Il "Tamburlano"

Alcuni dizionari lo definiscono così: - "arnese a forma di tamburo cilindrico costituito nella parte inferiore da uno scaldino o un braciere e in quella superiore da una rete di fili di ferro o da una lamina bucherellata su cui si stendeva la biancheria da far asciugare".
Il termine se non fiorentino ha sicuramente origini toscane e per quanto riguarda la definizione di cui sopra, non è riconoscibile nella parlata della nostra città.
Il recente "Vohabolario del vernacolo fiorentino" lo definisce così: -"Simbolo di oggetto ingombrante e antiestetico. Usato anche per "Mi hai fatto una testa come un tamburlano", mi hai rintronato con le chiacchere o col frastuono" - che mi sembra già più adeguato alla nostra parlata.
E' in realtà un qualsiasi contenitore o "bidone" a forma cilindrica, ma anche no, che abbia una funzione contenitiva, di solito di metallo o di latta. L'affermazione "Mi hai fatto una testa come un tamburlano" è riferita in particolare al fatto che quando il rumore o il suono viene costretto all'interno di un contenitore, in particolare di metallo, ha un notevole rimbombo, eco, frastuono.
...mamma mia che mal di testa...

Un caro mio lettore dal nome "importante" Piero BENIGNI, mi fa dono di una sua bella conoscenza, Il Suo tamburlano, inviandomi una foto e qualche riga di descrizione ed approfondimento su un oggetto così poco conosciuto. La pubblico di seguito:


Il tamburlano è un contenitore di legno sottile, gen. rotondo e di un considerevole volume. Quello in mio possesso è alto cm.90 e ha un diametro di cm. 80. Quale il suo uso? era destinato allo sbianchimento della lana (come richiama il nome stesso) prodotta in casa nelle famiglie di una volta: la lana veniva filata con rocca e fuso, il gomitolo veniva poi intarsato, cioè trasformato in matassa o tarsa, con l'aspo o gnaspo. Una volta ottenuta la matassa questa doveva essere sbiancata, essendo nella lana ancora presente una discreta quantità di lanolina, dal colore giallognolo. Per ottenere lo sbianchimento si mettevano nella parte superiore del tamburlano le matasse, si chiudeva e si introduceva in basso, attraverso lo sportellino, un piattino di metallo con dello zolfo acceso. Si chiudeva lo sportellino e si lasciava cos' fino al mattino seguente, quando si tirava fuori la lana, candida come la neve, in quanto l'anidride solforosa aveva provveduto allo sbianchimento. Lo stesso si faceva periodicamente con maglie e mutande, per riportare questi capi al bianco puro.
Il tamburlano non ha fondo e appoggia direttamente in terra, in quanto potrebbe altrimenti prendere facilmente fuoco. La griglia intermedia si leva verso l'alto, essendo appoggiata su tre piccoli supporti in legno. Quello in  mio  posesso è costruito probabilmente in Casentino nei paesi dell'artigianato del legno (Moggiona, Quota, ...) ma si vede che il coperchio è ricavato da qualche cassa di imballaggio in legno. Interessante la scritta ancora presente Arezzo, residuale dell'indirizzo di consegna o di stazione di arrivo.
Essendo lo strumento assai grande e utile solo di rado, mentre per il rimanente tempo è sicuramente di impiccio, il nome ha assunto il significato figurato di cosa ingombrante, poco pratica, che occupa posto.



Bellissimo...grazie davvero, in particolare per la citazione del mio paese d'origine: Moggiona!!

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