domenica 25 settembre 2011

Filippo Pananti, Collodi e il Gatto e la Volpe

Ricevo e volentieri pubblico questo interessantissimo pezzo inviatomi da Pier Tommaso Messeri.
Collodi
Quasi tutti sanno chi è Carlo Lorenzini (Firenze 24/11/1826-ivi 26/10/1890) meglio conosciuto con lo pseudonimo di “Collodi”.  Egli è l’autore di uno dei racconti più conosciuti, stampati e tradotti della storia della letteratura. Se tutti conoscono chi è “Pinocchio”, aimè quasi nessuno, neanche in Toscana sa più chi è  Filippo Pananti (Ronta del Mugello 19/3/1776 - Firenze 14/9/1837). Quest’ultimo, esponente di una antica famiglia mugellana, si laureò in giurisprudenza a Pisa ma a causa di complesse vicissitudini politiche dovette, dopo il 1799, esiliare all’estero e ramingo dalla Francia all’Inghilterra, si guadagnò il pane facendo a volte da precettore a ricchi rampolli e a volte il giornalista pur amandosi definire un poeta di teatro. Scrisse molto, fu uno stimato epigrammatico, apprezzato dal Giusti e dal Niccolini. Fra i suoi vari testi ci ha lasciato un chiaro e ben descritto reportage delle proprie peripezie avvenute durante il rapimento che subì ad opera di pirati algerini nel 1813, durante il suo desiderato ritorno da Londra in Italia : "Avventure e osservazioni sopra le coste di Barberia" edito a Firenze nel 1817. Rimase schiavo dei pirati per qualche tempo e fu liberato per intercessione del console inglese ad Algeri.
Nel suo resoconto di viaggio, il Pananti in un capitolo intitolato: “I falsi Amici”, ci descrive con l’arguzia che gli è propria, le disavventure economiche capitategli a causa di due connazionali, i quali spacciandosi per amici, con la scusa di aiutarlo lo derubarono costringendolo poi a prendere una nave che sarebbe stata poi dirottata dai corsari.
A Londra, il buon Filippo, molto ingenuamente poco prima della desiderata partenza verso casa, fece amicizia con due signori italiani, che lo avvicinarono come delle mosche al miele. Ma sentiamo la descrizioni che lo stesso sventurato ci offre di questi due personaggi  “Quelle fatali persone si attaccarono a me come si attacca la spina alla lana delle pecore.[…] Ed io sembra che fossi la calamita di tutti i vagabondi. Erano per mala disgrazia da casa della malora caduti in Londra quel furbaccio di N. X Palermitano, N. Y, altro bel Fiore di virtù. Queste due Volpi vecchie tosto divennero come pane e cacio, come due anime in un nocciolo. 
"l'un per l'altro avrebbero fatto carte false
"questo per quello si saria sparato
"egli fece da Erode e da Pilato
Costoro guardaron tosto se c’eran quaglie da far venire alla rete, e dove si poteva fare un buon botteghino. Il minchione (e son io). Io dovetti levarmi il pan di bocca per darlo a loro, dovetti essere il Fra Fazio, quello che rifaceva i danni.

"e sono stato come la cavalla
"perseguitato dalla mosca gialla
L’X era una bocca melata, un’aria da mammamia; ma quando parlava, non guardava in faccia nessuno e aveva un occhio guercio: cave a signatis. L’Y. Poi si fece avanti con quella faccia invetriata che non arrossirebbe se gli spuntasser le corna; anch’esso sapeva far la gatta di Masino, e parlava così caldamente di virtù e di morale, che uno si sarebbe confessato. Oh! A cercarli col fuscellino poteva io peggio inciampare!(…) Ho domandato al mio compatriota l’Y, quale buon vento vi portò qua. Questo famoso istrione mi rispose col verso di Virgilio: infandum Regina iubes renovare dolorem”.
Il Signor Y raccontò al Pananti di essere fuggito dalla propria città dopo aver difeso l’onore della moglie uccidendo in duello un insolente francese.
“Intesi subito ove andava a finir questa antifona, voleva ch’io dessi intanto qualcosa, in prestito s’intende per un mese, per due alla più lunga: mi vuol rendere tutto fino all’ultimo picciolo. E come non fidarsi di un uomo così delicato che per un pizzicotto alla moglie mette subito mano alla spada. Attirato dall’odore, e saputo essere il terren morbido, venne allo stesso attacco l’X. […] il fido Alcete mi assicurò essere il figlio di un Signore Palermitano il quale sguazzava nell’oro, ed esso il fiore dei galantuomini,mi promette che era una delizia: domandando al compagno mio, ti darà quel che ho detto io  

"Quattrini e santità metà della metà.”
Intanto i due galantuomini con i soldi del Pananti si facevano delle belle mangiate in osteria.
“Dateci venti lire,  non ne ho che sette. Dateci allora queste sette, le altre tredici ce le troverete, è permesso appoggiarsi agli amici, ma non buttarli per terra. I denari io non li zappo, mi costano gocce di sudore, che dubbi son questi? Rischiate forse qualcosa, forse non ci conoscete?”

Pananti

Il tempo passava e il poeta fiorentino sentendo la nostalgia della famiglia, che non vedeva da anni, decise di fare i bagagli e di tornare in patria.
Filippo per paura di sinistri in mare, decise, spronato dai nuovi finti amici, di investire e far pervenire per canali più sicuri di un rischioso viaggio in mare i propri risparmi, consistenti in una cifra abbastanza considerevole accumulata negli anni di duro lavoro lontano da casa, in Toscana. I due, spacciandosi per onestissimi e premurosi amministratori, si preoccuparono di farsi consegnare subito parte del denaro e dopo aver offerto rassicuranti  promesse e firmato fogli volanti si congedarono dal Malcapitato dando allo stesso un futuro appuntamento in Sicilia, porto d’approdo del bastimento.  Prima della partenza i Signori X e Y si assicurarono di far cambiare nave a Filippo.
“Si era stabilito di navigare sopra un legno Inglese; ma l’ (AVV.) Y. scambiò tutto: quell’impiccione scavò di non so dove un Brigantino di Trapani”
Inutile aggiungere che il povero Pananti, come ci spiega, non rivide più i suoi soldi. “Ora che furon dei miei denari prestati a quei due Signori? Dei miei mille scudi non più si è fatta parola. Certe galanterie certi animaletti che gli confidai, pregandolo di portarli a Palermo, ove presto mi sarei recato, quel perfido uomo appena arrivato a Lisbona vendé tutto per pochi denari.[…] Ma l’X almeno si tien nascosto non mi dice: non vé le vuò a dare, da me che avete da avere?  Come fa il garbato Signor Y”. Addirittura il Signor Y. Aveva falsificato la firma di Filippo Pananti così da dimostrare anche davanti alla legge di aver sanato tutto il debito.
 La descrizione che lo sfortunato narratore ci offre assomiglia molto a quella di due figure diventate ormai celebri nell’immaginario collettivo: “ Il Gatto e la Volpe”, i raggiratori del povero Pinocchio, anche loro vivevano di elemosine e imbrogli e anche loro come il Signori X e Y finirono male.
Il Signor X. venne arrestato numerose volte a causa di altri imbrogli e il suo degno compare Y. morì poco dopo essere finito in galera .
 I due lestofanti sono riportati da Filippo Pananti con le sigle di X e Y, forse perché avendo stampato le cronache del suo tour in Africa quando questi erano ancora in vita, ebbe paura di ripercussioni o forse data la sua indiscussa nobiltà d’animo non volle rendere pubblici l’identità di cotali farabutti.
 Il resoconto del viaggio del Pananti fu pubblicato più volte. Venne stampato anche dalla libreria Piatti di Firenze. Rimase così a prendere la polvere in qualche vecchia libreria o in qualche dimenticato baule, finché un bel giorno, un giovane Carlo Lorenzini lavorante proprio nella libreria Piatti, forse in un momento di pausa, si imbatté nella lettura delle “avventure” capitate al poeta rontese molti e molti anni prima. La mente del futuro Collodi, già predisposta a magnifiche creazioni fantastiche, fece il resto e X. e Y. panantiani divennero di li a poco “il Gatto e la Volpe”, metafore di una scaltrezza che ha fatto scuola, citati in films, romanzi e ormai entrata nel senso comune.
Manca solo una cosa, ma chi erano veramente questi due uomini indicati solamente con due sigle?
Nessuno sapeva i veri nomi dei fantomatici loschi figuri. Solo il  Dott. Luigi Andreani di Ronta agli inizi del novecento, nello scrivere degli articoli sul suo importante compaesano, dette degli indizi. Ebbene grazie a questo studioso si può avanzare l’ipotesi di chi furono e si può dare una identità se non un volto al Gatto e alla Volpe : l’Avv. Gustavo Adolfo Braccini di Firenze e Rodolfo Autieri di Palermo, uno molto probabilmente già avvicinato a suo tempo a Firenze e l’altro presentatogli da quest’ultimo.
Mai fidarsi delle vecchie conoscenze.

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