Lorenzo Pignotti, fiorentino ritrovato

L'edizione delle Favole di Lorenzo Pignotti
Oggi propongo il sesto articolo di Pier Tommaso Messeri. Questa volta si occupa di un fiorentino del Valdarno. La capacità di Messeri è quella di ri-trovare personaggi che hanno dato molto a Firenze sotto vari aspetti, Lorenzo Pignotti è uno di questi.
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Il paese di Figline Valdarno dovrebbe essere ricordato - fra le tante - anche per aver dato i natali all’erudito Lorenzo Pignotti, personaggio ormai del tutto dimenticato ai nostri giorni.
Lorenzo Pignotti nacque il 9 agosto 1739 nel seno di una famiglia di commercianti nel borgo di Figline, paese dove visse i suoi primi anni per poi trasferirsi con la famiglia prima a Città di Castello e dopo nella non lontana Arezzo. In questa città, in seguito alla prematura morte del padre, seguendo una moda comune per chi non poteva permettersi una costosa istruzione privata, venne convinto da uno zio ad entrare nel Seminario Vescovile, dove avrebbe potuto ricevere una solida cultura. Lorenzo, dopo aver terminato gli anni scolastici in quella sede, intraprese la carriera ecclesiastica insegnando retorica. Animato da uno spasmodico amore per le scienze, lasciò lo stato religioso per recarsi a Pisa, dove, dopo essersi iscritto ai corsi di medicina in quella famosa Università, si addottorò in Fisica e Medicina nel 1764. Profondamente dotto nelle materie scientifiche, il Pignotti - versatile in egual modo nelle materie letterarie - si appassionò ben presto alla storia, alla letteratura ed alla poesia. Esercitò per un periodo di tempo la professione medica a Firenze per poi compiere dei viaggi culturali nel nord Italia. Convinto filantropo, pubblicò un interessante testo medico intitolato “Istruzioni mediche per la gente di campagna”. Dopo aver ricoperto - per l’interessamento di Pompeo Neri - la cattedra di professore di Fisica nell’Accademia della Nobiltà a Firenze, riuscì in una brillante carriera universitaria a Pisa, dove divenne Rettore nel 1809.
La fine del ‘700 fu teatro di momenti difficili per la situazione politica Toscana; le invasioni francesi sul territorio minavano alle basi l’indipendenza stessa del Granducato e il giovane Generale Napoleone iniziava ad incutere paura. Nel 1796, Ferdinando III di Lorena, da qualche anno succeduto a Pietro Leopoldo nel governo della Toscana e spaventato dalla possibile avanzata delle truppe francesi verso Firenze, inviò a Bologna – dove erano acquartierati i soldati d’oltralpe - una ambasceria di dotti, tra i quali lo stesso Pignotti (che tra l’altro era stato professore di Giuseppe Bonaparte a Pisa), affinché convincessero il giovane ma terribile comandante corso a non invadere Firenze. Napoleone, incontratosi nella città Felsina con la delegazione toscana, elogiò Lorenzo Pignotti, ascoltando con commozione il poeta figlinese decantare con mal celato spirito elogiativo la sessantaseiesima ottava del secondo canto della Gerusalemme Liberata.
Pignotti, appassionato di economia e politica, conoscitore di varie lingue, stimato e ricercato da colleghi e studenti, intimo della colta e raffinata cerchia di intellettuali vicini alla corte lorenese, venne nominato nel 1801 Istoriografo Regio. Per questo curò la Storia della Toscana sino al Principato, pubblicata postuma nel 1813. Si tratta di una rassegna storiografica che, sebbene sia stata scritta in maniera narrativa a scapito di un metodo scientifico, è corredata da numerosi e curiosi aneddoti, documenti e appendici inseriti nel testo. Lorenzo Pignotti nella sua vita accademica studiò e scrisse molto: le sue opere spaziano da poemetti celebrativi come lo Shakespeare o quello in lode di Pasquale Paoli, a quelli eroicomici come La treccia donata o Il bastone miracoloso, all’Ombra di Pope, sebbene la sua opera principale, o almeno più celebrata siano senza dubbio le Favole. Queste, ispirandosi in qualche modo alle celeberrime Favole di Esopo, con spirito canzonatorio ed a volte sarcastico - come nella migliore tradizione della mentalità toscana - con arguzia ed una certa eleganza ritraggono in maniera sarcastica e satirica gli uomini ed i vari personaggi del bel mondo e della politica settecentesca, con tutti i loro vizi, abitudini e virtù, rappresentandoli come piante ed animali. Quest’opera, pur essendo criticata da qualche antologia letteraria per una certa carenza di stile, rientra a pieno titolo nel filone di quella toscanità che farà scuola e sarà propria del Pananti (suo allievo e amico), del Guadagnoli e del Giusti.
Luigi Pignotti si spense a Pisa, carico di onori e riconoscimenti accademici, il 5 agosto 1812. E’ sepolto nel cimitero monumentale del Camposanto di Pisa.
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