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L’Oratorio dei “Buonomini di San Martino”

Inizia oggi una importante collaborazione, un vero piacere per me. Ospiterò all'interno del blog alcuni interventi di approfondimento di un amico, Franco. Sono approfondimenti scritti con il cuore e con la voglia di far conoscere particolarità della nostra Firenze o di quello che gravita o gravitava intorno ad essa, lo stesso spirito per il quale è nato questo blog.
Una delizia per la lettura.

L’Oratorio dei “Buonomini di San Martino”

Il Vescovo Santo fiorentino per eccellenza, il Domenicano Sant’Antonino, al secolo Antonino Pierozzi, figlio di un notaio, era ancora Priore del Convento di San Marco quando un giorno mandò a chiamare nella sua cella in Convento, 12 notabili cittadini di Firenze. Notabili, non Nobili : Nobili erano solo i componenti le famiglie feudali e ghibelline, come gli Alberti, i Guidi, gli Ubaldini ecc…, che il Comune aveva obbligato a vivere in città, un po’ per controllarli, ma anche perché aveva distrutto o acquistato i lori castelli nel contado.
I cittadini i convocati erano destinati a diventare, nel ‘500, la classe emergente cittadina e la nuova nobiltà, questa volta terriera, derivante dai suoi traffici mercantili in ogni parte del mondo.
Del gruppo dei 12 convocati resta un elenco : Michele, figlio di messer Pietro Bernini; Luigi, nipote di messer Francesco Bruni; Bernardo, della casa dei Salviati; Francesco, degli Strozzi; Alessio, egli messere in quanto notaio, dei Pelli. Questi decisamente ‘notabili’.
Vi erano anche alcuni artigiani: Onofrio d’Agnolo e Giuliano di Stagio, drappieri; Primerano di Jacopo, calzolaio; Giovanni di Baldi, lanaiolo; Pasquino di Ugolino del Vernaccia, setaiolo; Jacopo di Biagio, cimatore. C’era anche uno a cui non è stata registrata l’Arte cui era iscritto: Antonio di Maffeo, da Barberino :d’Elsa o del Mugello, non è dato sapere. E’ interessante la composizione sociale del ‘gruppo’ che va dalla borghesia terriera a quella imprenditoriale a quella del contado.
Era la primavera del 1442. La cella del Priore, affrescata come le altre da un confratello ed odorante di tinte, era a destra dell’Annunciazione, da poco terminata da Fra’ Giovanni da Fiesole, che poi sarebbe stato per sempre Fra Giovanni Angelico, a memoria della sua opera ‘angelica’: nelle celle e in altri capolavori.
In breve la cella, benché un po’ più grande delle altre, fu zeppa di persone intente ed affascinate nell’ascoltare la proposta del Priore.
Chi era il Priore di S. Marco? L’aspetto ascetico e macilento gli aveva valso il nomignolo di Antonino : Antonino dei consigli. Infatti molti ricorrevano a lui per sentire i suoi pareri ed ascoltarne i consigli, sempre saggi e misurati. Per molti anni ha governato il Convento di San Marco che Cosimo de’ Medici - che si riservava nel Convento una cella doppia, adatta al suo rango, aveva fatto restaurare a sue spese nientemeno che dal suo Architetto : Michelozzo. Dal 1446 al 1459 Antonino ha retto la sede Arcivescovile di Firenze. Da sempre in odore di santità era stato anche un finissimo diplomatico, portando a casa consistenti successi.
In quella giornata primaverile del 1442 il Priore chiese ai 12 convocati di procurare e mettere a disposizione dei poveri, somme per la loro sussistenza, compresi loro beni e denari. Poveri che nella maggior parte dei casi lo erano diventati per la politica di Cosimo. Il Priore, nonostante la sua generosità dimostrata nei confronti del Convento, sentiva di dover intervenire per rimediare i danni da lui provocati.
“ Al nome dell’eterno Iddio il libro dei 12 procuratori dei poveri di Dio in sul quale si scriverà tutte le limosine di grano, farina e pane”. Così comincia l’intestazione del registro delle entrate e delle uscite dei procuratori’ dei poveri. La sede della congregazione fu all’inizio nella casa di uno di loro : Primerano di Jacopo, calzolaio; successivamente fu affittata una stanza dai Benedettini della Badia per 12 fiorini l’anno. Poi questa stanza fu trasformata in Oratorio acquistando così l’aspetto attuale.
L’Oratorio fu fatto affrescare dalla bottega del Ghirlandaio, con i temi delle “Sette Opere di Misericordia” , con due storie di San Martino e con due storie di vita cittadina, rappresentanti scene di matrimonio. C’entra con l’attività dei Buonomini il matrimonio? Si, perché provvedere alla dote delle fanciulle povere era l’ottava opera di carità della Congregazione.
In tutte le Congreghe, Confraternite, Associazioni ecc.. vi è sempre un responsabile, un procuratore. Essendo tutti e 12 procuratori, da subito furono definiti e chiamati’ Buonomini di San Martino’ perché dediti alla beneficenza. Nel tempo l’assetto della Congregazione si è andato modificando : nel ‘400 i Provveditori erano 12, nel XVI° sec. divennero 18, tre per sestiere in cui era divisa la città. I Procuratori a turno, un mese l’anno, presiedevano le riunioni col titolo di Proposto. Le decisioni venivano prese con votazione segreta che avveniva deponendo una fava bianca o nera in un bussolo. Le domande di sussidio venivano accuratamente vagliate. I bisogni crescevano e dacchè i Buonomini non potevano tesaurizzare ne possedere, davano fondo alle risorse in ogni riunione della Congrega. Per non interpellare direttamente i Buonomini con messaggi recapitati a casa, il responsabile di turno metteva una candela sulla finestrella dell’Oratorio: un po’ per propiziare la Provvidenza come ancora oggi avviene, ma soprattutto per avvisare i Buonomini che erano finiti i fondi ed era necessario rimpinguare la cassa.
I passanti, oramai avvezzi alla manovra, si passavano la voce con questo dire : “ Sono giunti al lumicino”, con ciò intendendo che non c’erano più soldi e che quindi era necessario versare fondi per i poveri. Per la storia l’ultima volta avvenne nel 1949, oltre 500 anni dopo la famosa convocazione del Priore di San Marco.

Francoeffe

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