Appartamento NORA

Un DVD di Mediaframe

martedì 10 novembre 2009

Nuova Sala di Marte a Palazzo Pitti

Ecco il restauro delle pitture murali e degli stucchi della Sala di Marte, realizzati da Pietro da Cortona nei quartieri monumentali di Palazzo Pitti, oggi Galleria Palatina. La Sala sar riaperta al pubblico a partire da dicembre 2009.
Con il completamento del restauro della volta della Sala di Marte, i restauratori dellOpificio delle Pietre Dure di Firenze hanno portato a compimento il terzo e fondamentale atto del pi ampio progetto di recupero conservativo dei soffitti delle cinque Sale dei Pianeti di Pietro da Cortona, straordinario e trionfale esempio del vertice artistico raggiunto dal grande e indiscusso genio del Barocco italiano proprio a Firenze.
I massimi rappresentanti delle due Istituzioni hanno debitamente reso noto ampie e circostanziate informazioni scientifiche, storiche e tecniche in merito al ciclo pittorico, agli straordinari apparati decorativi, alloriginale iconografia celebrativa della stirpe medicea, alle tecniche artistiche di realizzazione dellintero complesso e alle operazioni di elevato profilo tecnico e di ricerca che hanno accompagnato lintervento di restauro.
"Sic itur ad astra"- La grande risonanza che ebbe in tutto il mondo scientifico la scoperta di quattro dei satelliti di Giove da parte di Galileo, dedicati dallo scienziato ai Medici, potrebbe aver suggerito quasi trentanni dopo di ricorrere ai pianeti maggiori, identificati con le divinit della mitologia classica, per celebrare la grandezza del Principe e del casato.
Il ciclo pittorico e di decorazioni in stucco delle Sale dei Pianeti, nel fastoso contesto della Galleria Palatina di Palazzo Pitti, il certo il pi importante evento del genio di Pietro da Cortona nella Firenze barocca, talvolta oscurata ma non meno importante della Firenze medievale e rinascimentale. In un certo senso, lo si pu definire il canto del cigno della grande Firenze di dimensione ancora europea, un episodio che trover una eco straordinaria nelle residenze principesche europee, come Versailles.
Le vorticose passioni pittoriche di Pietro da Cortona sono oggi esaltate grazie allaccurato e attento restauro realizzato dallOpificio delle Pietre Dure di Firenze.

sabato 7 novembre 2009

Il Compleanno di Firenze

Firenze nacque come Comune il 20 novembre 1781, da quest’anno l’amministrazione festeggia il ‘compleanno’
Il presidente del consiglio comunale Eugenio Giani: “Un modo per valorizzare la nostra storia e per aumentare il senso di identità dei fiorentini”
Era il 20 novembre del 1781 quando il granduca Pietro Leopoldo di Lorena, con Motu proprio, decretò l’istituzione di una ‘comunità di Firenze’, ovvero la prima forma di Comune come oggi la intendiamo. Per questo, da quest’anno, ogni 20 novembre sarà festeggiato dall’amministrazione il ‘compleanno’ di Firenze.
Il Comune come ente locale autonomo non nasce con la nascita di Firenze, al tempo dei Romani, per lungo tempo, infatti, il ruolo della città è stato quello di essere capitale di un territorio più vasto che, a partire dal Medioevo, sotto forma di municipio, signoria, ducato, vedeva il governo della città nelle mani di chi governava anche il territorio dipendente dalla comunità urbana fiorentina.
Ma con l’arrivo di Pietro Leopoldo le cose cambiano: cominciano anni di grande riformismo, e non per nulla nel 1786 la Toscana è il primo stato al mondo ad abolire, proprio per volere del granduca, la pena di morte. Insieme ad altre riforme, quindi, come l’abolizione dei dazi per la circolazione del grano e la bonifica dei territorio maremmani, Pietro Leopoldo decise appunto anche di costituire la comunità di Firenze. Istituita con atto del 20 novembre 1781, operò dal febbraio successivo, riunendo il governo della città, allora retto da un Gonfaloniere, al Palagio di Parte Guelfa. Il territorio era più ristretto di quello di oggi e comprendeva pressappoco la cerchia muraria. In età napoleonica il Gonfaloniere fu sostituito dal Maire, poi si arrivò all’elezione di un consiglio, poi ancora fu la volta, nel periodo fascista, del podestà.

venerdì 6 novembre 2009

Il Torrino della Specola

Il Torrino della Specola fu progettato alla fine del XVIII secolo e divenne operativo nel 1807.
L’Osservatorio disponeva di una dotazione strumentaria di tutto rispetto in parte di produzione locale e in parte acquistata dai migliori artefici europei ma non godeva delle migliori condizioni logistiche. La scelta dell’infelice posizione per l’osservatorio fu dovuta al direttore Felice Fontana che voleva tutte le scienze concentrate in un’unica costruzione. A nulla valse la proposta del vicedirettore Giovanni Fabbroni di erigere la Specola sul colle di Boboli rifacendosi al modello,già in uso in molti paesi di costruire gli osservatori a piano terra su colline rocciose fuori dai centri urbani rinunciando alla tradizione di collocarli nella sommità di edifici a torre nel cuore delle città. Un altro grande limite nella realizzazione del Torrino fu l’affidamento dei lavori all’architetto delle Fabbriche granducali senza alcuna interazione da parte di un astronomo. Solo successivamente si tentò di correre ai ripari sentendo i pareri tecnici ma quelli che fu possibile operare furono solo aggiustamenti. Nel corso dell’Ottocento l’osservatorio fu diretto da illustri scienziati quali Jean-Louis PonsGiovan Battista Amici e Giovan Battista Donati. Fu quest’ultimo che ritenendo la posizione dell’antica Specola ormai poco idonea per i moderni studi si fece artefice del trasferimento della ricerca astronomica sulla collina di Arcetri.
Presso l’osservatorio fiorentino furono compiuti studi di notevole interesse descritte negli “Annali dell’Imperial Museo di Firenze” e nelle “Obsérvations astronomiques à Florence” del Ponsche richiamarono l’attenzione della comunità scientifica internazionale sull’istituzione fiorentina. Tra le numerose osservazioni compiute negli anni dal Torrino della Specola vi furono anche le scoperte di tre nuove comete da parte del Donati: una il 3 giugno 1855una il 10 novembre 1857 e una il 2 giugno 1858 quest’ultima osservata e studiata anche dall’ormai anziano Giovan Battista Amici.

L’osservatorio astronomico composto da vari locali aveva il suo fulcro nella sala della meridiana dove venivano osservati i passaggi dei corpi celesti e nella sala superiore ottagona da cui erano compiute le osservazioni del cielo a 360 gradi. Sulla sommità dell’edificio del Museo aveva anche luogo la raccolta di dati meteorologici che dette continuità alle osservazioni condotte nel secolo precedente dall’Accademia del Cimento tra il 1654 e il 1670coprendo i periodiche vanno dal 1797 al 1808 e dal 1832 fino al 1854. Nel XX secolo rimaste nel palazzo della Specola soltanto le discipline zoologiche l’osservatorio astronomico andò incontro a un lungo periodo di abbandono e allo svuotamento dei locali dalla strumentazione originaria. Nel 2009 il Torrino è stato restaurato grazie ad un contributo della Regione Toscana e riaperto al pubblico con il nuovo allestimento realizzato dall’Ente Cassa di Risparmio di Firenze nell’ambito dell’iniziativa “Piccoli Grandi Musei”.

giovedì 5 novembre 2009

Cose di Famiglia Pitti

La famiglia dei Pitti non ha bisogno di presentazioni. Oltre che al nome di uno dei palazzi storici fiorentini, questa famiglia deve la sua fama ad un personaggio, il Luca Pitti.
Stiamo parlando del rinascimento fiorentino. Il Palazzo Pitti fu fatto costruire dall'omonima famiglia commissionando il progetto al Brunelleschi. Fu proseguito dall'Ammannati, del quale è famoso il chiostro, ed ingrandito successivamente quando la famiglia Medici vi si trasferì come residenza. Il vero artefice di Palazzo Pitti è il Luca Fancelli, architetto.
Era comunque una famiglia di banchieri e il Macchiavelli la descrive come molto ricca.
Medici, Strozzi, Pitti - queste le tre famiglie fiorentine più potenti dell'epoca. Il Luca Pitti verso l'anno 1440 decise di costruire il Palazzo. Migliori architetti vennero ingaggiati per l'opera mastodontica, pensate che il cortile doveva contenere l'intero Palazzo Strozzi e le finestre grandi quanto il portone di palazzo Medici.
Dopo la sua costruzione e dopo la rovina economica dei Pitti, nel 1550 i Medici acquistarono il palazzo dei rivali e Cosimo I° fece togliere da tutta la città ogni stemma della famiglia Pitti.
Solo uno ne rimase e che è possibile ammirare tutt'ora, è un enorme stemma posizionato in un palazzo frontalmente a Piazza Pitti in angolo con lo Sdrucciolo de' Pitti. Lo stemma della famiglia Pitti ha un suo fascino, anche perchè non se ne trovano in giro per la città.

lunedì 2 novembre 2009

La Pensilina "Toraldo di Francia"

Quante pensiline ci sono nel mondo! Belle, brutte, più o meno famose. E per tutti gli usi. Tutte necessarie per il riparo dei passeggeri, comunque delle persone.
In ogni città ce ne sono alcune, ma anche una sola basta per andare avanti col discorso, di indispensabili, di artistiche. Una buona parte sono conosciute attraverso la filmografia : hanno nascosto malfattori in fuga, riparato vecchiette impaurite e sole e così via. Chi non ricorda quella famosa sotto cui è passata la grande Marilyn che poi si è beccata quella sbuffata di vapore nel film capolavoro : “A qualcuno piace caldo” ? Oppure quella da cui parte Anna Karenina, la anch’essa grande Greta Garbo? Non vorrei sbagliare , ma anche in “Mezzogiorno di fuoco” mi pare ce ne sia una! Le citazioni potrebbero durare ancora molto.
Questa introduzione molto sommaria serve per avvicinarci a parlare di quella costruita al lato destro (guardando) della Stazione di S.M. Novella, a Firenze: la cosiddetta, dal nome dell’Architetto, “Toraldo di Francia”, che adesso pare essere in procinto di essere abbattuta. Quando si inaugurò si disse, da più parti, della sua funzionalità e dei servizi che poteva ricoverare: biglietterie, informazioni turistiche, info alberghiere, edicola, noleggi e altri ancora.
Poi, non avendone mai curato l’ aspetto, pur essendo uno dei primi impatti di chi arriva in treno in città, il degrado – non evitato da chi invece doveva – (forse perché non l’aveva pagato di sua tasca!) ha preso il sopravvento. Una scritta oggi, una domani; una pisciata oggi e una domani; una bici scassata lasciata legata oggi e una domani (serve continuare con gli esempi?), l’hanno ridotta, nel tempo, come la si vede oggi. Un troiaio.
Ma non sarebbe neppure irrecuperabile. Basterebbe volerlo. Non foss’altro che per il decoro della città visitata ogni giorno da decine di migliaia di persone. Poi, forse, è entrato di mezzo l’interesse per alcuni spazi da recuperare per l’ampliamento della Stazione con l’A.V. alle porte ed allora, se così sarà, addio pensilina. A tanti non è mai piaciuta, così come a tant’altri si. A molti è sempre parso un lavoro pregevole, con splendide citazioni dell’architettura medievale e rinascimentale fiorentina. Ad altri no. Vi si leggono ‘frasi’ della Badia fiesolana; del Battistero; della chiesetta di S. Felice a Ema; dell’antica chiesa di S. Salvatore al Vescovo in Piazza dell’Olio e delle Basiliche di S.M. Novella e di S. Miniato al Monte. Bastano per eventualmente salvarla? Non certamente nello stato in cui si trova!!
Il degrado non è cosa di questi giorni. Affonda nel tempo, da quando nessuno più si sente investito del compito di preservare, conservandoli al meglio, i monumenti e le testimonianze della storia fiorentina. Tanto da lasciare, senza neppure tentare di porvi rimedio, che si imbrattino i monumenti e le case, quelle povere e quelle bellissime, del centro come della periferia. Non si dica che non è possibile porvi rimedio! Solo che non si vuole. Si domandi come, allora. Ogni cittadino di buon senso sarebbe in grado di indicare decine di rimedi. Salvo chi dovrebbe porvi rimedio non li conosce! Pare addirittura che non veda il problema e come si svolge.
Anni indietro, una domenica pomeriggio in attesa della partenza di un bus n° 31, si osservava che alcuni extracomunitari (allora si definivano solo stranieri) si erano organizzati a gruppi divisi per etnia, ognuno occupando uno dei piccoli spazi cui è divisa la pensilina. Parlavano fra loro, maschi e femmine divisi in differenti sottogruppi. Chissà di cosa parlavano : dei familiari lontani? Dei loro figli a Firenze o nei loro lontani paesi? Delle difficoltà nel trovare di che vivere e come aiutare chi era restato a casa, nel paese natale? I maschi single forse parlavano di donne, di come poterle incontrare, in specie le stanziali e, perché no, come poterle imbroccare. Fu osservato un gruppo forse tailandese o cingalese, sicuramente di un paese orientale e perciò lontano. Gli uomini bevevano continuamente birra in formato 3/4, che avevano con se a casse. Di tanto in tanto uno si staccava dal gruppo e, volto per pudore dall’altra parte, verso un cantuccio, si lasciava andare in una gigantesca pisciata. Col passar del tempo, chi si allontanava per .., doveva stare sempre un po’ più lontano del precedente dall’angolo vespasiano per non inzaccherarsi le scarpe nel liquame oramai abbondante, che vi ristagnava a causa della pendenza contraria (cioè verso l’interno) data dai muratori. Anche quando pioveva a rovesci l’acqua si riversava a terra infischiandosi delle grondaie sempre piene di aghi di pino fin dall’indomani della inaugurazione della pensilina. Lo sguazzare nei liquidi pareva essere la norma, fosse acqua piovana o urina. Tanto che un tale, passando di li con la vescica piena, non trovò di meglio – e con soddisfazione – che avvicinarsi all’angolo e, sbottonata la patta, imitare i bevitori di birra liberandosi dei propri liquidi.
Francoeffe

domenica 1 novembre 2009

Esposta oggi la Cappella Sistina

La Cappella Sistina è un'opera spettacolare e senza tempo. Michelangelo Buonarroti prese l'incarico di ridipingere la volta, direttamente da Papa Giulio II. Il capolavoro di Michelangelo fu esposto in pubblico il primo giorno di novembre. Il lavoro venne completato nell'arco di soli 4 anni. La parte più bella e magnifica, il Giudizio Universale, venne dipinto in seguito e, più precisamente, tra il 1535 ed il 1541 su commissione del nuovo Papa Paolo III. Proprio nella fase di creazione dell'opera, Michelangelo volle provare una nuova 'miscela' più adatta - rispetto al gesso - a preparare i muri per la pittura. Si trattava dell'intonaco, ideato da Jacopo l'Indaco, uno dei suoi più stretti collaboratori. Per le nudità dipint e in un luogo sacro, il Giudizio Universale fu oggetto di litigio tra lo stesso Michelangelo e il Cardianle Carafa: l'artista fu accusato di aver dipinto oscenità ed il Cardinale chiese che le figure nude fossero censurate richiedendo una vera e propria campagna, nota ai posteri come la 'campagna delle foglie di fico'.

venerdì 30 ottobre 2009

Caravaggio lascia traccia di se..

La sagoma de suo autoritratto si vede nella caraffa del Bacco conservato agli Uffizi.
Caravaggio avrebbe dipinto se stesso all’interno della brocca, alla destra del Bacco, nel dipinto custodito agli Uffizi. La scoperta è stata fatta da restauratori e ricercatori, grazie ad una analisi molto sofisticata del quadro realizzata con una strumentazione all’avanguardia, e sarà presentata domani dal Comitato Nazionale per le Celebrazioni del IV centenario della morte di Caravaggio, in occasione della presentazione del libro "Nuove scoperte sul Caravaggio", edita dalla Fondazione di studi di storia dell’arte Roberto Longhi.
Caravaggio dipinse, all’interno della caraffa, la sagoma di un personaggio in posizione eretta con un braccio sporgente in avanti del quale sono chiaramente distinguibili i lineamenti del volto, in particolare il naso e gli occhi, e il colletto. Oggi, si può dire che il grande pittore fece il proprio autoritratto riflesso nella brocca che aveva davanti e che stava dipingendo. Che il volto di Michelangiolo Merisi da Caravaggio fosse nascosto da qualche parte nel dipinto di Bacco si diceva da tempo. Ma nessuno l’aveva mai documentato. Durante la pulitura di questa tela, nel 1922, Matteo Marangoni disse di aver scorso, riflessa nella brocca di vetro, una testina simile al "Fruttaiolo" o al "Bacco" Borghese, che volle ricollegare alla fisionomia dello stesso Caravaggio, «grandi orbite oculari, naso a base larga e un po' camusa, labbra carnose e semi aperte» ma oggi con un controllo diretto risulta impossibile ritrovarlo: si riesce solo ad intravedere un casco di capelli neri, un accenno di volto, un tocco di bianco per il colletto.
La zona della brocca, come risulta dall’analisi della fluorescenza UV, è interessata da estesi restauri, ma questi non si sovrappongono completamente alla figura. Quello che ha nascosto la sagoma dell’autoritratto, finora, è probabilmente una vernice data su tutte le aree scure del dipinto, durante un vecchio intervento.

martedì 27 ottobre 2009

La Pira: un incontro fortuito

Negli anni ’60 chi si è trovato a passare in Piazza della Signoria, ha trovato talvolta giovani seduti in circolo sulle pietre, in genere studenti o boy-scout, a cantilenare un nome nella speranza che si aprisse qualche finestra di Palazzo Vecchio ed essere ripagati, magari solo con un saluto o un cenno di mano, dal desiderato ed invocato con fare sommesso e discreto. Non ho mai visto Giorgio La Pira, allora Sindaco di Firenze, affacciato a nessuna finestra per ricambiare l’attenzione di cui era destinatario. Tuttavia : “…Giorgio, Giorgio….”.
Negli anni ’70, in un Comune della cintura parigina che sta a Parigi come Scandicci a Firenze, è capitato di conoscere il Vice-Sindaco di questo Comune. Ci siamo incontrati in tre occasioni : la prima sportiva, un Campionato Mondiale di Maratona per Amatori Veterani (atleti di oltre 40 anni), da corrersi nei dintorni sud di Parigi. Ci ricevette nel Palazzo Comunale (una magnifica residenza della famiglia D’Artagnan) e ci mise a disposizione le strutture sportive per gli allenamenti : aveva anche la delega per lo Sport.
La seconda, in occasione della visita della Delegazione Ufficiale del suo Comune. Un giorno telefona :”Hallò, je sui George…., sono a Firenze con mia moglie per la visita di gemellaggio. Ma prima degli incontri ufficiali vorrei, oggi e domani, che mi portassi in giro a conoscere il tuo territorio e Firenze”. George conosceva e parlava benissimo l’italiano. Giovedì e Venerdì di ferie e via!! Girare nei dintorni di Quarrate, Candeli, Capannuccia; per i ‘Colli’ e per Monte Pilli; mostrare loro i panorami dall’Incontro, da Poggio a Luco e dal Bigallo; avvicinarsi al Chianti costeggiando l’Ugolino; visitare le 3 Pievi romaniche e i capolavori della Chiesa di S. Giorgio a Ruballa fu un piacere e ciò contribuì a consolidare l’amicizia, e conoscere, sotto la sua scorza forse protettiva, un uomo sensibile, di vaste esperienze e colto, innamorato dell’Arte e del bello. L’entusiasmo salì alle stelle quando si rese conto degli estesi uliveti che gli rammentavano la sua Tunisia, donde era nato e cresciuto. Sua moglie aspettava l’indomani, la visita a Firenze, per scatenare i suoi entusiasmi. La sera cenammo a casa e dopo, in incognito, ad una festa popolare dove, facendo finta di niente, incontrammo le personalità che due giorni dopo lo avrebbero ricevuto in forma ufficiale. Canti e balli fino a tardi! Prima di rientrare in Hotel, ci riunimmo con altri amici in una casa a mangiare una torta fatta per l’occasione. Ed ancora canti e cori! L’indomani a Firenze visitammo i monumenti soffermandoci alla Torre della Castagna, all’Oratorio di S. Martino, ad Orsanmichele. Palazzo Vecchio, il Duomo e le Basiliche furono per i due ospiti, una magnifica scoperta. A pranzo vollero essere accompagnati in una trattoria popolare, dove speravano di incontrare lavoratori e Artigiani. La scelta fu alquanto facile : nei pressi, anzi a fianco della basilica di Santo Spirito, dopo averla visitata nel suo magnifico e chiaro splendore.
Incontrammo chi si auspicava, i motti e le battute “…fatti un po’ da parte, fa’ posto a questi tre!” mentre si pulisce con uno straccio, i richiami all’oste, la tavola apparecchiata con il pressapochismo sperato, fecero felici gli ospiti che scelsero piatti popolari e gustosi.
Il Sabato mattina riposo : appuntamento all’Hotel per il pranzo. La mamma frisse di tutto : pollo, coniglio, fiori di zucca, patate, melanzane e pomodori verdi. I cugini portarono il vino di’ Brondi, la zia l’insalata fresca : nove a tavola. Dopo pranzo, stipati nella 600 Multipla dei cugini, a prendere un po’ d’aria a Vallombrosa e scolarci qualche bottiglietta dell’Elisir dei Frati. Che c’è di meglio per digerire? Al tempo era di la da pensare “l’etilometro”. La 600 sbuffò assai e ci dovemmo fermare 2 o 3 volte. Sul cancelletto di ingresso all’Abbazia George esclamò : “Professore! Professor La Pira!” Si riconobbero subito. George era stato ‘la’ guardia del Corpo di La Pira durante i colloqui di pace di Parigi, che misero fine alla guerra in Vietnam. Quella con i francesi. Si abbracciarono in una maniera che riesce solo a chi ha condiviso pene e pericoli. Accennarono solo che a Parigi ne avevano passati molti ed in molte situazioni.
Con George ci siamo incontrati ancora nel corso della visita ricambiata in Francia nell’ambito del gemellaggio fra Comuni.
Francoeffe

sabato 24 ottobre 2009

Da Petra a Shawbak. Archeologia di una frontiera



Il frutto dei 20 anni di ricerche della Missione Archeologica dell'Università di Firenze a Shawbak.
me la sono persa...

mercoledì 21 ottobre 2009

La Colonna di San Zanobi

San Zanobi è vissuto nel IV secolo d.C. ed è stato un vescovo di Firenze.
E' il patrono principale dell'arcidiocesi fiorentina, assieme ad Antonino Pierozzi entrambi Santi della Chiesa Cattolica.
Veri e propri miracoli sono attribuiti a "Zenobio" (altro nome che si ritrova nei testi storici) durante il suo vescovado, la risurrezione del figlio di una pellegrina francese, testimoniato anche da una targa presente sulla facciata di Palazzo Valori e Altoviti, è uno dei più emblematici.
A Zanobi è dedicata la Colonna posta lateralmente al Battistero di San Giovanni, davanti alla porta nord. Ha un fusto in granito con sopra un albero in ferro e una croce. La leggenda ci tramanda che al passaggio delle reliquie del santo, che venivano trasferite dalla cattedrale di San Lorenzo a quella di Santa Reparata il 26 gennaio 429, un olmo secco sarebbe miracolosamente rinverdito quando le reliquie ne sfiorarono i rami. Da quel preciso istante cominciarono a spuntare nuove foglie verdi.
Il tronco di quell'albero fu in seguito utilizzato per scolpire un crocifisso che attualmente si trova nella chiesa di San Giovannino dei Cavalieri in via San Gallo. Altre fonti ci tramandano che lo stesso legno fu utilizzato per un dipinto del "Maestro del Bigallo", che raffigura le gesta del San Zanobi nella propria vita vescovile.
La colonna fu eretta in data imprecisata. Abbiamo notizie certe dal 1333 quando fu abbattuta dall'alluvione e successivamente ed immediatamente ricostruita. Sulla stessa colonna di granito vi è un'iscrizione che ricorda la leggenda di San Zanobi.
Negli ultimi anni la colonna è stata "oscurata" da un lunghissimo cantiere edile, molti fiorentini non conoscono il vero significato della colonna e vista la posizione nella quale è collocata, ha più una funzione di delimitazione della zona di traffico con quella pedonale; sono infatti addossate alla stessa colonna le catene di recinzione.
Dal 25 ottobre 2009 Piazza del Duomo e Piazza San Giovanni verranno pedonalizzate interamente, per questo la "Colonna di San Zanobi" tornerà ad essere un punto di attrazione e di aggregazione storico-rievocativa, nonché punto di sosta turistica dei numerosi visitatori del Battistero di San Giovanni Battista.
Un'operazione storico-culturale importante.

martedì 20 ottobre 2009

Concluso il restauro del Laocoonte di Baccio Bandinelli

Concluso il restauro del Laocoonte di Baccio Bandinelli.

Lunedì 19 ottobre 2009 è stato presentato il restauro del Laocoonte di Baccio Bandinelli e dei marmi antichi Ercole Farnese e Cinghiale conservati nella Galleria degli Uffizi di Firenze. Ad un anno circa dall’inizio del cantiere di restauro, lo splendido gruppo marmoreo del Laocoonte, opera di Baccio Bandinelli tra le più suggestive della collezione della Galleria degli Uffizi, si ripresenta oggi in tutta la sua potente vitalità scultorea, quella stessa che l’ha reso nei secoli famoso e ammirato quasi quanto l’originale conservato nei Musei Vaticani.
I lavori di restauro hanno interessato anche i due marmi antichi che gli stanno ai lati nella testata del terzo corridoio, raffiguranti il Cinghiale e l’Ercole Farnese, provenienti dalle collezioni medicee, e sono stati resi possibili grazie al generoso sostegno economico dell’associazione Amici degli Uffizi e dei Friends of Uffizi Gallery Inc., che hanno contribuito all’intera operazione con un finanziamento di 160.000 euro circa.
Durante tutto questo periodo, il cantiere di restauro del Laocoonte è rimasto eccezionalmente ‘aperto’, schermato da pannellature trasparenti, per consentire ai visitatori di seguire lo stato di avanzamento dei lavori.

La storia e il restauro
Le indagini diagnostiche e le puliture successivamente eseguite sull’opera di Bandinelli, hanno permesso di chiarire ulteriormente sia la sua vicenda creativa che quella conservativa, fornendo risultati molto interessanti.
Come sappiamo, Baccio Bandinelli ricevette l’incarico nel 1520, dalla corte pontificia, di realizzare per Francesco I di Francia, una copia dell’originale ellenistico scoperto a Roma sul Colle Oppio, presso le Terme di Tito, il 14 gennaio del1506. L’opera raffigurava il sacerdote troiano che, secondo il racconto di Virgilio, si era opposto all’ingresso a Troia del cavallo di legno lasciato dai Greci di fronte alla città suscitando le ire di Atena e Poseidone. Due serpenti marini lo avvolsero fra le loro spire, uccidendolo insieme ai due figli, e segnando così la distruzione di Troia.
Lo stupore e l’interesse che il ritrovamento del Loacoonte suscitò presso i contemporanei è noto («…Tutta Roma die noctuque concorre a quella casa che li pare el jubileo»). Giuliano da Sangallo e Michelangelo, tra i primi a vederlo, lo identificarono immediatamente con quello di proprietà dell’Imperatore Tito (79-81 d.C.), che Plinio il Vecchio attribuiva agli scultori Agesandro, Atanadoro e Polidoro di Rodi. L’opera contribuì notevolmente a rivoluzionare la percezione dell'arte moderna e non ci fu artista in Roma, anche di passaggio, che mancasse di studiarla.
A Bandinelli fu anche chiesto, come testimoniano le Vite del Vasari, di realizzare in cera il braccio destro mancante del sacerdote della scultura originale. L’artista ebbe la possibilità di lavorare nel Belvedere vaticano, dove il Loacoonte era stato collocato. A meno di un mese dall’incarico, il cartone per l’opera era già pronto. Baccio si ispirò solo formalmente all’originale e, nonostante la disapprovazione di Michelangelo, scelse di utilizzare tre blocchi di marmo. Terminata nel 1525, sotto il papato di Clemente VII, Giulio de’ Medici, la scultura riporta sul piedistallo un rilievo raffigurante l’impresa del papa: una sfera trasparente attraversata da un raggio di sole che va a incendiare un albero retrostante, accompagnata dal motto “Candor illaesus”.
Il Laocoonte di Bandinelli non arrivò mai in Francia; Clemente VII ne fu così entusiasta che lo volle a Firenze, nel giardino di Palazzo Medici, in via Larga. Spostato successivamente nel Casino di San Marco, entrò nella Galleria degli Uffizi nel 1671.
L’incendio che scoppiò il 12 agosto 1762 nel terzo corridoio della Galleria e che ne causò il crollo del tetto, danneggiò pesantemente i marmi esposti tra cui il Laocoonte, frantumandolo in numerosi parti. Già all’epoca fu oggetto di un restauro eseguito dal Traballesi, restauro integrativo che terminò nel 1766.
La superficie del Laocoonte appariva, prima del restauro appena terminato, offuscata da strati di polvere e cera che, se da una parte celavano le vecchie stuccature e le macchie rosse causate dall’incendio, dall’altra ne impedivano una corretta lettura.
Le analisi condotte – documentazione fotografica a fluorescenza UV, calorimetria effettuata su aree selezionate prima durante e dopo la pulitura, spettroscopia in riflettanza mediante fibre ottiche nelle regioni UV-visibile-vicino infrarosso per caratterizzare i materiali, microspia ottica, spettroscopia FT-IR per la caratterizzazione di patine, stuccature ecc. – hanno consentito di effettuare una minuziosa pulitura dell’opera, con l’ausilio del laser, che ha restituito nitidezza e piena leggibilità a questo straordinario gruppo scultoreo.
Insieme al Laocoonte, l’intervento di restauro ha permesso di recuperare la corretta visione e la vibrante plasticità di altre due opere, provenienti dalle collezioni medicee.
La prima è il Cinghiale, probabile copia del I sec. d.C. di un bronzo di epoca ellenistica, che fu a sua volta modello per la celebre opera di Pietro Tacca, eseguita per la fontana del Mercato Nuovo, universalmente nota come il Porcellino. Proprio al fine di stabilire i rapporti di dipendenza fra l’opera seicentesca e il prototipo classico, è stata eseguita una minuziosa comparazione del modellato delle due opere, mettendo così in evidenza, grazie all’elaborazione di una sistematica mappatura digitale, l’apporto creativo del Tacca nella rielaborazione del modello. Anche questa scultura fu gravemente danneggiata dall’incendio del 1762. La pulitura e le stuccature eseguite per ripristinare la continuità della superficie, hanno evidenziato l’eccezionale resa naturalistica di questa “fiera selvaggia” donata a Cosimo I da Pio IV.
La seconda è la copia dell’Ercole Farnese, sempre del I sec. d.C., rappresentato al termine delle proprie fatiche, in atteggiamento di spossatezza e riflessione. Questa copia degli Uffizi è quella che replica con maggior fedeltà il modellato asciutto del perduto archetipo bronzeo, della fine del IV secolo a.C., senza tralasciare l’espressività del volto e della posa. Queste caratteristiche appaiono oggi evidenziate dalla preziosa operazione di pulitura condotta in maniera graduale e differenziata.


Gruppo marmoreo del Laocoonte di Baccio Bandinelli
Galleria degli Uffizi, Terzo Corridoio
Orario: dalle ore 8.15 alle 18.50, lunedì chiuso.
Informazioni: Welcome desk 055/213560 - 055/284034


lunedì 19 ottobre 2009

Nasce oggi Marsilio Ficino

Il 19 ottobre 1433 nasce a Figline Valdarno in provincia di Firenze Marsilio Ficino.
Grande filosofo italiano, massimo esponente assieme a Nicola Cusano del platonismo rinascimentale.
Marsilio Ficino è tra i dotti voluti da Cosimo de Medici ad arricchire la vita culturale di Firenze. Fondatore ed anima di un cenacolo di artisti dell'Accademia Platonica, Ficino traduce in latino la maggior parte dei dialoghi platonici, ma anche Esiodo, Plotino, Proclo, Protagora.
Nelle sue opere Ficino argomenta della sostanziale concordanza del platonismo con il cristianesimo. Concepisce l'universo come organismo unitario soggetto agli influssi celesti. L'anima, collegando le cose del cielo e della terra, compone i movimenti contrastanti dell'universo.
Muore a Careggi, nella villa che Cosimo de' Medici gli aveva donato, il 1 ottobre 1499.
Le sue opere maggiori:
  • El libro dell'amore,
  • De vita, Pordenone,
  • Teologia platonica.
Ecco come potersi avvicinare alla filosofia, escludendo la lettura diretta dei grandi filosofi, un approccio interessante potrebbe essere quello di iniziare dall'opera più importante, i diciotto libri della "Theologia platonica de immortalitate animarum", dedicata a Lorenzo de' Medici.
Una vera impresa. (sempre che conosciate il latino)

venerdì 16 ottobre 2009

Il lungimirante Abate Marucelli

L'Abate Marucelli Francesco era il depositario di un'enorme collezione di testi e manoscritti ed aveva un'idea universale della diffusione della cultura. Mori a Roma nel 1703 con un progetto, quello di trasferire tutti i suoi volumi a Firenze dalla sua libreria privata di via Condotti.
Sognava un'idea avveniristica, quella di dare la possibilità a tutti di poter attingere alla cultura dei testi.
Un suo discendente, Alessandro iniziò questo progetto, dando il via alla costruzione della biblioteca affidando all'architetto Dori la realizzazione.
Scaffali alti e pieni di volumi fino al soffitto, luci soffuse. Costruito nel 1747 la Biblioteca Marucelliana è uno dei più propri esempi di edificio costruito per ospitare una biblioteca, che fu presto ampliata dalla progettazione originaria, per la notevole consistenza in numero di donazioni nei tempi successivi di volumi e documenti storici.

martedì 13 ottobre 2009

Un Coro

(dove c’è gente che canta insieme, c’è civiltà!)
Qualcuno di voi ha mai cantato in un Coro ? No ? Bene. Anzi, male. Dovreste provare.
Cantare in un coro è un po’, con le dovute proporzioni, come salire una vetta in cordata : tutti gli scalatori sono legati alla corda, consapevoli ed impegnati a che nessuno ceda. Gli alpinisti devono fidarsi di chi li precede e di chi li segue. Per rimanere all’esempio proposto ogni Sezione del Coro si deve fidare delle altre : ogni corista è parte di una Sezione; ogni Sezione è parte di una cordata che insieme ‘scalano’ sino alla vetta del pentagramma con le corde vocali. Ogni elemento è come un dente di un ingranaggio basato sella matematica (la musica è matematica!) che, come i numeri, ogni dente dell’ingranaggio deve risultare perfettamente al suo posto perché si possa incastrare con gli altri e alla fine, tirando le somme, si possa chiudere a ‘zero’!
Le varie Sezioni del Coro, che da sole esprimono ben poco – se non niente – quando si uniscono e si fondono ‘cantano’ la melodia che l’armonizzatore ha prima scomposto perché, dopo insieme, risultino comprensibili e piacevoli per tutti. Provare per credere!
Francoeffe

lunedì 12 ottobre 2009

Nasce oggi Eugenio Montale

Uno dei più importanti poeti del '900, il 12 ottobre 1896 nasce a Genova Eugenio Montale.
Trascorre la giovinezza in Liguria a contatto con i più notevoli poeti della regione. Pubblica la raccolta "Ossi di seppia" nel 1925. A Firenze, nel 1927 diventa direttore del Gabinetto Vieusseux, incarico che gli venne tolto nel 1938 per la sua mancata adesione al partito fascista.
Di questo periodo è la racccolta di poesie "Occasioni" e alcune traduzioni (Eliot, Shakespeare) poi riunite nel "Quaderno di traduzioni".
Dopo la guerra lavora nella redazione del "Corriere della Sera" e riprende l'attività poetica solo dopo la morte della moglie. Premio Nobel nel 1975, muore nel 1981.

sabato 10 ottobre 2009

La Massoneria nasce a Firenze? Inglesi o Fiorentini?

Ferdinando Sbigoli, storico italiano di fine ‘800, nel libro Tommaso Crudeli e i "Primi Frammassoni a Firenze" del 1884 ufficializza a Firenze la nascita della massoneria italiana.
La stessa è confermata successivamente, nel 1887 da R. F. Gould in "Storia della Frammassoneria", dove pone all’attenzione una supposizione di esistenza in ragione del ritrovamento di una medaglia datata 1733, data nella quale Lord Sackville avrebbe fondato la prima “Loggia massonica”.
A quella data viene quindi fatto riferimento ufficialmente, per la fondazione della massoneria italiana, ed in particolare a Charles Sackville, Conte di Middlesex, poi Duca di Dorset e da Henry Fox divenuto successivamente Lord Holland, ma mai confermato come co-fondatore.
Ma nella sua opera "La medaglia Sackville" lo scrittore W. J. Chetwode Crawley, commenta che non è ben comprensibile il fatto che i numismatici del tempo facessero risalire la fondazione della massoneria a Firenze nel 1733.

Lo scrittore ci vuole dimostrare che il "Conte di Middlesex" trovò già la “congrega” quando arrivò a Firenze. A prova di questo ci fa porre l’attenzione su alcuni articoli di cronaca di giornali che ci confermano l’esistenza di “Frammassoni” quando si esprimono così in un giornale del 18 luglio 1730: “La società dei frammassoni, ultimamente scoperta a Firenze, fa un gran baccano” ed anche che: “Essendo Sua Altezza nel frattempo deceduta (il Granduca), e dovendogli subentrare il Duca di Lorena, fatto Massone in Inghilterra, può darsi che questa persecuzione non si spinga troppo oltre".
E’ abbastanza naturale, vista la storia internazionale della massoneria, che i fondatori delle congregazioni italiane siano personaggi illustri, e anglosassoni; nella elencazione dei primi personaggi appartenenti alla prima congrega, oltre ai due Lord già citati, si erano aggiunti altri inglesi che vivevano a Firenze o in Italia, in quel periodo storico. Alcuni nomi sono: Lord Robert Montagne, Sir Horace Mann ed altri.
Ma non erano da soli.
Uno di loro, uno dei primi frammassoni di Firenze, se non il primo, fu Antonio Cocchi.
Medico e naturalista, filosofo, antiquario e scrittore in una sua opera ci da alcuni riferimenti, oltretutto in lingua inglese, sulla loggia massonica fiorentina; il diario scritto in sette lingue (italiano, inglese, tedesco, francese, latino, greco ed ebraico), fu pubblicato nel 1928 in un libro dal titolo: "Antonio Cocchi, un erudito del Settecento", ci da alcune prime indicazioni.
Altri scritti del Cocchi, in particolare alcune lettere e pagine di diario, ci fanno comprendere la veridicità della sua opera massonica: 4 agosto 1732: - “ed alla sera io fui ammesso tra i Frammassoni e colà mi trattenni per la cena”. Il Maestro in questa occasione era Sewallis Shirley e non Middlesex. Il 30 settembre 1732 veniva scritto: "A tutti i Fratelli dell’Onorabilissima società dei frammassoni, saluti. Per mezzo di questi segni e dei simboli vi è richiesta la presenza a Villa di Settignano per le ore dodici, oppure alle ore tredici a Maniano da dove in processione regolare, forniti di guanti, grembiuli e di tutto il resto vorrete marciare fino a Fiesole dove, dopo aver esaminato secondo le strette regole massoniche gli edifici, i colonnati e le altre nobili vestigia della nostra Arte edificati nell’antichità dai nostri Fratelli, gli antichi romani, voi farete ritorno a Maniano per il rinfresco. Poscia procederete regolarmente alla Villa di Settignano ove si ordina sia tenuta la loggia.
P.S. A tutto coloro i quali saranno giudicati dalla compagnia inabili al cammino sarà procurato un asino". (questa è bellina)
Si nota quindi in primo luogo che la fondazione della massoneria fiorentina non aveva soltanto “Fratelli” inglesi, il Cocchi ne fece parte ben presto, in secondo luogo i Frammassoni potevano liberamente organizzare processioni, manifestazioni, vestiti con i simboli e abiti massonici ed agire indisturbati senza che vi fosse impedimento alcuno, tranne avere una certa attenzione da parte delle autorità inquisitorie del periodo, che però rimasero soltanto “attenzioni”.

Prima del periodo del Cocchi la massoneria fiorentina ed italiana era esclusivo monopolio degli inglesi, successivamente l’inserimento di personalità illustri del tempo, senatori, medici e alte cariche di governo portarono all’affrancamento del potere massonico dalle personalità anglosassoni. Nel 1737 si trovano nelle liste nuovi nomi come P. Neri, G. Gorani, l’Abate Franceschi, Suarez , forse un gesuita, Rinuccini, Tanucci e Rucellai. Successivamente, quando gli italiani rappresentavano ormai la maggioranza, la lingua della loggia fu cambiata dall’inglese all’italiano.
Ecco che allora, come oggi, la massoneria ritrovava nei suoi personaggi più illustri della società i propri adepti. I “Fratelli" proseguirono nel tempo l’attività, esponendosi e segretandosi. Una casualità, forse, quella che la massoneria italiana partì da Firenze, ma i fiorentini sono da molti secoli abituati ad avere primati che in seguito portano alle conseguenze più disparate. Un primato è un primato.

venerdì 9 ottobre 2009

Hekhalot - Lena Liv

Il Centro per l’arte contemporanea Luigi Pecci in collaborazione con il Tel Aviv Museum of Art presenta la prima mostra personale in un museo italiano dell’artista russo/israeliana Lena Liv.



Dall’evocativo e allo stesso tempo enigmatico titolo Hekhalot.
Il termine è tratto dalla cabala ebraica e fa riferimento ai “palazzi divini” in un percorso mistico tra mondo visibile e invisibile.


Un'esposizione ben realizzata ma seriosa, il passato incombe prepotente nei volti dei personaggi delle opere, una retrospettiva di un'immigrazione non troppo clandestina d'inizio secolo scorso.

orario: tutti i giorni, ore 10.00 – 19.00, chiuso il martedì

giovedì 8 ottobre 2009

Pirateria storica e diritti d'autore

Questo post, come si evince dal titolo, riguarda i diritti d'autore, ma come vedremo, anche di usi e costumi italiani che hanno resistito fino ai tempi odierni.

Felice Le Monnier è stato un grande fiorentino (acquisito) che nato in Francia, si avviò al mestiere di tipografo per punizione. Fu affidato dal padre ad un amico di famiglia che dirigeva una stamperia a Parigi. Costretto a diventare tipografo per castigo, Felice Le Monnier scoprì così, quasi per caso, la propria vocazione. In breve tempo si impadronì di tutti i segreti del mestiere e in pochi anni divenne direttore della tipografia.
In seguito si trasferì a Firenze e non ebbe difficoltà a trovare lavoro. Entrò nella tipografia di Passigli e Borghi. Nel 1837 fondò insieme a Borghi la Felice Le Monnier e C.: è l’origine della storica casa editrice Le Monnier, ancora oggi attiva nell’ambito del gruppo editoriale Mondadori.
La nuova impresa per i primi anni lavorò come semplice tipografia, ma Le Monnier, che nel 1840 aveva raggiunto la piena proprietà di tutta l’azienda, coltivava un progetto ambizioso: diventare editore. Fu così che nel 1841 venne pubblicato il primo libro.

Questa breve premessa per introdurre una prefazione all'edizione di un libro, scritta direttamente da Felice Le Monnier, che descrive in poche parole la situazione che si stava verificando nel nostro paese intorno al 1895.

Riporto integralmente la prefazione:

AGLI ONESTI LETTORI
FELICE LE MONNIER

Pubblicando questo volume, del quale si rende ampiamente ragione nel seguente Avvertimento, mi giova profittare dell'opportunità per far cauti i benevoli che mi hanno incoraggiato finora colla loro approvazione, sulle contraffazioni che di un certo numero di volumi della Biblioteca Nazionale vennero in luce da qualche tempo, in Napoli e altrove. La sfrontatezza di alcuni Editori si è spinta fino a stampare lo stesso mio nome, e la mia cifra, non solo nel frontespizio dei volumi falsificati, ma ancora su quello di opere non uscite mai da' miei torchj. Quantunque l’occhio anche il meno esperto non possa rimanere ingannato da siffatte sconce edizioni, dannose non tanto al mio interesse quanto al mio decoro, credo mio debito il protestare contro questa ladra speculazione, che per sé stessa cadrebbe, ove non le porgesse mano una tal classe di Libraj, i quali, se non sono del pari impudenti, si mostrano non men disonesti. È da sperarsi che la esperienza proverà a tutti i Governi d'Italia, primo fondamento della educazione dei popoli essere il rispetto alla Proprietà, né potersi infondere in essi il sentimento dell'onesto, finché non esistano Leggi che puniscano i contraffattori; i quali, appropriandosi impunemente il frutto delle fatiche altrui, riducono la nobile professione di editore a riprovevole mestiere di trafficante. Firenze, 12 ottobre 1895

Son passati 115 anni, i luoghi e la disonestà sono le stesse...


mercoledì 7 ottobre 2009

Le pietre di Palazzo Pitti

E' una divertente situazione per chi ancora non ha avuto l'opportunità di conoscere e di vedere questa curiosità che si trova nella facciata di Palazzo Pitti.
Una specie di gioco da giornaletto enigmistico che si potrebbe chiamare "trova la pietra", ma questa volta non sulla carta, ma dal vivo.
La facciata di Palazzo Pitti è stata costruita, sia nel primo impianto che successivamente nell'ampliamento, inserendo pietre più grandi alla base e più piccole e raffinate ai piani superiori.
Bene, nella parte più grossolana, esiste un punto nella facciata che è dato da due pietre sbozzate , una lunghissima e una cortissima. La leggenda ci racconta che furono poste l'una accanto all’altra probabilmente su indicazione di Luca Pitti, committente del Palazzo, che le fece accostare per potersi identificare simbolicamente nella pietra più grande e indicare i suoi avversari in quella più piccola.
Per chi non vuole cimentarsi nella ricerca spasmodica di queste due pietre, vi dico che sono poste sulla sinistra del portone centrale. Si trovano sul bugnato rustico, quello posto in basso rispetto a tutta la facciata del palazzo a circa due metri da terra.
Le misure sono da verificare, ma pare che la più lunga sia circa una decina di metri e quella più corta una trentina di centimetri.
Oltre che vedere la maestosità di Palazzo Pitti e godere dello spettacolo, è stimolante cercare questa particolarità nel mare di pietre sbozzate della facciata.

martedì 6 ottobre 2009

''A Florentine Tragedy'' di Oscar Wilde

Per la prima volta in Italia, la Syracuse University in Florence, la New York University e il British Institute presentano la Compagnia B-15 Arts & Media Uk in "A Florentine Tragedy".
E' un dramma in un atto in versi sciolti trovato ancora in forma di manoscritto dopo la morte di Oscar Wilde.

Oscar Fingal O'Flaherty Wills Wilde (Dublino, 16 ottobre 1854 – Parigi, 30 novembre1900) è stato uno scrittore, poeta e drammaturgo irlandese. Autore dalla scrittura apparentemente semplice e spontanea, con uno stile talora sferzante e impertinente egli voleva risvegliare l'attenzione dei suoi lettori e invitarli alla riflessione. È noto soprattutto per l'uso ripetuto di aforismi e paradossi, per i quali è tuttora spesso citato.

Nel caso di questa opera, l'autore ci propone tre personaggi: il giovane principe Guido Bardi, il mercante Simone e Bianca, moglie di Simone, che si trovano coinvolti in un gioco fatale, simile a quello del gatto con il topo, che li costringe a riconsiderare le loro superficiali valutazioni sulla bellezza, la forza, il commercio e l’estetica.
L’ambientazione nella Firenze dei Medici e mostra tutte le tensioni socio-politiche del tempo nella quale è ambientata.
Lo spettacolo si terrà a Palazzo Davanzati, in via Porta Rossa 13 a Firenze, domenica prossima 11 ottobre alle ore 16 e alle 18.
Produttore: Joel Kaplan
Regista: Rob Cameron (Regents Park Theatre)
Interpreti: Rob Cameron (Guido Bardi)
Elliot Cowan (Simone)
Devon Black (Bianca)
L'ingresso è libero, tuttavia la prenotazione è obbligatoria e si può effettuare scrivendo a lapietra.reply@nyu.edu o telefonando allo 055.5007210

lunedì 5 ottobre 2009

La Ciaccona

Avete letto bene il titolo, senz’altro e senza ombra di dubbio vi è scritto : ‘La Ciaccona’, non la ‘ciacciona’, nel senso credo solo fiorentino, di indicare chi ficca il naso in cose e affari non suoi.
Neppure ‘ciaccola’, nel senso di chiacchiericcio raccolto chissà dove e da chi.
Dunque Ciaccona. Ma ho scritto la Ciaccona, con ciò intendendo che ce ne sia una sola di Ciaccone. In realtà ce ne sono e anche parecchie : ‘Ciaccona’ è un movimento di danza, un ballo insomma, che si praticava nel XVII° secolo, in tutta Europa, particolarmente in quella parte che, con una definizione moderna, oggi si conosce come Germania. Dunque : Ciaccona e Danza.
Per le necessità delle Corti le musiche venivano scritte dai Konzertmeinster, cioè da quei musicisti di un qualche rilievo che, al soldo del Signore, erano incaricati di provvedere alle musiche che in ogni occasione occorrevano a Corte.
Servizi religiosi, ricevimenti e feste; fidanzamenti e matrimoni; ricorrenze liete e non liete, cerimonie di ogni tipo e così via. Fra le danze più richieste ed eseguite perché in voga, c’era la Giga, la Corrente, l’Allemanda e, per l’appunto, la Ciaccona. Solo più avanti si affermò il Minuetto. Basterebbe vedere di quali parti (movimenti) sono formate le Suite e Partite di J.S.Bach per rendersene conto. Una buona parte sono composte solo da danze. Ad es.: la Partita n° 2 in Re minore, BWV 1004 per violino solo è formata da: Allemanda, Corrente, Sarabanda, Giga, Ciaccona.
La Ciaccona. Si, perché quando si dice ‘La Ciaccona’ si intende questa della Partita n° 2. Non è necessario neppure aggiungere in Re minore e per violino solo : questa è ‘La Ciaccona’!
Non è l’unica, ma la più intrigante e famosa. Sembra una scommessa eseguirla. Negli anni passati l’ho potuta ascoltare dal vivo da tre grandissimi esecutori : Arthur Rubinstein al piano e Andres Segovia alla chitarra, al Teatro della Pergola; da Nathan Milstein al Teatro Comunale.
Si abbassano le luci, gli spettatori finiscono di accomodarsi nelle poltrone, mentre il violinista, con l’archetto abbassato e il violino in mano, aspetta il silenzio assoluto mentre si concentra ancora un attimo. Ottenuto il silenzio, imbraccia il violino, alza l’archetto e ‘cede’ il primo accordo al pubblico che trattiene il respiro preso dall’emozione, che cresce con lo svilupparsi della trama musicale, complessa e magicamente affascinante. Chi la conosce la segue godendola mentalmente; chi l’ascolta per la prima volta resta comunque rapito come capitò al sottoscritto, ascoltandola alla radio da Arturo Benedetti Michelangeli nella trascrizione per pianoforte di F. Busoni.
Adesso ho la fortuna di possederne diverse incisioni, dal vivo e da studio : da Segovia, da Rubinstein, da A.B. Michelangeli, da S. Piovesan in una preziosa incisione eseguita con il Guarnieri del Gesù di Genova.
Il suggerimento mi pare ovvio : ascoltatela con l’orecchio del cuore. Cercate di carpirne il messaggio segreto. Lasciatevi rapire da questa musica magnifica.
Francoeffe


domenica 4 ottobre 2009

Moriva oggi il Calendario Giuliano

Non è propriamente una curiosità fiorentina nel senso stretto della parola, ma una data importantissima per la vita dell'umanità e mi è sembrato interessante portarla nuovamente alla ribalta.
Oggi veniva introdotto il calendario gregoriano. Nel 1582 il Papa Gregorio XIII decise di riformare il calendario giuliano, istituito da Giulio Cesare nel 46 a.C., Questo conteneva un errore dovuto alla imprecisa conoscenza della lunghezza dell'anno astronomico. Con il passare del tempo si era verificata una differenza di 10 giorni tra anno solare e anno civile. Gregorio XIII stabilì la soppressione dei giorni in eccesso facendo seguire al 4 ottobre 1582 (giovedì) il 15 ottobre 1582 (venerdì), riportando così la data dell'equinozio di primavera al 21 marzo. Per evitare nuove discordanze, fu deciso di non considerare bisestili gli anni divisibili per 100, tranne quelli divisibili per 400.

venerdì 2 ottobre 2009

Leonardo da Vinci e la Macchina per il Volo

Nel 1506, sul colle fiesolano di Monte Ceceri, Leonardo da Vinci collaudò una delle sue invenzioni più geniali: la Macchina per il Volo.
Tutti i precedenti tentativi di volo umano, che si sappia, erano falliti. Ma Leonardo, dopo anni di sperimentazioni, credeva fortemente nella sua invenzione, ed era convinto di "empire l'universo di stupore" volando sui cieli di Firenze.
Secondo la leggenda, fu Tommaso Masini da Peretola, detto Zoroastro, a collaudare la macchina. Si dice che l'"Uccello" riuscì a planare per oltre mille metri, atterrando bruscamente tra Fiesole e Firenze.
La Macchina del Volo è l'invenzione leonardesca per eccellenza: fondata su una ricerca di analogie tra uomo, animali, aria ed acqua, è una sintesi ideale tra tecnologia e filosofia.
Uscirà prossimamente in tutte le edicole e librerie il DVD su questa particolare invenzione.
Trovate maggiori dettagli sul seguente link:
http://www.mediaframe.it/catalogo_leonardoilvolo.htm

giovedì 1 ottobre 2009

Il "Libraio Fiorentino"

Bernardo di Cenni. Colui che per primo a Firenze applicò l'invenzione della stampa.
Sua la tipografia che nel 1471 iniziò le prime operazioni di stampa in Firenze ed una delle prime in Italia.
Sulla stessa scia nel 1476 anche il convento domenicano di S.Jacopo a Ripoli in Via della Scala.
Iniziò così anche il mestiere di stampatore e quello di libraio.
Una delle prime case tipografiche ed editoriali forono i Giunti, famiglia che ancora oggi guida una casa editrice profiqua e famosa, ed ebbero le loro prime stamperie nei pressi della Badia Fiorentina.
I librai facevano parte dell'Arte dei Medici e degli Speziali sotto il controllo dello Studio Fiorentino che prevedeva lavoratori chiamati "scriptores, correptores, miniatores e ligatores librorum".
Un certo Vespasiano da Bisticci con 40 addetti fornì più di duecento volumi a Cosimo de' Medici che andò a costituire il blocco portante delle biblioteche Medicee.

martedì 29 settembre 2009

Nasce oggi "Il Caravaggio"

Nasce oggi Michelangelo Merisi, detto "Il Caravaggio".
È il 29 settembre 1571 e siamo nell'intransigente Occidente della Controriforma. Di lì a qualche giorno si consumerà la terribile Battaglia di Lepanto nella quale la Lega Santa, voluta da Paolo V, otterrà una schiacciante vittoria contro la flotta ottomana di Mehmet Alì Pascià. L'epidemia di peste che scoppia nella sua città natale quando ha appena sei anni, costringe il piccolo Michelangelo e la sua famiglia a trasferirsi nella proprietà del marchese di Caravaggio, vicino a Bergamo, dove il padre lavora come capomastro.
Il bambino, salvatosi dal co ntagio, viene convinto dalla madre a svolgere un periodo di apprendistato nella bottega di Simone Peterzano per imparare l'arte di dipingere. Il suo carattere e il poco denaro che l'accompagna non lo aiutano, quando - morta la madre -, diciannovenne, parte alla volta di Roma. Arrivato nella città, passa da un luogo all'altro, case, locande e osterie con annessi bordelli, senza trovare un alloggio fisso e tanto meno una bottega dove lavorare. Finalmente, le cose migliorano quando viene accolto nella casa del Cardinale Francesco Maria Del Monte. Sono gli anni più fecondi del suo periodo romano in cui, tra gli altri, crea capolavori come Bacco, Medusa, la Vocazione di San Matteo, Narciso, la Conversione di San Paolo.
Ma la vita del già allora celeberrimo pictore ormai è un susseguirsi di piccoli e più importanti arresti, di fughe in altre città, fino a quella verso Malta provocata dal bando capitale comminatogli dal papa per aver ucciso Ranuccio Tommasoni in una rissa.
A Malta, dopo averlo ordinato Cavaliere, mettono Caravaggio ancora una volta in carcere perché vengono informati che si tratta di un omicida. Fugge di nuovo. Il papa gli concede la grazia e, desideroso di tornare a Roma, affronta il viaggio su una feluca dalla quale sbarca a Porto Ercole delirante di febbre. Finirà la sua vita su quella spiaggia: non ha ancora trentanove anni il 18 luglio del 1610.

lunedì 28 settembre 2009

Il Pianoforte

Non mi capita più spesso, come anni indietro, di passare da via de’ Ginori.
Gli splendidi palazzi del lato sinistro lo meriterebbero almeno una volta al mese. Questi palazzi oltretutto evocano vicende che sono parte della storia fiorentina con famiglie, artisti e personaggi pubblici. Il più imponente ed elegante è senz’altro quello della famiglia che da il nome alla strada : palazzo Ginori attribuito a Baccio d’Agnolo. Slanciato, si chiude con l’elegante loggiato sotto il tetto.
I Ginori pare si siano inurbati a Firenze da Calenzano alla fine del ‘200 e fino dal ‘300 hanno preso parte attiva alla vita cittadina, fornendo al Governo della Repubblica 5 Gonfalonieri di Giustizia e 26 Priori. Alla fine del ‘400 la famiglia era divisa in più rami, ad oggi ne restano ancora due : i Ginori Lisci ed i Ginori Conti.
A poca distanza da questo c’è un secondo palazzo Ginori anch’esso attribuito a Baccio d’Agnolo.
Nel ’700 a Doccia, nei pressi di Sesto, i Ginori fondarono quella che ancor oggi è una splendida fabbrica di porcellane nota in tutto il mondo. Avere nel corredo un ‘servito’ di piatti ‘Ginori’ era, ed è tutt’oggi, motivo di grande orgoglio. Altro imponente edificio è palazzo Neroni, quello della potente famiglia che ebbe anch’essa 28 Priori e 8 Gonfalonieri di Giustizia.
Il rapporto di amicizia con Cosimo il Vecchio fece cadere la famiglia in disgrazia e fu esiliata da Firenze quando aderì al partito dei Pitti. Adiacente a questi il palazzo Montauto, che espone due bellissime finestre inginocchiate il cui disegno pare sia da attribuire all’Ammannati. Non si può non accennare all’elegante palazzo Tolomei, già Del Chiaro. Per completare le emergenze di via de’ Ginori, conviene rammentare che il lato destro di questa strada inizia con un muro di cinta merlato, che racchiude il giardino e il retro di palazzo Medici-Riccardi . Da questa parte della strada si accede alla straordinaria Biblioteca Riccardiana, ed ai suoi rari e preziosi volumi e incunaboli. In evidenza anche il grande stemma dei Riccardi, succeduti ai Medici nella proprietà del palazzo disegnato da Michelozzo : una Chiave.
Non ci passo più spesso da questa strada. A volte, anni indietro, ai passanti capitava di ascoltare, proveniente dalla finestra di uno di questi palazzi, il suono di un pianoforte con splendide note. La tastiera era toccata dal M° Michele Campanella. A volte mi fermavo sotto casa, rapito e grato.
Francoeffe

martedì 22 settembre 2009

La Pieve di Montemignaio

Girando in Toscana, dove vai vai, c’è sempre da scoprire qualcosa e da riempirsi gli occhi!
In particolar modo se capiti nel Casentino, questa splendida vallata operosa, verde, piena di spiritualità, stante le emergenze che vi si incontrano.
Arrivando dalla parte di Firenze le prime che si incontrano sono il Castello e la Pieve di Romena. Ma l’avete mai visitata? Ha, ecco! Credevo di no! Scendendo il passo si incontra un bivio che conduce a Montemignaio. Di questo parlerò dopo perché prima volevo suggerire altro. Al bivio giusto, andate a Stia. Oltre a buona cucina vi si trovano opere d’arte in abbondanza e una piazza dalla quale bisogna che ci strappino per venir via. Se rientrando farete la strada che passa da Londa, fermatevi al Santuario di S. Maria delle Grazie, dove vi troverete sommersi da opere delle botteghe dei Della Robbia e del Ghirlandaio.
Non parlo di Poppi che col suo dito che si vede da lontanissimo, attrae il visitatore che si perde, prima sotto i portici, poi a San Fedele – una delle emergenze colme di opere d’arte- ed infine al castello di Conti Guidi, con la sua cappella affrescata da Taddeo Gaddi, il suo scalone elicoidale, la Biblioteca Rilliana. Senza contare il panorama che si gode dai suoi spalti.
La Verna e l’Eremo di Camaldoli, da soli, anche senza tener conto delle opere che vi si trovano (ad es. le robbiane a La Verna) , fanno fare il pieno della spiritualità che spesso manca.
Se si aggiunge anche la Pieve di Socana : piana e distensiva, la misura sarebbe colma. I resti del Castelli dei Guidi sono disseminati ovunque. I vecchi borghi, la maggior parte dei quali murati o con resti di mura, la fanno da padrone. E Montemignaio, donde sono partito? Eccolo : vale la pena di visitarlo perché c’è la romanica Pieve di S. Maria Assunta, una delle 7 fondate da Matilde di Canossa, quindi del primo secolo del secondo millennio. Le cose più belle sono le colonne : quadrate, rotonde, lunghe e corte con splendidi capitelli scolpiti e con, in alcune, resti di affreschi del /XIII°/XIV° sec. Visitatela, poi ne parliamo.
Francoeffe

lunedì 21 settembre 2009

Nasce oggi Girolamo Savonarola

Il 21 settembre 1452 nasce a Ferrara Girolamo Savonarola, frate domenicano e di fatto reggente della Repubblica di Firenze dal 1494 al 1498.
Dopo gli studi umanistici e di medicina, a 23 anni entra nell'ordine dei frati predicatori fondato da s. Domenico di Guzman e perciò detti 'Domenicani'. Dopo tre anni di studio e preparazione, viene ordinato sacerdote nel 1478, sviluppando ben presto una vocazione alla predicazione.
Nel 1483 a 31 anni fa la sua prima esperienza di predicatore a Firenze ed a San Gimignano, presagendo imminenti castighi per la Chiesa, che doveva essere rinnovata e presto. I toni apocalittici della sua predicazione gli valgono l'allontanamento da Firenze ad opera di Lorenzo de' Medici.
Tornato in città dopo pochi anni, diventa priore del convento di S. Marco e riprende la sua appassionata predicazione, che ha un notevole consenso, visto il mutato clima spirituale e politico.
Dopo la morte di Lorenzo (1492) e la cacciata dei Medici da Firenze nel 1494 Girolamo Savonarola diventa arbitro assoluto di Firenze, anima ed ispiratore del governo repubblicano, esercitando una forte sorveglianza sui costumi dei Fiorentini.
Amato dal popolo, aveva tuttavia molti nemici, all'interno dello stesso Ordine Domenicano e tra i potenti italiani, tra cui lo stesso papa Alessandro VI, che presto ebbero la meglio.
Condannato a morte come eretico, fu impiccato e bruciato in Piazza della Signoria, il 23 maggio 1498.

venerdì 18 settembre 2009

Florence is the next Florence

L'Assessore alla cultura e alla contemporaneità del Comune di Firenze, così come aveva preannunciato durante il BarCamp di Palazzo Vecchio, ha presentato il Piano Strategico per la cultura di Firenze.
Un documento di 16 pagine che descrive una strategia per il contemporaneo a Firenze citando molti esempi e rimandando a progetti esistenti di città straniere ed a attività consolidate.
Dice Da Empoli nelle sue conclusioni: "chi si aspettava da questo documento una enunciazione sistematica per temi o per capitoli di bilancio sarà forse rimasto deluso"
Partiamo da queste intenzioni e verifichiamo sul campo i buoni propositi, penso sia meglio osare che restare immobili ad aspettare.

I paragrafi del documento:
01 Il Paradosso Fiorentino
02 Una strategia post Bilbao
03 Partire da quello che c'è
04 Le iniziative strategiche
05 I Catalizzatori
06 Conclusioni (provvisorie)
questi i paragrafi del documento che potete scaricare a questo indirizzo:
http://barcamp.org/f/FLORENCE+IS+THE+NEXT+FLORENCE.pdf


giovedì 17 settembre 2009

Le feroci critiche fiorentine

La “critica fiorentina” su ogni qualsivoglia argomento ha ormai raggiunto una frequenza quotidiana. Ogni novità che riguarda lo sviluppo cittadino, le opere pubbliche, le scelte politiche ha una risonanza “critica” che raggiunge, a volte, livelli "feroci".
Questo tipo di atteggiamento proviene da lontano, i fiorentini contemporanei hanno ereditato dai propri avi simil comportamento, sempre critico e poco costruttivo, per il “gusto” di criticare.
Un esempio plateale riguarda l'edificazione del Palazzo Bartolini Salimbeni di Piazza Santa Trinita a Firenze. Fu edificato da Baccio d'Agnolo tra il 27 febbraio 1520 ed il maggio 1523.
La famiglia, per la costruzione della propria dimora, predispose un registro dei lavori dove vennero annotate tutte le spese, dettagliando anche il compenso per l'Architetto che progetto questo innovativo palazzo; il "Libro della muraglia".
Un palazzo costruito con nuovi criteri, che divenne importante per lo sviluppo dell'architettura residenziale fiorentina, fu inaugurato un nuovo stile di presentare le facciate, fu uno stile rinascimentale alla romana, una novità per l'architettura rinascimentale della città, essendo ispirato a forme classiche.
Anche il Vasari ci spiega la nuova architettura: fu il primo edifizio, quel palazzo, che fusse fatto con ornamento di finestre quadre con frontespizi e con porta, le cui colonne reggessimo architrave, fregio e cornice”.
Da questa "innovazione" architettonica partirono le polemiche, fu aspramente criticato, ancora Vasari ci descrive le critiche: "furono queste cose tanto biasimate dai fiorentini con parole, con sonetti, con appiccicarvi filze di frasche, come si fa alle chiese per le feste, dicendosi che aveva più forma di tempio che di palazzo, che Baccio fu per uscirne di cervello; tuttavia sapendo che aveva imitato il buono e che l’opera stava bene, se ne passò”.
E' per questo motivo che sopra la porta d'ingresso del Palazzo Bartolini Salimbeni, il Baccio posizionò una scritta a futura memoria di ciò che dovette subire prima del successo: "Carpere promptius quam imitari" (criticare è più facile che imitare).
Lo stile venne successivamente riprodotto e segnò il passaggio al manierismo.
Sul Palazzo ancora un'altra curiosità di Firenze, Baccio D'Agnolo fece incidere sulle finestre un motto: "Per non dormire". Un'ipotesi che giustifica la scritta riguarda il modo di condurre gli affari. I Bartolini Salimbeni al tempo erano una delle potenze dell'economia cittadina e spesso gli appuntamenti d'affari potevano farsi anche di notte; l'altra ipotesi riguarda del sonnifero fatto assumere dai rivali compratori di merce in modo da essere i primi all'asta delle mercanzie al mattino presto;,questa versione potrebbe essere supportata dal fregio scolpito sullo stemma dei Bartolini-Salimbeni, Tre Papaveri, chissà se già da allora venissero usati in "alchimia" per produrre una certa sostanza? Quest’ultima un’ipotesi un po’ azzardata!

martedì 15 settembre 2009

Girolamo Segato, il “pietrificatore”

Quando mi sono avvicinato a questo personaggio, prima vedendo una trasmissione televisiva, poi leggendo su di lui articoli, testi e recensioni, ho avuto la sensazione che parlare di Girolamo Segato in poche battute sarebbe stato riduttivo, ma questo è il compito che mi sono dato.
E’ un personaggio avvolto dal mistero, le sue scoperte e le sue operazioni scientifiche sui cadaveri umani danno opportunità alla mente umana di elaborare fantasie occulte. Ma non è così.
Girolamo Segato (San Gottardo, 13 giugno 1792 – Firenze, 3 febbraio 1836) visse a cavallo dell'illuminismo del settecento, fu un appassionato di Egittologia, del popolo egiziano di tutti i tempi e della mummificazione dei cadaveri.
Il macabro rito della mummificazione, in questo caso, alimenta il mistero e il Segato spesso insiste a stuzzicare la curiosità e a produrre “mummie” o sezioni mummificate, per scopi scientifici. La tecnica usata dallo scienziato, viene attualmente chiamata di “pietrificazione”, i cadaveri che mummifica assumono un aspetto ed una consistenza molto dura con un’impressionante conservazione delle caratteristiche originali dei tessuti.
Il mistero scientifico sta proprio in questo, Girolamo Segato non rivela, nel corso della propria vita, i processi completi della sua versione della mummificazione, si porta nell’aldilà i segreti del proprio mestiere.
E’ qui che prendono consistenza tutte le curiosità scientifiche e non, di come questo processo possa avvenite, di come Segato poteva raggiungere questi risultati, di come non volesse rivelare i procedimenti della “pietrificazione” e di come fu successivamente privato del titolo di scienziato per questi suoi segretissimi procedimenti non pubblicati.
Molte mummie e reperti trattati con la tecnica di pietrificazione del Segato sono conservati al Museo Anatomico Fiorentino.
Girolamo Segato è stato un cartografo, naturalista ed egittologo. Partecipò a spedizioni archeologiche in Egitto e successivamente si stabilì a Firenze dove proseguì gli studi sulla mummificazione.
Uno dei suoi esperimenti, quello che mi ha veramente incuriosito e dato da pensare è quello effettuato sull’apparato circolatorio umano. Uno scheletro ricoperto da vasi sanguigni, venosi ed arteriosi mineralizzati, che ad un primo impatto potrebbero far pensare ad una progressiva mineralizzazione del sangue in circolo all’interno del corpo umano. Questo però porterebbe ad una macabra conclusione, che la mineralizzazione e l’indurimento dei vasi avvenisse in un individuo vivo, questo pone molte domande ed alimenta forti dubbi sul lavoro di Segato. Ad esclusione di altre ipotesi, pare che questa opera sia in realtà artificiale. Muore a Firenze a 44 anni, ed è sepolto nella Basilica di Santa Croce. Sulla lapide è scritto: “Qui giace disfatto Girolamo Segato, che vedrebbesi intero pietrificato, se l'arte sua non periva con lui. Fu gloria insolita dell'umana sapienza, esempio d'infelicità non insolito”.
Nel 2006 una mostra “Il segreto dei corpi: i reperti di Girolamo Segato” conservati nel dipartimento di Anatomia, Istologia e Medicina Legale dell’Università di Firenze gli hanno reso la giusta fama.
Potete trovare alcune foto delle “mummie” di Segato in questo sito dell’università di Firenze www.unifi.it/unifi/anatistol/anatomia/segato/
Le foto non sono per persone molto sensibili.

domenica 13 settembre 2009

Oggi muore Dante Alighieri...

La notte tra il 13 ed il 14 settembre 1321 muore a Ravenna Dante Alighieri, uno dei padri della letteratura italiana. Non si conosce la data esatta di nascita, collocata intorno alla primavera del 1265. La sua famiglia era legata alla corrente dei Guelfi senza un impegno attivo. Una carriera politica di rilievo fu intrapresa, invece, da Dante che però, nonostante l'appartenenza alla corrente guelfa, era avverso al papa Bonifacio VIII. Quando i Guelfi, sconfitti e cacciati da Firenze i Ghibellini con la battaglia di Campaldino si divisero in due schieramenti diversi, per Dante, allora Priore nel Consiglio dei Dodici, si delineò - a suo stesso dir e - l'inizio della sua rovina. La rivalità tra Guelfi Neri e Bianchi, portò il Consiglio a prendere una decisione per ottenere una tregua in una Firenze lacerata dalle continue battaglie tra le due fazioni. I capi Corso Donati e Vieri De' Cerchi, rispettivamente alla guida dei Neri e dei Bianchi, vennero esiliati. Dante votò a favore del provvedimento. Prima che questo fosse messo in atto intervenne Carlo Di Valois per aiutare il Papa e mise a ferro e fuoco la città iniziando una persecuzione contro tutti coloro che dimostravano ostilità nei confronti di Bonifacio VIII. Fu colpito anche Dante che, tra l'altro, da Bonifacio VIII stesso era stato ingiustamente trattenuto a Roma quando la Repubblica lo aveva inviato come ambasciatore di pace. Non rivide più la sua città.

giovedì 10 settembre 2009

Assegnato il premio Torrino d'Oro 2009

I premiati: Margherita Hack, Cristina Acidini Luchinat, Athina Cenci, Alessandro Benvenuti, Sebastian Frey, Giampiero Maracchi, Stefano Bemer, Piero Pelù, Fondazione FILE
La tradizionale Cena di San Frediano, meglio nota come evento del “Torrino d’Oro” che da alcuni anni si tiene a Firenze, in Piazza del Cestello, nel cuore del quartiere storico di San Frediano, si presenta nell’edizione 2009 in veste di solidarietà.
L’importante evento si svolge quest'anno il 10 settembre, organizzato dal Comitato Festeggiamenti di San Frediano a Cena, sarà, per volontà di quest’ultimo, dedicato alla Fondazione Italiana di Leniterapia.
FILE è una Fondazione privata senza scopi di lucro nata nel 2002 a Firenze allorché un gruppo di persone condivisero una idea, poi divenuta realtà: dare alla città di Firenze e alla sua provincia un servizio socio-sanitario altamente qualificato e gratuito. Per questo motivo organizza e partecipa ad eventi di natura culturale e sportiva, o più semplicemente “mondana”, finalizzati alla raccolta fondi.
I Torrini d’Oro sono riconoscimenti conferiti ad illustri personaggi fiorentini che, con il loro impegno professionale, hanno contribuito a diffondere la “fiorentinità” in Italia e nel mondo. Da questa edizione il premio è concesso anche ad enti ed istituzioni che con il loro lavoro e la loro professionalità, espressa nei diversi ambiti assistenziali, hanno offerto un servizio alla città di Firenze.
Gli altri Torrini saranno conferiti alla astrofisica Margherita Hack, che ritira il premio della precedente edizione, alla direttrice del Polo Museale Fiorentino Cristina Acidini Luchinat , agli attori Athina Cenci e Alessandro Benvenuti, i due terzi dei giancattivi, al portiere della fiorentina Sebastian Frey, al meteorologo Giampiero Maracchi, al “maestro delle scarpe” l’artigiano Stefano Bemer ed infine al grande cantautore fiorentino Piero Pelù.
Si prevede la partecipazione di circa 1600 persone sedute a tavola per una cena con servizio catering gestito da Villa Viviani, una serata in allegria con uno spettacolo, presentato da Carlo Conti e Stefano Baragli al quale è stata affidata anche la direzione artistica. E se del celebre presentatore fiorentino Carlo Conti non occorre dire niente, di altrettanta qualità e professionalità è la presenza di Stefano Baragli, brillantissimo presentatore, anch'egli fiorentino da sempre, con un vasto curriculum, anche televisivo, di serate condotte all'insegna del divertimento, della cultura e della solidarietà.
Gli artisti presenti in serata hanno rinunciato tutti al proprio compenso professionale, visto lo spirito filantropico dell'evento “Torrino d'Oro 2009”.
Insomma, una serata fiorentina a cui non si può mancare!

mercoledì 9 settembre 2009

L’Eretico Savonarola

Molto è stato studiato e detto, sul personaggio di Savonarola, e tutti sono ormai a conoscenza che fu condannato per eresia e bruciato in Piazza della Signoria a Firenze dopo essere stato impiccato con altri due suoi fedelissimi frati.
Ma i dubbi e i misteri su questo “potentissimo” personaggio rimangono e ancora non si riesce a spiegare compiutamente come un "fraticello" potesse essere arrivato all’apice della politica, ad essere il protagonista delle conversazioni italiane.
Molte erano le voci che circolavano sul conto del frate, pare fosse un amico intimo di vari regnanti, con il grandissimo potere di influenzare la vita politica fiorentina senza apparire ufficialmente in vere e proprie cariche pubbliche, un grande oppositore del Papa Alessandro VI, che pur essendo cattolico e della stessa parte religiosa, opponeva segretamente resistenze fortissime alla politica papale.
Fu fondatore e capo di un grande partito politico segreto, di questo non esistono veri e propri documenti che ne certifichino l’esistenza, ma il risultato politico delle sue azioni è stato talmente evidente che non sarebbe stato possibile senza un’organizzazione alle spalle, perfettamente guidata.
Grandissimo oratore, riusciva a mettere “zizzagna” tra i popoli e tra le persone, tra moglie e marito, tra famiglia e famiglia. Era riuscito a strappare il potere ai nobili per cederlo nelle mani del popolo che lui stesso controllava con i suoi sermoni e pubbliche riunioni; si è stimato che oltre ai fiorentini, ai sermoni partecipassero anche numerosissime persone di città esterne a Firenze ed anche di altri stati fino a raggiungere anche 15-18.000 persone.
Arrivista, ambizioso, furbo, superbo, avaro, concentratore del potere e centralista, (aveva addirittura estromesso la propria famiglia dalla propria vita), era riuscito a ridurre ad un gregge di pecore i cittadini di Firenze che tutti consideravano popolo astuto.
Profeta di antiche profezie, nell’altro fronte aveva il merito di essere anche un uomo benedetto, considerato quasi un santo e un grandissimo intellettuale.
Possiamo comunque già definirlo, sulla base delle conoscenze attuali, un eretico e uno scismatico. Alcune altre fonti citano caratteristiche personali e caratteriali del Savonarola come l’essere ermafrodito, anche considerato omosessuale, ci sono svariati esempi della pratica omosessuale nel rinascimento fiorentino, portatore di malattie veneree come la sifilide.
Ma un personaggio così famoso e così infamato nel corso del suo ultimo periodo di potere a Firenze, come poteva controllare così compiutamente un popolo?
Quale era la sua reale missione, fino a che punto la sua influenza raggiungeva gli obiettivi?
Era o non era una persona onesta e sincera, lavorava e si comportava in buona o in mala fede?
Molte sono le domande che ancora oggi pongono dubbi ed incertezze sul disegno politico e religioso del Savonarola.
Le ceneri del frate e dei suoi collaboratori furono raccolte fino all’ultimo granello e assicurate con scorta e protezione alle acque dell’Arno, per evitare di lasciare tracce che potessero diventare reliquie da adorare.
Firenze e l’Italia non potevano permettersi di avere credenze che, se avessero promulgato miracoli, si sarebbero materializzate in richieste di santità o di martirio per un personaggio, il Savonarola, che definirlo “moralmente discutibile” è ancora un complimento.

martedì 8 settembre 2009

La Regione Toscana apre i suoi Palazzi Storici

Da martedì 8 settembre per una settimana possibili le prenotazioni. Tre “luoghi insoliti” visitabili a Firenze con l'aiuto di Fai e Amf.
Da martedì 8 settembre e fino al successivo martedì 15 sarà possibile prenotare visite a tre “luoghi insoliti” di Firenze, di proprietà della Regione Toscana, che saranno straordinariamente aperti (dalle 9 alle 13) domenica 20 settembre su iniziativa della Regione e sotto la guida del Fai (Fondo ambientale italiano) e dell'associazione Amici dei musei fiorentini (Amf).
I “luoghi insoliti” sono il Palazzo Sacrati Strozzi, in piazza Duomo, costruito agli esordi del XVII secolo sulle case medievali della Famiglia Bischeri, oggi sede della presidenza della Regione Toscana; la casa Rodolfo Siviero, in Lungarno Serristori, dov'è collocato l'omonimo museo con opere appartenute allo “007 dell'arte”; il Museo di storia della sanità toscana, in Borgognissanti, dov'è organizzato un singolare percorso con arredi, suppellettili, quadri, ferri chirurgici.
Le prenotazioni si accettano per telefono
(055 4385616)
o per posta elettronica (luoghi.insoliti@regione.toscana.it)
con maggiori dettagli dedicati ai tre luoghi su
www.regione.toscana.it/luoghinsoliti
Le stesse visite saranno poi ripetute in due domeniche autunnali: il 18 ottobre e il 15 novembre con analoghe modalità di prenotazione.

domenica 6 settembre 2009

La Rificolona...che spettacolo!!!

Il 7 settembre Firenze festeggia una sua tradizionale ricorrenza, la Rificolona.
E' una festa, dedicata soprattutto ai bambini, che si svolge alla sera. Per la liturgia cattolica è la vigilia della natività della Madonna ed è una tradizione popolare ancora molto sentita e partecipata, di antico folklore la manifestazione si svolge principalmente in Piazza Ss. Annunziata.

"Ona, ona, ona, ma che bella rificolona..
la mia l'eh co' fiocchi, la tua l'eh co' pidocchi!!..."

Queste si che sono le canzonette storiche di Firenze! E' una delle prime canzoncine che il "vero fiorentino" insegna alla sua prole.

L'origine di questo avvenimento e di queste "lanterne" così luminose e colorate, pare provenga da un non troppo recente passato, quando i contadini ed i montanari delle montagne e delle vallate intorno a Firenze venivano in città per la fiera dell'8 settembre.
Casentinesi, mugellani, garfagnani, pistoiesi arrivavano a Firenze a piedi e illuminando i sentieri e le strade con queste lampade o torce ricoperte da strutture per riparare la fiamma dal vento.
Il 7 in SS Annunziata, l'8 a lavorare vendendo i propri prodotti alla fiera.
I fiorentini fecero propria questo tipico sistema di illuminazione, e costruivano vere e proprie opere d'arte di carta o cartapesta e attaccandole alle finestre o in cima ad un'asta hanno così creato una ricorrenza di grande impatto e suggestivi colori, all'interno di inserisce una candela che, una volta accesa, illumina l'opera d'arte. I bambini la costruiscono nei giorni antecedenti a casa o a scuola, per poi utilizzarla in occasione della sfilata che si svolge per le strade della città.
Si trovano rificolone anche prodotte industrialmente.
Ancora oggi, in varie parte della città si può ancora ammirare questa tradizionale sfilata, e ragazzini di ogni ceto sociale che portano la loro rificolona, altri ragazzini che con cerbottane e stucco, mirano e distruggono le rificolone con una mira infallibile.
Si ricorda che negli anni Cinquanta ci fu una sfilata delle rificolone di tipo fluviale, si svolse sull'Arno nel tratto fra Bellariva e la pescaia di San Niccolò. Strutture di carta colorata posizionate sulle barche dei renaioli, tutte illuminate che scorrevano sull'acqua.
Non c'ero, deve essere stata una bella sensazione. La riproponiamo?

Ho appena letto: "L’8 settembre la società canottieri (lungarno Luisa De’ medici) organizza alle 21 la sfilata delle rificolone sull’Arno su classici barchetti dei renaioli e alle 22 ci sarà la premiazione delle rificolone più belle".
Occasione da non perdere!

sabato 5 settembre 2009

La "Gorga Nera" e la "Selva Oscura"

Il recupero dell'area umida della "Gorga Nera" è un vero e proprio recupero ambientale e da molti punti di vista anche storico-culturale, si individua in questo luogo uno dei posti visitati da Dante, dal quele ha tratto ispirazione per la Divina Commedia.
L’area umida si trova in comune di San Godenzo, lungo il sentiero che dalla Fonte del Borbotto sale verso il monte Falterona, l’intervento è servito per favorire la conservazione e la protezione della "Rana Temporaria" detta anche Rana montana (Rana temporaria) è un anfibio anuro della famiglia Ranidae, molto comune in Europa.
Il recupero non è stato solo ambientale, ma anche culturale e storico, l’area della Gorga Nera è di grande valore ed importanza per le comunità di San Godenzo e Castagno D’Andrea. Intorno a questo luogo infatti si intrecciano storia e leggenda, un antro collegava bocca d’Arno, la sorgente dove nasce il più grande fiume toscano, alla Gorga Nera, questo sarebbe poi sparito a causa di un rovinoso terremoto.
E' qui che nasce il collegamento con Dante e la Divina Commedia, pare che visitando quest’antro Dante Alighieri ne abbia immaginato “La selva oscura”. Ma le storie e le leggende sulla Gorga Nera sono assai numerose, i vecchi abitanti lo consideravano un luogo magico, qui sono anche stati ritrovati reperti medievali che fanno pensare vi sorgesse una grande segheria che ha fornito il legno per la realizzazione per tutte le più importanti opere realizzate a Firenze.

venerdì 4 settembre 2009

Greg Wyatt: Two Rivers a Firenze

Fronte Sala d'Arme di Palazzo Vecchio a Firenze l'opera in bronzo di Greg Wyatt: Two Rivers resterà esposta in Piazza della Signoria dal 5 settembre al 24 ottobre, successivamente verrà spostata, e li resterà permanentemente, in Piazza Poggi, insieme alle già presenti opere di giovani artisti fiorentini e newyorchesi.
E' un bronzo di 4,70 metri di altezza che sarà donata dall'artista alla città di Firenze.
Altre sculture della mostra di Greg Wyatt saranno visitabili nella Sala d'Arme.
Two Rivers è un'opera ispirata dai due fiumi, Arno e Hudson, molto vicini all'artista.
Mi è rimasta molto impressa una frase dell'artista ad un'intervista rilasciata ad un quotidiano fiorentino, dice riguardo alla contemporaneità di Firenze: «Vedo la contemporaneità attraverso la lente del classico. Ma quello che voi chiamate classico è il simbolo dell’innovazione, della creatività. Quindi, in un certo senso, Firenze è contemporanea perché è ancora in grado di insegnare».
Non pare dello stesso avviso l'attuale Assessore alla Cultura, Da Empoli, sembra che dopo l'esposizione la statua potrebbe essere venduta su e-Bay.

giovedì 3 settembre 2009

La Fortezza da Basso, fortezza sotterranea

Alessandro de' Medici, Duca di Firenze, incaricò due artisti ed architetti, Pier Francesco da Viterbo e Antonio da Sangallo di progettare e realizzare una fortezza, dopo l’esperienza dell’assedio posto a Firenze tra il 1529 ed il 1530.
La Fortezza da Basso, che in origine venne chiamata Castello Alessandria, vide posta la prima pietra nel maggio del 1533 ed ultimata anche nelle strutture interne nel 1537. Fu un’opera importante, nella quale furono investiti uomini e mezzi finanziari di notevole entità, dal rientro in città dopo l’assedio, la famiglia Medici doveva dimostrare la superiore potenza alla popolazione e intimidire i rivoltosi. Un segnale di questa posizione fu dato nel lato rivolto verso la città, dove Antonio da Sangallo progettò e realizzò il Mastio, un bastione di notevole imponenza e di aspetto monumentale. Anche durante il periodo Lorenese la fortezza ebbe una funzione militare, fu inoltre dotata di altre strutture interne.
Nel periodo di Firenze Capitale, le mura cittadine che si congiungevano alla Fortezza da Basso furono abbattute per dare spazio ai viali di circonvallazione, la Fortezza rimase integra e fu interrata in molte sue parti, tanto da coprire alcuni accessi ed i grandi portoni, fatti riemergere recentemente.

Era militarmente una fortificazione a forma di pentagono irregolare, alcune delle mura incontrarono le mura esistenti e nella parte del lato più lungo inglobò l’esistente Porta Faenza. Quasi tutta l’infrastruttura fu costruita con mattoni, considerati materiale migliore per assorbire eventuali colpi di artiglieria, mentre il Mastio, quello progettato verso l’interno della città da Antonio da Sangallo, fu costruito con pietre di notevoli dimensioni e scalpellinate in modo da dare un motivo decorativo di allusione medicee a forma di diamante, moda del tempo.
Non esiste una Fortezza senza misteri, senza passaggi segreti, senza leggende o aneddoti. La Fortezza da Basso nasconde una galleria all’interno delle mura. Essa percorre tutto il perimetro della fortificazione e fu realizzata nello stesso momento della costruzione principale. Negli ultimi anni non è stata fatta nessuna manutenzione e pertanto sia nei passaggi che in alcuni punti del percorso, la struttura è notevolmente danneggiata, in alcuni punti il passaggio è completamente ostruito per la frana delle mura o il cedimento delle volte. Molte parti del percorso sono danneggiate anche dall’infiltrazione delle acque, che formano anche grosse buche…quasi un percorso da speleologi.

Esistono particolari strutture e manufatti all’interno del percorso come ad esempio le “Troniere”, dalle quali si poteva sparare a pelo terra, poi numerose feritoie, costruite con diverse inclinazioni per poter permettere di sparare in diverse angolature e coprire il più ampio spazio possibile. Ci sono anche strutture difensive che prevedevano l’invasione delle sotterranee, cioè se il nemico fosse riuscito ad entrare all’interno del percorso, queste strutture permettevano di combatterlo anche all’interno. Esistono poi numerose porticine in legno massello, alcune aperte che conducono a piccole stanze piene di detriti ed altre chiuse alle quali nessuno sa dare una spiegazione, forse ai luoghi detti “di contromina”. Pare che una o alcune di queste porte abbiano la funzione di accesso ad una via di fuga segreta, che porti in altri luoghi più sicuri, all’interno o all’esterno della città.
La leggenda dice che è probabile un collegamento tra la Fortezza da Basso ed il Forte di Belvedere, se vera potrebbe essere una delle più segrete gallerie che attraversano completamente la città di Firenze; poco probabile ma il passato e le intelligenze militari del periodo medievale e rinascimentale ci hanno sorpreso per le infrastrutture che sono riusciti a costruire, adesso potremmo cercarne le prove!

mercoledì 2 settembre 2009

Inganni ad arte.Meraviglie del trompe-l’oeil dall’antichità al contemporaneo

La prima grande mostra italiana sull’illusione visiva in un percorso spettacolare tra arte e scienza, realtà e simulazione.

Firenze, Palazzo Strozzi / 16 ottobre 2009-24 gennaio 2010

Per la prima volta in Italia una mostra racconta l’intrigante e spettacolare storia del trompe-l’oeil, ovvero l’inganno ottico, l’eterna sfida tra la realtà e la sua simulazione, non solo nell’ambito della pittura ma nella trasversalità che ha caratterizzato la sua diffusa fortuna nel percorso dell’arte europea.

Dal 16 ottobre 2009 al 24 gennaio 2010 a Palazzo Strozzi a Firenze la rassegna Inganni ad arte. Meraviglie del trompe-l’oeil dall’antichità al contemporaneo, che ripercorre l’affascinante vicenda del trompe-l’oeil, cioè l’arte di rappresentare come vero ciò che vero non è. Attraverso 120 opere di pittura, scultura e arti applicate provenienti da diversi musei e collezioni, lo spettatore avrà la possibilità di scoprire anche gli aspetti neuroscientifici che stanno dietro le opere d’arte che hanno come tema l’illusione. Un percorso tra arte e scienza rivolto ai visitatori di tutte le età per esplorare i modi in cui il cervello umano può essere ingannato e il piacere che si prova a essere coinvolti in questo contemplando i capolavori di grandi maestri come Tiziano, Velázquez e Mantegna, Tiepolo, Tintoretto, Turrell, Pistoletto.

La mostra ideata da Cristina Acidini e Annamaria Giusti, e curata da Annamaria Giusti, direttrice della Galleria d'arte moderna di Palazzo Pitti è promossa e organizzata dalla Fondazione Palazzo Strozzi, la Soprintendenza per il Patrimonio storico artistico etnoantropologico e per il Polo Museale della città di Firenze e dall’Opificio delle Pietre Dure di Firenze, avrà come seconda tappa Parigi, dal 17 febbraio 2010 al Musée du Luxembourg.

Percorso scientifico per famiglie e bambini. La parte della mostra legata alla Scienza sarà curata da Richard Gregory, neuropsicologo e fondatore del primo centro scientifico interattivo in Inghilterra, che ha ideato uno speciale percorso per famiglie e bambini con la collaborazione di Priscilla Heard (University of West of England). Oltre a ologrammi che animeranno l’itinerario della rassegna, sarà realizzata una speciale stanza interattiva dove il visitatore potrà sperimentare direttamente gli inganni e le illusioni sensoriali.

Iniziative collaterali. Molti gli eventi e le iniziative e collaterali che la Fondazione dedica alle scuole, ai ragazzi e alle famiglie. In questo caso il tema dell’inganno sarà non solo collegato all’illusione ottica ma coinvolgerà tutti e cinque i sensi: con la partecipazione di mastri profumieri (odorato) grandi chef (gusto) e esperti di tecnologia (suono, tatto, vista).

Posta sotto l’Alto Patronato del Presidente della Repubblica Italiana, del Ministero per i Beni e le Attività Culturali, dal Ministero degli Affari Esteri e dal Consolato Americano, la mostra è stata realizzata con il sostegno di Provincia di Firenze, Comune di Firenze, Camera di Commercio di Firenze e Associazione Partners Palazzo Strozzi. Main Sponsor Cassa di Risparmio di Firenze.

lunedì 31 agosto 2009

Il tormentone dello stadio di calcio

La cittadella viola tiene banco tra l’opinione pubblica da qualche tempo a questa parte, le condizioni del manto erboso dello Stadio Artemio Franchi sono pessime. Con l’inizio del campionato di calcio e le prime partite di Champions il mondo del calcio e dei tifosi si è nuovamente messo all’opera per sollecitare una soluzione per dare alla Fiorentina le strutture che merita.
Si parte qualche mese fa con l’ipotesi presentata dai Della Valle all’amministrazione comunale precedente, dove era previsto un progetto da 80 ettari realizzato dall’architetto Fuksas. La nuova ipotesi degli ultimi giorni, porta alla ribalta l’esistente stadio Artemio Franchi e tutta l’area intorno al Campo di Marte, comprendendo nell’intero progetto, anche la stazione dell’alta velocità che, viste le difficoltà strutturali, potrebbe essere realizzata nell’attuale stazione ferroviaria di Campo di Marte appunto; il trasferimento del progetto ferroviario da Via Circondaria a Campo di Marte, consentirebbe di sfruttare le infrastrutture della linea ferroviaria veloce anche per il nuovo stadio.
Parcheggi sotterranei, nuove strade, ristrutturazioni, riqualificazioni. Via il sottoattraversamento cittadino a 27 metri di profondità da Rovezzano a Sesto Fiorentino, si al passaggio del tunnel in corrispondenza dell’attuale linea ferroviaria scavando soltanto a 10 metri di profondità.Nel 2005 Firenze partecipò alla gara per gli Europei del 2012, il Comune aveva già pensato ad un investimento di 60 milioni di euro.
Il Franchi si può quindi modificare almeno nella parte non vincolata ed in quelle strutture che furono create in occasione dei Mondiali del 1990.Attualmente lo stadio di Firenze può contenere fino a 49.000 posti e fu costruito in più lotti che durarono circa 18 mesi, dal luglio del 1930 al gennaio del 1933 quando finirono i collaudi.

sabato 29 agosto 2009

I matti di Gello

C’ era una volta…
Questo elzeviro poteva anche iniziare così, sotto forma di breve novella con la classica formula d’inizio : ”C’era una volta…”. Ma non essendo novella….
Gello : uno sperduto paesino alle porte di Arezzo, abitato da gente semplice e simpatica, laboriosa e faceta. Come nel resto della Toscana. Magari queste genti sono anche (ancora) Ghibellini e ciò per me è peccato mortale!
Personalmente sono rimasto a dopo Campaldino che vide il tramonto di questa fazione prevaricatrice ed antistorica. Ma tant’è!
Dunque i matti. Pare che due fratelli, ben affiatati fra loro, abbiano pensato più volte – qualcuno suggerisce ogni settimana - di andare ad Arezzo nel giorno di mercato. Al mercato, si sa, si fanno incontri, affari, accordi per futuri affari e così via. Soprattutto si incontra gente, il che per estendere le conoscenze non è poco. Del resto fin dagli albori della civiltà la frequentazione del mercato era, fra le genti meno abbienti, l’unica occasione per conoscere e sapere delle cose del mondo. Un po’ come frequentare le chiese, che affrescate con le storie sacre, permettevano la loro conoscenza a chi non sapeva leggere : al 98% dei viventi!
I matti di Gello, questi due fratelli, ne hanno perse di occasioni. Si incamminavano, decidevano di volta in volta se passare da S. Polo oppure dopo Antrìa tirare dritto verso Ceciliano. Arrivati comunque a poca distanza da Arezzo, i due fratelli convenivano che erano stanchi, che gli facevano male anche i piedi e decidevano allora di tornarsene a casa. Ogni settimana.
Ad Arezzo pare non siano mai arrivati!

Francoeffe


venerdì 28 agosto 2009

Firenze e Ted Kennedy, rapporto d'amicizia.

Nel mese di agosto, la scomparsa del senatore americano, Ted Kennedy senatore democratico americano, ha suscitato vera commozione e cordoglio per la città di Firenze.
Il senatore era fratello del Presidente John (1917 - 1963) e di Robert (1925 - 1968), entrambi assassinati. Era molto legato a Firenze, in particolar modo per aver partecipato, nel novembre del 1966 agli “angeli del fango”, i giovani volontari che lavorarono giorno e notte per tentare di salvare libri e opere d’arte dall’alluvione.
Nato il 22 febbraio del 1932 è morto dopo una lunga malattia all’età di 77 anni.
Tutti i politici fiorentini hanno espresso cordoglio ed apprezzamento per la storia politica del senatore, il sindaco Matteo Renzi lo ha definito “uomo coraggioso che voleva bene a Firenze”, il presidente della Regione Toscana Claudio Martini: “protagonista della storia democratica americana”, il presidente della Provincia di Firenze Andrea Barducci “riferimento autorevole per i più deboli nella società”, Valdo Spini, capogruppo della lista Spini per Firenze a Palazzo Vecchio, “nuova frontiera”, il presidente del consiglio regionale Riccardo Nencini “sguardo rivolto al futuro”.
Al senatore Ted Kennedy verrà dedicato il film che Erasmo D´Angelis sta concludendo sull’alluvione di Firenze del 4 novembre 1966 ed è molto probabile che alla sua memoria venga dedicato il museo dei volontari.
L’ultima delle numerosissime visite di Ted Kennedy a Firenze fu nell’anno 2006 in occasione del 40° anniversario dell’alluvione. Un grande personaggio della vita politica americana, di rilevanza internazionale, che scelse Firenze per dare il proprio contributo di solidarietà ad una città distrutta, un sostegno morale, ma anche concreto di un grande uomo.

mercoledì 26 agosto 2009

Chiude la Casa di Modigliani

Livorno, via Roma 38, nasce Amedeo Modigliani il 12 luglio 1884.
In questa palazzina a due passi dal centro, Amedeo Modigliani ha vissuto fino al 1906, anno del trasferimento a Parigi.
La figlia Jeanne Modigliani, poco prima di morire, espresse il desiderio di vederla trasformata in museo.
La casa è stata aperta al pubblico il 13 luglio 2004 dopo essere stata acquistata dalla famiglia Guastalla. Era visitabile su appuntamento.

lunedì 24 agosto 2009

Dopo quasi 2 anni a che punto siamo?

Dopo quasi 2 anni dal convegno di Palazzo Vecchio del 13 ottobre 2007, a che punto siamo?
Quel giorno scrissi di Francesco I de' Medici e Bianca Cappello che non furono avvelenati.
Il Cardinale Ferdinando de' Medici non uccise il fratello Francesco I, Granduca di Toscana e la consorte Bianca Cappello nell’ottobre del 1587 e non lo uccise con l’arsenico.
Questa la tesi di contrasto portata a confronto questa mattina in Palazzo Vecchio a Firenze in una conferenza organizzata dalla rivista “Archeologia Viva” edita da Giunti - ''Francesco I de' Medici - Discutibile morte di un granduca. Ultime indagini”.
Il paleopatologo Gino Fornaciari, professore dell'Universita' di Pisa ha contestato le tesi e le novità sulla ricerca dei reperti e degli esami scientifici effettuati negli ultimi anni dalla storica della medicina Donatella Lippi e dal tossicologo forense Francesco Mari, dell'Universita' di Firenze.
Ulteriori anticipazioni sullo stato delle ricerche documentali, per ulteriori conferme di appartenenza di reperti alle salme di Francesco I e di Bianca Cappello, sono state esposte dal giornalista e scrittore Marco Ferri, grande appassionato e ricercatore sulla intera dinastia dei Medici.
Questa vicenda, che appassiona così tanto l’opinione pubblica, ha un prologo di matrimoni di comodo e matrimoni d’amore, di eredi mancati e di ricerca del potere al trono granducale.
E’ tutt’ora una delle vicende più oscure del rinascimento, le nuove tecnologie danno la possibilità di approfondire le ricerche, ma come in tutti i contraddittori le opinioni sono divergenti, anche di fronte ad una affascinante storia sulla famiglia che ha contribuito in maniera determinante a fare grande Firenze.
La domanda quindi diventa obbligo, dopo quasi 2 anni, a che punto siamo?

domenica 2 agosto 2009



BUONE VACANZE!!!

Ci sentiamo a Settembre!!

sabato 1 agosto 2009

Giano della Bella, "vortagiubba" del 1300

Fosse vissuto oggi sarebbe stato un bel "vortagiubba"!
Già ai tempi suoi, un ghibellino come lui, per arrivare al potere, divenne Guelfo.
Era uno dei principali esponenti delle più nobili famiglie fiorentine e con questa manovra politica divenne il principale difensore dei ceti popolani.
Fu a capo delle principali rivolte contro i nobili e i magnati del periodo storico. Divenne priore e la più importante normativa che riusci a far emanare fu quella degli "Ordinamenti di Giustizia".
Fu una grande riforma, i grandi potenti, i nobili latifondisti detti "Primo Popolo" furono allontanati dal potere facendone inserire il cosiddetto "Secondo Popolo", composto dalla borghesia. Tutti erano obbligati ad essere iscritti ad un'Arte.
Il cosiddetto "Popolo Magro"; erano i braccianti, i cottimisti, i piccolissimi commercianti che, non avendo un'Arte a cui iscriversi, che avesse al loro interno categorie che li ricomprendevano, rimasero ancora una volta da parte. Si dovrà attendere per loro il 1378 quando a seguito del "Tumulto dei Ciompi" si formarono altre Arti come l'Arte dei Ciompi, l'Arte dei Tintori e l'Arte dei Farsettai, ai quali si poterono iscrivere anche i mestieri più umili.

mercoledì 29 luglio 2009

Il "Vortagiubba"

Cerca cerca cerca, non sono riuscito a chiarire etimologicamente questo termine dialettale che viene spesso utilizzato nelle conversazioni fiorentine, cerco di fare un'analisi, che NON vuole essere scientificamente provata.
Per ricercarne un'origine chiara e plausibile il termine va suddiviso ; partiamo dalla "giubba".
La Giubba o meglio detta Gabbana, o ancora citando un termine etimologicamente certo Gabbanella è una Voce diminuitiva di Gabbano, della cui origine dirò successivamente.

"Specie di veste piuttosto corta che gli antichi Fiorentini portavano sotto il "lucco" (Mantello, veste, cappotto, usato in origine dai magistrati).
Si chiama Gabbana ai giorni nostri, la veste utilizzata a mezze maniche dagli infermieri e dai medici di sala operatoria; ad ogni modo è un termine che si associa alla Giacca, da portare sotto il cappotto.
Quindi una Giubba, utilizzata per svariate occasioni e spesso di "colore" che identifica una "parte" spesso di tipo politico. Le "Giubbe Rosse" del notissimo locale di Piazza della Repubblica a Firenze ne sono l'emblema attuale, oppure i "Mille di Garibaldi" avevano la giubba rossa, e i "Balilla" erano "neri".

Il Gabbano, termine originario, ha origini etimologiche collegabili alle regioni spagnole e portoghesi, che in tempi remoti, assorbirono termini e fatti di provenienza araba, dai "califfi" invasori di vari secoli fa.
In spagnolo "Gaban", in portoghese "gabao", all'arabo "Aba" che viene definito come: specie di corto mantello, usato dai beduini e dai marinai turchi, oppure "Qaba", tunica orientale di lana.

Ecco quindi un'insolito (ma non troppo) collegamento linguistico con civiltà apparentemente lontane, arabi e fiorentini collegati da una "giubba".

Il termine dialettale "vortagiubba" riguarda quindi un individuo che svolta, rigira, cambia la propria "giubba" (in questo caso simbolicamente, la propria parte) la "rivolta" in favore di un'opinione o una parte opposta alla precedente.
Il termine è molto spesso usato in politica, quando un eletto cambia partito per convenienze sociali ed economiche, per mantenere il potere e adattarsi alle nuove situazioni che vanno verificandosi nella vita quotidiana.

Il Voltagabbana è anche, un romanzo autobiografico dello scrittore italiano Davide Lajolo pubblicato a Milano dalla casa editrice il Saggiatore nel 1963, dove l'autore racconta la sua vita e attraverso essa spiega perché ha abiurato al fascismo per passare alla militanza partigiana.
Cito:
"Sorridevo nel buio. Sorridevo perché proprio quel giorno m'era pervenuto in carcere, attraverso un "repubblichino" convertito, il ritaglio di un foglio fascisteggiante dove mi si definiva "un voltagabbana".

Qui è lo spirito curioso della ricerca, trovare origini, storie e similitudini della nostra fiorentinità.

Nella foto: Giubba Nodari

lunedì 27 luglio 2009

La Testa: c'è chi la perde...

Dalla città, in particolare sulle direttrici del cardo e del decumano, le strade si perdono verso i borghi fuor dalle mura e, in genere, conducono ai luoghi dove sono eretti i capestri.
Verso sud, il cardo conduceva a quello maggiormente frequentato. Lungo la strada c’era assai gente che imprecava contro i condannati, riconoscendoli insieme ai propri giudici, colpevoli e quindi meritevoli delle pene loro inflitte. C’era anche per contro chi li confortava, ad esempio con acqua e segni di rammarico. O chi li invitava a pentirsi delle proprie colpe, per un estremo tentativo di salvarsi almeno l’anima di fronte a Dio.
Esiste ancora oggi, quasi alla fine di Borgo la Croce sul lato destro, un tabernacolo per chi si voleva pentire prima di salire sul capestro, forca o rogo che fosse.
Nel 1327, un tal Cecco d’Ascoli scrittore e astrologo, accusato di stregoneria e negromanzia, veniva condotto al rogo. La strada, il cardo in direzione nord, costeggiava la chiesa di S. Maria Maggiore. Il prete di questa antica chiesa, anziché confortarlo e sostenerlo con opere e discorsi caritatevoli magari assolutori, da un finestrino del campanile -poi scapitozzato-, avvertì i ‘famigli’(1) del ‘Bargello’(2) di impedire che lungo il percorso, al condannato, gli venisse data acqua da bere, perché Cecco, avendo fatto un patto col diavolo, con l’acqua si sarebbe salvato dal fuoco.
“Non fatelo bere altrimenti non morrà mai!” gridò ai famigli. Ed il mago pronto : “ Tu prete, il capo di li non toglierai mai!”. Forse che il prete per l’impressione non fu capace di ritirarla dal finestrino? Quella testa bianca , se del prete o di Cecco, è sempre li che aspetta, un po’ beffarda ma anche stupita, che si confermi la sua leggenda.
Francoeffe

(1) famigli : coloro che erano al servizio e/o collaboravano con il Bargello;
(2) Bargello : Comandante delle Guardie del Comune con poteri di polizia .

sabato 25 luglio 2009

Sant’Anna la “partigiana della causa della Repubblica


Il 26 Luglio 2009 dalle ore 20:30 iniziano a Firenze le celebrazioni della Festa di Sant’Anna, "Santa avvocata della libertà cittadina". I Bandierai degli Uffizi, sbandieratori Ufficiali di Firenze, ed il Corteo Storico della Repubblica Fiorentina guideranno il Corteo delle Autorità Civili e Religiose alla Chiesa di Orsanmichele. Parteciperanno anche il nuovo Sindaco di Firenze Matteo Renzi e l’Arcivescovo di Firenze Monsignor Giuseppe Betori.

Sant’Anna fu per Firenze la “partigiana della causa della Repubblica”, il 26 di luglio si celebra la cacciata da Firenze di Gualtieri di Brienne, noto come Duca d’Atene. Tutto ebbe inizio con una sollevazione popolare il giorno di Sant’Anna, il 26 luglio 1343, che mise finalmente fine al tiranno dopo un anno di offese e di ingiustizie. Le Arti fiorentine commemorarono in passato questa festa e produssero numerosi manufatti e altre testimonianze che attualmente confortano l’importanza di Sant’Anna per Firenze. Uno dei più importanti è l’affresco di Mariotto di Nardo (fine del XIV secolo) in una vela dell’Oratorio di Orsanmichele, dove tutte le Arti, in segno di ossequio e commemorazione, si recarono a rendere omaggio alla Vergine e a sua madre Anna. L’altare di Orsanmichele divenne quindi il luogo fondamentale della festa, dove tutt’ora ha culmine la ricorrenza che si celebra ai nostri tempi per la "Santa avvocata della libertà cittadina".
Questo il programma della manifestazione:
ore 20.30 I Bandierai degli Uffizi ed Corteo della Repubblica Fiorentina si recheranno in Piazza della Signoria per una esibizione all’insegna della festa;
ore 21.00 circa dall’Arengario di Palazzo Vecchio con le Autorità, il Corteo percorrerà Via Calzaiuoli per Raggiungere il Sagrato di Santa Maria del Fiore; le Autorità religiose, si uniranno al Corteo che successivamente raggiungerà la Chiesa di Orsanmichele.
ore 22.00 verrà officiata la benedizione e la consegna dei Ceri in simbolico segno di riverenza e gratitudine, a ricorrenza di ciò che nel XIV e del XV secolo, quando il culto di Sant’Anna protettrice di Firenze divenne sempre più importante "Il Gonfaloniere servendo d’esempio a tutti a mezza messa offriva un regalo di frutte, d’allora il popolo inventò figure e uomini ritratti al naturale con teste e mani di cera colorata per regalarli in omaggio alla santa".

Da un episodio di carattere politico, fra i più importanti per la Firenze repubblicana del XIV secolo, traggono origine la venerazione per la figura di Sant’Anna in Firenze e la festa che la città gigliata volle tributarle, una delle più solenni, per molto tempo, fra quelle che i fiorentini solevano allestire, connotata, por nel novero delle cerimonie sacre, di motivazioni e di uno spirito fortemente laici. "S’ordinò per lo Comune, che la festa di Sant’Anna si guardasse come Pasqua sempre in Firenze". Con queste parole, che racchiudono un’aulica comparazione, Giovanni Villani termina il racconto della cacciata da Firenze di Gualtieri di Brienne, noto come Duca d’Atene, che ebbe inizio con una sollevazione popolare il giorno di Sant’Anna, il 26 luglio, dcl 1343, con cui si metteva fine alla tirannia in città dello straniero, incominciata l’anno precedente. Dopo l’accaduto i fiorentini videro in lei una "partigiana della causa della Repubblica" e la innalzarono a protettrice di Firenze; il suo giorno venne dichiarato giorno di pubblica solennità. Il Villani, dunque, paragona il 26 luglio alla Pasqua poiché in tale giorno ebbe luogo la resurrezione dei fiorentini finalmente liberi come nel giorno della Pasqua la resurrezione del Cristo segna la vittoria del Figlio di Dio sulla morte. Il tema della Sant’Anna venne ad assumere un valore civico oltre che religioso in ricordo della cacciata del Duca al punto da creare una nuova iconografia per la santa, impostando nelle Arti la sua immagine in veste di protettrice della città. Le Arti fiorentine hanno lasciato testimonianze di grande valore a riguardo, a partire dall’affresco commissionato dalla Signoria, subito dopo l’accaduto per commemorare l’avvenimento, a un seguace dcll’Orcagna, dipinto nel diruto Carcere delle Stinche e, dopo lo strappo, allogato al Museo di Palazzo Vecchio. Nell’affresco con Sant’Anoa e la cacciata del Duca d’Atene, autentico manifesto civile, una indomita Sant’ Anna è raffigurata in un gesto di protezione verso il Palazzo della Signoria, mentre caccia dal trono il Duca d’Atene e consegna i vessilli del Comune al popolo in armi inginocchiato davanti a lei. Da allora la santa protegge la sua città abbracciandone amorevolmente la sagoma, come possiamo ammirare, fra l’altro, nell’affresco di Mariotto di Nardo (fine del XIV secolo) in una vela dell’Oratorio di Orsanmichele, l’oratorio innalzato dalle Arti cittadine dove, subito dopo la cacciata del Duca in ringraziamentu per la fine della tirannia, proprio i rappresentanti di tutte le Arti si recarono a rendere omaggio alla Vergine e a sua madre Anna. A causa della discordia delle sue classi dirigenti Firenze aveva voluto il Duca; dopo la cacciata di Gualtieri di Brienne "la Signoria nuva - ricorda il Villani - in uno col popolo riferendo alla intercessione di 5. Anna, di cui ricorreva il nome in quel giorno, l’avvenimento felice, corse all’altare della Madonna in Orsanmichele, e porse in quel luogo rendimento di grazie".
Con questo concorso di popolo all’oratorio ebbe genesi la celebrazione annuale che la Signoria decise di bandire, negli anni a venire, in onore di Sant’Anna, proclamando il 26 luglio festa solenne. La Signoria stessa, inoltre, commissionò un altare ligneo da erigere in Orsanmichele per esporvi "un’immagine di Sant’Anna" come si legge nelle provvisioni del Comune, un’immagine inizialmente dipinta e poi, al tramonto del XIV secolo, scolpita nel legno. L’aver voluto porre in Orsanmichele l’effige della santa fu un gesto estremamente significativo: l’oratorio, sovvenzionato da una tassa pubblica, era insieme chiesa e granaio per la città: fu una delle costruzioni più importanti dell’età comunale a Firenze, Allocarvi l’icona della santa stava, quindi, ad indicare l’ufficialità e la natura civica del "nuovo culto", della venerazione che le si voleva tributare. L’altare divenne il fulcro della festa, intorno ad esso si affollavano i fedeli offrendo doni alla figura di Sant’Anna, per la quale venne coniato il fiorentinissimo appellativo di "Santa avvocata della libertà cittadina". Difatti il governo deliberò che "nel dì della beata Anna, madre della Vergine gloriosa, per la liberazione della città e dei cittadini e per la liberazione del giogo pernicioso e tirannico, nella ricorrenza della festività di 5. Anna, dai Priori, dagli altri Rettori della città e dai Consoli delle arti si dovessero fare offerte di ceri e danaro davanti alla immagine di detta santa in San Michele" (provvisione dell’ 11 gennaio 1344, stile fiorentino, 1345 stile moderno). E ancora, "s’ordinò, per unire ai sacri riti pubbliche feste popolari, che in quel giorno medesimo si corresse un palio del valore di 32 fiorini d’oro e che si cavassero fuori le bandiere delle arti e venissero appese a Orsanmicbele". Niente doveva turbare il giorno deputato dalla Signoria alla commemorazione della santa e, insieme, della rinnovata libertà e pertanto venne decretato che "nessuno dovesse essere preso per debito, né i magistrati rendere giustizia, ne verum artefice tenere aperte botteghe o uffici pena lire 25 a chi trasgredisse". Gli oboli donati alla santa nel suo giorno, per volontà del governo del Comune, venivano consegnati ai Capitani di Orsanmichele, i quali, "prelevatene le spese occorrenti a festeggiare quella solennità", destinavano quanto rimaneva per due terzi ai poveri e per un terzo al Monastero di Sant’Anna già sorto, nel 1318, in Oltrarno, in località Verzaia. Un monastero femminile benedettino al quale, per celebrare i fatti del 1343, la Signoria decise nel 1359 di edificare una nuova chiesa. A partire dal 1370 una imponente processione interessò la Firenze di qua e di là d’Arno poiché si snodava fra Orsanmichele e il Monastero di Verzaia; una processione giocosa, resa immortale, più tardi, dai superbi colori di Jacopo Pontormo che la dipinse, fra il 1528 e il 1529, in un cammeo all’interno di una grande tavola per l’altare maggiore della Chiesa di Verzaia. Il dipinto con Sant’Anna Metterza e Santi (oggi al Museo del Louvre) fu voluto per rinnovare un’immagine divenuta "fuori moda" così come i rettori di Orsanmichele avevano già stabilito per il loro oratorio, commissionando nel 1522 a Francesco da Sangallo la scultura in marmo della Sant’Anna Metterza (1522-1526) che tuttora possiamo ammirare sull’altare di Sant’Anna. Nel corso del XIV e del XV secolo il culto di Sant’Anna protettrice di Firenze divenne sempre più importante a quanto testimoniano ulteriori leggi promulgate a favore di Orsanmichele e in omaggio alla santa. "Il Gonfaloniere servendo d’esempio a tutti a mezza messa offriva un regalo di frutte, d’allora il popolo inventò figure e uomini ritratti al naturale con teste e mani di cera colorata per regalarli in omaggio alla santa". L’iconografia di "Sant’Anna dei fiorentini" rimase radicata fino al primo Cinquecento quando la famiglia Medici al potere volse l’effige civica della santa a vantaggio della propria politica, facendola divenire protettrice del casato, e, insieme, quando i dettami della Controriforma ridettero alla sua figura la sola connotazione di madre della Vergine come il linguaggio artistico coevo attesta. Con il ritorno dell’icona tradizionale della santa anche la festa che si svolgeva in città il 26luglio iniziò a perdere lo sfarzo che la connotava per poi smarrirsi nelle pagine della storia. Dell’antico splendore sopravvisse pallidamente, per la caparbietà di pochi, l’esposizione dei vessilli delle Arti all’esterno di Orsanmichele fino a quando, alcuni anni fa, l’Amministrazione Comunale di Firenze decise di riproporre la festa del 26 luglio attraverso un corteo storico, che si dipana fra Palazzo Vecchio, la cattedrale ed Orsanmichele, nuovamente fulcro della città per un giorno, e dando vita, di anno in anno, a conferenze, a convegni e a manifestazioni con l’intento di non fare sopire i contenuti storici, oltre che cultuali, di tale giorno nei fiorentini e in tutti coloro che popolano la città nella bella stagione. Ha, dunque, nuova vita una festività da intendere come giorno consacrato alla libertà voluta dagli operosi fiorentini del Medioevo, senza la quale non avrebbe avuto origine la grandezza economica, culturale e morale della Firenze del Rinascimento, eredità forte per la Firenze contemporanea.


venerdì 24 luglio 2009

La Ronda di Palazzo Vecchio


Una delle visite alternative di Firenze è quella del percorso della ronda su Palazzo Vecchio, a spasso a 42 metri d’altezza, come le sentinelle nel Trecento.
E' stata riaperto il camminamento di ronda rettangolare che abbraccia la parte trecentesca del palazzo, progettata da Arnolfo di Cambio: era chiuso da tre anni, ora è finito il complesso intervento di restauro, costato oltre 500 mila euro, e dall’8 giugno è possibile visitarlo.
E’ uno dei luoghi più suggestivi e caratteristici di Palazzo Vecchio, si gode di un panorama meraviglioso ed è possibile guardare piazza della Signoria a strapiombo attraverso un vetro, posizionato dove erano le antiche "piombatoie", cioè le botole attraverso cui le sentinelle lanciavano l’olio bollente agli assalitori.
Per il mese di giugno è stato aperto su prenotazione (costo del biglietto due euro in più rispetto all’ingresso del Museo dei ragazzi, attualmente acquistabile con 6 euro) con accesso dal Museo dei ragazzi che si trova dentro Palazzo Vecchio.
Da luglio sarà istituito un orario preciso con due visite, una di mattina e una di sera, per gruppi di 30 persone alla volta.
Per una prima informazione:
http://test.museicivicifiorentini.it/palazzovecchio/
Tel.055 2768325

martedì 21 luglio 2009

La Testa: quando serve per le ore

In tutte le città, all’alba, da sempre c’è di solito un gran via vai : gente che entra in città e gente che esce. Escono i viaggiatori ed i commercianti. Altrettanti ne entrano cercando di vendere le loro mercanzie. Specialmente nei giorni di mercato.
Fra quelli che vi entravano, e ciò ogni giorno dalle campagne intorno alle città – nel nostro caso intorno a Firenze -, erano assai numerosi gli ortolani : quelli dei piani di Ponte a Greve e Peretola, con cavoli e biete; quelli intorno Ripoli e Rosano con splendida frutta; dalle colline con ortaggi freschi di ogni tipo.
Naturalmente si entrava e si usciva solo quando le porte della città erano aperte : ogni periodo aveva i suoi tempi di apertura e chiusura. Ma benché tutti gli interessati sapessero degli orari, non era male segnalare quello di chiusura. Chi doveva uscire o rientrare dalle campagne non gradiva trovare le porte chiuse.
Ci pensò Berta, erbivendola – forse perché talvolta rimasta chiusa in città - : regalò alla chiesa di S. Maria Maggiore, sulla direttrice che portava fuor di Firenze, verso Peretola, Prato e Pistoia, una campana da suonarsi in prossimità della chiusura delle porte per avvertire che era arrivata l’ora di uscire dalla città.
La chiesa si dice fosse costruita sulle muraglie dell’acquedotto che, da Monte Morello riforniva d’acqua le Terme romane nei pressi del ponte Vecchio. La chiesa sorge nei dintorni di una porta in direzione nord-ovest, che con l’ampliamento della cerchia aveva preso il posto della vecchia porta Aquilonare dell’antica cerchia romana, poi porta al Vescovo. Nella antichissima chiesa vi è la tomba di Brunetto Latini, maestro di Dante che gli dedicò questi versi :

”Che in la mente m’è fitta,
e or m’accora,
la cara e buona imagine paterna,
di voi, quando nel mondo,
ad ora ad ora,
m’insegnavate come l’om s’etterna”.

A ricordo della donazione di Berta fu posta, in una nicchia del campanile scapitozzato per la sua instabilità, una testa di statua romana. E’ sempre li che aspetta conferma della leggenda.
Francoeffe

giovedì 16 luglio 2009

Via dell'Amorino etimologia incerta

Come non dare un po' di tempo in più a questa via di Firenze. Il nome è un vero catalizzatore.

Partiamo dall'etimologia:
Si potrebbe pensare di primo impatto che la parola Amorino provenga dalla più solida Amore (vedi definizione nella foto) e che sia così una derivata.
Ma si sa a Firenze le cose non sono sempre logiche e quindi spunta un'altra ipotesi, anche in questo caso tra realtà e leggenda. Pare che uno dei primi appellativi di questa strada sia stato Via della Morina, proveniente a sua volta dalle "more", acquedotti romani.
La strada passava attraverso gli acquedotti e le condutture e così fu la "strada fra le more" poi aggiustata come "Fra l'amore".
L'altra possibilità è quella ben descritta da Francoeffe in questo altro post.
Ogni volta che mi faccio coinvolgere nella ricerca delle curiosità più "spicciole", ogni volta ho un senso di soddisfazione per la "scoperta"...oh 'icchè sarà..??!!


lunedì 13 luglio 2009

Padre Banti: Una scusa, tanto per parlare di Santa Maria Novella

Parlare di S.M. Novella è sempre assai piacevole.
Averne di conoscenze e argomenti da raccontare! Già a vederle, la facciata e la basilica, colme di tesori. Basta pensare al grande ‘Crocifisso’ ligneo di Giotto e all’affresco di Masaccio : la Trinità, ove trionfa la tecnica della prospettiva : quasi un compendio, quasi una lezione e un modello.
Oltre a questi al suo interno si possono ammirare altri capolavori assoluti : opere di Bernardo Rosselino, Tino da Camaino, Filippo Brunelleschi e Benedetto da Maiano, sommi scultori; fra i pittori opere di Giorgio Vasari e - nella cappella Maggiore- di Domenico Ghirlandaio. Una menzione speciale merita il ‘Giudizio Universale’ di Andrea Orcagna, fra i più antichi lavori della chiesa, che occupa tutta la parete della grande cappella Strozzi di Mantova. Anche tralasciando il ‘Cappellone degli Spagnoli’ ed i chiostri ce ne sono tante che bastano e avanzano.
Ma non è solo la chiesa uno scrigno di opere d’arte. La sua costruzione fu iniziata nel 1279 da due frati architetti: Sisto da Firenze e Ristoro da Campi. La struttura principale terminò nel 1348 con un altro frate: Jacopo Talenti. Anche la facciata è un capolavoro. Forse la più bella e importante del rinascimento e di ogni altro tempo. Realizzata un secolo dopo da Leon Battista Alberti dal 1458 che vi innestò, sulla esistente decorazione gotica della parte inferiore comprendente anche i 6 ‘avelli’, lo stile rinascimentale che ebbe con lui forse la massima espressione.
La composizione della facciata infatti vede il grande portale, le colonne di gusto classico, la decorazione con il simbolo della famiglia Rucellai – il grande sponsor- : le vele gonfie di buon vento e le due volute capovolte per coprire, con somma sapienza, gli spioventi dell’antica chiesa.
La facciata ci riserva anche altre sorprese : gli strumenti astronomici di padre Egnazio Danti, frate domenicano e grande erudito, studioso degli astri celesti. Fra il 1569 ed il 1575 studiò il problema della riforma del calendario Giuliano con il sostegno e l’appoggio di Papa Pio V, anch’esso domenicano e del Granduca di Toscana Cosimo I° de’ Medici. Collocò due strumenti sulla facciata di S.M. Novella, perché fossero anche visibili al popolo : un Quadrante Astronomico e una Sfera Armillare posti a fianco dei due fori gnomonici della facciata. Gli aspetti socio-politici molto complessi, relativi a questa materia molto tecnica, saranno trattati a parte.
Francoeffe

domenica 12 luglio 2009

Centro internazionale sulle Conoscenze tradizionali

Nascerà a Firenze e potrebbe avere sede nello storico complesso delle Gualchiere di Remole, splendido opificio trecentesco sulle sponde dell’Arno da tempo inutilizzato, il Centro internazionale sulle Conoscenze tradizionali, organismo promosso da Onu ed Unesco per il recupero, la tutela e l’uso innovativo dello sterminato patrimonio di culture e di tecniche che nei secoli hanno permesso la vita e lo sviluppo di intere popolazioni. L’annuncio è stato dato stamani in occasione della Conferenza internazionale sulle Conoscenze tradizionali in corso in questi giorni al Palagio di Parte Guelfa, a cui partecipano studiosi ed esperti da ogni parte del mondo, organizzato dalla società Ipogea e dalla Nobrega Foundation. Un convegno per fare il punto su come tutelare e promuovere quel patrimonio immateriale fatto di saperi antichi, tramandati di generazione in generazione, che in un mondo sempre più a rischio di collasso ecologico potrebbe divenire di fondamentale importanza soprattutto se coniugato all’alta tecnologia.

Le Gualchiere di Remole, considerate uno dei maggiori esempi di archeologia pre-industriale d'Europa.
erano un importante opificio medievale appartenuto alla potente famiglia fiorentina degli Albizi fino al 1541, poi proprietà dell'Arte della Lana. Posto sulla riva sinistra dell'Arno a pochi chilometri a monte di Firenze, l'edificio era strutturato in modo da sfruttare al massimo la forza motrice generata dalle acque del fiume, usata per trattare i panni di lana. La sua costruzione risale alla metà del 1300, anche se la prima notizia certa è datata 1425. Il traghetto che portava i panni dall'antistante Nave ai Martelli, ove giungevano da Firenze a dorso d'asino. Il tutto era circondato da mura e vi si accedeva attraverso due porte (distrutte dai Tedeschi nel 1944 insieme ad una porzione del fabbricato). Dopo aver cambiato varie destinazioni d'uso (mulino, colorificio) dal 1980 l'edificio è in disuso.

sabato 11 luglio 2009

Reduce dal Barcamp di Palazzo Vecchio







Le Tradizioni Popolari Fiorentine "ultima frontiera"


E' partendo dallo spunto dettato dall’organizzazione di questo Barcamp, “che lo straordinario patrimonio culturale fiorentino, anziché schiacciare il presente e il futuro, si trasformi in una leva per costruirlo”, che confermo il mio entusiasmo per una rivoluzionaria prospettiva rivolta alla popolazione fiorentina e a chi si occupa di cultura.
Mi sono sentito un avanguardista anomalo, qualcuno che ad una “discussione da bar” principalmente indirizzata alla contemporaneità, porta un’idea contemporanea per la gestione di un patrimonio storico, tradizionale e culturale, ci crede veramente; la passione spesso è una parte fondamentale per riuscire negli intenti.

Sulle Tradizioni Popolari Fiorentine:
- il 75 percento dei fiorentini non conosce le proprie tradizioni;
- la Città possiede un incredibile patrimonio culturale vivente;
- l’Unesco protegge anche questo tipo di patrimonio culturale;
- importanza storica delle Tradizioni Popolari di interesse mondiale, utilizzabile per veicolare il contemporaneo, così represso;
- l'assenza della comunicazione degli eventi, nuovi media di comunicazione non vengono utilizzati;
- la rievocazione storica è cambiata, (in peggio!), esportare un prodotto storico in modo antiquato è a priori un fallimento;

Sulla nuova gestione organizzativa ed amministrativa per le Tradizioni Popolari
alcune Festività Fiorentine oggi istituzionalmente ricordate:
-6 gennaio: Cavalcata dei Magi (Cosimo il Vecchio - medioevo)
-18 febbraio: Ricordo di Anna Maria Luisa de’ Medici (1667-1743)
-25 marzo: Capodanno toscano (VII secolo)
-pasqua: Scoppio del Carro (Pazzino de' Pazzi - 1101)
-maggio: La Fiorita (Savonarola)
-24 giugno: Torneo del Calcio Storico (17 febbraio 1530)
-26 luglio: Festa di Sant'Anna (26 luglio 1343)
-7 settembre: Festa della Rificolona (XVII secolo)
-8 ottobre: Festa di Santa Reparata (martire del III secolo)
-30 novembre: Festa della Toscana (1786 abolizione pena morte - 2000)
-21 dicembre: Commemorazione di Ugo di Toscana (1000)
Numeri del Corteo Storico della Repubblica Fiorentina al quale viene delegata la parte rievocativa delle feste suddette:
-oltre 600 costumi, oltre 800 volontari,oltre 100 uscite l'anno, circa 530 figuranti in costume,oltre 40 gruppi, eta media volontari (circa 50-60 anni);
-Bandierai degli Uffizi Gruppo più numeroso (circa 100)
La considerazione logica di questi numeri, da un’idea anacronistica della situazione gestionale, ma i numeri sono molto importanti e il PATRIMONIO UMANO e CULTURALE esistente è stabile, bello, invidiabile e spettacolare.

E’ necessaria una nuova, evidentemente contemporanea, necessità gestionale per questo nostro patrimonio.
-Innovazione storico-culturale;
-Nuove idee per Festività Fiorentine contemporanee;
-Essere maestri di serietà e concretezza (restituzione della verità);
-Valorizzare il patrimonio culturale "mobile" (leva per costruire il futuro);
-Centralità delle Tradizioni Popolari nell'offerta turistica;
-Internet e nuovi media per una contemporanea promozione, e per l’apprendimento e la conoscenza;
-Un nuovo progetto di comunicazione (delocalizzandola);
-Nuovi accordi istituzionali e privati per spinta economica;
-Una nuova visione propositiva (il nostro patrimonio storico per veicolare il contemporaneo);

Sulla funzione sociale e di apprendimento culturale;
-Non solo commemorazione (nuove proposte concrete);
-Valorizzare i momenti di aggregazione culturale (arricchimento);
-Nuovi luoghi e tempi di promozione sociale (socializzazione);
-Valorizzazione del “sostegno” volontario per l’integrazione culturale (solidarietà);
- Stringere sul parallelismo tra patrimonio storico e cultura contemporanea (recuperare la centralità della cultura di qualsiasi tempo);
- Considerare le Tradizioni una risorsa e non una perdita economica (leva per costruire il futuro)
- Tutelare il patrimonio culturale vivente (associazionismo)
-Investire massicciamente sulla divulgazione (nuovi media)

NB: Esempio: il Calcio Storico Fiorentino non ha un sito internet istituzionale.

filippogiovannelli@gmail.com
http://firenzecuriosita.blogspot.com/

venerdì 10 luglio 2009

Gli anni della Cupola

L’intera storia della costruzione della cupola del Duomo di Firenze, opera di Filippo Brunelleschi, rivelata in ogni suo aspetto, è ora disponibile su Internet all’indirizzo ww.operaduomo.firenze/cupola
grazie a 21 mila documenti recuperati, raccolti e digitalizzati in 15 anni di lavoro e ricerca. Il progetto internazionale "Gli anni della Cupola (1417-1436)", è stato svolto a Firenze da un gruppo di studiosi diretti dalla storica dell’arte Margaret Haines per volontà dell’Opera del Duomo.

giovedì 9 luglio 2009

Giotto: il Crocefisso di Ognissanti

Il crocefisso di Ognissanti, custodito nella sacrestia della chiesa di Firenze, e' di Giotto. Il restauro condotto dall'Opificio delle pietre dure, sotto la guida di Marco Ciatti, ha rivelato che l'opera che da sempre e' stata attribuita ad un 'parente di Giotto' o semplicemente alla 'Scuola', forse perché ricoperta da vernici mescolate alla polvere e ai fumi grassi delle candele, e' un capolavoro dell'artista fiorentino, dopo il restauro realizzato dall'Opificio delle Pietre dure si è potuti arrivare alla vera e definitiva attribuzione.

Il Crocifisso, che era custodito nella sacrestia della chiesa di Ognissanti, sarebbe databile al secondo decennio del '300.

“Giotto non Giotto” Dario Fo

Una lezione spettacolo condotta da Dario Fo su Giotto in piazza Santa Croce a Firenze.
Lo spettacolo “Giotto non Giotto” è stato presentato nei giorni scorsi dal vicesindaco Dario Nardella insieme a Dario Fo e Lorenzo Luzzetti dell’associazione culturale Teatro Puccini che organizza le due serata nell’ambito di Firenze Estate 2009.
E nella galleria dei protagonisti dell’arte italiana che Dario Fo sta virtualmente allestendo in questi ultimi anni, non poteva mancare Giotto. Giotto di Bondone (1267-1337), pittore, architetto, scultore, riconosciuto come grande artista già dai suoi contemporanei, fu il massimo protagonista della civiltà artistica gotica italiana rinnovandone radicalmente il linguaggio figurativo. Dario Fo tratteggerà la figura di questo importante artista, ripercorrendone tutte le tappe e avvalendosi di maxischermi dove saranno proiettati opere di Giotto e dipinti originali e tavole realizzate da Fo a sostegno della narrazione.
Verranno proiettate le immagini degli affreschi e delle architetture, a cominciare da quelli della Basilica di San Francesco di Assisi, per passare poi al ciclo della cappella Scrovegni di Padova e per finire, alla sequenza di pitture di Santa Croce in Firenze. In poche parole tutta o quasi la produzione del grande pittore toscano.
Magari vengo a vedere, non capita tutti i giorni!!

Visto lo spettacolo:
Molto teatro, anche improvvisato.. Senza infamia e senza lode...
Le battute umoristiche sempre sullo stesso argomento e sull'attualità della politica, poca storia...alcuni argomenti trattati con troppa leggerezza.. molti se ne sono andati alla prima pausa...


mercoledì 8 luglio 2009

Nuovo cielo nella Cappella de' Pazzi in Santa Croce

E' stato completato il restauro degli affreschi della Cappella de' Pazzi nella basilica di Santa Croce che riproducono il cielo di Firenze del 4 luglio 1442.
Dopo nove mesi di lavori continuativi di restauro, interamente finanziati dall'Opera di Santa Croce per un importo complessivo di 70.000 euro, si può nuovamente ammirare la posizione delle stelle e dei pianeti che hanno permesso di datare il cielo raffigurato nella cupola della cappella.
Dopo alcuni crolli dell'intonaco e quindi anche dell'affresco avvenuti nei secoli scorsi, rimangono visibili solo una parte che copre circa il 50% della cupoletta.
Il restauro ha recuperato la maggior parte degli elementi originali, con il tempo e con i restauri precedenti sono state riscontrate varie pitture sovrapposte.
Sono state anche restaurate e reintegrate le pitture in oro con la stessa tipologia di materiale.

Nel periodo medievale e successivamente nel rinascimento era una buona consuetudine far rappresentare le volte celesti negli edifici pubblici o di culto.
A Firenze, questo tipo di opere, si ritrovano in due edifici del Brunelleschi, una nella Sacrestia Vecchia nella Basilica di San Lorenzo e l'altra appunto nella Cappella dei Pazzi.
Sia nell'una che nell'altra viene affrescata la "cupoletta della scarsella" e come abbiamo già detto, rappresenta il cielo e le sue stelle di Firenze il 4 luglio 1442.
E' molto probabile che l'affresco sia stato realizzato da Giuliano d'Arrigo chiamato "Pesello" con la consulenza astronomica di Paolo dal Pozzo Toscanelli, astronomo e matematico del tempo.
La data è da collegarsi alla venuta di Renato d'Angiò, in terra fiorentina, mitizzato come nuovo condottiero per una nuova crociata.


martedì 7 luglio 2009

"Barcamp" in Palazzo Vecchio

Non è un'iniziativa comune a Firenze, credo inoltre che sia la prima che proviene da un ente pubblico.
L'Assessore Da Empoli del Comune di Firenze, assessore alla Cultura ed alla Contemporaneità, integra da subito i luoghi della storia e della nostra cultura rinascimentale con la pressante e richiestissima cultura contemporanea e con l'utilizzo delle nuove tecnologie.
Crea il "BarCamp di Palazzo Vecchio": comunicazione, wi-fi, nuovo linguaggio, dando la possibilità a tutti di proporre, comunicare, ideare.
Sabato 11 luglio 2009 nel Salone dei Cinquecento di Palazzo Vecchio, dalle 10:00 alle 18:00.
Per l'iscrizione al "BarCamp di Palazzo Vecchio" - http://barcamp.org/palazzovecchio
Parteciperò in qualche modo, perché la cultura di Firenze non è solo storia.

La potenzialità dei fiorentini non deve arroccarsi sul passato, deve esprimere la forza dei nuovi "cervelli" dalle geniali intuizioni, che rimangono uncinate nelle insenature cerebrali senza la possibilità di libera espressione.
Ho inoltre l'ambizione di poter immaginare nei prossimi mesi, la cultura fiorentina e le Tradizioni Popolari, così importanti a Firenze, integrate in un nuovo spirito di comunicazione del nostro patrimonio, in una nuova espressione della nostra "potenzialità", troppo spesso trattenuta in passato per eccesso di zelo.
Chissà...forse un nuovo modo per contribuire a far "crescere" Firenze.

lunedì 6 luglio 2009

Via dell'Amorino

Da ragazzi, si sa, la fantasia corre laddove…laddove non arriva la possibilità di praticare quel che la fantasia desidera.
Via dell’Amorino, prima della famosa Legge Merlin, dal nome della Senatrice che la propose, era come adesso, una strada breve, modesta, stretta e fors’anche buia, ma sicuramente molto frequentata da un pubblico maschile, solitamente in servizio militare, quasi sempre non coniugato.
Quasi sempre, ma mai giurare su certe faccende! Ai ragazzi non passavano mai gli anni, pareva non arrivasse mai il 18° compleanno, per scoprire, provare, crescere. Il nome di questa strada la cui frequentazione maschile era assai fitta e così desiderata dai ragazzi, pare venisse dal precedente via della Morina, forse evocante donna di facili costumi.
Amorino è diminuitivo di Amore che era il nome, via dell’Amore, di un tratto di strada di quella che oggi è via S. Antonino. Forse che il nome, via dell’Amorino, voglia intendere una stradetta (come è di fatto) rispetto alla maggiore, via dell’Amore, per cui è stato usato il diminuitivo? Il vecchio nome di questa stradetta era però un altro : era via dell’Amoricchio.
Amori, Amorini e Amoricchi: il mistero s’infittisce! Chissà quale sarà la giusta versione.
Ad ingarbugliare ulteriormente le carte interviene anche una antica tesi secondo la quale in questa strada si consumò a letto l’epilogo di un raggiro amoroso che vide protagonisti un certo messer Nicia Calfucci, Lucrezia sua moglie, tal Callimaco Guadagni ed un maneggione di nome Ligurio, che provvide a far incontrare due di questi tre personaggi in quell’epilogo d’alcova. Pare addirittura che questa vicenda abbia ispirato Niccolò Machiavelli a scrivere “La Mandragola”. Nientepopodimeno!
Francoeffe

venerdì 3 luglio 2009

Visita al Corridoio Vasariano

Grazie ad una associazione no profit, ho avuto il piacere di visitare il Corridoio Vasariano prima che a settembre 2009 chiuda per restauro per circa 3 anni e mezzo. Il Corridoio riaprirà all'interno del nuovo polo museale dei "Grandi Uffizi".

Così come tutta la Galleria degli Uffizi, il Corridoio Vasariano fu progettato e realizzato da Giorgio Vasari, aretino, personaggio "quasi" mitico della progettazione a Firenze e scrittore della biografia dei grandi artisti del tempo.
Si tratta di una sopraelevata, tutta costruita su strutture esistenti che fa da collegamento tra Palazzo Vecchio e Palazzo Pitti, passando per la Galleria degli Uffizi e sopra il Ponte Vecchio.
Il Corridoio Vasariano fu progettato e costruito in 5 mesi, proprio per dare un forte segnale ed una vera discriminazione di ceto dal Granduca Cosimo I de' Medici.
Il matrimonio tra il figlio del granduca, Francesco, con Giovanna d'Austria fu l'occasione per dare mandato al Vasari di progettare questo percorso.
Questioni di sicurezza e la situazione politica che si era venuta a creare a Firenze in quel periodo, l'abolizione dell'antica Repubblica fiorentina da parte del Duca Alessandro non era stata ancora ben digerita, fece nascere l'idea di un percorso alternativo alla normale via di comunicazione tra il luogo della politica cittadina (Palazzo Vecchio) e la residenza del Granduca (Palazzo Pitti), in questo modo la "corte" poteva muoversi liberamente.
Le botteghe dei "Beccai" (macellai dell'epoca) con le loro lavorazioni delle carni che si esercitavano principalmente sul Ponte Vecchio, furono trasferite a Sant'Ambrogio, si evitavano così i cattivi odori dovuti alle frollature, non degni di così grande levatura, al passaggio del granduca e del suo "contorno", al posto dei macellai vi si fecero trasferire le botteghe orafe che tutt'oggi hanno la massima espressione sul Ponte Vecchio.
Nella zona centrale sopra il Ponte Vecchio si aprono una serie grandi finestre panoramiche sull'Arno in direzione del Ponte Santa Trinita. Furono realizzate nel 1939 per ordine di Benito Mussolini, quando Adolf Hitler venne in visita ufficiale a Firenze. Una leggenda dice che la bellezza di questa veduta fu la possibile ragione che salvò il ponte dalla distruzione durante i bombardamenti, a differenza di tutti gli altri ponti cittadini che furono distrutti. La verità pare sia un'altra; il comandante delle truppe tedesche a Firenze volle lui stesso esplicitamente dare ordine che il Ponte Vecchio non fosse minato.
(posterò un approfondimento tra qualche giorno su questo argomento)

Nel film di Roberto Rossellini "Paisà", il Corridoio Vasariano fu l'unica via percorribile nel momento dei bombardamenti alla fine della Seconda Guerra Mondiale. I partigiani nel 1944 lo utilizzarono molto spesso per i loro trasferimenti da una parte all'altra dell'Arno.
Finito Ponte Vecchio, particolare attenzione daremo alla Torre dei Mannelli, alla quale il Corridoio Vasariano gira intono. La Torre dei Mannelli è all'estremità di Ponte Vecchio di là d'Arno. La famiglia Mannelli si oppose strenuamente alla demolizione per far passare il Corridoio, opposizione che ebbe una particolare incisività, tanto da costringere il Vasari di progettarne un "detounement". La leggenda dice che finita la costruzione del passaggio, il Granduca non apprezzò di buon grado questo restringimento del corridoio, costrizione dovuta alla deviazione, e non si sa bene come quella famiglia dei Mannelli visse gli anni successivi nella propria torre, qualcuno dice che furono addirittura tutti uccisi.
La cosa particolarmente curiosa è che se da una parte la famiglia Mannelli non concesse il permesso di oltrepassare la propria torre, la famiglia proprietaria del palazzo successivo apri le proprie porte al passaggio dell'opera granducale inserendo dentro la propia abitazione il Corridoio Vasariano, si notano benissimo sulla parete di destra due porte dell'epoca chiuse da muratura.
Oltrepassato l'Arno il corridoio si affianca al loggiato della facciata della chiesa di Santa Felicita. Li si apre una porta e una grande finestra protetta da una grande griglia in ferro, che sporge con un balcone, molto riservato e protetto da sguardi indiscreti, direttamente dentro la chiesa, la famiglia granducale poteva così assistere alla messa senza scendere tra il popolo.
Il percorso prosegue verso Palazzo Pitti sino a raggiungere la grotta del Buontalenti, salendo però di un piano porta direttamente all'interno del palazzo, senza mai uscire all'aperto.
Il Corridoio Vasariano contiene, appesa alla pareti, la più vasta collezione di autoritratti del mondo e una parte di ritratti del seicento e del settecento, la maggior parte dei quali sono riferiti alla famiglia de' Medici; da notare i ritratti dei bambini della famiglia.
Nella prima parte del percorso si trovano opere di artisti anche molto conosciuti e dipinti dell'arte veneziana del rinascimento.
Gli autoritratti sono esposti in ordine cronologico, si comincia con quello ormai famoso del Vasari e l'ipotetico di Leonardo Da Vinci, per proseguire con Velasquez, sino a raggiungere l'eta moderna; l'ultimo esposto è quello di Marc Chagall (Vitebsk, 7 luglio 1887 – Saint-Paul de Vence, 28 marzo 1985) (in verità ci sembrava impossibile, ma ci siamo dovuti ricredere, ha vissuto ben 98 anni) donato dal pittore stesso al Polo Museale Fiorentino.
Artisti contemporanei che hanno donato il proprio autoritratto, ma non esposto per mancanza di spazio, Folon e Botero.
Un'esperienza fantastica, degna del prezzo di "costo", intendendo senza scopo di lucro (45 euro compresa visita guidata agli Uffizi).

giovedì 2 luglio 2009

Cosimo Ridolfi rinnovato...

Il restauro è stato finanziato dalla Cassa di Risparmio di Firenze che celebra i 180 anni della propria storia. L'intervento è stato effettuato in Piazza Santo Spirito e promosso dall'Associazione Amici dell'Accademia dei Georgofili che ha saputo coinvolgere nell'iniziativa il Comune di Firenze e la Sovrintendenza speciale per il polo museale fiorentino.
Il marchese Cosimo Ridolfi (Firenze, 28 novembre 1794 – Firenze, 5 marzo 1865) è stato un agronomo e politico italiano, è stato il presidente dell'Accademia dei Georgofili (20 anni di mandato) fondatore e primo presidente della Società Cassa di Risparmio di Firenze.
Fu ministro del Granducato di Toscana e Cavaliere dell'Ordine di San Giuseppe.

Presente anche il nuovo Sindaco di Firenze Matteo Renzi.

lunedì 29 giugno 2009

Gli Avelli

A Firenze era in uso, fino a non molto tempo indietro, un modo di dire molto particolare per indicare un gran puzzo : “…. senti che avello..”.
Credo che solo i fiorentini comprendano il riferimento all’avello. Per gli altri, ma anche per i fiorentini delle ultime generazioni conviene chiarire a cosa si riferisce il detto.
Il modo di dire decresce nella parlata ed è sempre meno in uso. Chissà quante volte siete passati da via degli Avelli : è quella strada che congiunge piazza dell’Unità Italiana a piazza S. Maria Novella. Ebbene, per chi non lo sapesse, gli avelli sono proprio quegli archetti, tutti decorati, gli uni accanto agli altri in questa strada, sulla facciata della Basilica- 3 per parte- e sul lato destro della sua facciata.
Avello” : arca sepolcrale, tomba”. Così il Devoto-Oli, ed. Selezione dal R.D., 1974. Gli avelli cui si dice, belli e artistici, sono sormontati da un archetto e sui sarcofagi fanno bella mostra di se le insegne di alcune fra le più importanti famiglie fiorentine, patrizie e nobili.
Si riconoscono le insegne dei Pitti, dei Medici, Alberti, Cerchi, Ricasoli, dell’Antella, Mazzei e di molte altre. Ma, il modo di dire da cui sono partito? Eccolo qua! Siccome non tutti i sepolcri erano sigillati al meglio, da questi fuoriuscivano i più maleodoranti fetori. Al tempo la strada non era cosi (abbastanza ) larga: le case erano addossate, quasi a contatto con gli avelli. Poiché il puzzo proveniva da questi, ecco che per indicare un cattivo odore si dice(va) : senti che avello!!”, con buona pace di chi vi ‘risiedeva’.
Francoeffe


domenica 28 giugno 2009

La nuova Giunta Comunale di Renzi per Firenze

Il sindaco di Firenze Matteo Renzi ha presentato la nuova squadra di giunta.

Dopo due giorni dalla proclamazione, ha comunicato la nuova squadra di giunta. Come annunciato gli assessori saranno dieci, cinque donne e cinque uomini. Ecco i nomi.
Dario Nardella, consigliere comunale del Pd, già presidente della commissione consiliare cultura, docente universitario, che assumerà la carica di vicesindaco con delega a sviluppo economico e turismo;
Barbara Cavandoli, consigliere comunale del Pd, dirigente comunale, con delega allo sport;
Elisabetta Cianfanelli, Sinistra per Firenze, già assessore provinciale alla moda, ricercatrice universitaria, con delega a università e ricerca;
Giuliano da Empoli, indipendente, sociologo e scrittore, con delega alla cultura e alla contemporaneità;
Rosa Maria Di Giorgi, consigliere comunale del Pd, già capogruppo in consiglio comunale, docente universitaria, con delega all’istruzione;
Angelo Falchetti, indipendente, fondatore ed ex amministratore delegato di Dada, con delega a bilancio, società partecipate, organizzazione e innovazione;
Claudio Fantoni, consigliere comunale del Pd, corista del Maggio Musicale Fiorentino, con delega alla casa;
Massimo Mattei, consigliere comunale del Pd, già presidente del consiglio provinciale, imprenditore, con delega a mobilità, infrastrutture, opere pubbliche e decoro urbano;
Stefania Saccardi, consigliere comunale del Pd, già assessore a Campi Bisenzio, avvocato, con delega al welfare;
Cristina Scaletti, Idv, medico ricercatore, con delega all’ambiente.
La delega all’urbanistica resta al sindaco Renzi, che entro il 13 luglio presenterà un comitato di esperti per l’impostazione del Piano Strutturale; al sindaco resta anche la delega alla Polizia municipale.
Piero Luigi Vigna sarà consigliere per la sicurezza.

venerdì 26 giugno 2009

Piazza SS. Annunziata

Pietro Tacca, l'artista dell'Annunziata.
Già al centro della Piazza Santissima Annunziata abbiamo la statua equestre in bronzo di Ferdinando I, opera ultima del Giambologna che non riusci a finire e che fu portata a termine dal suo allievo Pietro Tacca nel 1608.
Le due belle fontane in bronzo raffiguranti mostri marini e recentemente restaurate, sono anch'esse opere del Tacca e della sua bottega (1629). All'angolo della piazza con via dei Servi si ammira la facciata in mattoni di Palazzo Budini Gattai (circa 1570) di Bartolomeo Ammannati, oggi sede della Regione. All'angolo con via della Colonna è il Museo Archeologico.
Anche il nuovo Sindaco di Firenze, Matteo Renzi, ha esaltato nel suo discorso dopo la vittoria del ballottaggio le opere d'arte ed i significati di alcuni particolari curiosità presenti in questa piazza.
Ferdinando I, fratello di Francesco ed entrambi Granduchi di Toscana, sul basamento della statua di cui sopra, fece installare una placca in bronzo nella quale sono raffigurate un'Ape Regina circondata da una miriade di api operaie, tanto che diventa un'impresa contarne il numero.
L'Ape Regina stava chiaramente a significarne la Maestà e le operaie la sua corte. Sopra una scritta emblematica MAJESTATE TANTVM.
La leggenda popolare vuole che fosse impossibile contare il numero delle api presenti nella placca, ogni volta che le contiamo viene come risultato un numero diverso.
Era un bel rompicapo che i genitori utilizzavano come obiettivo per concedere ai figli un premio, se avessero saputo contare il numero esatto delle api; un bel modo per dire di NO ai figli esigenti.
Le api sono 91, rimane ancora un dubbio: con o senza l'Ape Regina?


mercoledì 24 giugno 2009

Firenze - Calcio Storico Fiorentino - Oggi la Finale

La Finale a squadre miste sarà comunque un bello spettacolo ricco di tradizione e storia. Oggi 24 giugno, festa del patrono della città, San Giovanni.

A cornice degli incontri, i 530 figuranti del Corteo della Repubblica Fiorentina e lo spettacolo in Piazza Santa Croce dei Bandierai degli Uffizi prima della gara.

lunedì 22 giugno 2009

Santa Maria de' Ricci

Dacchè mondo è mondo, si sa, le birichinate si pagano. A seconda dell’ampiezza delle birichinate, si pagano anche a caro prezzo.
Dei vizi uno dei peggiori è, con l’ozio, il gioco : cattivo consigliere in particolar modo dopo una perdita. Peggiore se la perdita è stata consistente. Deleterio se addirittura il perdente resta in mutande. L’esperienza avrebbe poi insegnato che bere e giocare in un giorno di Luglio, con la massima temperatura estiva, non era consigliabile. Per nessuno. Figurarsi per un perdigiorno, per di più provinciale e ben fornito di denari.
Deve essere andata così ad Antonio Giuseppe Rinaldeschi, figlio di un benestante commerciante di Malmantile. A Fiorenza ci veniva spesso, un po’ per sbrigare malamente alcune faccende per conto del padre, ma soprattutto in cerca di compagnia femminile, per fermarsi alle osterie a bere e giocare. Se fosse sopravvissuto all’ultima scorreria avrebbe avuto di che raccontare ad amici e fors’anche a nipoti. Per molto tempo sarebbe stato invitato a ‘veglia’, nelle case dei vicini e dei curiosi, che avrebbero ascoltato per l’ennesima volta il racconto della sua Avventura : quella con l’a maiuscola. Quando veniva a Fiorenza la sua scarsella era di solito ben fornita : i vizi costano e bisognava saldarne i conti. Ma per questo aspetto non c’erano mai stati problemi : non fu mai perseguito per morosità o debiti. Li saldava ‘sull’unghia’. Finchè ne aveva, di denari.
Il padre lasciava correre per questo suo unico figlio e mal si opponeva alle richieste di denari e cavalcature per venire in città. Il più delle volte vi entrava dalla porta a San Frediano, quella verso ovest, verso Pisa. Scendendo da Malmantile a volte passava dalla Lastra a Signa, altre attraversava l’Arno passando da Signa. Altre volte invece passava dalla Ginestra e dopo essere risalito a Chiesanuova calava dalle Gore e attraversava il popolo del Galluzzo. In questi casi l’allungava, ma era la trovata per farsi vedere dalla Bianca di ser Ricciotto della quale era innamorato non corrisposto. Pare facesse proprio così in quel giorno di Luglio del 1501. Con questo percorso arrivava in città dalla parte di San Gaggio e vi entrava dalla porta Romana. Dopo avere sbrigativamente risolto gli affari che il padre gli aveva affidato, non c’era di meglio che ripararsi in un luogo fresco che conosceva bene : l’Osteria del Fico nel chiasso degli Agolanti, dove avrebbe sicuramente trovato anche combriccola per giocare. Il meriggio pareva non passasse mai tanto era il caldo; la brezza del tramonto stentava a farsi sentire. Meglio decidere di riprendere il viaggio di ritorno quando fosse calato il sole. Meglio ancora sarebbe stato il mattino dopo, partendo di buon’ora.
La sera e la nottata passarono al tavolo da gioco, fra carte, dadi e vino. Al mattino si ritrovò ubriaco e in mutande. Al gioco aveva perduto tutto : soldi, cavallo e vestiti! L’oste gli dette uno straccio, tanto per coprirsi, mentre si avviava verso casa imbestialito per tanta sfortuna. Girava per le strade intorno al Duomo, barcollante, bestemmiante e furente.
Quando gli occhi gli si posarono sullo sterco di cavallo, proprio li per terra, davanti a lui lo raccolse e lo gettò contro un Tabernacolo della Madonna che stava li, nei pressi della torre dei Ricci. “…in faccia alla Madonna….” dicono i verbali. Il gesto non passò inosservato : fu denunciato agli Otto di Balia ed arrestato. A nulla valsero le sue scuse, il pentimento e le suppliche. Il processo si chiuse con una condanna esemplare : morte per impiccagione alle finestre del Palazzo del Bargello, esposto al popolo perché fosse da monito. “…pagò contanti...” questa la sprezzante annotazione sul ‘Libro delle Condannagioni’ Oggi l’immagine originale della Madonna oltraggiata fa bella figura di se sull’altar maggiore della chiesa costruita nel 1508 a spese della famiglia Ricci. La chiesa, in via del Corso, prese il nome di “S. Margherita in S. Maria de’ Ricci’.
Fu ulteriormente ampliata nel 1610 da Gherardo Silvani, con la costruzione del porticato ancora esistente. Della vicenda del Rinaldeschi rimane traccia in un dipinto suddiviso in 9 scene con didascalie, conservato al Museo Stibbert. La copia del quadro è visibile in una cappella sul lato sinistro della chiesa.
Francoeffe

venerdì 19 giugno 2009

PAUL THOREL: RITRATTI

Inaugurata giovedì 18 giugno ore 18 all’Istituto francese di Firenze RITRATTI, la mostra fotografica dell'artista francese PAUL THOREL: 15 opere fotografiche di grande formato (100x200 e 50x100 cm) in bianco e nero ed una serie di miniature (4 x 3 cm) realizzate appositamente per questo evento, che sara’ l’ultimo del quadriennio del direttore Bernard Micaud, che lascia firenze il prossimo luglio dipo 4 anni.

Le foto sono a tecnica mista, lavorate e stampate in digitale su carta fotografica, tecnica che Thorel utilizza da oltre 20 anni. il primo impatto è spiazzante: migliaia di linee sovrapposte che, nella messa a fuoco dell’immagine, fanno emergere volti e di ognuno di questi volti, in un terzo tempo dello sguardo, la specificità di un’espressione.
I volti sono quelli di personaggi più o meno noti che Thorel discretamente ringrazia in coda al bel catalogo (edizioni Polistampa): Marjo Berasategui, Aldo Busi, Enrico Cerchione, Mario Codognato, Guido Costa, Mirta d’Argenzio, Carlo De Rita, Ala Dubini, Anonima Genovese, Giovanni Gorno Tempini, Kathrin Jira, Graziella Lonardi Buontempo, Massimo Minini, Barbara Sallier de la Tour, Alberto Sifola di San Martino, Paolo Stampa, Carlo Starace, Lea Walter.

“In occasione di un soggiorno a Napoli – ricorda Bernard Micaud – ho scoperto l’opera di Paul Thorel e sono rimasto immediatamente affascinato dalla bellezza e dall’originalità del suo lavoro. Ho pensato che lo spazio espositivo dell’Istituto francese avrebbe offerto uno scrigno perfetto per le sue grandi fotografie in bianco e nero, grazie al contrasto tra la bellezza dell’architettura di Michelozzo, il grigio della pietra serena toscana e queste opere, quasi astratte”

“I miei lavori – dice Thorel – sono fotografie a memoria. Tolgo tutti i dettagli naturalistici riconoscibili di un volto, ne elimino la forma; quel che rimane è soltanto l’espressione, è ciò di cui mi ricordo, un’espressione priva degli gli strati superficiali del volto, separata e separabile dalla propria materialità e da ogni carattere somatico”

“Paul Thorel – spiega Guido Costa nel testo critico che accompagna la mostra – lavora esclusivamente, e da sempre, in digitale. Questa scelta gli permette un secondo livello di elaborazione, nata dalla composizione e scomposizione dell’immagine. Proprio l’incrocio di queste due prospettive (quella squisitamente teorica, e quella pratica), avvicina i suoi ritratti più alla pittura che alla fotografia tradizionale, di regola meno sottoposta a manipolazioni così profonde e complesse, permettendogli un’elaborazione dell’immagine analoga per certi versi a quella operata con il pennello, con tanto di sovrapposizioni, velature e pentimenti.”

Artista fotografo di nazionalità Francese nato nel 1956, Paul Thorel, dopo alcuni anni di pittura iniziati nel 1970, seguendo un corso da Carla Accardi a Roma, nel 1979 inizia la sua ricerca sulla creazione di immagini elettroniche all’Institut National de l’Audiovisuel di Parigi. Dal 1982 si dedica al trattamento digitale della fotografia. I suoi lavori sono stati pubblicati su riviste internazionali di fotografia come Aperture, Originale, Zoom, Photographies Magazine e su diversi quotidiani e settimanali italiani. Ha esposto in gallerie e musei francesi, italiani e americani, tra cui la Maison Européenne de la Photographie ed il Palais de Tokyo a Parigi, la Biennale Internazionale della Fotografia di Torino ed il Palazzo Delle Esposizioni a Roma

giovedì 18 giugno 2009

Palazzo Davanzati, visitiamolo di nuovo...

Riapre al pubblico, dopo un lungo e costoso restauro, una vera e propria casa tra le più antiche di Firenze, nel pieno centro storico, scampata alla devastazione dei palazzi antichi all'epoca di Firenze Capitale del Regno d'Italia, Palazzo Davanzati, già museo dal 1956, poi chiuso nel 1995 per motivi di stabilità e che da oggi sarà di nuovo aperto, esempio raro in Italia di tipica dimora medievale.
I lavori di restauro, costato circa cinque milioni di euro, sono stati resi necessari da alcuni problemi strutturali del Palazzo, nato come unione di due case-torri e che nei secoli ha attraversato varie vicissitudini fino a quando fu adibito a museo nel 1910 grazie a Elia Volpi, artista e antiquario cui si deve una prima sistemazione e restauro.
Nel 1956 il Palazzo fu definitivamente trasformato in museo con arredi e oggetti provenienti dai depositi delle gallerie fiorentine e con doni di amatori. Tra le stanze più belle, la sala dei Pappagalli, con pareti decorate a finta tappezzerie, tipica delle dimore signorili della Firenze del XIV e XV secolo, e la camera da letto della Castellana di Vergy, con arredi del Trecento e del Cinquecento. C'e' anche la zona cucina, con antichi strumenti del tempo come calderoni, stadere e catini, a testimoniare la vita quotidiana nella Firenze dei secoli bui.
Il lavoro per la restaurazione è stato illustrato dalla direttrice del museo Rosanna Caterina Proto Pisani e dalle direttrici dei lavori Fulvia Zeuli e Cristina Valenti. Presenti anche Cristina Acidini, soprintendente al polo museale di Firenze e il direttore regionale per i beni culturali della Toscana Mario Lolli Ghetti.
Il Palazzo consta di tre piani, le cantine, scale in pietra e legno, e ha un'altana sistemata con alberi di limone e aranci amari. Lo schema delle stanze si ripete nei tre piani, con la sala madornale, studioli, camere da letto, piccoli bagni. Il museo, è stato spiegato, fu chiuso 14 anni fa perché si aprì improvvisamente una crepa al primo piano. Da lì le successive fasi diagnostiche evidenziarono problemi di stabilità, infiltrazioni, spanciamenti delle pareti. Solo nel 2005 fu di nuovo aperto il primo piano e nel 2007 il secondo, grazie al contributo dell'Ente Cassa di Risparmio di Firenze.

lunedì 15 giugno 2009

UN’ ESPERIENZA di Francoeffe

Pubblico queste parole di Franco, sono le reazioni a caldo di un'emozione, forte, che a vantaggio ed a conferma di chi "VIVE" la vera società fiorentina non potrà mai dimenticare. Grazie Franco.


Finalmente ho fatto l’esperienza che inseguivo da tempo: prendere parte al Corteo Storico del Calcio in Costume. Nel periodo più caldo, la metà di Giugno in occasione della finale 2009 fra gli Azzurri di Santa Croce e i Rossi di Santa Maria Novella, naturalmente farò il tifo per gli Azzurri: Santa Croce è il mio quartiere di nascita e vi ho vissuto fino all’età di 12 anni.

Il Corteo: per due ore sono sfilati per la città i colori dei costumi e delle piume, i personaggi imponenti e solenni nei magnifici abiti rappresentanti il Messo della Signoria, le Arti, le Magistrature e i bandierai con quelle insegne, il Proconsolo, il Magnifico Messere, il Maestri di Campo, il Capitano delle Guardie ed i Maggiori Sergenti delle fanterie, i musici ed i tamburi, le splendide dame come uscite dall’altar maggiore di Santa Maria Novella da dove muove il Corteo e così via, altri ed altri personaggi, che evocano una magnifica storia intrisa di una civiltà che muoveva i suoi primi passi fin dai primi decenni del II° millennio. Tutti dietro al ‘Gonfalone di Firenze’, in cui la città si riconosce, accompagnato dai Mazzieri, dalla scorta e dai trombetti.

Occorrerebbe essere più addentro al meccanismo del Calcio Storico per coglierne maggiori sensazioni e conoscenze, ed io non lo sono. Ma di certo mi ha riempito d’orgoglio il prendere parte ad una rievocazione storica che propone l’altissima civiltà di Firenze e coinvolge fisicamente casate delle più alte nobiltà e patriziato. I nomi sono storici e famosi : Bartolini Salimbeni, Alli Maccarani, Rosselli Del Turco, Gondi tanto per citarne alcuni. Sono casate che hanno preso parte alla vita cittadina ricoprendo, nei tempi, cariche determinanti e delicate. Gli scoppi delle Bombarde hanno fatto volare alti i piccioni; il saluto ‘alla voce’ ed i comandi impartiti al campo, l’orgoglio.

Il “Gridate con me :Viva Fiorenza!” l’ha mandato ancora più in sù!

Francoeffe



La Festa di Santa Barbara

Santa Barbara è la Patrona dei VV. del Fuoco, dell’Arma di Artiglieria, dei Genieri e Trasmettitori, dei Marinai e di quanto usano scoppi e fuoco per il loro lavoro..
Si festeggia il 4 Dicembre. L’ultimo scorso ci sono stati festeggiamenti “plen air” organizzati dai VV. del Fuoco, nella magnifica rinascimentale Piazza della SS. Annunziata disegnata da Filippo Brunelleschi, l’Architetto che ha realizzato fra l’altro, anche quello che i fiorentini chiamano ‘il Cupolone’, cioè la cupola del Duomo di Firenze.
Non c’è errore di genere fra ‘cupola’, che è femminile e ‘cupolone’ nome accrescitivo maschile. I fiorentini usano anche in altri casi questa ‘confusione’ di generi. A Firenze c’è un grande e bellissimo Tabernacolo del ‘400. Fu edificato all’inizio di un viottolo che fra i poderi dei frati Vallombrosani, conduceva alla loro Chiesa di S. Salvi (Saint Sauve o Salvy) Vescovo di Amiens nel VII° secolo. La fondazione di questa chiesa pare si debba ad un fatto prodigioso : due pellegrini francesi intendevano portare in un sacco le reliquie del Santo a Roma. Fermatisi a dormire il luogo chiamato Paratinula, fuori dalle porte di Firenze, sulla via per Roma, al mattino non furono capaci di sollevarlo a causa del suo accresciuto peso. Il segno fu interpretato come la volontà manifesta che le reliquie dovessero restare nei pressi di Firenze. Anche il Vescovo di Fiesole, che accorse, fu d’accordo perché li si edificasse un oratorio dedicato a San Salvi. Sicuramente c’entrava anche l’ammirazione del popolo verso Carlo Magno, dalle cui terre proveniva. Dante, del resto, credeva che dopo la distruzione di Firenze da parte di Attila ‘flagello di Dio’, la città fosse stata ricostruita dall’Imperatore “…dalla grande barba fiorita”. In realtà la città, in stato di profonda decadenza anche per le violente inondazioni cui era sottoposta a causa della mancata regimazione dell’Arno, rifiorì proprio al tempo di Carlo Magno. I proprietari del terreno detto “Paratinula”, Piero di Gherardo e Lando di Teuzzo, nel 1048, ingrandirono l’oratorio trasformandolo in un monastero che affidarono ad una comunità di benedettini, grandi lavoratori e capaci di bonificare le terre circostanti su cui lavoravano per ricavarne sostentamento. Fu affidato infatti alla comunità vallombrosana di San Giovanni Gualberto.
Ma torniamo al tabernacolo.
Splendidamente affrescato da Lorenzo di Bicci : “Madonna in Trono col Bambino, con Angeli e Santi”, a ragione della grandezza dell’immagine sacra, i fiorentini da sempre lo chiamano ‘il Madonnone’.
Di nuovo il femminile di ‘Madonna’ e il maschile di ‘Madonnone’. Così come, per es., i fiorentini definiscono ‘donnone’ una donna grande.
Dunque la Festa di S. Barbara.
Si è svolta in Piazza SS. Annunziata su cui conviene spendere alcune parole come sul centenario Orfanotrofio, adesso Istituto degli Innocenti, fatto costruire dalla Signoria per il ricovero dei ‘gittatelli’ : cioè i bambini abbandonati e ‘gettati’ nella ruota. I loggiati che la circondano erano stati fatti costruire fin dal 1299, per far riparare chi arrivava da fuori Firenze fin dalla sera precedente, per la festività mariana dell’ 8 Settembre. Firenze è una città devotissima alla Madonna. Non solo il ‘Madonnone’, ma anche le centinaia di altri Tabernacoli a Lei dedicati lo attestano. Dunque, i pellegrini arrivando dalle campagne si riparavano sotto i portici, successivamente ridisegnati dal Brunelleschi, portandosi fichi secchi per mangiare. Le donne li portavano anche per vendere e perciò venivano chiamate ‘ficolone’ . Siccome viaggiando di notte c’era bisogno di vedere dove si mettevano i piedi, i fedeli si facevano luce con dei lumi di cera i d’olio riparati dalla carta posti in cima ad una pertica. Questi lumi erano riconosciuti come quelli delle‘ficolone’. Col tempo e l’uso il nome dei lumi si è modificato in ‘Rificolone’.
Ancora adesso la notte del 7 Settembre si celebra la ‘Festa delle Rificolone’, a mente degli antichi lumi facilitanti il percorso dei villici che viaggiavano di notte per venire a confermare l’antica devozione alla Madonna.
La festa di S. Barbara : i VV. del Fuoco avevano messo a disposizione delle Associazioni d’Arma, della Arciconfraternita di Misericordia di Firenze e delle altre Istituzioni benefiche, da loro invitate stante i rapporti di collaborazione, alcuni tavoli che si sono presentati al pubblico colmi di bandierine e souvenir, facili prede dei tanti bambini. I tavoli erano stati decorati con Bandiere e teli dei rispettivi colori con sopra disposti reperti e cimeli, bandierine e cartoline delle Associazioni e di S. Barbara. Questo materiale è stato offerto ai cittadini e soprattutto ai bambini, accorsi a classi intere a guardare gli esercizi dei VV. del Fuoco che si sono esibiti in esercizi e acrobazie con scale e mezzi meccanici. Intorno al tavolo dell’Associazione Artiglieri erano sistemati i Labari della Sezione di Firenze e della Delegazione Regionale decorati di Medaglie d’Oro al V.M., oltre all’immagine della Santa ed altre foto riguardanti i ‘pezzi artigliereschi’.
Sopra un cavalletto faceva bella mostra di se il Progetto del “Monumento agli Artiglieri”, firmato dall’Architetta Nausikaa M. Rahmati che il prossimo15 Giugno sarà inaugurato nel Cimitero di Trespiano in Firenze.
Al termine un ‘Buffet’ caldo e freddo, ha rifocillato i presenti dopo alcune ore di esposizione alla temperatura di 1°.


sabato 13 giugno 2009

I "Bandierai degli Uffizi" oggi al Calcio Storico Fiorentino



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mercoledì 10 giugno 2009

La Palla, il Calcio e gli Otto.

Siamo a Giugno e a Firenze è il mese di San Giovanni Battista, patrono della città ed è anche il mese del Calcio Storico Fiorentino la cui partita principale, la finale, si gioca proprio il 24 giugno.
Non tutti sanno però che il “giuoco della palla” a Firenze è da sempre il gioco principale per il divertimento di adulti e piccini.
Fin dai primi anni delle lotte Guelfe e Ghibelline, le strade, i borghi e le facciate dei palazzi storici fiorentini erano teatro di numerose attività ricreative. In particolare il “giuoco della palla” era da sempre quello preferito.
I rumori e le grida che si sollevavano per la gioia stessa del divertimento, portò ben presto a colpevolizzare i ragazzi che giocavano in strada di molestie e la Signoria fiorentina venne sollecitata a porre rimedio agli schiamazzi. Fu allora affidata la risoluzione al Magistrato degli Otto di Guardia e Balìa.
Il Magistrato degli Otto di Guardia e Balìa venne istituito nel 1375, allo scopo di vigilare sulla tranquillità e la sicurezza degli abitanti della città e del contado, per questo gli furono affidate funzioni di polizia.
"Otto" perché era composto dallo stesso numero di Ufficiali, che venivano nominati due per quartiere; "Guardia" proprio per la funzione alla quale erano chiamati; dovevano vigilare sull’ordine, la decenza ed il quieto vivere in tutto il territorio cittadino e del dominio fiorentino; "Balìa" dall’autorità di ricercare e catturare i violatori della legge, i ribelli, i delinquenti comuni e di sottoporli alle torture e di condannarli a qualunque pena con processi dallo stesso tribunale degli Otto, le cui sentenze erano inappellabili.
Il Magistrato vietò quindi il gioco della palla; emise numerosi bandi, applicando sui muri dei luoghi individuati ed in bella vista, dei "manifesti", in questo caso di pietra, che ordinavano il divieto di giocare a palla in quei luoghi, la vigilanza era inoltre affidata ai sergenti degli Otto di Guardia e Balia, gli attuali nostri poliziotti di quartiere o vigili urbani.
Testualmente: “non giuocare a palla sotto pene rigorose riservate ai contravventori” ciò che era scolpito nei bandi appesi ai palazzi.

giovedì 4 giugno 2009

San Pancrazio e la "Porta Occidentalis"

Terzo importante contributo di Francoeffe


Nella terza cerchia di mura, in fondo a quella che oggi è via Strozzi, si apriva una porta che in epoca Carolingia si chiamava “Porta occidentalis’, essendo questa rivolta verso ovest. Gli antichi fiorentini però la ribattezzarono col nome storpiato del Santo cui era dedicata la piccola chiesa.
L’ antica ‘Porta occidentalis’ fu chiamata ‘Porta San Pancrazio’, anzi – in dialetto fiorentino- San Brancrazio. Dalla porta partiva una strada (l’attuale via della Spada) che conduceva alla chiesa e monastero di San Pancrazio – a quel tempo fuor dalle mura-, attorno a cui si era sviluppato un nutrito borgo.
Quando, al riparo delle mura, il borgo si estese assumendo il rango di sestiere, la sua insegna divenne due branche rosse di leone, derivate dal nome storpiato del santo : “San Brancrazio con la insegna della branca di leone per lo nome”. Il monastero fu edificato intorno al 1150 per le benedettine di Sant’Ellero (cioè di Sant’Ilario ndr). Era stata Itta, l’abbadessa di Sant’Ellero, a donare il bosco di Vallombrosa a San Giovanni Gualberto. Papa Alessandro IV assegnò , nel 1235, tutto il complesso all’Ordine dei Vallombrosani, nel frattempo diffusi e assai seguiti nella città di Firenze. Successivamente la chiesa fu ampliata intorno al 1300 in stile gotico come la vicina Santa Maria Novella. Nel quattrocento il nuovo ampliamento in stile rinascimentale fu attribuito in un primo tempo a Leon Battista Alberti, l’architetto che aveva costruito per la potente e ricchissima famiglia Rucellai un palazzo nei dintorni.
I Rucellai erano con i Federighi fra i più importanti patroni della chiesa. Nel 1078 la contessa Matilde realizzò una nuova cerchia, più ampia delle precedenti e maggiormente consistente, a protezione delle possibili incursioni di cavalieri tedeschi. Si trattava di quella che Dante appellò come ‘..l’ antica cerchia.’. Il lato est correva lungo quella che oggi è via del Proconsolo: alcuni segni sulla sua carreggiata ne evidenziano il tracciato e alcune torri di guardia.
Il complesso di San Pancrazio era dedicato al Martire che nei primi secoli, sotto Diocleziano anche se quattordicenne, non cedette alle lusinghe che gli furono prospettate affinchè abiurasse la Fede cristiana da poco abbracciata. Non cedette neppure a quelle dell’Imperatore : “ Fanciullo, io ti conforto di non morire di mala sorte. Abbandona il tuo proposito e ti terrò come figlio”. “Io sono fanciullo di corpo ma vecchio di senno”.
La matrona Ottavilla lo seppellì decapitato al secondo miglio della via Aurelia. Papa Gregorio Magno dopo un omelia tenuta sulla sua tomba, nel frattempo divenuta una Basilica, contribuì non poco a estendere la fama del Santo oltre i confini, in tutta Europa. Da allora, per avere tenuto ferma la sua fede è ritenuto il punitore degli spergiuri e Santo della Giustizia Se fino ad allora i Giudici facevano talvolta giurare gli accusati la propria innocenza sulla tomba di San Pietro, affermatasi la fama di Pancrazio, facevano giurare sulla sua. “Essendo quivi venuti ed il colpevole essendo ardito di giurare la falsità sopra l’avello di colui (Pancrazio ndr), non potè ritirare la mano a se e poco istante morì invitto. Onde infino al dì d’oggi si tiene che sopra le reliquie di San Pancrazio si fa giuramento per le cose gravi che accaggiono”.
La chiesa, anche se molto piccola, è rammentata su alcuni documenti fino dal 931 ma il Villani racconta che la sua esistenza risale al tempo di Carlo Magno. Al piccolo edificio si affiancò verso la metà del 1100 un monastero per le monache benedettine. Successivamente Papa Alessandro IV lo assegnò ai frati vallombrosani. Quando nel 1172 la Signoria fece costruire la prima cerchia comunale, ingrandendo ancora la città che contava circa 35.000 abitanti, la porta venne spostata fino all’inizio dell’attuale via Palazzolo, prendendo il nome di ‘ Porta San Paolo’. La chiesa di San Pancrazio divenne una delle prime 36 parrocchie fiorentine.
Leon Battista Alberti, su incarico di Giovanni Rucellai, disegnò la Cappella del Santo Sepolcro adiacente all’antica chiesa. Di fronte all’antico monastero, lungo via della Spada, un ospedale prendeva anch’esso il nome di San Pancrazio. Poi furono accolti i Domenicani prima del loro trasferimento nella chiesetta di Santa Maria della Vigna. La tradizione vuole che vi abbia soggiornato anche San Domenico di passaggio da Firenze.
Adesso la chiesa, sconsacrata, è sede del “Museo Marini” che espone le opere del Maestro ed ospita mostre di Arte Moderna. Il Monastero, dopo molti rimaneggiamenti e destinazioni (è stata anche Manifattura Tabacchi), è adesso sede di molte Associazioni d’Arma.



sabato 30 maggio 2009

Gli Uffici e le Magistrature fiorentine

Gli Uffici e le Magistrature, le cui insegne sono rappresentate sulle bandiere dei Bandierai degli Uffizi, costituitisi in Firenze fino dalle epoche più antiche, furono numerosi. Secondo le circostanze civili e sociali e le vicende religiose e politiche succedutesi nel tempo, subirono variazioni nel numero, nel nome e nelle competenze, dovute a soppressioni, incorporamenti e nuove istituzioni. Certamente tutte avevano una loro propria ragion d’essere e tutte erano indispensabili per il buon governo della Repubblica. Tutte le leggi venivano discusse fra la Signoria, che era il Magistrato Supremo, il Gonfaloniere ed i Collegi, seguendo la prassi stabilita, passando per altri magistrati fino alla loro definitiva approvazione ed applicazione pratica. Fra i diversi uffici e magistrati che intorno al ‘500 esistevano a Firenze, 16 erano di particolare importanza e, si può dire, preminenti sugli altri per le loro caratteristiche poste a tutela della libertà, dell’ordine, del prestigio della Repubblica e della giustizia nei confronti dei cittadini.

venerdì 29 maggio 2009

Il Tempio di Iside

Archeologia fiorentina, dagli scavi emergono nuovi resti di Florentia romana, frammenti del Tempio di Iside sono sotto il Tribunale.

L’antica Florentia, la città romana che sta sotto quella medievale e rinascimentale, riaffiora e tornano alla luce i resti di monumenti, teatri, come quello romano che sta sotto Palazzo Vecchio e di templi, come quello dedicato a Iside che giace sotto il tribunale di piazza San Firenze e del quale sono state trovate alcuni resti di colonne intarsiate e di pezzi di frontone risalenti al II secolo d.C.
Si tratta di uno scavo profondo circa 4 metri, largo due metri e mezzo e lungo non più di 5 metri. Da lì sono emersi i resti del tempio di Iside. Sono stati infatti recuperati centinaia di frammenti marmorei di decorazione architettonica vera e propri che comprendono capitelli, frammenti di colonna, basamenti, manufatti pertinenti ed elementi di rivestimento. Secondo quanto descritto dai responsabili degli scavi la notevole quantità di oggetti attesta l’impiego di marmi eterogenei, comprendenti anche marmi bianchi e policromi.
Il tempio citato nella storia di Firenze di Davidson probabilmente era stato realizzato subito fuori dalla parte romana della città, vicino all'attuale Tribunale nell’angolo sud orientale di Florentia.

giovedì 28 maggio 2009

Robert Mapplethorpe - La perfezione nella forma

MAPPLETHORPE ASSOLUTAMENTE DA NON MANCARE










lunedì 25 maggio 2009

Lo scorpione nel leone

Anche se dal titolo può sembrare una previsione astrologica, nulla di tutto questo è protagonista di questa piccola storia.
Sono segni zodiacali, certo, ma questa è la storia di un leone di pietra e un vero scorpione.
Protagonista assoluto Anselmo.
Nel 1400 viveva in via del Cocomero un tal Anselmo, che da tempo soffriva di un incubo che si ripeteva puntualmente ogni notte e che lo terrorizzava.
E' Giovanni Cavalcanti che racconta questa storia straordinaria. La racconta come curiosità tragicomica.
Anselmo sognava frequentemente che un leone lo azzannasse ad una mano e trascinandolo a terra poi lo sbranasse fino ad ucciderlo.
I leoni erano in quei tempi simboli della città, e l'Amministrazione del tempo ne teneva degli esemplari in gabbia dietro Palazzo Vecchio.
La paura dell’uomo era altissima, nessuno riusciva a convincerlo ad andare a visitare i leoni, per cercare di togliersi la paura.
Fu allora che un medico di corte Medici, gli consigliò di andare a visitare i leoni di pietra che si trovavano a ornamento della Porta del Duomo e addirittura di mettere una mano in bocca a uno dei due, scolpito con la bocca spalancata.
Il pover’uomo si fece convincere e decise di provare. Ma il caso volle che infilata la mano nella bocca del leone di pietra, Anselmo venisse punto da uno scorpione nascosto lì dentro e morisse per la paura
Poraccio!!!

giovedì 21 maggio 2009

La Palla e gli Otto

Che il gioco della palla a Firenze fosse stato da sempre il riferimento di adulti e piccini è ormai risaputo.
Le strade ed i borghettini fiorentini erano teatro di numerosi giochi e di rumori assai molesti, in particolar modo intorno alla Badia Fiorentina. Proprio il rispetto per la sacralità della chiesa presupponeva il silenzio e la tranquillità.
Ecco che entrano in gioco il Magistrato degli Otto di Guardia e di Balìa, dei quali ho già parlato in questo blog.
Uno dei modi per far conoscere il bando del gioco della palla ai fiorentini, oltre alla vigilanza delle strade e delle vie da parte dei Sergenti era quello di applicare sui muri dei luoghi individuati ed in bella vista, dei "manifesti", in questo caso di pietra, che ordinavano il divieto di giocare a palla in quei luoghi.
“non giuocare a palla sotto pene rigorose riservate ai contravventori”
Nella stessa zona della Badia Fiorentina, di via Dante Alighieri, di via dei Magazzini esiste anche la Piazzetta dei Giuochi, ma essa fa riferimento al nome di una importante famiglia che li aveva la propria residenza.

sabato 16 maggio 2009

L'Abate di San Fedele a Poppi

Secondo importante contributo di Francoeffe.

L’Oste Guelfa avrebbe praticamente tratto in inganno le spie Ghibelline.
Se c’erano o c’erano state a spiare, avrebbero informato il Vescovo Guglielmino degli Ubertini, che l’Esercito guelfo sarebbero venuto dal valico di San Donato. Proprio laddove nel marzo, in vista di Firenze, avevano bruciato l’olmo di fronte alla chiesa. Nella Piazza della vallombrosana Badia di Ripoli, ove le insegne di guerra erano li fin dal 13 maggio, il Vescovo di Firenze aveva benedetto le truppe ammassate sul grande spiazzo della Chiesa.
I discorsi infuocati dei Priori e dei rappresentanti delle Arti Maggiori avevano scaldato gli animi. Aimeric di Narbonne, a cui era stato affidato il comando dell’Oste, aveva incoraggiato alla vittoria sui Ghibellini, rammentando Montaperti di qualche anno prima. La voglia di riscattare quella bruciante sconfitta salì alle stelle.
Il 2 di giugno fu levato il grande accampamento e l’Oste guelfa si mise in marcia. Si immagina che gli informatori fecero fatto scoppiare le loro cavalcature per informare il Vescovo dell’imminente venuta dal valico di San Donato, lungo la via per Arezzo. Del resto non sarebbero stati i soli a sacrificare i cavalli per volare verso Arezzo: poco tempo prima, con una rapida e perfida incursione, praticamente sotto le mura di Firenze, nei pressi del Convento del Paradiso, avevano attaccato e danneggiato alcune case giusto appena fuor dalle mura oltre la Porta di San Niccolò. Le Monache del Paradiso si rinchiusero a biascicar Rosari nella Cappella di Santa Brigida.
Dopo gli incursori se ne scapparono incontrastati donde erano venuti : il colle dei Moccoli li vide volare verso Arezzo. Sicuri delle informazioni frettolosamente raccolte, i Ghibellini si organizzarono per difendersi. La salita del valico della Consuma, scelta invece della strada da S. Donato, fece faticare per 9 giorni, uomini e bestie, per trasportare tutto il necessario all’attacco. L’Oste sarebbe dilagata nella vallata del Casentino come un rullo compressore, spazzando via ogni ostacolo. Gli ordini di Aimeric di Narbonne erano stati impartiti chiari e precisi. I 100 Cavalieri inviati da Carlo d’Angiò con le sue insegne reali da portare in battaglia, avrebbero aiutato a sfondare lo schieramento al centro, dopo che si fosse completata la manovra a tenaglia concordata con tutti i Capitani nel parlamento che si era tenuto in Battistero.
A Corso Donati era stato comandato, pena la testa, di restare di riserva alla testa dei 150 Cavalieri, coprendo il fianco sinistro dello schieramento. Ma a battaglia quasi definitivamente vinta, il Donati vi volle intervenire, contravvenendo all’ordine preciso di Aimeric :”…qui c’è gloria per tutti ed io ne voglio prendere una parte, esclamò gettandosi nella mischia, meglio perdere la testa che un po’ di gloria!. Mi dovrete prendere a Pistoia per spiccarmela!!”
Era appena l’alba del 5 giugno quando dalla strada che conduce a Vallombrosa, le avanguardie fermarono un prete che in groppa ad una mula, lesto lesto, trotterellava verso il valico della strada che dalla Consuma scende nel Casentino. Condotto di fronte al Narbonne si qualificò come l’Abate di S. Fedele a Poppi : “..stavo tornando dalla Casa madre di Vallombrosa, ero stato ad un incontro con l’Abate dal quale ero andato per ricevere consigli e guida…”.
Naturalmente fu trattenuto contro la sua volontà, non prigioniero, ma ospite dell’Oste Guelfa. A cose fatte sarebbe stato liberato, scongiurando in tal maniera l’ipotesi che sarebbe corso dal Vescovo ad informare della venuta dei Guelfi dalla parte della Consuma e non da S. Donato come invece credevano. E soprattutto che erano già li, al valico. Pregò e si dimenò, ma non ci fu niente da fare : sarebbe rimasto ospite non libero dei Guelfi, fino a cose fatte. Anche i contadini intenti al lavoro nei campi guardarono con occhi perplessi, increduli e impauriti, l’avanzare dell’esercito guelfo. Tutti furono fatti prigionieri per la stessa ragione del Piovano di Poppi.
Le ‘cose’ si fecero, nella piana di Campaldino, nel giorno di S. Barnaba : l’11 Giugno dell’A.D. 1289.

Francoeffe

venerdì 15 maggio 2009

L'Incantatrice di Firenze di Rushdie Salman

C'e' anche l'Italia rinascimentale a far da sfondo a ''L'incantatrice di Firenze'', il nuovo romanzo di Salman Rushdie ambientato tra l'Italia e l'India, apparso lo scorso anno nel Regno Unito e negli Stati Uniti, che Mondadori pubblica ora in traduzione italiana.
Sono tanti i riferimenti storici presenti nell'opera di finzione narrativa, tanto che lo scrittore anglo-indiano alla fine del romanzo include una bibliografia, come se fosse un saggio. Tra le letture citate da Rushdie compaiono Ludovico Ariosto, Matteo Boiardo e Leon Battista Alberti. Tra i personaggi reali del romanzo c'e' anche Niccolo' Machiavelli, detto ''il Machia'' dagli amici.
Questa la trama:
Un misterioso viaggiatore dai capelli biondi arriva a Sikri, sede della corte Mogol, e chiede udienza al sovrano Jalalluddin Muhammed Akbar, detto Akbar il Grande. Lo straniero afferma di venire da una sconosciuta, remotissima città di nome Firenze e di avere una storia tanto meravigliosa quanto veritiera da raccontare: una storia che lega i destini della misteriosa capitale d’Occidente da cui proviene a quelli della discendenza del monarca indiano.
Inizia così un racconto che, unendo una pirotecnica inventiva a una minuziosissima documentazione, si snoda tra figure storiche gigantesche, una fra tutte Machiavelli, e vede tra i protagonisti l’enigmatica Qara Köz, “Madama Occhi Neri”, principessa destinata a sconvolgere con la sua esotica e rara bellezza la raffinata corte medicea. Quanto c’è di vero nel racconto del viaggiatore, il quale afferma di non essere altri che il figlio di Qara Köz? E se ciò che racconta è vero, che ne è stato della principessa? Non si tratterà invece di un bugiardo che, in quanto tale, merita solo la morte?

Per presentare il romanzo, Salman Rushdie arrivera' in Italia domenica 17 maggio, quando interverra' a Torino alla Fiera del Libro (ore 14), per proseguire poi il suo viaggio nel Belpaese martedi' 19 maggio a Firenze e giovedi' 21 maggio a Venezia; fara' ritorno' nuovamente il 28 giugno per partecipare al festival ''Le conversazioni'' di Capri.


mercoledì 13 maggio 2009

Minerva e la Chimera

La Minerva di Arezzo ritorna nei locali del Museo Archeologico Nazionale di Firenze, mentre mentre la 'Chimera' parte per Los Angeles, per una mostra alla Villa Getty.
La Minerva rientra nelle sale fiorentine, dopo un restauro durato otto anni, nel suo nuovo aspetto accanto al calco che ripropone l'immagine 'Carradori', ovvero quella a noi nota fino al 2000. In una teca a parte saranno visibili il braccio costruito dallo scultore lorenese, il cui posizionamento risulta ormai completamente slegato alla nuova fisionomia della statua, e il 'serpentello' inventato sempre da Francesco Carradori per ornare il cimiero. Attraverso appositi pannelli verranno illustrate le varie fasi del restauro, gli aspetti storico artistici e i problemi relativi al rinvenimento della statua.
In concomitanza con l'eccezionale rientro della Minerva, parte il pezzo piu' noto del Museo: il grande bronzo etrusco della Chimera, ritrovato fuori Porta S. Lorentino ad Arezzo nel 1553.

Questo, datato al V secolo a. C., raffigura una bestia mitica, dalla triplice natura di leone, capra e serpente, figlia del gigante Tifone e di Echidna e vinta dall'eroe Bellerofonte. Per i fiorentini, la Chimera e' piu' di un eccezionale manufatto archeologico: e' un simbolo, il primo pezzo delle collezioni granducali, oggetto di cure particolari da parte di Cosimo I, come riferisce Benvenuto Cellini.

Ad accompagnare il viaggio della Chimera sara' un gruppo di 'Amici', sotto la presidenza del presidente dell'Istituto di Studi Etruschi e Italici Giovannangelo Camporeale.

martedì 12 maggio 2009

L’Oratorio dei “Buonomini di San Martino”

Inizia oggi una importante collaborazione, un vero piacere per me. Ospiterò all'interno del blog alcuni interventi di approfondimento di un amico, Franco. Sono approfondimenti scritti con il cuore e con la voglia di far conoscere particolarità della nostra Firenze o di quello che gravita o gravitava intorno ad essa, lo stesso spirito per il quale è nato questo blog.
Una delizia per la lettura.

L’Oratorio dei “Buonomini di San Martino”

Il Vescovo Santo fiorentino per eccellenza, il Domenicano Sant’Antonino, al secolo Antonino Pierozzi, figlio di un notaio, era ancora Priore del Convento di San Marco quando un giorno mandò a chiamare nella sua cella in Convento, 12 notabili cittadini di Firenze. Notabili, non Nobili : Nobili erano solo i componenti le famiglie feudali e ghibelline, come gli Alberti, i Guidi, gli Ubaldini ecc…, che il Comune aveva obbligato a vivere in città, un po’ per controllarli, ma anche perché aveva distrutto o acquistato i lori castelli nel contado.
I cittadini i convocati erano destinati a diventare, nel ‘500, la classe emergente cittadina e la nuova nobiltà, questa volta terriera, derivante dai suoi traffici mercantili in ogni parte del mondo.
Del gruppo dei 12 convocati resta un elenco : Michele, figlio di messer Pietro Bernini; Luigi, nipote di messer Francesco Bruni; Bernardo, della casa dei Salviati; Francesco, degli Strozzi; Alessio, egli messere in quanto notaio, dei Pelli. Questi decisamente ‘notabili’.
Vi erano anche alcuni artigiani: Onofrio d’Agnolo e Giuliano di Stagio, drappieri; Primerano di Jacopo, calzolaio; Giovanni di Baldi, lanaiolo; Pasquino di Ugolino del Vernaccia, setaiolo; Jacopo di Biagio, cimatore. C’era anche uno a cui non è stata registrata l’Arte cui era iscritto: Antonio di Maffeo, da Barberino :d’Elsa o del Mugello, non è dato sapere. E’ interessante la composizione sociale del ‘gruppo’ che va dalla borghesia terriera a quella imprenditoriale a quella del contado.
Era la primavera del 1442. La cella del Priore, affrescata come le altre da un confratello ed odorante di tinte, era a destra dell’Annunciazione, da poco terminata da Fra’ Giovanni da Fiesole, che poi sarebbe stato per sempre Fra Giovanni Angelico, a memoria della sua opera ‘angelica’: nelle celle e in altri capolavori.
In breve la cella, benché un po’ più grande delle altre, fu zeppa di persone intente ed affascinate nell’ascoltare la proposta del Priore.
Chi era il Priore di S. Marco? L’aspetto ascetico e macilento gli aveva valso il nomignolo di Antonino : Antonino dei consigli. Infatti molti ricorrevano a lui per sentire i suoi pareri ed ascoltarne i consigli, sempre saggi e misurati. Per molti anni ha governato il Convento di San Marco che Cosimo de’ Medici - che si riservava nel Convento una cella doppia, adatta al suo rango, aveva fatto restaurare a sue spese nientemeno che dal suo Architetto : Michelozzo. Dal 1446 al 1459 Antonino ha retto la sede Arcivescovile di Firenze. Da sempre in odore di santità era stato anche un finissimo diplomatico, portando a casa consistenti successi.
In quella giornata primaverile del 1442 il Priore chiese ai 12 convocati di procurare e mettere a disposizione dei poveri, somme per la loro sussistenza, compresi loro beni e denari. Poveri che nella maggior parte dei casi lo erano diventati per la politica di Cosimo. Il Priore, nonostante la sua generosità dimostrata nei confronti del Convento, sentiva di dover intervenire per rimediare i danni da lui provocati.
“ Al nome dell’eterno Iddio il libro dei 12 procuratori dei poveri di Dio in sul quale si scriverà tutte le limosine di grano, farina e pane”. Così comincia l’intestazione del registro delle entrate e delle uscite dei procuratori’ dei poveri. La sede della congregazione fu all’inizio nella casa di uno di loro : Primerano di Jacopo, calzolaio; successivamente fu affittata una stanza dai Benedettini della Badia per 12 fiorini l’anno. Poi questa stanza fu trasformata in Oratorio acquistando così l’aspetto attuale.
L’Oratorio fu fatto affrescare dalla bottega del Ghirlandaio, con i temi delle “Sette Opere di Misericordia” , con due storie di San Martino e con due storie di vita cittadina, rappresentanti scene di matrimonio. C’entra con l’attività dei Buonomini il matrimonio? Si, perché provvedere alla dote delle fanciulle povere era l’ottava opera di carità della Congregazione.
In tutte le Congreghe, Confraternite, Associazioni ecc.. vi è sempre un responsabile, un procuratore. Essendo tutti e 12 procuratori, da subito furono definiti e chiamati’ Buonomini di San Martino’ perché dediti alla beneficenza. Nel tempo l’assetto della Congregazione si è andato modificando : nel ‘400 i Provveditori erano 12, nel XVI° sec. divennero 18, tre per sestiere in cui era divisa la città. I Procuratori a turno, un mese l’anno, presiedevano le riunioni col titolo di Proposto. Le decisioni venivano prese con votazione segreta che avveniva deponendo una fava bianca o nera in un bussolo. Le domande di sussidio venivano accuratamente vagliate. I bisogni crescevano e dacchè i Buonomini non potevano tesaurizzare ne possedere, davano fondo alle risorse in ogni riunione della Congrega. Per non interpellare direttamente i Buonomini con messaggi recapitati a casa, il responsabile di turno metteva una candela sulla finestrella dell’Oratorio: un po’ per propiziare la Provvidenza come ancora oggi avviene, ma soprattutto per avvisare i Buonomini che erano finiti i fondi ed era necessario rimpinguare la cassa.
I passanti, oramai avvezzi alla manovra, si passavano la voce con questo dire : “ Sono giunti al lumicino”, con ciò intendendo che non c’erano più soldi e che quindi era necessario versare fondi per i poveri. Per la storia l’ultima volta avvenne nel 1949, oltre 500 anni dopo la famosa convocazione del Priore di San Marco.

Francoeffe

mercoledì 6 maggio 2009

La Conta per chi conta

Quando si giocava a nascondino, nessuno voleva contare fino a 100 per poi cercare di "bombare" i compagni di gioco. Si faceva allora la "conta" recitando filastrocche del tipo di:



"sotto il ponte di Baracca,
c'è un omin che fa la cacca,
la fa dura dura dura,
il dottore la misura,
la misura 33,
uno, due, tre,
a contare tocca a te!"

anche da piccolo, mi sono sempre domandato dopo aver ascoltato o recitato questa "conta":
"ma perché il dottore è andato a misurare la cacca di quell'omino?"

martedì 5 maggio 2009

Prolungata l'apertura del Corridoio Vasariano

Firenze, Corridoio Vasariano (Foto Pressphoto)
A grande richiesta il Corridoio Vasariano prolunga l'apertura. In particolare si realizzeranno otto percorsi la settimana, due al giorno dal martedì al venerdì: martedì e giovedì alle ore 9.00 e alle ore 11.30, mercoledì e venerdì alle ore 14.00 e alle ore 16.30. Testo molto piccolo Testo piccolo Testo normale Testo grande Testo molto grande

La Soprintendenza del Polo Museale Fiorentino ha deciso di prolungare il periodo di apertura del Corridoio Vasariano riservata ai singoli.
Come nei precedenti progetti, queste aperture saranno guidate, solo in lingua italiana, da un gruppo di assistenti interni alla Soprintendenza che hanno messo con entusiasmo a disposizione di questo progetto la loro professionalità. Le visite al Corridoio saranno effettuate esclusivamente, dall'8 maggio al 12 giugno 2009, e per un numero contingentato di persone.
In particolare si realizzeranno otto percorsi la settimana, due al giorno dal martedì al venerdì: martedì e giovedì alle ore 9.00 e alle ore 11.30, mercoledì e venerdì alle ore 14.00 e alle ore 16.30.
I gruppi saranno formati da un numero massimo di 20 persone e si accetteranno prenotazioni fino a esaurimento dei posti. L'iniziativa è principalmente dedicata ai singoli ed ai nuclei familiari. Allo scopo si accetteranno prenotazioni per un numero massimo di 5 persone alla volta che potranno effettuarsi telefonando a Firenze Musei al numero 055/2654321.
Il Corridoio Vasariano non nasce come museo visitabile, ma come passaggio riservato alla famiglia Medici e, quindi, presenta difficoltà tecniche e di percorso non facilmente superabili per poterlo aprire a un gran numero di persone. Resta in vigore l'organizzazione abituale per gruppi superiori alle dieci unità, e con tariffe inevitabilmente più alte di quelle offerte in questa occasione speciale. Il costo sarà di euro 4.00 per la prenotazione più il biglietto della Galleria degli Uffizi di euro 6.50. L'ammontare complessivo sarà quindi di euro 10.50. A partire dal 30 maggio il biglietto per la Galleria degli Uffizi passerà a euro 10.00 e comprenderà la mostra 'Fasto e Ragione. L'arte del Settecento a Firenze'; l'importo complessivo dal 30 maggio sarà quindi di euro 14.00, compresa la prenotazione alla visita guidata al Corridoio Vasariano.

lunedì 4 maggio 2009

All’improvviso Dante, 100 Canti per Firenze

Riceviamo e volentieri pubblichiamo:
Sabato 16 maggio torna a Firenze “All’improvviso Dante, 100 Canti per Firenze”
Arnoldo Foà declama Dante in compagnia di 650 cantori
L’attore protagonista con altri vip della IV edizione della maratona letteraria
Attori, grandi nomi della musica e della moda uniti dalla passione per Dante. Arnoldo Foà, Giovanni Lindo Ferretti, Massimo Verdastro e Brunello Cucinelli sono solo alcuni dei personaggi famosi che il 16 maggio parteciperanno alla IV edizione di “All‟improvviso Dante, 100 Canti per Firenze”.
Il Maestro Arnoldo Foà e il cantautore fondatore dei CCCP leggeranno rispettivamente il II e III Canto dell‟Inferno e il IV del Purgatorio nella Chiesa di Beatrice, l‟attore Massimo Verdastro sarà invece protagonista nella sede della Società Dante Alighieri con il XIV Canto dell‟Inferno, infine l‟imprenditore della moda Brunello Cucinelli sarà in Piazza Signoria e leggerà il I Canto del Paradiso.
Tornano poi anche altri illustri habitué, da Riccardo Marasco al pittore Giampaolo Talani. In Palazzo Strozzi anche rappresentanti delle storiche „Wine family‟ della Toscana: Tiziana Frescobaldi, Francesca Folonari, Agnese Mazzei e Caterina De‟Renzis Sonnino. Tutti impegnati nel dar voce ai versi del Sommo Poeta.
Un giovanissimo studente dà il via questo anno alle 16.00 alla maratona letteraria con i versi del I Canto dell‟Inferno declamati in Piazza Santa Croce. L‟iniziativa conta questa volta oltre 650 cantori che leggeranno in contemporanea le cantiche dantesche nei luoghi più belli e suggestivi della città.
Un vero e proprio popolo fatto non solo di personalità illustri, ma di professionisti, poeti, famiglie, pensionati, giovani, intere scolaresche sotto la direzione artistica di Franco Palmieri. Il numero straordinario di lettori, cresciuto di anno in anno testimonia il successo dell‟iniziativa e l‟amore per l‟Opera del Sommo Poeta che unisce tutte le generazioni, come il lavoro di preparazione che è iniziato nei mesi scorsi con prove personali e workshop guidati dal regista, supportato dall‟aiuto di tutors.
L‟intera manifestazione è ideata e organizzata dall‟Associazione culturale CULT-er in collaborazione con Elsinor Teatro Stabile d’Innovazione per la Provincia di Firenze, nell‟ambito delle manifestazioni del Genio Fiorentino.
Un pomeriggio da trascorrere nel cuore della città ascoltando risuonare i versi danteschi passeggiando fra le piazze più belle da Santa Croce a Piazza Pitti, a Piazza della Signoria, fermandosi in Palazzo Strozzi, o in Palazzo Medici Riccardi, o affacciandosi dalle spallette dell‟Arno dove si trovano i cantori sulle barche dei renaioli.
Una delle novità di questa edizione vede l‟intera Cantica del Paradiso letta dai cantori in 33 postazioni lungo tutta Via dei Calzaiuoli da Piazza della Signoria a Piazza del Duomo.
Alle 20.00 come di consueto la manifestazione terminerà con la lettura corale del XXXIII Canto del Paradiso sul Sagrato del Duomo. “All’improvviso Dante, 100 Canti per Firenze” sbarca anche negli USA. La passione per Dante è contagiosa, la voce si sparge di anno in anno ben oltre la terra toscana, infatti arriveranno in città un gruppo di studenti da Venezia, altri cantori da Biella, docenti di Alessandria, e perfino dalla California due rappresentanti della Stanford University che realizzeranno un servizio dedicato all‟evento sulla rivista “Harper‟s”. Tanti anche gli affezionati all‟iniziativa che hanno deciso di rimettersi in gioco anche per questa IV edizione, 17 gli istituti scolastici che partecipano con più di 450 studenti con loro anche gruppi di genitori che hanno deciso di seguire i ragazzi e aderire all‟evento. Iniziative collaterali. L‟evento offre a cittadini e turisti alcune occasioni particolari come quella di visitare la Casa di Dante, aperta straordinariamente fino alle 19, con un biglietto ridotto. Inoltre, in collaborazione con l‟Associazione Diesse, sarà possibile effettuare delle visite guidate della Firenze di Dante nei seguenti giorni:
giovedì 14 maggio ore 10.00 e ore 16.00,
sabato 16 maggio ore 10.00,
martedì 19 maggio ore 10.00 e ore 16.00.
Per ulteriori informazioni www.100cantiper.com
PROGRAMMA
Apertura ore 16.00: lettura del I canto dell‟Inferno in Piazza Santa Croce.
Ore 16.30: lettura dei 33 Canti dell‟Inferno in 33 diversi luoghi del centro storico fiorentino.
Repliche alle: 16.50, 17.10
Ore 17.30: lettura dei 33 Canti del Purgatorio in 33 diversi luoghi del centro storico fiorentino.
Repliche alle: 17.50, 18.10
Ore 18.30: lettura di 32 Canti del Paradiso lungo Via dei Calzaiuoli, da Piazza della Signoria a Piazza del Duomo.
Repliche alle: 18.50, 19.10
Ore 20.00: tutti i cantori declamano coralmente il XXXIII Canto del Paradiso, sul Sagrato del Duomo.

domenica 3 maggio 2009

Astronomia in piazza a Firenze

Parte domenica 3 maggio 2009 l'iniziativa ''Astronomia in piazza''.
Nasce dall'idea dell'astronomo Emiliano Ricci, insieme con l'assessorato alla cultura del Comune di Firenze e all'Ufficio Centro storico Unesco per il 400/mo anniversario dalle prime osservazioni del cielo al cannocchiale da parte di Galileo Galilei.
Osservare le stelle, i pianeti e le galassia da piazza Santa Croce, da piazza della Signoria, dal Duomo e da molte altre piazze fiorentine. Basta dotarsi di un cannocchiale. Il primo appuntamento e' domani alle 21.30 in piazza Santa Croce.

sabato 25 aprile 2009

Visita al nuovo Palazzo di Giustizia di Firenze

Come sempre gli italiani vengono sorpresi dai propri concittadini. Sabato 25 aprile, la apprezzabile iniziativa di aprire alla popolazione il nuovo Palazzo di Giustizia in costruzione a Firenze ha colto di sorpresa gli organizzatori.
In un primo momento tutto sembrava a posto, poi l'afflusso delle persone interessate alla visita è aumentato sensibilmente e quindi due file. Siamo stati in attesa dello smaltimento delle prime 100 persone, poi si sono avvicinati al nostro gruppo e hanno cominciato a distribuire biglietti senza rispettare l'ordine di arrivo, chi si avvicinava alla signorina per primo gli veniva consegnato il biglietto, nel mugugno più generale e anche con qualche incazzatura.
L'Associazione Nazionale Carabinieri e la Protezione Civile del Comune di Firenze, presenti in modo massiccio e volontariamente a disposizione dell'organizzazione, non avevano indicazioni e non sapevano dare informazioni. Ad ogni modo siamo entrati e abbiamo fatto una bella visita guidata. Nel mio gruppo c'erano persone curiose, interessate per la struttura ed orgogliose dei grandi numeri di questo palazzo, altri ancora più interessati perchè prima o poi verranno a lavorare in questa grandissima struttura.
Aule ovali di Assise e di Appello, maxi aula, ristoranti, bar ecc... Tutta l'amministrazione della giustizia fiorentina si trasferirà in Viale Guidoni tranne l'Aula Bunker e il Tribunale dei Minori.

Il nuovo Palazzo di Giustizia di Firenze, fu progettato dall'Architetto Leonardo Ricci e dalla consorte Architetto Maria Grazia dall'Erba e nasce quindi, dall'esigenza di riunificazione delle varie sedi degli uffici giudiziari sul territorio fiorentino. Si tratta del secondo più esteso Palazzo di Giustizia italiano dopo quello di Torino e interessa un'area di 3 ettari, con una superficie utile di circa 126.000 metri quadrati distribuita all'interno di 15 corpi di fabbrica, con un ingombro complessivo di 230 per 180 metri alla base, elevati per un'altezza massima fuori terra di 76 m; gli unici edifici fiorentini più alti resteranno la Cupola del Brunelleschi (114 metri) e la Torre di Arnolfo (95 metri). Sono stati trivellati 1250 pali per le fondamenta per una lunghezza totale di 29 km, sono stati scavati 250.000 metri cubi di terreno trasportati in altra sede, sono stati utilizzati 54.000 metri cubi di calcestruzzo e 5.465 tonnellate di acciaio per il cemento armato.
I piani interrati della cittadella giudiziaria sono destinati agli archivi, sopra i quali sono sistemate gran parte delle aule di dibattimento tranne due di assise e la maxi-aula, poste al piano rialzato, mentre gli ultimi piani accoglieranno le aree riservate ai magistrati e alle procure.
La guida dubitava dell'inizio dell'utilizzo del Palazzo di Giustizia per il 2011 così come dichiarato dai vari politici di turno.
A differenza delle prime impressioni da profano, la visita guidata ha aperto gli occhi sulla necessità di questa struttura per la città e che poi, una volta finito, sarà una grande infrastruttura.

venerdì 24 aprile 2009

Madonna - Messere

In latino "mea domina", la parola Madonna significa "mia donna", "mia signora". Tanto è vero che nell'evoluzione francofona del termine latino si esprime con Madame.
Era titolo onorifico attribuito quasi esclusivamente alle donne ; attualmente non viene più usato nella lingua italiana se non per individuare la madre di Cristo.
In alcuni luoghi d'Italia ancora viene usato in un linguaggio rispettoso per ossequiare la signora anziana di casa.
Stesso significato la parola Messere, proveniente anch'esso dall'unione di due termini Mis e Mes con Sire; Mio e Sire, mio signore. Anch'esso un titolo che nel medioevo aveva attribuzione quasi esclusiva.

Piazza Madonna a Firenze, dove sorgono le Cappelle Medicee, ad esempio, è Piazza di Madonna degli Aldobrandini.
Nessun riferimento quindi ad icone religiose o a credenze cristiane. La Madonna degli Aldobrandini era una signora ricca e generosa, intelligente e gentile, buona e particolarmente dedita ad opere di carità.
Era quindi una signora rispettabile del tempo, che in questi luoghi aveva possedimenti immobiliari che gli Aldobrandini amministravano con parsimonia e spirito di carità.



venerdì 17 aprile 2009

"Tussei un Ganzo"

In realtà non solo utilizzata a Firenze, l'esclamazione "Ganzo" , ha nel dialetto Toscano in generale la sua massima espressione.
Quante volte al giorno, nel fraseggio quotidiano, ci esprimiamo considerando nel discorso comune, spesso non in quello professionale, la parola Ganzo!
E' una forma dialettale, assorbita anche dal linguaggio italianesco. Nata dal vernacolo , evidenzia spesso l'individuo, rispetto a qualcosa che ha compiuto di esaltante o ad una atteggiamento positivo: una "Ganzata" in pratica.
La parola Ganzo si dice anche ad una persona particolarmente scaltra, astuta; ad "uno" bravo, in gamba o anche simpatico; un tipo bello, piacevole; una cosa bella, piacevole.
Si usa spesso per riferirsi all'amante, con intento positivo.

A Firenze (e dove se no) c'è anche un circolo culinario-culturale che si chiama GANZO la prima volta bisogna sottoscrivere una tessera - Ambiente moderno/minimalista, da una parete la gigantografia dello chef che ti scruta attentamente ....

GANZO
Via dei Macci 85 R
055-241076
lunedì - venerdì 12:00PM- 12:00AM

uno anche negli Stati Uniti

GANZO - a journey through Italian taste

GANZO is the freshest business proposal on the market, thanks to a new concept: bring in your town the high quality standards usually available only in the best italian restaurants: fresh products, real italian ingredients, an elegant way to serve.
Many restaurants offer "italian like" plates, similar names but too far from the real italian fragrance and taste... Ganzo is a true italian company, made by people who know authentic italian recipe, that made this cuisine famous through the world.

99-107 Shelton Ave. New Haven
CT
United States



sabato 11 aprile 2009

BUONA PASQUA !!

venerdì 10 aprile 2009

Il diavolo a Firenze

La leggenda del "Rifrullo del Diavolo"
San Pietro Martire trovatosi in predicazione nel centro di Firenze fu interrotto da un grande cavallo nero imbizzarrito che cercava di disperdere la folla radunatasi intorno al predicatore.
Fu immediatamente associato all’intervento di satana e il predicatore con un gesto sacro, il segno della croce, lo immobilizzò. Svanito nel nulla, qualche secolo più tardi, un certo Bernardo Vecchietti fece costruire due portabandiera o reggistendardi in bronzo da collocare proprio nel punto in cui avvenne l’episodio e lo fece costruire dal Giambologna, che in quell’occasione ridisegnò l’intera facciata del Palazzo Vecchietti. In un successivo restauro del palazzo uno dei due “diavoletti” è andato perso.
E’ un bronzo molto particolare che si può vedere nell’angolo tra Via de’ Vecchietti e Via Strozzi, oppure nell’originale, che è stato esposto recentemente al nuovo Museo Stefano Bardini, in Piazza dei Mozzi a Firenze. La caratteristicha opera del Giambologna ricorda le origini nordiche dello scultore, il gusto delle grottesche che aveva studiato nel suo soggiorno romano e le decorazioni gotiche delle cattedrali, che ebbero una forte influenza nell’ideazione di quest’opera.
e quella del “rifrullo di vento”
E' ancora li che aspetta il prete (o frate) che gli sfuggì nel mentre che lo inseguiva. La Piazza del Duomo, al lato di Via dello Studio, è molto ventosa ed in quel punto, infatti, si dice che è il "rifrullo del diavolo". Infatti, il religioso, inseguito dal diavolo raffigurato da un turbine di vento, si nascose nella Porta dei Canonici e riuscì a seminarlo passando dalla parte opposta e scappando dall'altra uscita.
Il diavolo fu così ingannato; ma ancora oggi non riesce a capire cosa possa essere successo ed è li che aspetta il prete sempre nel suo "rifrullo di vento"

martedì 7 aprile 2009

Giorgio Batini, padre della divulgazione della storia popolare...

E' morto Giorgio Batini ad 87 anni, è morto la scorsa notte nella sua abitazione a Firenze. Nato nel 1922 è stato un grande giornalista e scrittore. Laureato in legge, ha vinto prestigiosi premi giornalistici ed ha firmato oltre 50 volumi sui più diversi temi dall'arte all'antiquariato, dalla storia alla natura, dalle tradizioni al costume popolare, dal folklore agli itinerari turistici, sulle curiosità di Firenze e della Toscana.
Molti degli attuali divulgatori di storia popolare e curiosità fiorentine, come il sottoscritto, hanno assorbito numerose informazioni dai suoi testi, una guida insomma. Direttore della rivista «Toscana Qui», ne è stato fondatore nel 1980.
Tra le proprie opere ricordiamo in particolare: L'Arno in museo (Bonechi, 1967) 4 November, 1966: the river Arno in the museums of Florence. (Bonechi, 1967) L' Italia sui muri. (Bonechi, 1968) Domenica dove. (Bonechi, 1971) O la borsa o la vita! (Bonechi, 1975) Album di Firenze (La nazione, 1976) Toscana dei miracoli (Bonechi, 1977) Etruschi curiosi (Bonechi, 1985) Toscanacci (Bonechi, 1987) Toscanissima (Bonechi, 1991) Il fiume racconta (Bonechi, 1993) Giocavamo per la strada (Bonechi, 1994) Il pianto della Madonna (Bonechi, 1995) Benedette toscane (FMG, 1996) Beati loro (Polistampa, 2001) Do svidánija (Polistampa, 2006) Per chi suona la Toscana (Polistampa, 2007)
Ha lavorato fino all’ultimo, come si evidenzia nelle sue opere pubblicate recentemente. Per la mia formazione è stato un riferimento, una fonte inesauribile che continuerò a consultare e leggere per proseguire nell’alimentazione di curiosità fiorentine e notizie culturali di questo blog.
Grazie Giorgio per la tua opera.
Filippo Giovannelli

giovedì 2 aprile 2009

Il "Saccomazzone"

E’ difficile ricercare la vera origine di questo strano termine che, anche il fiorentino più indigeno ha difficoltà ad individuarne il significato.
Il Saccomazzone è in realtà un gioco di origine contadina, che si svolge tra 2 giocatori, bendati (un po’ come mosca cieca). Hanno uno strumento particolare, che viene spesso raffigurato come una specie di flabello fatto con strisce di stracci annodati tra loro e collegati ad un manico, di norma anche di legno, con la funzione d’impugnatura. Per il confezionamento di questo grumo di stracci, venivano inoltre utilizzati sacchi di stoffa annodati. Era impugnato con la mano destra (importante che fosse stata la stessa mano per ogni giocatore, mentre la sinistra veniva obbligatoriamente appoggiata ad un piedistallo, normalmente molto basso dal quale non ci si doveva muovere. Era un modo di mantenere sempre la stessa distanza tra i giocatori, che ricordo erano bendati.
Con questi strumenti e queste modalità, si cercava di colpirsi a vicenda, chi riceveva più colpi era il perdente.
Questo gioco molto popolare nei secoli scorsi, è stato spesso rappresentato in pittura e scultura.
Al giardino di Boboli, a Firenze, seguendo il terzo viale trasversale, quello più a sud-ovest, dall'incrocio con il Viottolone dal quale partono numerosi percorsi complicatamene intrecciati che conducono al segmento finale del giardino, è posizionata la statua dei Giocatori del Saccomazzone (1780) di Orazio Mochi su disegni di Romolo del Tadda.
Frontalmente vi si trovano i Giocatori alla Pentolaccia di Giovan Battista Capezzuoli.
Luoghi, termini e miti tutti da riscoprire…

martedì 31 marzo 2009

Sala d'Arme anche per Ghelli

Fino al 22 aprile 2009 nella Sala d'Arme di Palazzo Vecchio, Giuliano Ghelli mette in mostra alcune opere sotto il titolo "Le porte della Fantasia".
Sono esposte diciotto tele, quattro dipinti e 40 sculture di quell' "Esercito di terracotta" che lo ha reso famoso ed alla ribalta negli ultimi mesi.
Sono più di 60 opere di questo artista, casentinese di origine e fiorentino di formazione.
Altra curiosità è che l'organizzazione della mostra Ghelli, ha ricevuto l'incarico dal Comune di Siena per la realizzazione del Palio Dell'Assunta, del 16 Agosto di quest'anno ed è stato premiato per la 44ˆ edizione del Premio Internazionale "Le Muse" a Firenze.

venerdì 27 marzo 2009

Le visite ai giardini di Firenze

Un post un po' lungo, ma merita pubblicare questa iniziativa che vede alcuni giardini poco conosciuti di Firenze a disposizione del pubblico.
Sono " Gli "Orti di Santa Croce", il "Giardino del Convento di San Salvatore", "Enzo Pazzagli Art Park", la "Grotta del Bandino", il "Parco di Villa Strozzi" e il "Giardino Stibbert".
Domenica prossima sarà possibile visitare gratuitamente i giardini del Comune di Firenze.
L'iniziativa fa parte dei progetti "Ricomincio da me! Percorsi per il cambiamento degli stili di vita" e "Se non ora quando? Appuntamenti con la sostenibilità" e le visite ai giardini, con gruppi di 30 persone, si svolgeranno domenica mattina secondo il seguente orario.
Orti di Santa Croce Quartiere 1 (ingresso da via Tripoli, 34): prima visita 9,30 - 10,30; seconda visita 11,00 - 12,00 a cura di Cecilia Cantini.
Giardino del Convento di San Salvatore al Monte Quartiere 1 (pressi Piazzale Michelangelo con ingresso dal Convento Francescano in via San Salvatore al Monte, 9): prima visita 9,30 - 10,30; seconda visita 11,00 - 12,00 a cura di John Inglis.
Enzo Pazzagli Art Park Quartiere 2 (ingresso da via S. Andrea a Rovezzano, 5):
prima visita 9,30 - 10,30; seconda visita 11,00 - 12,00 a cura di Enzo Pazzagli e Vittorio Giuliani.
Grotta del Bandino, antico giardino Bandini Niccolini Quartiere 3 (ingresso da via del Paradiso, 5): prima visita 9,30 - 10,30; seconda visita 11,00 - 12,00 a cura di Chiara Sestini.
Parco di Villa Strozzi Quartiere 4 (ingresso da via Pisana, 77): prima visita 9,30 - 10,30; seconda visita 11,00 - 12,00 a cura di Ciro Degl'Innocenti.
Giardino del Museo Stibbert Quartiere 5 (ingresso dal cancello principale del giardino, via Stibbert, 26): prima visita 9,30 - 10,30; seconda visita 11,00 - 12,00 a cura di Alberto Giuntoli e Claudio Cestelli.

La partecipazione alle visite è gratuita ma è necessario prenotarsi telefonando fino a venerdì dalle 9,00 alle 14,00 allo 055/2769639 oppure inviare un'e-mail a e.molino@comune.fi.it.

Schede tecniche dei sei giardini.
Orti di Santa Croce.
Il giardino nasce come Hortus conclusus, la tipica sistemazione dei conventi monastici e se ne ha notizia sin dal 1263. Il podere era regolarmente diviso in grandi riquadri e delimitato da mura. Nel corso del XVIII secolo gran parte del terreno e l'edificio principale posto lungo l'attuale via San Giuseppe furono ceduti ai Rucellai che vi realizzarono la loro "dimora di delizia". Nei primi del XIX secolo il complesso viene venduto ai marchesi Dufour-Berte e fino al 1855 l'orto-giardino rimane diviso in riquadri e percorso da vialetti perpendicolari fra loro. Successivamente, come testimoniato dalla pianta di Firenze elaborata dall'IGM nel 1896-1897, anche questo spazio verde venne trasformato in un giardino romantico: alberi di alto fusto, sentieri tortuosi, alte siepi, montagnole e prati. Dopo anni di trasformazioni incontrollate, l'intervento dell'Amministrazione Comunale realizzato nel 1998 ha riportato il giardino al disegno della fine dell'Ottocento.

Giardino del Convento di San Salvatore al Monte.
La chiesa di San Salvatore al Monte è un'importante Basilica di Firenze situata nella collina dietro il piazzale Michelangelo, il Monte delle Croci, appena sotto la Basilica di San Miniato. Sul luogo dove oggi sorge il Complesso di San Salvatore al Monte esistevano in precedenza un giardino e cappella francescana, forse dedicata ai Santi Cosma e Damiano, donate ai frati nel 1417 da un certo Luca di Jacopo del Toso (o della Tosa). Nel 1442 con l'edificazione documentata della sagrestia, i lavori di questo primo complesso, frutto di interventi ad opera di maestranze appartenenti all'ordine francescano, sembrano terminati. Resti di questo primo insediamento sono forse rintracciabili nella sala capitolare dell'attiguo convento. Interessanti anche alcune tavole quattrocentesche nell'odierno coro, verosimilmente destinate alla primitiva chiesa: la Madonna in trono col Bambino, Santi e la committente di Giovanni dal Ponte, La Vergine con Cristo in Pietà e Santi di Neri di Bicci e nel convento I Santi Cosma e Damiano, Francesco e Antonio di Rossello di Jacopo Franchi e Il Volto Santo della scuola di Fra Bartolomeo. Negli ultimi decenni del Quattrocento per volontà prima del ricco mercante Castello Quaratesi e, dopo la sua morte, dall'Arte di Calimala (come ricorda lo stemma con l'Aquila sul frontone), si intraprese un rifacimento dell'edificio, su progetto di Simone del Pollaiolo detto il Cronaca, fra il 1499 e il 1504. La facciata della chiesa, molto semplice e incorniciata dai tipici cipressi toscani, presenta superfici intonacate interrotte solo dal portale e dalle finestre a timpano. Queste presentano l'innovazione rappresentata dall'alternarsi di timpani semicircolari e triangolari, fin tutta la lunghezza della navata, caratteristica che sarà in seguito ripresa in molte chiese e palazzi italiani e non solo (per esempio nella corte degli Uffizi dal Vasari). Michelangelo era molto legato a questa zona della città e in particolare a questa armoniosa chiesa, che chiamava affettuosamente "la mia bella villanella". Dall'assedio del 1529 e per tutto il secolo XVI la chiesa e il convento subirono gravi danni solo in parte arginati da restauri, tanto che nel 1665 i frati lasciarono definitivamente San Salvatore, in stato di avanzata decadenza, ai francescani spagnoli detti Scalzetti, e si trasferirono in Ognissanti, portando con sé molti degli arredi e decorazioni. Nel 1875 veniva costruito attiguamente il Piazzale Michelangelo. Recentemente la Provincia Toscana dei Frati Minori ha deciso di potenziare la sua presenza a San Salvatore, da quel momento molte sono state le iniziative di promozione e restauro del complesso.

Enzo Pazzagli Art Park.
Il Park d'Arte Enzo Pazzagli si trova nella zona sud di Firenze fra le colline e il fiume Arno. Sono 23.900 metri quadrati di verde con oltre 200 opere d'arte di varie dimensioni visitabili anche di notte di notte grazie al sistema di illuminazione. Il parco è di proprietà privata è stato voluto dall'artista Enzo Pazzagli che nel 2001 ha trovato a Rovezzano questo terreno trasformato in un immenso prato, nel quale sono stati piantati 300 cipressi che formano una scultura vivente "La Trinità", un'opera d'arte che rappresentante due profili e un volto, estesa per circa 15.000 metri quadrati, un'installazione che si può vedere nella sua interezza solo dall'alto, ma che si apprezza camminandoci all'interno con in mano la mappa. Fra gli occhi, i nasi, le bocche della "Trinità" si incontrano le altre opere d'arte.

Grotta del Bandino.
Villa Bandini è situata nella zona sud di Firenze, a Gavinana. La grotta del Bandino si trova dietro un grande cancello e vi si accede da quel che rimane dell'antico giardino di Villa Bandini poi Niccolini parte di un antico borgo e rappresenta una testimonianza dell'insediamento che nel corso dei secoli ha interessato il così detto Pian di Ripoli un tempo nel contado fiorentino. L'area in cui sorge l'antico palazzo Bardini era detta Canto del Paradiso per la presenza di una villa chiamata il Paradiso degli Alberi . Villa Bandini costruita intorno al XII secolo conserva ben poco del primitivo aspetto è oggi sede degli uffici e della biblioteca del Quartiere 3 e la grotta è visitabile grazie alla disponibilità degli attuali proprietari che la hanno restaurata nel 1998 e il 2000. Quando la villa passò in proprietà ai Marchesi Niccolini questi vi fecero che fecero costruire alla fine del giardino, una grande e bellissima Grotta Ninfeo di conchiglie e sassi colorati incastonato fra le due edifici della proprietà. La grotta settecentesca è infatti inserita in un corpo di fabbrica che si sviluppa lungo il lato di fondo del giardino, si configura come una sorta di loggia preceduta da la una facciata mistilinea che si innalza al di sopra della copertura dei locali retrostanti. Risale al XVIII secolo e si presenta come una loggia con fontana interna, decorata secondo la tradizionale tecnica del mosaico rustico. L'area del giardino è oggi ridotta e trasformata rispetto all'originale. Nell'archivio dei marchesi Niccolini esiste un documento del 1522 delle spese sostenute per portare l'acqua alla villa e agli spazi esterni vengono denominati "l'orto" che stava per indicare il giardino e "la corte" che va identificata con il piazzale antistante il palazzo a cui era collegato tramite un loggiato. Il progetto della Grotta Ninfeo risale al 1745 ad opera dell'artista fiorentino Giuseppe Menabuoi, assunto dalla famiglia Niccolini per la formazione artistica dei pupilli e venne c e decorata da Giuseppe Giovannozzi nel 1746.

Parco di Villa Strozzi.
Ad ovest di Firenze, sulle colline che dominano la riva sinistra dell'Arno, si trova Villa Strozzi al Boschetto, un tempo residenza privata di una delle famiglie più importanti di Firenze, ora parco pubblico, sede di associazioni e cornice di eventi teatrali. La villa ospita il Polimoda (Istituto Politecnico Internazionale della Moda) e all'ultimo piano il laboratorio musicale, Tempo reale, diretto da Luciano Berio. Queste nuove destinazioni hanno permesso di non alterare la struttura architettonica e quindi di intervenire in maniera meno invasiva attraverso un restauro conservativo e di adeguamento strutturale.
Già dal Medio Evo, il Monteoliveto è descritto come un luogo selvaggio coperto da fitta vegetazione e per questo, luogo di eremitaggio ed espiazione religiosa ma, da quanto si evince dalla topografia, anche punto di vista privilegiato per la veduta globale della città murata. Gli Strozzi avevano così la possibilità di controllare i poderi di famiglia, al di sotto della villa, e godere di un panorama unico del complesso urbano; per altro la vicinanza con le comunità religiose permetteva alla famiglia un dialogo continuo con queste ultime, dialogo che agevolerà gli Strozzi nell'acquisto di nuove proprietà nei dintorni. In seguito al restauro del Poggi, la villa mantenne il suo splendore per molti decenni, prima di subire un graduale degrado durante i periodi bellici che ne determinarono l'alienazione da parte degli Strozzi e il conseguente abbandono. Durante la seconda guerra mondiale, la proprietà, ormai Gambinossi, viene sequestrata prima dai tedeschi e poi dagli alleati, dagli anni '50 il complesso viene utilizzato per cerimonie e nel caso delle scuderie come appartamenti da affittare. Negli anni successivi il parco subisce un graduale ridimensionamento tramite la vendita di alcune sue parti. Soltanto nel 1962 il Comune di Firenze sottopone la villa alla legge di tutela delle cose di interesse artistico o storico. Intorno agli anni '70, la proprietà residua viene ceduta ad una società di costruzioni intenzionata a crearvi un complesso residenziale, l'avvenimento scatena le proteste della popolazione del quartiere che teme la speculazione edilizia di un bene di interesse pubblico. Il clamore suscitato dagli abitanti del quartiere e dalla stampa del tempo indussero l'amministrazione comunale a comprare, nel 1974, Villa Strozzi al Boschetto convertendo il parco in giardino pubblico.

Giardino Museo Stibbert.
Il parco del Museo Stibbert è situato sulle pendici della collina di Montughi è stato costruito per iniziativa di privati di Frederick Stibbert e più tardi è stato ceduto all'Amministrazione Comunale. Federico Stibbert, seguendo la passione della madre per il giardinaggio, ingrandì il piccolo giardino acquistato dal Davanzati e vi realizzò un grande parco romantico.
Alcuni progetti furono gestiti dall'architetto Giuseppe Poggi che curò il nuovo accesso della villa e nella parte nord-est del parco realizzò il nuovo stanzone per gli agrumi e i fiori, la Limonaia appena restaurata. Il viale principale oltre che a servire per l'ingresso al museo permette l'accesso ai vialetti che conducono alle varie parti del parco. Dall'ingresso del parco verso il lato opposto la vegetazione è caratterizzata prima da cipressi, tigli e lecci e quindi da pini domestici, ippocastani, cedri; all'altezza della scalinata delle rampe d'accesso al Museo si trovavano due stupendi esemplari di faggio e intorno alcune querce rosse e una sughera, la zona della limonaia è caratterizzata da grandi pini domestici. Il parco ha una superficie di quasi quattro ettari e vi si trovano circa 612 esemplari a portamento arboreo divisi in circa 56 specie.

mercoledì 25 marzo 2009

Capodanno toscano, capodanno fiorentino

Le celebrazioni del Capodanno Toscano vedono nuovamente protagonisti i Bandierai degli Uffizi, sbandieratori del Calcio Storico Fiorentino all’interno della giornata in programma per i festeggiamenti il 29 marzo 2009 a Firenze in due Piazze emblematiche della storia della città, Piazza SS.Annunziata e Piazza della Signoria.
A guidare il corteo composto da vari gruppi storici provenienti dalla Toscana, saranno il Corteo Storico della Repubblica Fiorentina ed i Bandierai degli Uffizi. In Piazza della Signoria, dopo l’omaggio alla Madonna in Piazza SS Annunziata, dalle ore 17:00 si potrà assistere all’esibizione dei Bandierai degli Uffizi, con un nuovo spettacolo e nuovissime coreografie, alle danze del gruppo Contrada Alfiere, esibizione di lancio con coltelli e corsa delle bigonce di Scarperia, esibizione di spada con i ferri di cavallo dei Cavalieri della Torricella di Settimello.
Il programma della giornata prevede:
ore 15.00 partenza dei gruppi storici dal Palagio di Parte Guelfa per andare rendere omaggio alla cappella della sacra effige dell’Annunziata.
ore 15.45 arrivo del Corteo alla SS.Annunziata omaggio alla Madonna, esibizione dei Bandierai degli Uffizi;
ore 17.00 Piazza della Signoria: Grande esibizione dei Bandierai degli Uffizi, danze del gruppo Contrada Alfiere, esibizione di lancio con coltelli, corsa delle bigonce di Scarperia, esibizione di spada con i ferri di cavallo dei Cavalieri della Torricella di Settimello.
ore 18.30 Rientro dei gruppi storici al Palagio di Parte Guelfa, sede del Calcio Storico Fiorentino. Da tempo antichissimo la Chiesa cattolica festeggia l'annuncio a Maria Vergine, da parte dell'Arcangelo Gabriele, dell'Incarnazione del Verbo.
Dal settimo secolo questa ricorrenza viene fissata alla data del 25 marzo, esattamente nove mesi prima di Natale, giorno della nascita di Gesù. Legandolo a questo importante avvenimento, fino al 1750 Firenze iniziava l'anno civile e per questo la datazione del periodo compreso tra il primo gennaio e il 24 marzo veniva indicata come “ab incarnatione”.
Quindi il 25 marzo all'ombra del Cupolone e di tutte le terre soggette al dominio della città, si festeggiava il Capodanno, anche quando nel resto dell'Italia, sin dal 1582 era in vigore il calendario gregoriano, in base al quale l'anno iniziava, appunto, il primo gennaio.
La ricorrenza del 25 marzo per i fiorentini durò ben 168 anni, fin quando un decreto del granduca Leopoldo II di Lorena, impose l'uso del calendario gregoriano. Una targa sotto la Loggia dei Lanzi ricorda quel decreto di soppressione della festa.

venerdì 20 marzo 2009

John Hawkwood detto Giovanni Acuto

John Hawkwood era il secondo figlio d'un conciatore di pelli del villaggio di Sible Hedingham nella contea d'Essex, in Inghilterra, dove nasce nel 1320. Alcuni biografi confondono il mestiere con quello del sarto, prima che John diventasse soldato. Numerose leggende circolano sulla sua persona e sulle sue origini; è chiaro che non era originario di Firenze e nemmeno della penisola italica, proveniva appunto dall’Inghilterra.
Vocato alle armi, impara il mestiere durante la guerra dei Cento Anni in Francia, prima combattendo sotto Edoardo III, poi alla testa di una sua compagnia, che saccheggia la Provenza. Arrivato in Italia nel 1360, è al servizio di Pisa, poi dei Visconti di Milano, poi di papa Gregorio XI infine di Firenze, dove il suo nome viene italianizzato in Giovanni Acuto; il nome italiano gli fu attribuito da Niccolò Machiavelli.
In quel periodo i fiorentini gli perdonano di aver guidato le truppe pisane contro di loro nel 1364. Considerato il primo condottiero dei tempi moderni fondò una banda di mercenari, la “Compagnia bianca del Falco”, che si schierava in difesa dello stato che la pagava meglio.
È un esponente importante della Cavalleria medievale. Sposò una figlia illegittima di Bernabò Visconti nel 1377 e poco dopo sciolse l'alleanza anti-papale, provocando l'ira dei nobili parenti: dopo un acceso diverbio con il duca, egli firmò un trattato di amicizia ed alleanza con la Repubblica di Firenze.
Morì nel 1394 a Firenze, venne sepolto con grandi onori. In seguito, le spoglie furono traslate nella città natale dal figlio, su richiesta del sovrano inglese Riccardo II.
In sua memoria la città di Firenze commissionò il celebre ritratto equestre a Paolo Uccello, capolavoro eseguito nel 1436 e conservato nel duomo nel quale era sepolto, dice l'iscrizione: "Joannes Acutus Eques Britannicus Dux Aetati Suae Cautissimus Et Rei Militaris Peritissimus Habitus Est".
Hanno detto di Giovanni Acuto:
- Capitano peritissimo nell'arte militare sopra tutti gli altri dei suoi tempi. Gran maestro di guerra. Un rinnovatore della figura del capitano di ventura.
- Il primo vero generale dei tempi moderni.
- Ha dominato per 30 anni la scena militare italiana. Il più celebre di tutti i condottieri, inglese d’origine ma diventato fiorentino con il cuore.
- Famoso, più per le sue infedeltà che per il suo valore. Assai poco scrupoloso. Preferì essere il primo dei condottieri che l'ultimo dei Signori d'Italia.

martedì 17 marzo 2009

Via Alessandro Filipepi

Se provate a cercare Via Alessandro Filipepi su un qualsiasi stradario di Firenze, non la troverete mai: eppure all’interno dell’Hotel Botticelli, in via Taddea (tra Via dei Ginori ed il mercato centrale) esiste un “vicolo” che porta quel nome.
L’albergo, ubicato nel “Palazzotto già Serragli”, fu costruito nella seconda metà del ‘500, come si può evincere dalla tipologia e dalle caratteristiche costruttive.
Nella seconda metà del diciannovesimo secolo fu costruito un edificio adiacente sul lato sinistro guardando la facciata: questa costruzione aggiunta ha lasciato uno spazio interno sul quale affaccia tuttora una bella finestra “inginocchiata” che in precedenza si apriva sull’esterno.


Dopo un completo restauro che l’albergo ha subito tra il 1995 ed il 1997, in questo spazio si è ricreata una “stradina” di Firenze che è stata chiamata con il vero nome del grande Botticelli, come evidenziato dalla targa stradale in perfetto stile “vecchia Firenze” e che è motivo di curiosità per gli ospiti dell’albergo ed i visitatori.
L'Hotel Botticelli si trova poco distante dal mercato di S. Lorenzo e dal Duomo, l’hotel si trova in un palazzo del ‘500 nelle cui zone comuni conserva volte affrescate; 34 camere graziose ed una piccola loggia coperta.
Via Taddea 8, 50123 Firenze – Tel. 055 290905 – www.hotelbotticelli.it – info@hotelbotticelli.it – Fax 055 294322
Quando si dice "amare Firenze"!!
Un ringraziamento particolare ad Andrea Gheri.

venerdì 13 marzo 2009

"Pulviscolo", di Luca Alinari

Luca Alinari è un pittore fiorentino. E' mia abitudine quindi, rivolgermi a chi di Firenze e del suo "popolo" è innamorato, sottoponendo all'attenzione quello che riesco a far emergere da una città che vive sul ciò che c'è.
Luca Alinari fa una personale in uno dei luoghi più suggestivi di Firenze, La Sala d'Arme di Palazzo Vecchio, per presentare i nuovi lavori e mostrare al grande pubblico il recente cambio di stile.
E' stata inaugurata il 27 febbraio 2009, nella Sala d'Arme di Palazzo Vecchio, la nuova mostra del pittore fiorentino nominata: 'Pulviscolo'.
L'esposizione, curata dal critico d'arte Giovanni Faccenda e promossa da Villa Gisella, sarà visitabile con ingresso libero fino al 20 marzo. In mostra una selezione delle più recenti opere di Alinari tra cui 'Il pulviscolo tra noi e le cose', quadro che dà il nome a tutta l'esposizione.
Nato nel 1943, Alinari è pittore, ma anche scenografo, intellettuale e vanta una vasta produzione artistica. Nel 1999 il Museo degli Uffizi ha acquistato un 'Autoritratto', destinandolo alla collezione degli 'Autoritratti d'autoré, collocata anche nel Corridoio Vasariano.
Altro esempio di eccellenza fiorentina.

lunedì 9 marzo 2009

La lettera di Leonardo da Vinci a Ludovico il Moro

Un documento che prima del ritrovamento del Codice Atlantico aveva intorno a se celato qualche mistero nella predisposizione di Leonardo da Vinci per l'invenzione delle macchine e strumenti adatti alla guerra. Fu nel periodo in cui soggiornò a Milano nel 1482 che Leonardo decise di portare i propri servigi alle potenti signorie del nord. Essi avevano sempre più bisogno di nuove armi per le guerre interne e ritenevano i suoi progetti in materia degni di nota da parte del ducato di Milano, già alleato coi Medici.
Ed è a Milano che Leonardo scrisse la cosiddetta lettera d'impiego a Ludovico il Moro, descrivendo innanzitutto i suoi progetti di apparati militari, di opere idrauliche, di architettura, e solo alla fine, di pittura e scultura, tra cui il progetto di un cavallo di bronzo per un monumento a Francesco Sforza.

1482 circa, Codice Atlantico, Milano, Biblioteca Ambrosiana

Havendo, Signor mio Illustrissimo, visto et considerato horamai ad sufficientia le prove di tutti quelli che si reputono maestri et compositori de instrumenti bellici, et che le inventione et operatione di dicti instrumenti non sono niente alieni dal comune usa, mi exforzera non derogando a nessuno altro, farmi intender da Vostra Excellentia, aprendo a quella Ii secreti mei, et appresso offerendoli ad omni suo piacimento in tempi oportuni operare cum effecto circa tutte quelle cose che sub brevita in parte saranno qui di sotto notate [et anchora in molte più secondo le occurrentie de diversi casi etcetera].

1. Ho modi de ponti leggerissimi et forti, et acti ad portare facilissimamaente et cum quelli seguire et alcuna volta [secondo le occurrentie] fuggire li inimici, et altri securi et inoffensibili da foco et battaglia, facili et commodi da levare et ponere; et modi de arder et disfare quelli de I'inimico.
2. So in la obsidione de una terra toglier via I'acqua de' fossi, et fare infiniti ponti, ghatti et scale et altri instrumenti pertinenti ad dicta expeditione.
3. Item se per altezza de argine 0 per fortezza di loco et di sito non si pot esse in la obsidione de una terra usare I'officio de le bombarde, ho modi di ruinare omni [forte] rocca 0 altra fortezza, se gia non fusse fondata in su el saxo, etcetera.
4. Ho ancora modi de bombarde commodissime et facile ad portare et cum quelle buttare minuti [saxi a di similitudine quasi] di tempesta, et cum el fumo di quella dando grande spavento a I'inimico cum grave suo danno et confusione etcetera.
5. Et quando accadesse essere in mare, ho modi de molti instrumenti actissimi da offender et defender, et navili che faranno resistentia al trarre de omni gossissima bombarda, et polver et fumi.
5. Item ho modi per cave et vie secrete et distorte, facte senza alcuno strepito per venire ad uno [certo] et disegnato loco, anchora che bisogniasse passare sotto fossi 0 alcuno fiume.
6. Item, faro carri coperti securi et inoffensibili, e quali intrando intra [in] li inimica cum sue artiglierie, non è sì [grossa] grande multitudine di gente d'arme che non rompessino, et dietro a questi poteranno sequire fanterie assai, inlesi et senza alchuno impedimento.
7. Item occurrendo di bisogno faro bombarde, mortari et passavolanti di bellissime et utile forme, fori del comune uso.
8. Dove mancassi la operatione de le bombarde, componera briccole, manghani, trabuchi et altri instrumenti di mirabile efficacia et fora de I'usato, et insomma secondo la varieta de'casi componera varie et infinite cose da offender et di(fender).
10. In tempo di pace credo satisfare benissimo ad paragone de omni altro in architectura, in compositione de aedificii et publici et privati, et in conducer aqua da uno loco ad uno .altro [acto ad offender et difender]. Item conducera in sculptura di marmore, di bronzo et di terra; similiter in pictura cia che si possa fare ad paragone de omni altro, et sia chi vole. Anchora si potera dare opera al cavallo di bronzo che sara gloria immortale et aeterno honore de la felice memoria del Signor Vostro patre et de la inclyta casa Sforzesca. Et se alchuna de le sopradicte cose a alchuno paressino impossibile et infactibile me offero paratissimo ad farne esperimento in el parco vostro 0 in qual loco piacera a Vostra Excellentia, ad la quale humilmente quanta più posso me recomando etcetera.

venerdì 6 marzo 2009

La “Corilla Olimpica”

Maria Maddalena Morelli nasce a Pistoia il 17 marzo 1727 da Caterina Buonamici e dal violinista Jacopo Morelli.

Inizia da piccola, all’avvento dei primi studi letterari, a mostrare innate doti per la poesia e studia filosofia. A poco più di trent’anni, il 1 aprile del 1761 fonda l’Accademia dell’Ordine dei Cavalieri Olimpici ed in seguito, da questa istituzione, prende il nome d’arte di “Corilla Olimpica”.
Studiò a Napoli ed in quella città conosce un ufficiale dell'esercito spagnolo, si sposò ed ebbe un figlio. Sopraggiunge presto una separazione, sia dal marito che dal figlio e intraprende una fervida carriera intellettuale di poetessa ed improvvisatrice.
Alcuni suoi contemporanei la descrivono così: "d'alta statura, di bianca carnagione, con lunghi capelli biondi non impolverati e sciolti, occhi vivacissimi ed azzurri, bocca rosea e grande, sorridente, petto ricolmo, braccia ben tornite..." Giacomo Casanova, noto adulatore, l'aveva conosciuta a Firenze, la descrive come “strabica”, forse le aveva resistito?.
Numerosi sono stati i riconoscimenti conferiti a questa poetessa fino a raggiungere il massimo il giorno 31 agosto del 1778 quando ottenne dal papa l' assenso a incoronarla e a conferirle il titolo di Poetessa Laureata e di Nobile Romana. Un onore che prima di lei, era toccato solo a Petrarca e al poeta improvvisatore Bernardino Perfetti.
In quell’occasione, invece del discorso di commemorazione al premio, venne chiesto alla poetessa di esternare dei versi descrivendo le sensazioni che ella stessa provava nel ricevere l’onoreficenza, e così si espresse:

Cerchi la Patria, o Cantor chiaro e saggio?
Entro Pistoia e in riva all'Arno antico
Presi le mosse al mio mortal viaggio.
Quivi sul dolce mio terreno aprico
Insiem con l'altre donne m'avvezzai
L'ago a trattare al genio mio nemico.
Ma fin d'allora il biondo Apollo amai,
e in Elicona, ove talvolta ascesi,
qualche foglia di lauro anch'io spiccai:
e fin d'allora a sciorre il canto appresi all'improvviso,
e sieguo improvvisando l'estro,
ond'io i vanni della mente ascesi.


Viaggiò molto in Italia e in Europa e dopo un lungo soggiorno a Roma si trasferì a Firenze e il suo salotto divenne il ritrovo di intellettuali e letterati.
Nel 1780 si trasferi' definitivamente a Firenze in via della Forca (oggi via Ferdinando Zannetti n. 2) e per tutto il resto della sua vita tenne sempre salotto in questa sua nuova casa.
Alla sua vita ed alla sua figura sono state ispirate numerose opere tra le quali il dramma Corilla Olimpica di Paolo Giacometti, opera letteraria che non mise in luce la vera natura e non dette facile comprensione della figura storica della poet