Uffizi, bensì il "fotografo" più raffinato ed elegante del tema "Madonna con bambino" più volte da lui proposto. Riceve la sua prima commissione pubblica all'età di venticinque anni a causa di un incarico non portato a termine nei tempi p attuiti da Piero Pollaiolo. Nel 1482, Sisto IV lo chiama a Roma. Botticelli è all'apice della fama e il papa lo vuole tra coloro che decoreranno la Cappella Sistina con dieci scene raffiguranti le «Storie della vita di Cristo e di Mosè».
Le tre scene più significative vengono affidate proprio a Botticelli. Tornato a Firenze, oltre a realizzare una serie di pale d'altare, sceglie di affrontare l'avventura del "tondo". Un formato di non facile approccio di cui diventa uno dei più importanti realizzatori. Morto il Magnifico e giuntegli alle orecchie le predicazioni di Savonarola, nell'ultimo periodo della sua vita - morirà il 17 maggio 1510 -, Botticelli rivede i canoni estetici e spirituali della sua arte dipingendo opere più ragionate.
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