sabato 30 agosto 2014

John Hawkwood detto Giovanni Acuto

Affresco di Giovanni Acuto nel Duomo di Firenze

John Hawkwood era il secondo figlio d'un conciatore di pelli del villaggio di Sible Hedingham nella contea d'Essex, in Inghilterra, dove nasce nel 1320. Alcuni biografi confondono il mestiere con quello del sarto, prima che John diventasse soldato. Numerose leggende circolano sulla sua persona e sulle sue origini; è chiaro che non era originario di Firenze e nemmeno della penisola italica, proveniva appunto dall’Inghilterra.
Vocato alle armi, impara il mestiere durante la guerra dei Cento Anni in Francia, prima combattendo sotto Edoardo III, poi alla testa di una sua compagnia, che saccheggia la Provenza. Arrivato in Italia nel 1360, è al servizio di Pisa, poi dei Visconti di Milano, poi di papa Gregorio XI infine di Firenze, dove il suo nome viene italianizzato in Giovanni Acuto; il nome italiano gli fu attribuito da Niccolò Machiavelli.
In quel periodo i fiorentini gli perdonano di aver guidato le truppe pisane contro di loro nel 1364. Considerato il primo condottiero dei tempi moderni fondò una banda di mercenari, la “Compagnia bianca del Falco”, che si schierava in difesa dello stato che la pagava meglio.
È un esponente importante della Cavalleria medievale. Sposò una figlia illegittima di Bernabò Visconti nel 1377 e poco dopo sciolse l'alleanza anti-papale, provocando l'ira dei nobili parenti: dopo un acceso diverbio con il duca, egli firmò un trattato di amicizia ed alleanza con la Repubblica di Firenze.
Morì nel 1394 a Firenze, venne sepolto con grandi onori. In seguito, le spoglie furono traslate nella città natale dal figlio, su richiesta del sovrano inglese Riccardo II.
In sua memoria la città di Firenze commissionò il celebre ritratto equestre a Paolo Uccello, capolavoro eseguito nel 1436 e conservato nel duomo nel quale era sepolto, dice l'iscrizione: "Joannes Acutus Eques Britannicus Dux Aetati Suae Cautissimus Et Rei Militaris Peritissimus Habitus Est".
Hanno detto di Giovanni Acuto:
- Capitano peritissimo nell'arte militare sopra tutti gli altri dei suoi tempi. Gran maestro di guerra. Un rinnovatore della figura del capitano di ventura.
- Il primo vero generale dei tempi moderni.
- Ha dominato per 30 anni la scena militare italiana. Il più celebre di tutti i condottieri, inglese d’origine ma diventato fiorentino con il cuore.
- Famoso, più per le sue infedeltà che per il suo valore. Assai poco scrupoloso. Preferì essere il primo dei condottieri che l'ultimo dei Signori d'Italia. 

Antonio da Faenza in passato ha integrato questo mio scritto con le seguenti notizie di Giovanni Acuto:

Giovanni Acuto non fu un grande generale, bensì un Capitano di Ventura che si schierava con chi pagava meglio e... pronto a fare massacri per i soldi e per il bottino. Il 2 febbraio 1377 su ordine del Cardinale Roberto di Ginevra, inviato in italia dal papa Clemente, allora ad Avignone, dopo aver massacrato la popolazione di Faenza, assoggettato Bagnacavallo ( dove esiste ancora la "torre dell'Acuto" e Castrocaro che misa a Sacco anche se gli abitanti se n'erano fuggiti a Forlì, nella data su accennata, diede il via ad uno dei più grandi massacri che le cronache del tempo riportano: furono uccisi dai 4000 ai 6000 abitanti di Cesena in tre giorni ( e notti) di massacri efferati. Rimase con i suoi soldati fino ad Agosto, dopo aver depredato le colline e la pianura circostante fino a che il papa non vendette Cervia ai Veneziani per 3000 scudi che furono consegnati all'Acuto affinché de ne andasse. Poco tempo prima furono pagati 15300 fiorini d'oro al Tornabarile ( nome italianizzato) del suo luogotenente che si era da tempo acquartierato a Castrocaro. La ragione di questo suo servizio è nel fatto che Firenze, cercando di contrastare la politica del papa in Romagna, inviò in tutti i castri romagnoli alfieri con la bandiera che riportava la parola "LIBERTAS", invitandoli a non pagare le tasse al papa. Il papa, vedendo che gli incassi erano fortemente scesi per la ribellione dei suoi sudditi romagnoli, inviò l'Acuto e il Cardinale a dare lezioni punitive memorabili. Passò al servizio dei fiorentini - Paolo Uccello lo immortalò nell'affresco in Santa Maria del Fiore e il cavallo con le zampe destre alzate contemporaneamente non fanno pensare ad un errore del pittore (disegnereste una macchina con 6 ruote?) ma una sottile enfatizzazione che egli era più un grande equilibrista politico che un soldato.

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martedì 26 agosto 2014

Il Giuoco del Calcio di Pietro Gori

Pietro Gori a molti di noi, appassionati di storia fiorentina ed in particolare del nostro gioco tradizionale, deve necessariamente dire qualcosa. Pietro Gori è colui che ha avuto il merito (senza di lui non avremmo avuto il Calcio Storico del XX secolo) di "riesumare l'antico gioco dalle ceneri settecentesche e farlo ritornare uno dei giochi tradizionali più amati della nazione.

Pietro Gori è colui che ha scritto nuove pagine di questa tradizione. La prima il 28 aprile 1898, quando per i festeggiamenti delle Onoranze centenarie Paolo dal Pozzo Toscanelli ed Amerigo Vespucci in Firenze fece rigiocare dopo oltre 150 anni il Calcio.

Giornali, quotidiani e libretti a stampa furono il mezzo di comunicazione più forte per divulgare questo evento, ho trascritto alcune parti di quella partita, l'ho fatto per dare il giusto riconoscimento a Pietro Gori, vero iniziatore del nuovo corso del Calcio fiorentino.


Il Giuoco del Calcio
28 APRILE 1898
FIRENZE

Onoranze centenarie Paolo dal Pozzo Toscanelli ed Amerigo Vespucci in Firenze
IL GIUOCO DEL CALCIO

In che cosa consiste il Giuoco del Calcio?
Rispondiamo subito.
Il Calcio è un giuoco di palla e consiste nella piacevole gara di due schiere di giovani disarmati, tutti intenti a far passare di posta da un estremo all'altro dell'arena, a fine di onore, un mediocre pallone composto di una vessica ripiena d' aria e ricoperto di cuoio.
Le due schiere de' giovani formano due partiti, il Rosso e l'Azzurro. Ciascun partito tenta di gettare il pallone fino alla estremità del campo avversario, difendendo il campo proprio, perché il pallone non vi rientri, o almeno perché non tocchi l'estremità o il campo chiuso ove trovasi 1' Alfiere.
Il Giuoco del Calcio è antichissimo. Era conosciuto dai Greci e dai Latini e veniva da essi chiamato Arpasto.
Giuocavasi comunemente in Firenze, durante tutto il Carnevale, specialmente sulla Piazza S. Croce, benché sia rimasta memoria di Calci giocati sulla Piazza di S. Maria Novella e di S. Spirito, alla Porta al Prato ed altrove.
Era uno degli spettacoli favoriti dai fiorentini e faceva sempre parte del programma di feste solenni date in onore di Ambasciatori, per arrivo di Principi e per altre pubbliche allegrezze. Ed allora il Calcio veniva giuocato in livrea, il che vuol dire che i giuocatori indossavano costumi speciali, ricchissimi ed uniformi, ma di colori variati per le due squadre, ed avevano Alfieri, Paggi, Trombettieri, Tamburini, Soldati ecc. tutti alla loro divisa.
All'esercizio del Calcio richiedevasi, come facilmente si arguisce, molta fatica. Fu perciò stabilito che si facesse nella fredda stagione cioè dalle Calende di Gennaio (dal 6, giorno dell' Epifania e primo del Carnevale) sino al Marzo.
Il campo diviso in due parti eguali era circondato da uno steccato o da palizzite per contenere il popolo che si affollava ad ammirare questo genere speciale di lotta.
Il numero dei giuocatori per ogni parte variava a seconda della vastità della lizza. Se questa era molto grande potevano prendervi parte anche 60 giuocatori. se piccola un numero proporzionatamente minore.
Per essere ammessi fra i giuocatori occorreva aiipartenere a nobile casata o vestire divisa militare. Perciò il Conte Giovanni De Bardi, colui che dettò e tramandò ai posteri le regole del Calcio, scrisse che esso è “un giuoco nobile e gentile e nel quale non è da comportare gentame, non artefici, non servi, non ignobili, non infami, ma soldati onorati, gentiluomini. signori e principi.”

Infatti da particolari memorie si apprende che praticarono in gioventù questo giuoco cavalleresco tre Papi, Giulio De Medici, o Clemente VII. Alessandro De Medici, o Leone XI e Maffeo Barberini, Urbano VIII, e che furono sempre ginocatori od Alfieri o Giudici o Maestri, o Provveditori i giovani appartenenti alle più nobili famiglie fiorentine, non esclusi quelli delle case regnanti.
Il vestiario dei Giuocatori consisteva in calze, giubbone, berretto e scarpe, tutto leggerissimo, benché tutto arricchito d’oro, trine, velluti e molto elegante.
Ciascuna sezione aveva colore diverso secondo quello del suo capo principe che appellavasi Alfiere. Gli Alfieri solevano essere gentiluomini per grado, nascita e virtù i più degni e splendidi della città, che ciascuna sezione, nel dì designato andava a prendere a casa loro e gli accompagnava al campo al suono di trombe e tamburi.

Questi Alfieri poi, con ogni maniera cortese, solevano convitare i giuocatori a lauto rinfresco.
Le schiere dei Giuocatori dividevansi in quattro classi, cioè :

Innanzi o Corridori i quali stavano presso alla linea che partiva il campo a metà e correvano la palla;
Sconciatori, così detti dello sconcio che davano agli Innanzi, mentre tentavano accompagnarla;
Datori Innanzi, che davano alla palla diritti e gagliardi colpi;
Datori addietro, che stavano alla riscossa.

L'onore della vittoria era per la parte che più volte faceva caccia, il che significava passare la palla di posta oltre l’opposto steccato.
Ecco la pianta del giuoco prima che incominci:

Alfiere

O O 
Datori addietro o difensori del recinto

O O O O 
Datori innanzi 

O O O O O 
Sconciatori

O O O O O O O O O 
Innanzi 

- (Metà del campo) -

Innanzi 
O O O O O O O O O

Sconciatori
 O O O O O

Datori innanzi 
O O O O 

Datori addietro o difensori del recinto
O O

Alfiere 
O

Il Calcio del 1898

Fra le feste indette per onorare la memoria dei due grandi Fiorentini Paolo Dal Pozzo Toscanelli, l'iniziatore della scoperta del nuovo mondo e Amerigo Vespucci, lo scuopritore del continente Americano, vi é anche il Calcio, che sarà riprodotto nei costumi storici del quatrocento e nella forma allora in uso nello Sferisterio alle Cascine.
Pubblichiamo la nota di tutti coloro che prenderanno parte a questo giuoco, non più veduto in Firenze dal gennaio del 1739.

GIUOCO DEL CALCIO
Ordinatore dei Giuoco — Pietro Gori

GIUDICI
Giudice sul campo — Bradley W. H.
2. Giudice — Mangani Prof. Enrico
Arbitro — Alli-Maccarani march, comm. Giuseppe
Maestro — March. Albites di S. Petergnano

PROVVEDITORI
Amici-Grossi Nob. Giovanni, Del Turco march. Giovanni

PORTA INSEGNA DEL CALCIO
Jori Cesare

PORTA GONFALONE DEL POPOLO FIORENTINO
Magherini-Graziani march. Niccolò

PORTA GONFALONE DEL COMUNE
De Goracuchi cav. Fiorenzo G.

Giuocatori

SCHIERA AZZURRA
Costantini David - Capitano
Azzurrini Carlo - Alfiere
Adorni conte Adorno, Bazzanti Michele, Bradley J., Bondi Leonello, Costantini Mario, Castellani Guglielmo, Dainelli Giotto, Dunn Edward, Gigliucci conte Donatello, Heard A.D., Leland Louis, Lori Ugo, Nobili Walfredo, Pippi Raffaello, Targioni-Tozzetti Federigo, Tealdi Auljrey, Vestrini Piero - Giuocatore

SCHIERA ROSSA
Godio Cesare Alberto - Capitano
Martelli Alessandro - Alfiere
Alexander Herbert, Bianzino Arturo, Blanc-Tassinari Alberto, Carpi Raffaello, Caulfield H., Ciofi Gino, Costantini Emilio, Dunn William, Gibbon James, Mangani Ugo, Mercatelli Mario, De Mieville H., Moretti Giuseppe, Parravicini Raymundo, Persico Amedeo, Rebizzi G., Tealdi Arcanio - Giuocatore

Giucatori supplenti
Baldi Raffaello, Cantarini nob. dott. Alfredo, Forzano barone Francesco, Landi Lando, Maestrelli Tirso, Stefanelli Carlo

Paggi
Baldwin Philip, Miglietta Romeo, Nobili Carlo, Schirer Giuseppe

Trombettieri Rossi
Bassi, Frullini, Cioletti, Bottari, Artini, Trombettieri Azzurri, Carniani, Cerbaneschi, Cozzi, Giorgini, Banchi

Tamburini Rossi
Tredici, Finocchi

Tamburini Azzurri
Bonifazzi Spunghi, Martini Guglielmo

Capitano degli Alabardieri
Gori Pietro

Ufficiali di ventura italiani
Bendi Max, Garulli conte Ernesto, Lumachi Francesco, Olivetti Giorgio, Perrone march. Cammillo, Perrone march. Dino

Alabardieri
Ricci Giovanni, Risaliti Berlindo, Filistrucchi Ugo, Bellini Ugo, Ginestrini Pietro, Signorini Adolfo, Pellegrini Vincenzo, Ferratti Alcide, Dell'Imperatore Ernesto, Saloini Vincenzo, Lepri Michele, Fabbri Alfredo, Pariani Ercole, Stecchini Torquato, Tasti Leandro, Fallani Oreste, Giacomelli Luigi, Berlincioni Luigi, Nencetti Giovanni, Corti Paolo

Capo-dieci o Guardia del Fuoco del 1416
Messeri Fortunato - Quartiere S. Croce
Puccetti Attilio - Quartiere S.Giovanni
Bandini Roberto - Quartiere S.M.Novella
Ravaggi Salvadore - Quartiere S.Spirito

MUSICA
Al Giuoco del Calcio presterà servizio la Filarmonici dell’Impruneta diretta dal Maestro MORONI

Il Giuoco del Calcio avrà luogo nello Sferisterio alle Cascine
il 28 Aprile 1898
PIETRO GORI

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sabato 23 agosto 2014

Michelangelo Buonarroti e Leonardo Da Vinci a confronto


Michelangelo Buonarroti e Leonardi da Vinci in una ricostruzione
Michelangelo e Leonardo erano o non erano artisti in competizione? Il periodo storico in cui si svilupparono i due geni dell'arte era favorevole allo sviluppo economico della città e numerosi artisti cercavano di approfittare del mecenatismo fiorentino. Ma per i grandi geni del Rinascimento, Firenze stava in po' stretta. i due grandi accettarono nella loro lunga vita anche numerose committenze da altri benestanti regni, Milano, Roma altre città europee e approfittarono del buon periodo storico favorevole alllo sviluppo economico e del commercio. 
Essendo due concorrenti sorge spontanea una domanda: - Michelangelo e Leonardo si odiavano? oppure si ammiravano vicendevolmente? 
Di sicuro erano rivali sotto alcuni aspetti della vita artistica. Nelle loro opere facevano di tutto per sopraffarsi e numerose furono le occasioni che videro in relazione ed in competizione. Prima fra tutte l'occasione dell'incarico di Pier Soderini, Gonfaloniere a Vita della Repubblica Fiorentina, che chiese di affrescare le pareti del Grande Salone di Palazzo della Signoria, a quel tempo ancora non ampliato dal Vasari, nel 1503, con due Battaglie che celebrassero la grandezza di Firenze; ma di questo ne parleremo in un altro post.
Dipinto successivo (1513) Louvre Parigi
Furono addirittura costretti a pronunciare un giudizio sulle opere dell'uno e dell'altro. Nel 1502 ad esempio, fu Michelangelo che si espresse negativamente su un dipinto ormai scomparso del genio di Vinci; Sant'Anna con la Vergine, il Bambino e l'Agnellino posto nella chiesa della Santissima Annunziata di Firenze, che alla sua vista fece esprimere a Michelangelo un semplice "non mi piace".
Dopo aver conosciuto e visionato l'opera del genio universale, pare che Michelangelo modificò leggermente il suo modo di dipingere cercando di ispirarsi alla maggiore plasticità e armonia derivante dall'interpretazione leonardesca, così da raggiungere la massima espressione pittorica nel Tondo Doni e nel Tondo Taddei.
È davvero difficile, ma tremendamente affascinante conoscere anche le più piccole sfaccettature della vita e delle opere di artisti universali come Michelangelo e Leonardo. La sensazione più bella e orgogliosamente intrigante è quella di poter camminare nelle stesse strade e negli stessi luoghi che geni di quel tempo hanno calcato per la loro formazione e la loro vita artistica.

Nel 1504 invece Leonardo faceva parte della commissione riunitasi per decidere dove posizionare la più famosa delle opere di Michelangelo, il David. Leonardo era l'unico che optava per la Loggia dei Lanzi.
Passeggiate per Firenze e cercate i luoghi che gli stessi grandi personaggi hanno visitato o nei quali hanno soggiornato; entrate nella storia e immaginate per un momento di poter salutare Leonardo o semplicemente vedere all'opera Michelangelo.
Non sentite una sensazione di orgoglio e di compiacenza?
Non sono loro semmai, gli idoli da ammirare?

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sabato 9 agosto 2014

Calcio in Livrea del 1524; una Nuova descrizione

Una delle prime partire documentate del Giuoco del Calcio a Firenze risale al 1490 quando, durante un inverno particolarmente rigido, l’Arno si ghiacciò.
Il Ponte alla Carraia e il Ponte Santa Trìnita furono luoghi nei quali si svolgevano abitualmente feste ed eventi popolari, spesso decritte da vari letterati come quella che nel 1304, sotto la direzione del pittore Buffalmacco vi si rappresentò l’Inferno. Potete trovare nel post “Le novelle dell’altro Mondo” la descrizione di questo tragico evento.
E proprio tra il Ponte alla Carraia e il Ponte Santa Trìnita nell’Arno ghiacciato vi si giocarono alcune partite di Calcio. Le cronache ci raccontano che benché fortemente ghiacciato, il fondo di gioco era aperto in alcuni punti e alcuni ragazzi persero la vita inghiottiti dal fiume ed affogati.
Da quelle partite, delle quali abbiamo poche notizie, il nostro interesse ci porta verso la famosissima partita del 17 febbraio del 1530, detta anche la Patrita dell’Assedio.
Scavando però nei numerosi testi storici e manoscritti, esce alla ribalta una nuova descrizione. Un racconto particolareggiato di una partita giocata in Piazza Santa Croce nell’anno 1524, cioè pochi anni prima dell’assedio imperiale di Carlo V.





Ecco il racconto:






“Sul finire del carnevale del 1524, stile fiorentino, era stabilito un giuoco del calcio a livrea, costumato giuocarsi in Firenze sulla piazza di S. Croce nel carnevale di ogni anno.


Per il giuoco del calcio si circondava la piazza da uno steccato, ed a capo ed a piedi della medesima si ergevano due padiglioni addobbati dei colori della divisa de’ giuocatori. Una linea separava in due metà la piazza, ed ai due punti finali di questa erano i seggi dei giudici, destinati a regolare il giuoco e decidere le questioni. Quivi la gioventù fiorentina, divisa in due schiere, con treno si portava ad eseguire il giuoco sotto le bandiere e le divise de’ due capi, che si chiamavano alfieri.
Il giuoco consisteva in questo, cioè di far passare di posta oltre l’opposto padiglione un pallone pieno di vento, al quale si dava con pugno e col piede; che però lo fece denominare il calcio. I giuocatori erano venticinque o ventisette per schiera, ed ogni schiera si divideva in quattro classi dirette dall’ alfiere.
Gl’ innanzi, o corridori si chiamavano quelli che correvano la palla; gli sconciatori trattenevano i detti innanzi, quando accompagnavano la palla, e dallo sconcio che davano loro prendevano il nome; i datori innanzi quelli che davano gagliardi colpi alla palla; i datori addietro, che dietro quegli stavano quasi a riscosse.
Ora, lasciando da parte il giuoco del calcio semplice, che era senza treno e si giuocava sul prato della porta di questo nome, nel giorno di cui parlo si eseguiva, il calcio a livrea, o divisa dorata per una schiera , rosea per l’altra. Il vestito dei giuocatori era del colore della livrea, e consisteva in calze, giubbone, berretto e scarpe sottili, procurando ognuno averli leggiadri e belli, perché stavano spettatrici le donne più vaghe e gli uomini più gentili della città. Si conducevano adunque i giuocatori nello steccato con pompa ed ordinanza, preceduti da trombetti e tamburi, dal maestro del campo, tutti a coppie l'uno di una schiera o colore, l’altro dell’altra, e girata la piazza si dividevano, ed ogni schiera occupava il suo padiglione. Sei gentiluomini, antichi giuocatori, tre per lato, sedevano quali giudici, e quindi, sbrogliata la piazza dai servi e da quelli che non dovevano giuocare, le trombe davano il segno, ed il giuoco incominciava e proseguiva tra lo strepito degli strumenti e delle grida dei spettatori, che parteggiavano per l’una o per l’altra schiera.
A questo spettacolo intervenivano nel dopo pranzo (il giuoco si faceva alle due avanti il tramontare del sole, e finiva al suono delle ventiquattro ore) tutte le persone della città, e questa bella adunata empiva tutti i luoghi fuori dello steccato, le finestre e perfino i tetti. Il lusso era grande allora e nei luoghi più distinti vedevansi ricche vesti e ornamenti di gran bellezza; larghe gonnelle di velluto cingevano i fianchi delle belle spese, a cui si aggiungevano collane preziosissime; le più portavano piccoli cappucci ricamati d’oro foderati di pellicce, ed alcune l’intero abito avevano ricamato d’oro e tempestato di perle e di gemme, a si ricche vesti aggiungendo diademi di rari carbonchi intorno al capo; e dal capo scendevano veli a cuoprire in gran parte le fattezze dei visi vaghi e pomposi di tutta la bellezza. della gioventù e della sanità. Agli uomini i calzoni strettissimi mostravano la robustezza delle forme; taluni portavano ricamate gabbanelle scendenti poco oltre la cintura, brevi mantelli con cappucci, berretti da eminenti piume ornati, con chiome brevi bene ordinate. La plebe aveva i suoi ornamenti, ma da quel lato tutto era confusione.
La schiera de’ giuocatori che più volte faceva caccia, cioè che faceva passare la palla di posta oltre al contrario padiglione, era vincitrice; chi faceva fallo perdeva mezza caccia, ed ogni due falli davano perdita ad una, e vittoria all’altra parte. Davasi il segno della vittoria con lo sventolare della bandiera vincitrice, e con lo sparo dei masti, specie d’archibusi. Vinta la caccia, si cambiava luogo; la schiera vincitrice andava ad occupare il padiglione di quella superata con bandiera spiegata, e la schiera vinta doveva andare dall’altra banda con bandiera inchinata e ravvolta.
Questo per il solito era il punto il più pericoloso del giuoco; perché la schiera vinta di rado abbassava la bandiera, e quella vincitrice, volendocela costringere, dava vita ad un assalto, ad una baruffa, dalla quale le bandiere per il solito uscivano in pezzi, ed i giuocatori pesti e mal conci.”
E’ solo un estratto del capitolo scritto da Agostino Ademollo, in Marietta de' Ricci, ovvero Firenze al tempo dell'assedio. Nella prefazione del suo libro ci mette in guardia: “Se non ami Firenze questo Libro ti nojerà, non d’altro parlando che di cose fiorentine”.

Ademollo, scrittore e storico toscano, finisce di scrivere questo racconto storico nel 1839 e verrà pubblicata la prima edizione nel 1840. Le fonti (Treccani) ci dicono che il romanzo si presta molto come raccolta di notizie fiorentine e che nella seconda edizione 1845, è stato molto migliorato da Passerini e stampato addirittura in 6 volumi. A questo Racconto io stesso tendo a dare un certo credito, anche perché proprio dallo scrittore arrivano conferme tratte dalla sua introduzione al Lettore:

“...il mio Soggetto, in sostanza tendente a descrivere la Città di Firenze nei dolorosi ultimi tempi della sua Repubblica, la quale, voleva che formasse il tema generale del mio Romanzo Storico. Ed affinché l’espressione di Romanzo da me usata, e l’idea che risveglia di un componimento di fantasia, non guidino a pensare, che io racconti avvenimenti inventati a comodo, o descriva cose del tutto ideali, avverto che per Romanzo Storico ho sempre inteso ed intendo non già di quel componimento, che non essendo nella sostanza ne tutto storia ne tutto invenzione, può pregiudicare alla prima senza crescere merito alla seconda; [...] non alterano però la vera storia; [...] Dietro ciò mio benigno lettore, devi ritenere che questo Racconto, se ha dell’invenzione, essa non altera in modo alcuni la verità storica…”

Antonio Zoncada invece riprende la stessa parte del racconto per inserirla nelle sue Prose - Letterato (Codogno 1813 - Pavia 1887) fu avviato al sacerdozio, ma lasciò a ventun anni l'abito talare; partecipò ai moti del '48, e si dedicò poi all'insegnamento privato, finché nel 1863 fu nominato professore di letteratura italiana nell'università di Pavia.

Infine dedichiamo due parole a questa descrizione nella prospettiva di migliorare il gioco del Calcio Fiorentino che si svolge a Firenze nei nostri tempi come Rievocazione. I dettagli non vanno sottovalutati proprio perché adatti alle nuove indicazioni e alle moderne regole per eseguire ed organizzare in modo coordinato una Rievocazione Storica.

Un altro contributo a questa bella manifestazione.

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martedì 5 agosto 2014

Giovanni Spadolini aveva l'età di mia madre

Nato a Firenze nel 1925, in una buona famiglia, di cultura artistica di livello, Giovanni Spadolini è cresciuto di fronte alle grandi scaffalature piene di testi storici e contemporanei di proprietà del padre  Guido, che nell'arte aveva riposto una gran parte della propria vita, era un pittore Macchiaiolo.
La sua passione lo portò ad immergersi all'interno della storia e del giornalismo, dapprima collaborando con numerose testate dell'epoca, tra le quali Il Messaggero, il Corriere della Sera ed il Resto del Carlino del quale divenne direttore a soli 29 anni.

Giovanni Spadolini nella sala stampa internazionale
Vista la sua propensione alla divulgazione, l'Università di Firenze istituì una cattedra universitaria apposita, proprio perchè Giovanni Spadolini potesse insegnare Storia Contemporanea alla "Cesare Alfieri".
Fu inoltre Presidente del consiglio di amministrazione dell'Università Bocconi di Milano, nel 1980 creò la "Fondazione Nuova Antologia", nel 1990 fu nominato presidente dell'Istituto Italiano per gli Studi Storici, fondato da Benedetto Croce.
Ma Giovanni Spadolini è forse più conosciuto al grande pubblico per la sua opera politica. Pur affermando di essere stato prestato alla politica, ne ha fatto la sua professione da quando fu eletto senatore del Partito Repubblicano Italiano alle elezioni politiche del 1972.
Già nel 1974 mette uno dei punti fondamentali sull'organizzazione dello Stato, istituisce il primo ministrero dotato di portafoglio dei Beni culturali e ambientali.
E' stato inoltre:
Ministro della Cultura
Ministro della Difesa
Ministro della Pubblica Istruzione
Presidente del Consiglio dei Ministri
Presidente del Senato
Presidente della Repubblica ad interim

Amava la sua città natale come altri non potevano fare. Pur immerso nei suoi importantissimi incarichi istituzionali e dapprima come direttore dei più importanti quotidiani nazionali, non ha mai tralasciato o marginalizzato la sua città.
La già grande biblioteca del padre è diventata dopo il suo operato una Biblioteca di grande importanza per Firenze, la Fondazione e la rivista da lui fondata "La Nuova Antologia" sono ancora oggi due dei cardini culturali più importanti della città e dell'Italia intera.
E' stato un grande fiorentino, uno di coloro che hanno sempre amato la propria città portandola a vanto in ogni occasione facendone emergere la bellezza e la positività. La sua città è riconoscente ad un così grande personaggio della vita pubblica. Il suo amore lo si coglie dalla sua pubblicazione postuma "La Mia Firenze". Ha scritto più di dieci opere sulla sua città e chissà quanti articoli e illuminanti pensieri.

Aveva l'età di mia madre, da sempre ammirato per la sua correttezza e coerenza era sempre citato come esempio indipendentemente dalle idee politiche, ma sulla concretezza del suo operato e delle sue idee e non ultimo per l'acume storico-culturale.
Giovanni Spadolini morì a Roma il 4 agosto 1994 a soli 69 anni, due anni dopo mia madre...un ricordo profondo e di grande malinconia continua il "solco" di dolore lasciato dentro di me dalla scomparsa di mia Mamma.

© Filippo Giovannelli - Riproduzione riservata

domenica 3 agosto 2014

Francesco Ferrucci "eroe" di Firenze meglio celebrato a Gavinana

Francesco Ferrucci nasce a Firenze il 14 agosto 1489, muore durante la Battaglia di Gavinana, il 3 agosto 1530.
In origine mercante, fu poi grande condottiero italiano.
Al servizio della Repubblica fiorentina per il periodo della seconda cacciata dei Medici da Firenze e durante l’assedio del 1530, nel 1529 fu nominato commissario di Empoli. In questa veste cercò dall'esterno di rifornire di viveri la città assediata e contemporaneamente di contrattaccare gli assedianti.
L'Assedio di Firenze, datato dal 12 ottobre 1529 al 12 agosto 1530, fu protratto dalle truppe imperiali di Carlo V. Gli eserciti dell’Imperatore e quindi della famiglia Medici, erano però costituite in massima parte da militi italiani, assoldati dai Medici e dallo stato del Papa.
In questa guerra Francesco Ferrucci difendeva la Repubblica Fiorentina.
Il fulcro della risoluzione dell’assedio fu proprio nella battaglia di Gavinana, località della Montagna Pistoiese, dove Francesco Ferrucci fu ferito e catturato il 3 agosto 1530.
Malato e sofferente fu portato al cospetto del comandante in carica, in quel momento, delle truppe imperiali, un certo Fabrizio Maramaldo. Costui aveva sostituito il Filiberto di Chalon - Principe d’Orange, ucciso anche lui in questa battaglia.
Fabrizio Maramaldo, comandante di origine italiana, sconfitto più volte da Francesco Ferrucci, l'odio tra i due risaliva alla riconquista di Volterra da parte della Repubblica Fiorentina, che anche in quel frangente si trovò opposto al Maramaldo, lo uccise contro tutte le regole della cavalleria volendosi vendicare delle precedenti sconfitte subite.
Celebre la frase, "Tu dai a un morto" rivolta al capitano Fabrizio Maramaldo, che si apprestava ad ucciderlo col pugnale, mentre era ferito e indifeso.
Lo storico Benedetto Varchi la cambierà in seguito in "Vile tu uccidi un uomo morto".
La Repubblica fiorentina stava opponendo una resistenza anti-imperiale già da tempo, dopo dieci mesi di assedio lasciò il potere ad Alessandro de’ Medici, nipote del papa e promesso sposo della figlia di Carlo V che venne nominato “Capo del governo e dello Stato fiorentino”, con decreto imperiale. Ripristinò quindi ciò che fu tolto alla famiglia nel 1527, subendo l’affronto, quando i Fiorentini fondando una nuova Repubblica e cacciarono i Medici da Firenze per la seconda volta.

Le versioni della soluzione dell’Assedio di Firenze sono state spesso viste dalla parte dei sostenitori della Repubblica Fiorentina; la vile uccisione del Ferrucci è la prova che la storia si scrive anche elevando a gloria personaggi sconfitti, ma di grande levatura morale.
La versione dei vincitori la ritroviamo nei “Commentari de’ fatti civili” dello storico Filippo de’ Nerli, scritti tra il 1534 e il 1552. Durante gli anni della Repubblica fiorentina, il de’ Nerli era in carcere. Lui non attribuisce l’uccisione del Ferrucci direttamente a Maramaldo, ma ad alcuni uomini fedeli al Principe Guglielmo, anch’esso morto durante l’Assedio.
Altre sono le versioni sulla morte di Francesco Ferrucci, in Italia è considerato un martire e emblema di orgoglio nazionale, di lealtà e coraggio, Maramaldo al contrario simbolicamente un traditore (la parola “maramaldo” è aggettivo di questo status).

Il paese di Gavinana, in provincia di Pistoia, ha al centro della piazza la statua equestre del condottiero fiorentino, opera dello scultore suo concittadino Emilio Gallori, fu realizzata e posizionata nel 1913. Dal 1929 è stata restaurata la casa del Ferrucci nella piazza principale di Gavinana, sulla cui porta Ferrucci morì. La casa in cui naque il Ferrucci è in via Santo Spirito a Firenze ed è segnalata da una targa commemorativa.

Interessante anche il recupero della figura del Ferricci nel Risorgimento. Paragonato al Garibaldi del XVI secolo, Francesco Ferrucci entra a far parte di una nuova iconografia sugli eroi del Risorgimento. Sappiamo che Garibaldi rende omaggio a Gavinana al Ferruccio descritto nell'Inno Nazionale di Mameli.

I Toscani onorano la Tomba di Francesco Ferrucci


 « Dall'Alpi a Sicilia/Dovunque è Legnano,
Ogn'uom di Ferruccio/Ha il core, ha la mano,
I bimbi d'Italia/Si chiaman Balilla,
Il suon d'ogni squilla/I Vespri suonò.
Stringiamci a coorte/Siam pronti alla morte/L'Italia chiamò. »

Alcuni saggi che descrivono i processi ottocenteschi molto spesso recuperando fonti storiche e bibliografiche del passato, venivano redatti per l'esaltazione della Nazione e si paragonavano eroi mediavali e rinascimentali a pesonaggi della nuova svolta risorgimentale.
Il modello eroico di Francesco Ferrucci rappresenta ancor oggi, senza dubbio alcuno, una parte delle generazioni del Risorgimento Italiano. La Commemorazione Storica e l'esaltazione iconografica dell'eroe sono i due aspetti che determimano il successo della figura del Ferrucci a fine ottocento.
L'invenzione ottocentesca dell'iconografia dell'eroe conferma del ruolo che la comunicazione visiva con immagini di ogni tipo, dal disegno alla pittura, dalla scultura alla iscrizione lapidea, giocano nel XIX secolo un ruolo fondamentale.


© Filippo Giovannelli - Riproduzione riservata
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